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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

Mese

novembre 2015

“NUN KOMM”: L’AVVENTO SECONDO BACH

 

Come preludio per la Messa nelle Domeniche di Avvento, possiamo scegliere il Corale Nun komm, der Heiden Heiland BWV 659, dai Corali del Manoscritto di Lipsia:

“Vieni, Salvatore delle genti, mostrati qual frutto del parto della Vergine! Sbalordisca tutto il creato: una nascita così spettava solo a Dio!”.

Con questo splendido inno d’Avvento (in origine composto da Sant’Ambrogio vescovo), Bach ci introduce subito in un mondo tutto mistico, il suo mondo preferito quando si raccoglie in se stesso. Si basa su una melodia ornata, cantata al soprano nel registro di solo, circondata dalle serene parti del contralto e del tenore, mentre il pedale si muove in lente e solenni scale. Se la melodia del corale e le voci mediane raffigurano la coralità umana che invoca la venuta del Salvatore, i bassi del pedale, che si muovono col ritmo cullante che fa addormentare il Bambin Gesù, indicano proprio i passi del Redentore che viene incontro all’umanità in attesa.
Bach qui si rende cantore dell’umanità sofferente e invoca con la forza della sua fede e di un bruciante amore quel Dio la cui Incarnazione avrebbe un giorno salvato le genti e la cui manifestazione gloriosa nella Parusia porterà il tempo dei nuovi cieli e della nuova terra. È una musica scritta da un poeta e da un credente, che mette tutta la sua arte al servizio della fede. È questa una delle pagine più profonde ed emotive della letteratura organistica mondiale (Cfr. E. DALLA LIBERA, G. S. Bach. Corali a commento dell’anno liturgico, Ed. S. A. T., Verona 1955).

CANTI PER LA PRIMA DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)

(da “Celebrare in Armonia”)

https://sites.google.com/site/celebrareinarmonia/anno-c/avvento-natalec/1-avvento-c

“CELEBRARE IN ARMONIA”

Un ottimo sito per il servizio della musica liturgica: provare per credere!

https://sites.google.com/site/celebrareinarmonia/

L’AVVENTO: TRA RUBRICHE LITURGICHE E CORALI DI BACH

(di Alessio Cervelli)

Vi è una festa – o meglio, una solennità – nel corso dell’anno liturgico, assai cara alla devozione popolare: è il Natale, che costituisce un unicum con la vera e propria manifestazione, che trova un’eloquentissima immagine nell’adorazione da parte dei “magi” del Divino Verbo incarnato, ovvero l’Epifania. A differenza di quel che molti pensano, non si tratta propriamente di una “preparazione della Pasqua”, come neppure di un momento del ciclo pasquale. Più propriamente vi si celebra lo stesso mistero della Pasqua, ma sotto un aspetto diverso, che viene correttamente espresso dalla parola “Emmanuel”, “Dio-con-noi”, meglio ancora, il Dio che viene per essere con noi e noi in Lui. È per questo che nei paesi di lingua ispanica, la duplice solennità Natale/Epifania è chiamata da tempo immemore pequeña Pascua, piccola Pasqua.
Nella grotta di Betlemme si porta a temine quell’azione divina per la quale dal momento stesso dell’Annunciazione, per mezzo del grembo verginale di Maria Santissima, entra nel tempo e nella storia il Verbo Incarnato, Gesù di Nazareth. Quel corpo deposto nella mangiatoia (in latino, patena) è il medesimo corpo la cui carne i discepoli sono invitati a mangiare quale vero pane disceso dal cielo per la vita del mondo (Gv VI); è il corpo che sarà offerto nell’oblazione cruenta della Croce, sul Gòlgota e che sarà protagonista dell’evento glorioso della risurrezione.
Pequeña Pascua, dunque.
Credo non vi sia termine più appropriato: l’incarnazione che prepara il “passaggio” – Pasqua, appunto –, dalla schiavitù del peccato alla salvezza e alla libertà dei figli di Dio.
Nel IV secolo, il tempo pasquale con la sua preparazione, la Quaresima, avevano già assunto un assetto assai vicino a quello odierno. È tra il IV e il VI secolo che si iniziò ad avvertire l’esigenza di un periodo di preparazione alla celebrazione della nascita/manifestazione del Signore. Sappiamo che Roma celebrò il Natale per la prima volta nel 336, e che già dalla fine del IV secolo in Gallia e in Spagna risulta l’esistenza di un tempo di preparazione alle festività natalizie.
Tale tempo venne inizialmente denominato “quaresima di S. Martino” a motivo del suo carattere penitenziale che lo assimilava in qualche modo alla Quaresima – giorni di digiuno e di penitenza, colore liturgico violaceo, seppur declinato in varie tonalità a seconda del rito della chiesa celebrante – viola intenso per il rito romano; morello per il rito ambrosiano, ecc. Ben presto tale tempo liturgico venne indicato col termine latino adventus, “venuta”:

> la venuta del Messia, annunziata dai profeti, additata da Giovanni Battista, amorosamente sospirata dall’umanità intera, e accolta dal fiat della Vergine-Madre;

> la venuta di Dio, re eterno, re universale, re dei poveri;

> la venuta di Dio che vuole unirci a Lui col farsi Egli stesso figlio del genere umano;

> la venuta continuata di Dio, che nel corso dei secoli attua la Redenzione del mondo e l’ingresso degli uomini nel Suo Regno;

> infine, ma non per ultimo, è il risvegliarsi dell’attesa della Parusia, della risurrezione dei morti per la vita o la perdizione eterna, del giudizio di questo “secolo” da parte del Supremo Giudice, del fuoco purificatore che distruggerà e farà passare la scena di questo mondo perché giunge il tempo eterno dei cieli nuovi e della terra nuova (2 Pt III, 8-14).

(…) Il tempo di Avvento è tutto intessuto di attesa. Non si tratta però – almeno non principalmente – dell’attesa del giorno della Natività in cui la Chiesa, facendone “memoriale”, attualizzerà per l’azione dello Spirito Santo, all’interno dello scorrere del tempo (krònos) l’evento celebrato, facendo sì che il momento della celebrazione divenga il tempo propizio per ricevere la Grazia e la salvezza di Dio (kàiros).
L’Avvento ci fa piuttosto volgere la mente e l’anima alla contemplazione della reale attesa della seconda venuta, quella in cui il Signore Gesù sarà giudice del mondo: “Verrà dunque, verrà il Signore nostro Gesù Cristo dai cieli; verrà nella gloria alla fine del mondo creato, nell’ultimo giorno. Vi sarà allora la fine di questo mondo, e la nascita di un mondo nuovo” (Catechesi di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo: Cat. 15, 1. 3; PG 33, 870-874). (…).
L’Avvento ci invita con le sue letture e le sue antifone a non presumere della salvezza, poiché nessuno si salva da solo, né alcuno ha meriti scaturiti dalla sua sola forza da presentare al Giudice per reclamare un qualsivoglia diritto di quiescenza. (…)

Per poterci orientare nel servizio liturgico della musica sacra nelle domeniche d’Avvento, occorre ora capire quali indicazioni la Madre Chiesa ci comanda di seguire perché l’arte dei suoni e dell’armonia esprima in modo conveniente, con toni e colori adeguati, l’affetto (lo stato d’animo, il linguaggio emotivo della preghiera) proprio di questo tempo liturgico. L’Ordinamento Generale al Messale Romano (OGMR) così prescrive:

In tempo d’Avvento l’organo e altri strumenti musicali siano usati con quella moderazione che conviene alla natura di questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore (OGMR n° 313).

Si eviteranno perciò brani per organo – e per altri strumenti – particolarmente brillanti, maestosi e gaudiosi, preferendo pagine più meditative, quiete, con qualche lieve tratto di sobria e serena austerità; sia nell’accompagnamento dei canti che nell’esecuzione di pagine tratte dalla propria letteratura, l’organo eviterà i timbri festosi e potenti del ripieno e delle ance forti (trombe, fagotti, ecc.), impiegando invece ampiamente sonorità suadenti e riflessive (oboe, cornetto, nazardo, ecc.). Un tono più gioioso, che ammetta anche un timbro pieno, lo si potrà impiegare per quella domenica che ha il compito di anticipare la gioia della Natività: la terza domenica Gaudete, per la quale è consigliato di utilizzare il paramento di colore rosa.
Circa l’impiego di pagine musicali di letteratura strumentale nel tempo di Avvento, non pochi cadono in confusione; questo perché le rubriche del Vetus Ordo Missae parificavano l’impiego dell’organo sia in Quaresima che in Avvento: in pratica, a parte l’accompagnamento dei canti, l’organo taccia. Il Novus Ordo, che Papa Benedetto XVI ha definito “Forma Ordinaria del Rito Romano” col Motu Proprio Summorum Pontificum, presenta una piccola diversità di rubriche circa l’impiego degli strumenti per questi due tempi liturgici. Questo per esprimere una diversità tra la penitenza quaresimale e quella avventizia. Giova a tal proposito vedere cosa prescrive l’OGMR per la quaresima:

In tempo di Quaresima è permesso il suono dell’organo e di altri strumenti musicali soltanto per sostenere il canto. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di quaresima), le solennità e le feste (OGMR N° 313).

Questa diversità è bene che si esprima con una pagina di letteratura organistica che introduce l’assemblea in un clima di preghiera e adorazione prima del canto d’ingresso; inoltre, dopo il canto finale, un altro brano di letteratura potrà sottolineare con pacatezza il termine della celebrazione e lo scioglimento dell’assemblea liturgica, permettendo ai fedeli che lo desiderino di sostare in ringraziamento e adorazione aiutati nella loro preghiera dalla bellezza e dai giusti affetti dell’armonia. In altri tempi e contesti liturgici — Ordinario, Pasqua, Natale, solennità e feste —l’organo e gli altri strumenti legittimamente ammessi possono prolungare con un pezzo strumentale di carattere adeguato il canto per l’offertorio qualora si eseguano le incensazioni; non sono disdicevoli neppure un preludio e un postludio di breve durata al canto di comunione per preparare i fedeli dalla ricezione dell’Eucaristia e aiutarli in un dovuto, breve momento di raccoglimento.
Circa tale pratica, è sufficientemente eloquente l’Istruzione Musicam Sacram:

Nelle Messe cantate o lette si può usare l’organo, o altro strumento legittimamente permesso per accompagnare il canto della «schola cantorum» e dei fedeli; gli stessi strumenti musicali, soli, possono suonarsi all’inizio, prima che il sacerdote si rechi all’altare, all’offertorio, alla comunione e al termine della Messa. La stessa norma vale, fatte le debite applicazioni, anche per le altre azioni sacre (IMS § 65).

E, molto opportunamente, la medesima istruzione aggiunge:

È indispensabile che gli organisti e gli altri musicisti, oltre a possedere un’adeguata perizia nell’usare il loro strumento, conoscano e penetrino intimamente lo spirito della sacra liturgia in modo che, anche dovendo improvvisare, assicurino il decoro della sacra celebrazione, secondo la vera natura delle sue varie parti, e favoriscano la partecipazione dei fedeli (IMS § 67).

Tuttavia questo documento, circa i tempi d’Avvento e di Quaresima, presenta una prescrizione ben netta e chiara quanto alla musica strumentale:

Il suono, da solo, di questi stessi strumenti musicali non è consentito in Avvento, in Quaresima, durante il Triduo sacro, nelle messe e negli uffici dei defunti (IMS § 66).

In conclusione, un intervento tratto da appropriate pagine di letteratura organistica – e strumentale – prima e dopo la celebrazione eucaristica nelle domeniche di Avvento corrisponderà a un adempimento delle prescrizioni del OGMR, così diversificate rispetto a quelle tratte dal medesimo documento e riguardanti le domeniche di Quaresima; all’interno della celebrazione, invece, sarà preferibile eseguire qualche strofa in più nel canto o lasciare spazio al silenzio, evitando il suono degli strumenti.
Per quanto riguarda propriamente il canto stesso, va tenuto presente che nel tempo d’Avvento è omesso l’inno del Gloria. Le motivazioni sono assai profonde e meritano d’essere comprese. Abbiamo detto che l’Avvento ci prepara all’incontro con il Cristo. Se noi già gustiamo la gioia di sapere che Egli viene tra di noi e in noi nella Divina Liturgia, sappiamo però che nell’oggi della Chiesa siamo resi partecipi di una pregustazione delle stupende realtà eterne: questa gioia che pregustiamo non è ancora la gioia piena di possedere eternamente Cristo. Siamo in cammino, verso un duplice traguardo: la pienezza della gioia promessaci dal Cristo nel compiersi dell’eternità – nostra personale così come del mondo intero – e la letizia della celebrazione che attualizza nella Chiesa la Natività del Signore. Il canto del Gloria in excelsis è il canto con cui le schiere angeliche si mostrano ai pastori la notte della Natività, mentre lo innalzano verso la maestà divina. Ecco perché, in Avvento lo si omette: per poterlo far risuonare con tutto il suo carico di gioia nella messa della Notte Santa.

Giungendo ad indicazioni pratiche, come preludio per la Messa nelle Domeniche di Avvento, possiamo scegliere il Corale Nun komm, der Heiden Heiland BWV 659, dai Corali del Manoscritto di Lipsia:

“Vieni, Salvatore delle genti, mostrati qual frutto del parto della Vergine! Sbalordisca tutto il creato: una nascita così spettava solo a Dio!”.

Con questo splendido inno d’Avvento (in origine composto da Sant’Ambrogio vescovo), Bach ci introduce subito in un mondo tutto mistico, il suo mondo preferito quando si raccoglie in se stesso. Si basa su una melodia ornata, cantata al soprano nel registro di solo, circondata dalle serene parti del contralto e del tenore, mentre il pedale si muove in lente e solenni scale. Se la melodia del corale e le voci mediane raffigurano la coralità umana che invoca la venuta del Salvatore, i bassi del pedale, che si muovono col ritmo cullante che fa addormentare il Bambin Gesù, indicano proprio i passi del Redentore che viene incontro all’umanità in attesa.
Bach qui si rende cantore dell’umanità sofferente e invoca con la forza della sua fede e di un bruciante amore quel Dio la cui Incarnazione avrebbe un giorno salvato le genti e la cui manifestazione gloriosa nella Parusia porterà il tempo dei nuovi cieli e della nuova terra. È una musica scritta da un poeta e da un credente, che mette tutta la sua arte al servizio della fede. È questa una delle pagine più profonde ed emotive della letteratura organistica mondiale (Cfr. E. DALLA LIBERA, G. S. Bach. Corali a commento dell’anno liturgico, Ed. S. A. T., Verona 1955).

Come conclusione appropriata della Liturgia, in un tempo liturgico che vieta i suoni potenti e maestosi dell’organo pieno, andrà più che bene (ammesso che il maleducato chiacchiericcio di certi “in-fedeli” lo permetta), il corale Wachet auf! Ruft uns die Stimme! BWV 645, dai Corali Schubler:

Svegliatevi, una voce vi chiama! Vi chiama la voce della sentinella dal più alto della torre. Svegliati, o Gerusalemme! Mezzanotte: è questa l’ora. Essa ci chiama con voce chiara. Dove siete, o Vergini sagge? Su! Lo sposo sta per arrivare. Alzatevi, prendete le lampade. Alleluja! Siate pronte per le nozze: andate incontro allo sposo!

È una rilettura poetica del capitolo XXV del Vangelo di Matteo, la parabola delle Vergini sagge e delle stolte. Il testo del corale è di Philippe Nicolai – uno dei più antichi organisti conosciuti – ed anche la melodia originaria pare essere sua. La pagina organistica bachiana così come ci si presenta è una trascrizione dalla Cantata BWV 140: una parodia dunque, da un lavoro sacro a un altro lavoro sacro. La melodia è bellissima e piena di immediatezza. È un luminoso esempio di ricchezza espressiva e di carica affettiva sia spirituale che umana, un saggio di grande nobiltà del canto popolare autentico, che non s’improvvisa né si storpia con ignoranza, dal momento che ha richiesto una sua interiore gestazione e si presenta come parto dovuto all’incontro tra la sensibilità umana e la loquacità dello Spirito Santo; vi è esaltata la pietà profonda maturata dalla fede, non dalle romanticherie o dalle sdolcinatezze scialbe!
Nella sua parodia per organo, Johann Sebastian resta fedele al testo originale. La parte del corale, costituita da note solenni e affidata in origine al tenore, qui è consegnata alla mano sinistra con un registro di solo. La mano destra ha invece il compito di proporre la parte in origine affidata agli archi. Il discorso musicale si snoda con semplicità, con linee sobrie, il tutto basato su tre voci. Dall’incontro tra queste tre parti nasce un’armonia fresca e gioiosa: una sobria ebbrezza dello Spirito! È una musica che parla da sola per la serenità e il candore che vi sono espresse. L’anima del fedele è una di quelle vergini in attesa che giunga il Signore Gesù, suo sposo (Cfr P. SANTUCCI, L’opera omnia organistica di J. S. Bach, Ed. Berben, Ancona 1976, pag. 109).
Se il corale Nun komm, che ha introdotto la celebrazione, possiede toni austeri e sobri ben adatti a meditare le realtà ultime del Giudizio e del compiersi della parusia, il corale Wachet auf, pur sereno e composto, presenta tratti più lieti. L’esecuzione di tale brano al termine della liturgia delle domeniche d’avvento vuole donarci un aiuto prezioso per meditare le letture alla luce della speranza e della gioia dell’incontro col Signore Gesù nella sua viva carne donataci nell’Eucaristia. E’ una pregustazione, con un atteggiamento più rasserenato e adorante, della Comunione Eterna che Egli ci prepara nel Suo Regno di Luce infinita.

(Tratto da Alessio Cervelli, BACH IERI, BACH OGGI. UN MUSICISTA BAROCCO LUTERANO NELL’ODIERNA LITURGIA CATTOLICA?, StreetLib 2015, pp. 91 – 108).

NARDO ED ALABASTRO – Presentazione

SINODI SULLA FAMIGLIA, DIVORZIATI, RISPOSATI & C? CON TUTTA UMILTA’, SEMPLICEMENTE…IO GUARDO BACH!

[Nell’immagine:

Morning Hymn at Sebastian Bachs’

Toby Edward Rosenthal, 1870]

In questi giorni è impossibile non incappare in argomenti tanto delicati quanto infiammati. Blog, media, chiacchiere da bar, stravolgimenti, indiscrezioni, giudizi d’ogni genere. Chi non è tentato di dire la sua? Tradizionalisti .. .o modernisti? A destra o a sinistra?
Io direi…Bach.
Sì, Bach, avete capito bene!
“Cosa c’entra?!”, mi direte!

Ebbene, vi propongo un ascolto. E’ il mio più intenso amore musicale: la Fuga in sol minore per organo BWV 542. Qualcuno l’avrà già ascoltata… qualcuno l’ascolterà per la prima volta. Pochi, anzi, pochissimi sanno che abisso d’umanità e d’amore stanno dietro ad essa…anzi, dentro ad essa!

Bach aveva vissuto il periodo di servizio a Weimar. Aveva litigato col duca, era stato perfino ingiustamente imprigionato per un mese.
Quindi il contratto di lavoro è sciolto.
Johann Sebastian si trasferisce alla corte di Coethen, una corte calvinista: il che significa che la musica sacra elaborata (come quella che scrive lui) non è affatto gradita. Bach qui si dedica soprattutto alla musica da camera.
Il che ci fa sorgere questa considerazione: chissà quanto deve avere sofferto a Weimar per accettare un posto di lavoro dove la sua tanto amata musica sacra non è richiesta! Moltissimo, sicuramente.
Comunque, Bach deve accompagnare il principe in un viaggio. Quindi saluta sua moglie (che stava benissimo), saluta i suoi figli, e parte tranquillo.

Durante queste due settimane, Maria Barbara improvvisamente muore.
Quando Johann Sebastian torna a casa, scopre che Maria Barbara è già stata sepolta da cinque giorni.
Suo Figlio Carl Philipp Emmanuel ci racconta così: “Ero appena un ragazzo, ma ricordo bene il dolore disperato di mio padre, quando tornò a casa e seppe che la mamma era già morta e seppellita”.
L’unica cosa che Bach può fare, è correre al cimitero e piangere Maria Barbara sulla tomba ancora fresca.

Una bella batosta! In quelle condizioni, Bach decide che non può e non vuole crescere i suoi figli in una corte calvinista. Quindi inizia a guardarsi attorno e si presenta un’occasione. Viene indetto il concorso per il vacante posto di organista della Chiesa di San Giacomo, ad Amburgo.
Amburgo! La patria della grande arte organistica del nord! Un luogo che Bach aveva visitato come allievo! Ora Johann Sebastian vi torna come professionista di prim’ordine.

Ci parrebbe ovvio intuire che Bach vinca il concorso…
Assolutamente no! E questo perché tutto il mondo – ahinoi – è paese, ieri come oggi … nel senso che uno dei candidati, che era più bravo a suonare coi soldi che con le dita, corrompe la commissione ed ottiene il posto.
Lo scandalo fu enorme! Al punto che un celebre pastore luterano, durante l’omelia del Natale immediatamente seguente, disse: “Se fosse sceso un angelo di quelli che avevano cantato la nascita del Signore a Betlemme e avesse concorso per il posto di organista a San Giacomo, sarebbe stato caldamente invitato a volarsene via!”.

Un’altra batosta per Bach, insomma…
Ma sono le scelte che Johann Sebastian ha fatto in occasione di questo concorso che personalmente mi colpiscono!
Bach ha perduto Maria Barbara da pochi mesi. Ora si trova ad Amburgo: è un po’ come un ripensamento della propria vita e della propria arte. Dalle cronache di Mattheson, contemporaneo agli eventi, noi capiamo che Bach ha eseguito questa Fuga in quella occasione.

Ora, il soggetto della Fuga è una riscrittura di una famosa melodia olandese, “Ik ben gegroet van”, cioè “Io ti saluto”.
Nel bel mezzo della fuga, proprio prima che il brano esploda in un vero e proprio tripudio [nel video, minuto 4:50], al pedale è affidato un inciso [minuto 04:36] che altro non è se non un’aria tratta dalla Cantata 147, l’aria “Hilf, Jesu, hilf!”, “Aiutami, Gesù, aiutami!”.
Quindi abbiamo “Io ti saluto” nel soggetto e una supplica di aiuto al Signore nel cuore della composizione.
Il passo successivo è sapere accanto a quale cantata Bach ha eseguito questa fuga, ad Amburgo: la Cantata 21, che si intitola “Il mio cuore ha molto sofferto, ma la Tua Consolazione, o Dio, ristora l’anima mia”.
Che ne possiamo concludere?
Sicuramente per Johann Sebastian, i giorni di Amburgo sono stati l’occasione per elaborare il lutto, per trasformare il proprio dolore in preghiera e in un nuovo abbandono a Dio. Come a dire: ”Io ti saluto, moglie mia, e invoco il Signore perché accolga te e conforti me”.

Bach, vivendo l’amore verso la propria moglie e la propria famiglia, ha saputo trasformare il dolore per la perdita dell’amata Maria Barbara in una testimonianza di fede talmente profonda e in una prova d’affetto e fedeltà sponsali talmente sinceri da sfidare i secoli per giungere fino ai giorni nostri e interpellarci, non a parole, ma con l’esempio. Personalmente credo che, come ai giorni difficili che precedettero l’uscita dell’Humanae Vitae, nulla sia cambiato: la vera urgenza, la vera necessità è riscoprire cosa sia realmente l’amore, l’amore paziente, fedele, sincero sin dal principio e sin dal principio dell’unione sponsale consapevolmente radicato sulla roccia che è Cristo. Se non c’è questo … su cosa si è inteso o si intenderebbe costruire?

A. Cervelli

Fuga BWV 542 (H. Walcha, organ):

BACH IERI, BACH OGGI

UN MUSICISTA BAROCCO LUTERANO NELL’ODIERNA LITURGIA CATTOLICA?

Per la maggior parte della brava gente che si aggira per le navate delle nostre chiese, l’unico Bach conosciuto è quello della “Toccata e fuga”, senza neppure l’aggiunta “in re minore”; per la maggioranza degli studenti delle accademie musicali, invece, il Bach noto è il geniale musicista, faticoso da studiare e da eseguire. In entrambi i casi, si è rimasti appena alla superficie di quello che invece è un vasto, meraviglioso oceano di umanità e di fede. Moltissimi saggi ed articoli di musicologia ci hanno regalato risultati di ricerche scientifiche affascinanti e viaggi meravigliosi in un mondo musicale alto, nobilissimo. Talvolta, però, manca qualcosa, ossia il saper avvicinare tali altezze al livello concreto della gente: non si avverte uno spontaneo adoperarsi nel concreto per spezzare il pane di questa ricchezza a beneficio della quotidiana vita ecclesiale e, più in generale, anche per le fila più semplici della grande famiglia umana. La grandezza di Bach come organista e compositore di musica sacra la si può comprendere solo quando si è in grado di abbracciare in un unico colpo d’occhio, assieme alla grammatica ed alla tecnica musicale, linguaggio artistico e artigiano, anche l’esperienza umana e quella della fede: perché tutto è una catena! Con la presentazione di Mons. Nicola Bux, questo agile saggio si pone due obiettivi. Innanzitutto fornire all’organista liturgico, specialmente se giovane, uno strumento agile e piano per poter compiere un sereno percorso esegetico, senza onerose pretese accademiche, con l’unico proposito di meglio comprendere Bach come il più grande compositore per organo barocco. Quindi si cercherà di capire se e in quale modo rendere al popolo di Dio un servizio concretamente migliore nella liturgia e nella preghiera attraverso la musica organistica di Bach, perché questa è una curiosa ironia dei nostri tempi: forse un luterano può esser preso da maestro pure per la musica della liturgia cattolica?

In formato ebook:

https://books.google.it/books?id=ZoFrCgAAQBAJ&dq=bach+ieri+bach+oggi+ebook&hl=it&source=gbs_navlinks_s

http://www.amazon.com/musicista-luterano-nellodierna-liturgia-cattolica-ebook/dp/B014GATANM

E in edizione cartacea tradizionale:

http://www.amazon.it/Bach-ieri-oggi-Alessio-Cervelli/dp/6050491135

L’ORGANO: DEVE TACERE O GIUBILARE?

Tante e tante volte mi capita di confrontarmi con l’amarezza di amici e compagni nel servizio dell’organo e del canto, i quali si infuriano per quanto il nostro clero ed i nostri chierici siano quasi sempre del tutto digiuni in materia musicale sacra. Non solo dal punto di vista delle norme liturgiche: lo sono proprio sotto l’aspetto dell’orecchio, cioè a causa della mancanza di ascolto ed educazione al linguaggio sacro della musica così come la Sacrosanctum Concilium lo enuncia e lo vuole.
Così agli organisti capita di imbattersi nel presbitero o nei chierici in formazione per gli ordini sacri che, vittime più o meno inconsapevoli di questo digiuno, di fronte ad una toccata di Frescobaldi, ad un versetto di Zipoli, ad una frizzante pagina di Handel, commentano: “Questo modo di suonare mi irrita, mi indispone, mi disturba! Quell’organista è bene si limiti ad accompagnare i canti, senza infiorettare! Sentilo là, quel pallone gonfiato, con tutti i suoi trilli e le sue strombazzate! Se non accompagna i canti è bene che stia zitto!”. Insomma – mi chiedono spesso i miei amici più giovani – ci si scandalizza di un organista che fa il suo dovere e non di tanti abusi musicali che nelle parrocchie sono ormai non solo triste realtà, ma perfino norma “a-canonicamente” consacrata?
Chiaramente, la prima reazione di un’organista con anni e anni di serio studio e di autentica pratica nella vita liturgica sarebbe prendere il presbitero e i chierici della medesima risma e fracassare loro il cranio contro la parete più vicina.
Personalmente, sebbene – lo ammetto – anch’io sia talvolta tentato di cedere ad una simile, carezzevole tentazione, dopo una rapida richiesta d’aiuto al mio angelo custode, finisco sempre col far notare che a fare muro contro muro si finisce col farsi male tutti, perché si manca sia di buon senso che di carità. Il vero strumento del musicista sacro, allora, non può essere che il celebre adagio repetita iuvant: vediamo cosa la Madre Chiesa vuole da ministri sacri, chierici e musicisti in materia dell’organo.

Innanzitutto, rammentiamo la già citata Costituzione Sacrosanctum Concilium:
– <<La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne>> (n° 112);
– <<Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere una notevole grandiosa solennità alle cerimonie della Chiesa e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti>> (n° 120).

E’ interessante notare come il testo conciliare citi chiaramente “il suono” come capace di “elevare potentemente gli animi a Dio”. Ma per “suono” si intende solo l’accompagnamento del canto?
Ecco quanto afferma l’Istruzione Musicam Sacram (1967) del Beato Paolo VI:
<<Nelle messe cantate o lette si può suonare l’organo per accompagnare il canto dei fedeli e della schola od anche da solo prima che il sacerdote si rechi all’altare, all’offertorio, alla comunione e al termine della Messa>>.

Attualmente, questa istruzione è e resta il testo normativo per eccellenza in materia di musica sacra per il Novus Ordo Missae, cioè per la celebrazione della Messa nel Rito Latino Ordinario (per il Rito Latino Straordinario, le cose sono un po’ diverse, e non le tratteremo qui, perché ci si dilungherebbe oltre misura). Tale istruzione, senza giri di parole o facili fraintendimenti, afferma chiaramente essere prassi corretta il solo suono dell’organo prima della celebrazione e al suo iniziare, alla preparazione dei doni, alla distribuzione della comunione e al termine. Certamente, queste indicazioni non vigono in tempo di Avvento (per il quale le norme prescrivono quella sobrietà atta a non anticipare la gioia della Natività del Signore) e in tempo di Quaresima (dove il suono dell’organo e degli strumenti legittimamente ammessi è consentito solo per accompagnare assai sobriamente il canto).

Con grande cordialità e spirito di fraterno rispetto, dunque, si invitino presbiteri e chierici a mettersi l’anima in pace: non hanno né la facoltà né il diritto di impedire all’organista di fare il suo dovere liturgico, se non ovviamente a prezzo di infrangere le norme stesse della Liturgia della Chiesa perché, come ci ricorda ancora la Sacrosanctum Concilium, in materia liturgica assolutamente nessuno, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché (n° 22).

Venendo alle questioni di scelta di pagine organistiche, ovvero all’ostilità nei confronti del linguaggio proprio della musica organistica barocca (“trilli e fioriture”, tanto per intenderci), va ricordato quanto afferma sempre la Sacrosanctum Concilium: si tratta di un inestimabile patrimonio. Nelle pagine di Frescobaldi si nasconde l’arte di trasformare il suono in preghiera ora contemplativa, ora gaudiosa, ora solenne. In quelle di Zipoli si cela tutta la generosità di un giovane che vuol donare se stesso nell’adorazione di Dio e nel servizio del prossimo. Nelle monumentali musiche di Bach si esprime ancora un padre affettuoso, un marito tenero e premuroso, un uomo un po’ burbero eppure dal cuore grande ed un cristiano dall’indomabile fede, che professa il suo credo coi capolavori immortali che ci ha lasciato.
Non apprezzare tutto questo, significa essere poveri, vuoti dentro: non c’è scampo!
E se questo è comprensibile per la maggioranza del popolo fedele, forse non dovrebbe esserlo per quei pastori che sarebbero deputati a porre rimedio a tale povertà. Invece tale povertà dilaga, prima di tutto tra i sacri ministri, così spogli di un’adeguata formazione al bello e al sacro.

Potrebbe scuotere qualche coscienza una inquietante provocazione che ci proviene dagli scritti di P. Pellegrino M. Ernetti O. S. B., teologo, biblista, musicologo, filosofo ed…esorcista. Proprio da un referto di un esorcismo celebrato dal padre Ernetti, apprendiamo dalle labbra del maligno:
<<Le vostre chiese saranno trasformate in sale di riunioni: dialoghi, danze con musica jazz, con chitarre e batterie, come nei locali notturni. L’organo, il latino e il gregoriano, come pure la polifonia classica, spariranno. Roba d’altri tempi, superata! (…) Lo ripeto: bisogna dissacrare tutto!>> [P. Ernetti, La Catechesi di Satana. Dall’esperienza di un esorcista, con l’approvazione del Cardinale Pio Laghi, Edizioni Segno, Feletto Umberto – Tavagnacco (UD) 1993, pag. 106].

Chissà…forse non sarà un caso che proprio il Beato Papa Paolo VI, che nei suoi angelus parlò apertamente dell’azione del maligno nella chiesa, abbia posto una particolare attenzione alla musica sacra, inclusa quella dell’organo, durante il suo pontificato. Lo stesso vale per San Giovanni Paolo II e per Benedetto XVI.
Forse non occorre l’azione straordinaria del demonio per distruggere un inestimabile patrimonio, che pure la Chiesa riconosce: è sufficiente l’ignoranza e la cecità umane.
Certo, il recupero del senso del sacro e della bellezza, al giorno d’oggi, è un cammino, che va fatto con gradualità e pazienza: lo sbaglio sta nell’omettere tale cammino e, anzi, nel criticare velenosamente chi si adopera con zelo per un tale risanamento a favore delle anime.
Così, dunque, lasciamoci spronare al coraggio di una maggiore apertura dalle parole di un vescovo toscano, Mons. Rodolfo Cetoloni, il quale, introducendo le incisioni di un laboratorio di musica barocca per la vita della chiesa odierna, ha scritto:

<<Un’educazione al gusto, alla bellezza e al servizio della Liturgia ha spazi immensi da percorrere. Accade così che talenti e disponibilità vengano lasciati lì soli e restano rachitici o ripetitivi, se non si apre loro il campo infinitamente ricco della musica sacra. E la liturgia, o ancor più l’animo umano, si impoverisce. (…) Ascoltarlo, questo CD, musica e parole, fa bene al cuore, introduce e fa venire voglia di conoscere di più, di farsi prendere più tempo. Fa accedere al gaudio dell’anima e al giubilo del cuore. Dà gratuitamente percezioni impagabili, suscita impressioni e desiderio di esserne avvolti. Nostalgia per non avergli fatto finora tutto lo spazio che uno avrebbe potuto. Grazie a Dio, però, la bellezza è un dono che arriva come una sorpresa: qualcuno ha fatto la fatica di crearla, altri di interpretarla e offrirla…tutti possono accoglierla e contemplarla, così, semplicemente, con piacere e gaudio>> (S. E. Mons. Rodolfo Cetoloni, prefazione al CD Workshop d’Organo e Musicologia Liturgica “Un Giubilo nel Cuore. Zipoli – Bach – Frescobaldi”, esegesi ed organo a cura di A. Cervelli, Shelve 2015).

A. Cervelli

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