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musica di dio, giubilo del cuore

MUSICA SACRA & ARTE MUSICALE

DOMENICO ZIPOLI: LA GIOIA DI UNA SCELTA (Di Elia Mori)

Dopo il documentario su Bach, era da due anni che con Elia Mori rimuginavamo sull’altro nostro “amico dell’organo”, il giovane musicista pratese Domenico Zipoli. Stavolta non si tratta di un’oretta di esegesi biografico-liturgica, ma di un corto che si soffermerà sulle motivazioni profonde delle sue scelte di vita… in poche parole: sulla vocazione alla sequela di Cristo! Ed eccoci qua, con la partecipazione di Diego Mori per i dialoghi e di Clizia Miglianti per la musicologia antropologica, vi raccontiamo questa storia vera, capace ancora oggi, dopo circa trecento anni, di emozionare i giovanissimi e affascinare gli adulti. Buona visione a tutti!

 

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DOMENICO ZIPOLI: ECCO IL TRAILER!

Dopo il documentario home made su Bach, è arrivato il turno del compositore missionario pratese Domenico Zipoli, sempre per la regia di Elia Mori. Riportiamo qui le primissime considerazioni che Carlo Cerratini ha raccolto da Alessio Cervelli: un grest estivo e l’ascolto di giovani e giovanissimi alla base di questo nuovo lavoro di musicologia sacra.

CC – Alessio, di chi è stata l’idea di questo nuovo video su Zipoli e come è nata?

AC – Guarda, in realtà non posso dirti chi ha avuto prima l’idea, perché non si è sviluppata in un’unica circostanza. Sicuramente la prima idea di portare Zipoli nel piano pastorale è stata di Elia, quando – saranno ormai passati quattro o cinque anni – ebbe l’idea di proporre la figura di questo giovane missionario per i lavori di una intera settimana di grest che si svolgeva in una parrocchia di Poggibonsi. Il grest si chiamava “Vacanze in Città” (e si chiama ancora così perché viene regolarmente svolto ogni anno nel mese di luglio) e la parrocchia è quella di San Giuseppe. Fu un esperimento che andò piuttosto bene: l’accoglienza fu calda, le emozioni non tardarono ad emergere, soprattutto per quanto riguarda la vita stessa di Domenico. Il secondo step, quello sì, viene da me, ma non è che Elia abbia posto resistenza, anzi. Già nell’estate scorsa c’era balenato in mente di fare per Zipoli quello che avevamo fatto per Bach… ma poi, un po’ per gli impegni, un po’ perché quel taglio non mi ispirava troppo circa il personaggio, così diverso da Bach, lasciammo tutto in sospeso. E’ stato in questo ultimo anno pastorale che, avendo a che fare in varie occasioni con giovani e giovanissimi intenti a porsi domande forti sulla fede e sulle scelte della loro vita, allora ho capito qual era secondo me il taglio da dare: quello della scelta mossa dall’abbandono fiducioso a Dio… insomma, la vocazione!

CC – Perché un uomo vissuto ormai trecento anni fa potrebbe avere da dire qualcosa ai giovanissimi di oggi, nel mondo degli iphone, di internet, dei social networks?

AC – Sì, dici bene: questo è il mondo di iphones internet, socials… ma è anche il mondo dove gli adolescenti forse più che in ogni altro tempo possono essere vittima di quel tritacarne che è il tempo frenetico della loro vita: si va a scuola per cinque, sei ore; per pranzo si ingurgita qualcosa con l’imbuto, poi si corre agli allenamenti, e poi ci si deve incastrare in qualche modo i compiti. E tutto deve andare bene, devo dare il 100%, perché altrimenti deludo il coach, deludo l’insegnante di danza, il professore di strumento, per non parlare dei miei genitori, nel caso prenda un brutto voto, deludo la fidanzata che deve avere il ragazzo strafico e super!

Mamma mia, che ansia da prestazione! E non c’è mai tempo per fermarsi a pensare al valore della vita e per quale proposito, quale sogno, quale ideale davvero buono io possa investirla, questa vita. Perché con ritmi così stressanti, la vita di un adolescente in pratica passa senza che lui ci metta mano, il più delle volte.

CC – Vero! Verissimo! E quindi?

AC – Poniamo il caso che tu sia un giocatore di basket, e che tu nasca in una realtà dove fin da quando apri gli occhi sperimenti la fame e la difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena, oltre che per studiare. La tua passione è il basket e ci giochi nel campetto della parrocchia. E hai talento. Il parroco se ne accorge, invita degli esperti a valutarti, ti reputano in gamba, ti prendono in prova in una squadra, poi passi alle regionali, poi entri in nazionale, e via via in un cammino sfolgorante che ti porta a giocare in NBA da famoso fuoriclasse.

CC – Se avessi dedicato la vita allo sport, sarebbe una cosa fantastica!

AC – Giusto! Ma a questo punto, siccome durante i turni di palestra per gli allenamenti in NBA cominci a sentire i tuoi massaggiatori e i personal trainers che raccontano esperienze vissute come volontari per far fare sport e insegnare valori sani ai ragazzi di strada in paesi del terzo mondo… tu che fai? Di punto in bianco molli tutto: successo, soldi, fama. Saluti tutti e te ne vai in Africa a fare il volontario in un istituto missionario ad insegnare lo sport e il senso di squadra a ragazzi in una struttura povera un luogo sperduto chissà dove, senza wifi, senza internet, senza nessuna delle comodità che abbiamo qua in Europa e quindi anche senza aver modo di far vedere al mondo quello che stai facendo. Secondo te i tuoi compagni di squadra, i tuoi amici, magari pure i tuoi genitori che potrebbero pensare?

CC – Che sicuramente ho preso una botta in testa e non ragiono più!

AC – Me lo immagino! Ma se quei racconti ti hanno colpito? Se per la prima volta in vita tua riesci finalmente a prenderti pochi, preziosi attimi di riflessione? Se tu ti fossi accorto che non è quel successo che avevi tanto desiderato e per il quale avevi tanto sudato a renderti felice? Se ti fossi reso conto che insegnare il basket a bambini e adolescenti africani o indios per dar loro spirito di stare insieme, imparare a ragionare e ad affrontare la vita con metodo ti piacesse tantissimo? Che i sorrisi di quei ragazzi e lo sguardo con cui ti guardano sono qualcosa di impagabile? Se tu avessi scoperto che per te la vera felicità è questa… che faresti? E per favore, immagina di avere 16 anni, non di essere l’adulto che sei adesso.

CC – Immaginandomi sedicenne, penso che ci penserei su, magari perdendoci il sonno per diverse notti…ma alla fine penso che sceglierei ciò che più mi dà felicità, sperando che la famiglia non mi metta i bastoni tra le ruote…

AC – Perfetto! E’ proprio qui che volevo arrivare! E per l’appunto in Zipoli noi troviamo una storia che è andata così! Per questo a trecento anni di distanza può avere ancora parecchio da insegnare ai giovani d’oggi, senza contare l’immenso valore artistico della sua musica, fresca e piacevole!

MUSIC CAMP A PIEVESCOLA

 

Dopo le fatiche dello Workshop, è il momento del Music – Camp, che si è svolto lo scorso lunedì 9 luglio nelle campagne di Pievescola.

La domanda ricorrente fatta a noi organizzatori da ragazzi e collaboratori è stata: “Rispetto allo workshop, che cos’è il campo musicale?”

“E’ mettere al centro Cristo nell’esperienza della musica”, risponde Alessio Cervelli, musicologo e organizzatore del campo.

Durante il mattino, i ragazzi partecipanti hanno avuto modo per la prima volta di accostarsi alle timbriche antiche, studiando il funzionamento dell’organo, dell’harmonium e del clavicembalo.

Poi si è tenuta la classe di musical training, per scoprire tante curiosità e lati affascinanti (e spesso fin troppo sconosciuti) del linguaggio musicale.

Non potevano certo mancare un bel pranzo all’aperto, seguito da un’abbondante e vivace ricreazione!

Quindi, nel pomeriggio, via alla Musica d’Insieme, per conoscere, studiare e preparare canti e brani da eseguire durante la Santa Messa, celebrata all’aperto nella forma propria del campo-scuola.

Bellissimo, il commento di Don Enrico Ferraresi all’omelia: “E’ splendido vedere dei ragazzi come voi che passano una giornata con Gesù attraverso la musica! Ricordatevi che la musica è bello che poi diventi servizio nelle proprie parrocchie”.

Ma qual è lo scopo peculiare di un campo musicale come questo? Che cosa vuole trasmettere ai giovani partecipanti? Questa giornata ha voluto trasmettere ai ragazzi esattamente quello che hanno cantato al momento dell’offertorio: offrire a Cristo le loro gioie pure, le attese e le paure tipiche di chi sta vivendo l’avventura della vita.

Tanto l’entusiasmo raccolto, perché si scopre come “fare cose serie e profonde” possa essere non solo molto affascinante, ma anche molto divertente.

Dunque, buone vacanze a tutti e… alla prossima!

Il team del progetto “Musica di Dio, Giubilo del cuore”

ESCE IL SAGGIO DI GIAN PIERO TORELLINI SU UNA VISITA PASTORALE ALLA SIENA DEL ‘500: TANTA GIOIA PER UN UOMO SEMPLICE E GRANDE, CHE HA SPESO LA SUA VITA NELL’INSEGNAMENTO PER I RAGAZZI E NELL’AMORE PER LA SUA CHIESA DIOCESANA E PARROCCHIALE.

Ci sono, al mondo, persone più o meno buone… perché le “cattive”, preferisco chiamarle “meno buone”, proprio nel senso di una mancanza di bene, che tuttavia può sempre essere colmata, finché ci è concesso il dono della vita.
E ci sono poi persone ottime, di quelle che con la loro grande semplicità e generosità illuminano la vita degli altri e ci permettono di sentire il profumo autentico di Cristo. Ecco, il maestro Gian Piero, parrocchiano doc di Pievescola, nella Montagnola Senese (nella foto: la Chiesa Parrocchiale, di S. Giovanni Battista), è una di queste persone, assieme alla sua splendida consorte, l’artista Maria Pia Scarciglia.
Chiesa_di_pievescola_facciata.jpgEntrambi da sempre impegnati sia nella vita pastorale della loro parrocchia, sia nella vita diocesana, specialmente nell’apostolato della preghiera e nel ministero straordinario della santa Comunione per gli ammalati e gli infermi, ci verrebbe da chiederci: qual è il segreto di questa coppia? Allora non potremmo dare che una sola risposta: la ferma fiducia nell’efficacia della preghiera, in un rapporto d’amore quotidiano col Signore. E’ da questo intenso legame amicale con Cristo che si irraggia la generosità delle persone che, come quelle dell’Apostolato della Preghiera, non solo cercano di sovvenire a necessità materiali delle loro parrocchie e dei loro seminaristi (cioè noi tre: Giovanni, Angelo e Alessio), ma soprattutto offrono il dono più grande che ci possano offrire: un’intensa preghiera che accompagna il prossimo e ripara tanti peccati e tante storture, proprie della fragilità umana.
Nell’estate 2017 Gian Piero aprì un cassetto e mi fece vedere un corposo mazzetto di fogli dattiloscritti: “Questo è il lavoro di ricerca che feci per gli studi di magistero a Firenze”, mi disse, con visibile commozione negli occhi: lì capii che si trattava del lavoro di tutta una vita, che non si era esaurito con lo scopo per il quale era stato iniziato, ma che quest’uomo innamorato della sua chiesa diocesana aveva letto e riletto, riveduto e corretto per tutti gli anni che gli sono stati concessi di vivere. Un unico rammarico aveva da sempre Gian Piero: non aver trovato modo di pubblicare il suo lavoro, che aveva inteso come semplice contributo alla conoscenza, un bene che secondo lui doveva essere dischiuso a tutti.
Al che non mi rimaneva che una cosa sola da fare: mettermi lì e, nei (pochi) momenti di tempo libero, preparare la bozza perché questo lavoro potesse vedere la sua pubblicazione e divenire il coronamento di una vita spesa per gli altri.
Ed eccoci qua, finalmente.
C’è voluto quasi un anno: la bozza era lunga, il materiale era molto, (per questo l’ebook è stato suddiviso in due volumi: l’edizione cartacea, attualmente in preparazione, sarà in volume unico) … ma per quanto mi riguarda ne è valsa davvero la pena. Prima di tutto proprio per me stesso, perché, leggendo queste pagine, mi si è aperto un mondo, quello della mia Diocesi all’indomani del Concilio di Trento, di cui ero praticamente all’oscuro e che mi ha fatto riflettere intensamente.
Ai nostri giorni, così ammalati di iper-tecnologizzazione e di nozionismo istantaneo a mezzo internet e quindi privo troppo spesso di ragionamento critico, possiamo chiederci: che senso ha perdere tempo con documenti vecchi di secoli di una visita pastorale fatta in un’altra epoca (per di più finita non troppo pacificamente quando s’è trattato di “metter mano ai conti”), con una vita ecclesiale così diversa e, per certi versi, antitetica rispetto ad oggi? 
Se in quest’epoca di tabula rasa, siamo chiamati a ricostruire, a rievangelizzare secondo quella gioia dell’annuncio cristiano così cara al papa, la lettura di queste testimonianze della vita ecclesiale del passato risulta assai preziosa: possiamo ricostruire bene solo se conosciamo la nostra storia e le nostre radici, coi loro frutti e le loro contraddizioni, e se sappiamo da dove veniamo, per conoscere dove andare secondo la giusta strada.
Vivissime congratulazioni a Gian Piero Torellini!
Alessio Cervelli assieme allo staff del nostro sito
Di seguito il link per visualizzare l’edizione ebook:

A ULIGNANO, IL PRIMO WORKSHOP DEDICATO A MUSICA E LITURGIA A CURA DEL NOSTRO TEAM DI MUSICA DI DIO – GIUBILO DEL CUORE

Si è tenuto presso la Parrocchia di San Bartolomeo a Ulignano, lo scorso martedì 3 aprile, il primo workshop di Musica e Liturgia, ospitato dal parroco e liturgista Don Luigi Miggiano.

Quattro, le masterclasses attivate: vocalità e canto con Clizia Miglianti; clarinetto con Leonardo Agnelli; chitarra con Edoardo Bruni; e organo con Mario Spinelli. Hanno partecipato adulti, giovani e giovanissimi provenienti da Firenze, Siena, Colle Val d’Elsa, Pievescola e Staggia Senese.

Nel corso della mattinata, il nutrito gruppo di partecipanti si è suddiviso a seconda della disciplina di strumento prescelta al momento dell’iscrizione, per poter approfondire tecnica, cultura e pratica musicale. Ad accompagnare le attività e le musiche della giornata, un agile libretto, per il quale un giovanissimo cresimando della parrocchia di San Marziale a Colle Val D’Elsa, Antonio Cioè, ha realizzato l’immagine di copertina. E’ lui stesso a spiegarcene il significato.

Poi il pranzo, vissuto in allegria sul prato fiorito della canonica, seguito da un bel momento di ricreazione per godersi i primi tepori della primavera e poi, via alle attività di musica d’insieme!

Al mondo d’oggi, dove l’arte pare sempre più relegata in un angolo, sia nell’ambito scolastico e – duole dirlo! – anche nelle realtà ecclesiali, viene proprio da chiederci: che significato ha la musica nella vita della Chiesa di oggi? E’ il secondo organizzatore, Alessio Cervelli, a spiegarcelo: la musica sacra è autentica possibilità di vivere il proprio battesimo in seno alla comunità stessa del Popolo di Dio.

La giornata si è conclusa con la celebrazione della Messa solenne, presieduta da Don Luigi Miggiano con l’animazione musicale da parte di tutti i partecipanti.

Moltissimo, l’entusiasmo raccolto, specialmente nei giovanissimi. Non resta allora che darci appuntamento alla prossima volta e… al prossimo workshop!

BACH E IL MISTERO DI DIO – Lectio di Alessio Cervelli all’IDMS di Firenze

E’ stata per me una vera gioia, oltre che un onore, poter contribuire all’esperienza di “Der Geist von Bach“. Ecco di seguito il link alla lectio, che ha avuto come argomento il mistero di Dio nell’ottica del grande maestro tedesco. Un grande ringraziamento al M° Umberto Cerini e al M° Dimitri Betti per il cortese invito rivoltomi. Buona lettura!

Alessio Cervelli

BACH E IL MISTERO DI DIO – LECTIO IDMS – 17.03.18 – DER GEIST VON BACH

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IL VESSILLO DEL RE – La seconda catechesi musicale della Pastorale Universitaria di Siena

Si è svolta ieri a Siena, nella Rettoria Arcivescovile di S. Cristoforo, la seconda catechesi musicale organizzata dalla Pastorale Universitaria, dal titolo “Il Vessillo del Re”.

L’incontro, tenuto da Alessio Cervelli, si è svolto durante il pio esercizio della Via Crucis, meditando lo straordinario percorso che ha portato la croce dall’essere un legno esecrabile agli occhi di chi la usava come estremo supplizio per la feccia del mondo a divenire oggetto dell’innodia cristiana antica, dell’arte e della grande musica. I brani di cui è stata fatta l’esegesi sono l’inno Vexilla Regis e con il Chorale “Ich ruf’ zu dir” BWV 639 di J. S. Bach.

La serata ha visto la partecipazione di un nutrito gruppo uditori appassionati riempire la chiesa, in particolare giovani, studenti universitari.

Di seguito riportiamo il pdf del testo della catechesi:

Via Crucis – Il vessillo del Re

Ringraziamo Don Roberto Bianchini, parroco di San Martino e incaricato della Pastorale Universitaria, che ha organizzato l’evento assieme ai ragazzi della CAPUNISI e che ha presieduto la Via Crucis.

EDOARDO LA SUONA, ALESSIO LA SPIEGA: A PROPOSITO DELLA CHITARRA NEL CULTO CATTOLICO

1 – INTRODUZIONE

Quando avevo più o meno diciott’anni, mi fu messo tra le mani un volume di un padre benedettino biblista, teologo, musicologo…ed esorcista. In questo libro erano riportate le sbobinature di quanto il maligno aveva detto durante varie celebrazioni del Rito dell’Esorcismo Maggiore. Il sacerdote in questione è il grande e compianto Padre Pellegrino Maria Ernetti O.S.B, ed il libro succitato è uno dei suoi best seller, “La Catechesi di Satana”, pubblicato con tanto di nulla osta del Cardinale Pio Laghi concesso da Roma in data 30 settembre 1993. Nell’edizione del 2008, curata dall’editrice Segno, a pag. 106 si legge:

Le vostre chiese saranno trasformate in sale di riunioni: dialoghi, danze con musica jazz, con chitarre e batterie, come nei locali notturni. L’organo, il latino, il gregoriano, come pure tutta la polifonia classica, spariranno. Roba d’altri tempi, superata! (…) Te lo ripeto: bisogna dissacrare tutto”.

Se effettivamente immaginiamo queste parole espresse dal maligno sotto la costrizione dell’azione della grazia divina durante la celebrazione di un sacramentale della Chiesa, e se poi ci guardiamo intorno nell’attuale e diffusissimo panorama ecclesiale a livello capillare delle parrocchie, … forse più d’uno potrebbe restare turbato.

E tuttavia è la storia della Chiesa, l’esperienza di trasmissione della Tradizione, la vita dei santi e il magistero stesso che ci devono fare da guida per riflettere serenamente su una questione che, se la prendessimo di petto impugnando la mistica di rivelazioni private, per quanto autorizzate, otterremmo soltanto del caos inutile e per di più pericoloso e divisorio: realtà ultima, questa, che è tra quelle che sta maggiormente a cuore al maligno stesso, fin dal principio della storia umana.

2 – STORIA E TRADIZIONE

Innanzitutto dobbiamo chiederci: cosa si deve intendere per Tradizione nell’ambito della musica sacra? Né più né meno di quanto ha brillantemente espresso Papa Benedetto XVI nel suo magistero ordinario:

Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo “a casa”: incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica – il gregoriano o Bach o Mozart – è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa “passato”, ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere all’imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: “Cantate al Signore un canto nuovo”. Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono un’unica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi (Udienza generale, 21 maggio 2008, Aula Paolo VI).

Ecco la più bella definizione di Tradizione che si possa trovare: creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e allo stesso tempo presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede. Se ci pensiamo bene, è ovvio che sia sempre stato così. Altrimenti non avremmo mai avuto le opere di Cimabue, di Giotto, del Masaccio, di Michelangelo, ma saremmo rimasti ai graffiti paleocristiani. Non avremmo mai avuto Ambrogio, Palestrina, Da Victoria, Mozart, Hydn, Perosi, Bartolucci, Miserachs, ma saremmo rimasti alla cantillazione sinagogale frammista al cantilenato latino tardo antico.

Tradizione non significa restare immobili e fissi sulle stesse cose, perché rischieremmo altrimenti di attribuire le caratteristiche della Divina Rivelazione a quelli che invece sono aspetti accidentali della trasmissione di quest’ultima. Tutta la storia liturgica ci parla e ci racconta dei grandi e talvolta traumatici cambiamenti che si sono consumati nei secoli, laddove si sono alternate fasi di “baraonda” a fasi di ripensamento e riordino da parte della gerarchia.

Tanto per dirne una: al Papa Benedetto XIV, nel 1749, alla vigilia di un Anno Santo, veniva posto il problema: polifonia sì o polifonia no? Organo sì o organo no? Uso degli strumenti sì o solo canto piano vocale? E il Papa promulga la sua grandiosa Annus qui nuc, con cui stabilisce che la polifonia si può benissimo usare, purché corrispondente alla sacralità del culto, l’organo va benissimo, purché le sue armonie ora morbide e pacate ora allegre e brillanti favoriscano la preghiera, e così vale pure per l’uso di altri strumenti in chiesa. Cosa ha fatto il Papa, in altre parole? Ha applicato quella logica dell’innovazione prudente e saggia nella continuità dei valori della Tradizione, perché i tempi cambiano, il pensiero dell’uomo muta, si struttura e destruttura, le aspirazioni si diversificano, la sensibilità si trasforma, il modo di stare alla presenza di Dio si trasfigura. E’ sempre stato così, con questa alternazione tra momenti in cui si è osato, fasi in cui questo osare ha creato qualche confusione, e intervento chiarificatore che non ha quasi mai distrutto le novità dell’arte, bensì le ha disciplinate, indirizzate rettamente e quindi fatte sue.

Ma come la mettiamo con quello che vediamo oggi? Come la mettiamo con la reale “malabolgia” che abitualmente sperimentiamo nelle nostre chiese? Come la mettiamo dunque con quello che riferisce Padre Ernetti e che ci sembra così dannatamente attinente ai nostri tempi?

Lasciate che vi dica che, se Padre Pellegrino fosse vissuto un secolo prima, molto probabilmente avrebbe riferito quelle stesse parole del maligno, stavolta però inerenti nientemeno che all’organo. Proprio così: all’organo! Perché spesso, troppo spesso, nell’Ottocento l’organo tutto faceva tranne che esprimere un linguaggio sacro: basti pensare a tutta quell’ampia gamma di musica detta “bandistico-organistica” che ha avuto grandi esponenti in Padre Davide da Bergamo, Petrali et similia. Aprite un’antologia dell’epoca e troverete titoli come “Overtura per l’entrar della Messa” o “Polka marziale per la Comunione” o “Versetti sul Va’ pensiero per la Gloria”. Cosa stava succedendo? Quello che dal ’68 in poi è nuovamente capitato e di cui noi siamo testimoni oggi: un’irruzione di tutto il gusto marcatamente profano (all’epoca era quello operistico di stampo pucciniano o verdiano) all’interno del Culto. Come avrà fatto un pio fedele a concentrarsi sull’Eucaristia che gli veniva amministrata nella Santa Comunione mentre l’organo suonava una Polka marziale, Iddio solo lo sa!

Cosa accadde? Intervenne il papa S. Pio X col suo Motu Proprio Inter sollicitudines, a seguito del quale si tornò a guardare al linguaggio classico del canto e dell’organo e si riscoprirono anche i grandi autori cristiani di confessione protestante quali Bach, Haendel, Mendelshonn. Il movimento ceciliano ebbe il merito della riforma dell’organo cattolico (pur con certi eccessi e talune scelte discutibili, sia chiaro) e dell’avvio della composizione e della diffusione di canti anche in lingua nazionale per la partecipazione del fedeli al culto.

E poi? Cos’è successo?

“C’è stata la rottura del Vaticano II!”, risponderanno alcuni, forse non consapevoli che ridurre tutto a termini così semplici, per non dire semplicistici, puzza tremendamente di ideologia.

3 – CONCILIO E POST-CONCILIO

L’ultimo Concilio, in materia di musica sacra, è stato di un equilibrio encomiabile. Basta leggere integralmente il Cap. VI della Costituzione Sacrosanctum Concilium per rendercene conto. Non si rigetta nulla del passato, anzi lo si codifica e lo si pone sotto il titolo di “tesoro della tradizione”: il gregoriano splende nel suo primato, la polifonia è pienamente accolta, l’organo è comandato che si tenga in sommo onore. E, allo stesso tempo, si afferma che:

altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli (n° 120/b).

Non mi sembra che il Concilio abbia detto nulla di diverso da quanto, ad esempio, aveva affermato Benedetto XIV nella Annus qui nunc. E’ stata fatta la stessa operazione: prudente apertura al nuovo nel solco di una continuità saggia con la tradizione precedente.

Il problema è venuto dopo, e questo articolo della Costituzione Liturgica, ripreso poi dalla bellissima Istruzione Musicam Sacram di Papa Paolo VI così come dal Chirografo di Papa Giovanni Paolo II, è stato il “cavallo di Troia” per giustificare l’entrata nel culto di quel gusto caotico, burrascoso e distrattivo (quando non proprio “distruttivo”) che si è portata con se la temperie del ’68, quando tutto ciò che era “precedente”, divenne, non nobilmente antico, ma spregiativamente “vecchio”, e dove la parola d’ordine “novità” sgomitò con la prepotenza di chi voleva assolutamente tagliare tutti i ponti col passato nell’euforia di questa sbornia contestatrice.

4 – OGGI

E’ subentrato il caos…ma si badi bene! Non solo a livello liturgico, artistico e musicale, bensì in tutti gli aspetti della vita umana: disintegrazione della società in favore di un’economia consumistica che vede l’essere umano come risorsa di consumo e non come fine; disgregazione dell’identità familiare; crisi diffusa nell’affettività e nelle relazioni umane, che in ultimo hanno portato a tutte le conseguenze che sono sotto i nostri occhi, in primis l’ideologia gender; completo disinteresse per il bene comune e oblio pressoché totale della dottrina sociale della Chiesa; abisso d’ignoranza e disumanizzazione in cui è caduta l’istruzione pubblica, col sistematico abbandono di tutto ciò che è genuinamente umano, razionale e creativo, in primo luogo l’arte e la musica.

Come per tutto ciò che è umano, anche la vita cattolica è stata completamente investita da questa violenta temperie, coi risultati che conosciamo.

Per cui, da anni ci chiediamo, specialmente tra quelle giovani generazioni che non hanno vissuto quella temperie e che quindi ne contemplano i frutti con critico e freddo distacco:

  • come mai, se il Concilio raccomandava la formazione di religiosi, seminaristi e sacerdoti alla musica sacra, questa è, assieme all’arte, la grande assente nei seminari e nei noviziati?

  • Come mai, se il Concilio raccomandava l’erezione di Istituti di Musica Sacra per la formazione dei musicisti liturgici, questi non ci sono oppure, laddove ci sono, non riescono a compiere la loro missione?

  • Come mai, se il Concilio apriva alla prudente possibilità di altri strumenti “adatti o almeno adattabili” purché si rimanesse nella dignità del culto, ci troviamo in questa completa anarchia che in chiesa impedisce perfino di concentrarsi due minuti, figuriamoci di pregare?

  • Come mai non si fa nulla per porre rimedio a tutto ciò?

Sono tutte domande legittime e, per certi versi, drammatiche. E sono, al contempo, domande in cui si rischia di “fare di tutta l’erba un fascio”.

Per rispondervi parzialmente, vi presento un giovane musicista. Si chiama Edoardo Bruni ed è cantautore. Vi propongo uno splendido esempio della sua arte: la canzone “Chissà se”.

Va detto: Edoardo non te le manda a dire di dietro! Sa impugnare l’esperienza della vita (in questo caso la fine di una relazione con una ragazza) e trasformarla in arte. Un’arte che gli si confà pienamente, non c’è che dire! Da musicologo specializzato nel periodo barocco quale sono, devo ammettere che a me questo pezzo è piaciuto subito, fin dal primo ascolto.

Ma che c’entra?!”, mi diranno i sostenitori della buona musica di chiesa.

Ve lo spiego subito, anzi… ve lo faccio sentire. Ascoltate “questo” Edoardo Bruni; poi ne riparliamo.

Non ditemi che non si sente un abisso di differenza: mentireste a voi stessi. Quanto si è trasformato il “primo Edoardo” rispetto al “secondo Edoardo”? Immensamente! Ma perché? Perché è mutato il linguaggio. Si badi bene: il linguaggio, non lo strumento! Edoardo ha preso la sua chitarra e, anziché usarla col linguaggio con cui ha scritto “Chissà se”, l’ha adattata al linguaggio del Chorale “Jesus bleibet” di Bach.

E qui viene il bello, e mi perdonerà Edoardo se lo racconto, ma è una pennellata veramente intensa e preziosa che non si può non condividere. Terminata l’esperienza esecutiva di quel brano, durante la Catechesi Musicale tenuta a Siena, presso la Parrocchia di S. Bernardo Tolomei al Petriccio, il 26 dicembre u.s., mi si avvicina e mi dice: “Suono da quando ero piccolo… ma un’emozione così grande non l’avevo mai provata! Mi sono sentito tremare per tutto il corpo! Sentivo la mano destra addormentata come quando dormi col peso sopra un piede e poi ti alzi e non puoi camminare perché la gamba non ti regge! Ho quasi pensato che mi sarei interrotto a metà brano, in preda all’impossibilità di portarlo a termine”. Invece Edoardo l’ha portato a termine, eccome! Al punto che ha commosso più di un ascoltatore, emozionando gli altri (compreso un oscurantista parruccone filobarocco come me) forse più di quanto si è emozionato lui per la prima volta. E, per onestà intellettuale, dirò che Edoardo è un ragazzo che, sotto il profilo della fede, possiamo definirlo serenamente in ricerca, cioè senza ancora aver dato con la ragione e con il cuore un suo assenso ad una confessione o a un credo in particolare: e questo rende il suo contributo ancora più prezioso ed oggettivo ed anzi, personalmente gli sono molto, molto grato per aver accettato di mettersi in gioco così, nell’ambito della musica sacra.

Domandiamoci dunque: che cosa è successo in quel momento, mentre Edoardo approcciava quella pagina di Bach? Che dalla euforica ebbrezza di una canzone, latrice di un sentimento pienamente umano e quotidiano, benché di certo bello e intenso, Edoardo è passato alla sobria ebbrezza di un brano scritto per la preghiera liturgica, un pezzo che reca in sé l’impronta di un sentimento che è anch’esso umano, certo, ma con lo sguardo immerso nell’infinito, laddove il cuore dell’uomo fa silenzio per lasciare spazio ad Altro. Quell’Altro che Bach a suo tempo chiamò per nome e riconobbe come suo Signore e suo Dio.

Per quanto mi riguarda, quando ho ascoltato quel pezzo, eseguito così, con questa chitarra, in cuor mio ho pensato: “Eccola! Ecco la vera voce di questo strumento! Ecco quella voce che nelle nostre chiese questo strumento non esprime mai!”.

5 – ….MA LE RISPOSTE ALLE NOSTRE DOMANDE?

Carissimi, le domande che ponete (e ci poniamo) non hanno risposte semplici. Perché la semplicità in questi ambiti, laddove qualcuno la propugna come semplice soluzione dall’esito garantito, non è verità: è ideologia intransigente, che non tiene conto dei fattori più delicati della sensibilità e della storia umana recente.

E’ chiaro che è venuto a verificarsi un caos.

Caos nella storia della Chiesa ne abbiamo avuti tanti, alcuni simili, altri diversi. Personalmente non mi sento di inquadrare il caos che viviamo, perché la storia è talmente grande che ci supera tutti, nei limiti delle nostre piccole e talvolta troppo provinciali esperienze.

Investendo ogni sfera dell’esistenza umana, anche ecclesiale, questo caos ha portato a distorcimenti, fraintendimenti e inadempienze, anche dei documenti stessi del Concilio: e questa non è un’idea mia, ma dello stesso Papa Benedetto XVI, che parlò chiaramente, distinguendo tra il Concilio dei Padri e il “Concilio dei media”.

C’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via. Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. (Benedetto XVI, Incontro con i Parroci e il Clero di Roma, Aula Paolo VI, 14 febbraio 2013).

Tali distorsioni hanno inevitabilmente travolto la formazione dei futuri chierici, che non sono più stati educati in modo razionale e sistematico alla percezione e comprensione del bello nell’arte, nella musica, nell’architettura, nella sartoria, nell’oreficeria e via discorrendo.

E poiché erano i sacerdoti che educavano al bello le loro comunità parrocchiali, i chierici in formazione, divenuti a loro volta curati d’anime, si sono trovati gradualmente sempre più sprovvisti dei mezzi e, alla fine, non hanno più neanche percepito la questione della bellezza.

La ciliegina sulla torta è stato il fraintendimento massivo della actuosa participatio, della partecipazione attiva al culto: è stato il grimaldello per esautorare pressoché in toto chi della musica aveva fatto la propria professione e vi aveva dedicato la vita per far largo alla vasta schiera di giovani dilettanti, abbeveratisi alle fonti delle Messe-beat del Giombini, del Migani & c.

Ed ecco il risultato: tutta l’umanità da ogni parte dell’occidente urla a vario titolo e in vario modo la propria fame di bellezza spirituale, a fronte di liturgie che impediscono perfino il grado minimo di concentrazione, in chiese dove a cominciare dai pastori non si ha più la benché minima idea di come educare il gregge al raccoglimento, al silenzio, all’ascolto, all’orazione mentale. Si finisce così col non avere praticamente niente che rammenti alla mente e al cuore che il Dio incarnato è lì, “prigioniero d’amore” del tabernacolo, come si diceva nei vecchi libri devozionali, o piuttosto, meglio, Vittima Pura e Santa tra le mani del Sacerdote, sull’altare della celebrazione eucaristica.

Di nuovo… di chi la colpa?

Di chi ormai non c’è più, perché chi ha cavalcato l’onda di questa contestazione e ha formato (o forse “deformato”?) il clero in tal senso è in larga parte già comparso davanti a Dio, facendo ritorno alla Casa del Padre. Per dirla in breve, chi muore giace e chi vive si dia pace!

Quella desacralizzazione di cui parlava Padre Pellegrino, dunque, non è da imputarsi ad uno strumento o ad un genere musicale piuttosto che ad un altro: il vero risultato cui mira il maligno è appunto la desacralizzazione in sé, cioè l’incapacità di “sostare” con frutto alla Presenza di Dio.

E allora?

Allora, siccome ci troviamo in questa situazione, coi dilettanti animati anche da buoni propositi, ma senza la benché minima alfabetizzazione musicale e liturgica, la risposta, per quanto possibile è questa: formazione!

Occorre alfabetizzare, occorre insegnare a leggere un rigo in chiave di violino, occorre iniziare ad educare l’orecchio e la mente, facendo volgere l’anima dall’euforica ebbrezza della Messa Beat o del sentimentalismo sfrenato dei più disparati movimenti religiosi alla sobria ebbrezza, quella che i grandi artisti hanno composto per secoli. Fatto questo, si potrà tornare a comporre, riprendendo un cammino di innovazione nella continuità che a mio avviso è stato davvero interrotto con l’avvento degli anni Settanta del secolo appena trascorso.

E’ un percorso graduale, faticoso, paziente, che inizia dall’imparare a far bene e con arte quello che già si fa nelle parrocchie: non è il massimo, ma è l’indispensabile punto di partenza. Si impari a suonarla davvero, una chitarra! Si impari a disciplinare la voce! Si impari a dosare i colori strumentali (comprese le percussioni, se c’è chi le suona)! Si impari a far calare gradualmente il linguaggio del baccano, e a far subentrare gradatamente quello della calma, del raccoglimento.

Questa è l’unica vera soluzione che, secondo l’umilissimo parare di chi scrive, ci può restituire la nostra vera identità spirituale. Paradossalmente, l’arte della chitarra di Edoardo, oggi, può davvero costituire un passo importate per il nostro domani. Basterebbe accettare la sfida di durare la fatica necessaria ed indispensabile per sviluppare quest’arte, affinché il bello non sia semplicemente un “volemose ‘bbene” a tarallucci e vino com’è adesso, ma sia autentica, sobria ebbrezza che ci faccia abbandonare palcoscenici e protagonismi e ci spinga nel silenzio a guardare dentro di noi e incontrare l’Infinito.

Alessio Cervelli

P.S. La questione dei giovani e delle chitarre in chiesa era già stata trattata nella Seconda Parte del Documentario “Questo è Bach, ragazzi”, di Elia Mori. Qui riproponiamo il video. Si entra nell’argomento a 01:20:

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