(di Alessio Cervelli)

Vi è una festa – o meglio, una solennità – nel corso dell’anno liturgico, assai cara alla devozione popolare: è il Natale, che costituisce un unicum con la vera e propria manifestazione, che trova un’eloquentissima immagine nell’adorazione da parte dei “magi” del Divino Verbo incarnato, ovvero l’Epifania. A differenza di quel che molti pensano, non si tratta propriamente di una “preparazione della Pasqua”, come neppure di un momento del ciclo pasquale. Più propriamente vi si celebra lo stesso mistero della Pasqua, ma sotto un aspetto diverso, che viene correttamente espresso dalla parola “Emmanuel”, “Dio-con-noi”, meglio ancora, il Dio che viene per essere con noi e noi in Lui. È per questo che nei paesi di lingua ispanica, la duplice solennità Natale/Epifania è chiamata da tempo immemore pequeña Pascua, piccola Pasqua.
Nella grotta di Betlemme si porta a temine quell’azione divina per la quale dal momento stesso dell’Annunciazione, per mezzo del grembo verginale di Maria Santissima, entra nel tempo e nella storia il Verbo Incarnato, Gesù di Nazareth. Quel corpo deposto nella mangiatoia (in latino, patena) è il medesimo corpo la cui carne i discepoli sono invitati a mangiare quale vero pane disceso dal cielo per la vita del mondo (Gv VI); è il corpo che sarà offerto nell’oblazione cruenta della Croce, sul Gòlgota e che sarà protagonista dell’evento glorioso della risurrezione.
Pequeña Pascua, dunque.
Credo non vi sia termine più appropriato: l’incarnazione che prepara il “passaggio” – Pasqua, appunto –, dalla schiavitù del peccato alla salvezza e alla libertà dei figli di Dio.
Nel IV secolo, il tempo pasquale con la sua preparazione, la Quaresima, avevano già assunto un assetto assai vicino a quello odierno. È tra il IV e il VI secolo che si iniziò ad avvertire l’esigenza di un periodo di preparazione alla celebrazione della nascita/manifestazione del Signore. Sappiamo che Roma celebrò il Natale per la prima volta nel 336, e che già dalla fine del IV secolo in Gallia e in Spagna risulta l’esistenza di un tempo di preparazione alle festività natalizie.
Tale tempo venne inizialmente denominato “quaresima di S. Martino” a motivo del suo carattere penitenziale che lo assimilava in qualche modo alla Quaresima – giorni di digiuno e di penitenza, colore liturgico violaceo, seppur declinato in varie tonalità a seconda del rito della chiesa celebrante – viola intenso per il rito romano; morello per il rito ambrosiano, ecc. Ben presto tale tempo liturgico venne indicato col termine latino adventus, “venuta”:

> la venuta del Messia, annunziata dai profeti, additata da Giovanni Battista, amorosamente sospirata dall’umanità intera, e accolta dal fiat della Vergine-Madre;

> la venuta di Dio, re eterno, re universale, re dei poveri;

> la venuta di Dio che vuole unirci a Lui col farsi Egli stesso figlio del genere umano;

> la venuta continuata di Dio, che nel corso dei secoli attua la Redenzione del mondo e l’ingresso degli uomini nel Suo Regno;

> infine, ma non per ultimo, è il risvegliarsi dell’attesa della Parusia, della risurrezione dei morti per la vita o la perdizione eterna, del giudizio di questo “secolo” da parte del Supremo Giudice, del fuoco purificatore che distruggerà e farà passare la scena di questo mondo perché giunge il tempo eterno dei cieli nuovi e della terra nuova (2 Pt III, 8-14).

(…) Il tempo di Avvento è tutto intessuto di attesa. Non si tratta però – almeno non principalmente – dell’attesa del giorno della Natività in cui la Chiesa, facendone “memoriale”, attualizzerà per l’azione dello Spirito Santo, all’interno dello scorrere del tempo (krònos) l’evento celebrato, facendo sì che il momento della celebrazione divenga il tempo propizio per ricevere la Grazia e la salvezza di Dio (kàiros).
L’Avvento ci fa piuttosto volgere la mente e l’anima alla contemplazione della reale attesa della seconda venuta, quella in cui il Signore Gesù sarà giudice del mondo: “Verrà dunque, verrà il Signore nostro Gesù Cristo dai cieli; verrà nella gloria alla fine del mondo creato, nell’ultimo giorno. Vi sarà allora la fine di questo mondo, e la nascita di un mondo nuovo” (Catechesi di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo: Cat. 15, 1. 3; PG 33, 870-874). (…).
L’Avvento ci invita con le sue letture e le sue antifone a non presumere della salvezza, poiché nessuno si salva da solo, né alcuno ha meriti scaturiti dalla sua sola forza da presentare al Giudice per reclamare un qualsivoglia diritto di quiescenza. (…)

Per poterci orientare nel servizio liturgico della musica sacra nelle domeniche d’Avvento, occorre ora capire quali indicazioni la Madre Chiesa ci comanda di seguire perché l’arte dei suoni e dell’armonia esprima in modo conveniente, con toni e colori adeguati, l’affetto (lo stato d’animo, il linguaggio emotivo della preghiera) proprio di questo tempo liturgico. L’Ordinamento Generale al Messale Romano (OGMR) così prescrive:

In tempo d’Avvento l’organo e altri strumenti musicali siano usati con quella moderazione che conviene alla natura di questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore (OGMR n° 313).

Si eviteranno perciò brani per organo – e per altri strumenti – particolarmente brillanti, maestosi e gaudiosi, preferendo pagine più meditative, quiete, con qualche lieve tratto di sobria e serena austerità; sia nell’accompagnamento dei canti che nell’esecuzione di pagine tratte dalla propria letteratura, l’organo eviterà i timbri festosi e potenti del ripieno e delle ance forti (trombe, fagotti, ecc.), impiegando invece ampiamente sonorità suadenti e riflessive (oboe, cornetto, nazardo, ecc.). Un tono più gioioso, che ammetta anche un timbro pieno, lo si potrà impiegare per quella domenica che ha il compito di anticipare la gioia della Natività: la terza domenica Gaudete, per la quale è consigliato di utilizzare il paramento di colore rosa.
Circa l’impiego di pagine musicali di letteratura strumentale nel tempo di Avvento, non pochi cadono in confusione; questo perché le rubriche del Vetus Ordo Missae parificavano l’impiego dell’organo sia in Quaresima che in Avvento: in pratica, a parte l’accompagnamento dei canti, l’organo taccia. Il Novus Ordo, che Papa Benedetto XVI ha definito “Forma Ordinaria del Rito Romano” col Motu Proprio Summorum Pontificum, presenta una piccola diversità di rubriche circa l’impiego degli strumenti per questi due tempi liturgici. Questo per esprimere una diversità tra la penitenza quaresimale e quella avventizia. Giova a tal proposito vedere cosa prescrive l’OGMR per la quaresima:

In tempo di Quaresima è permesso il suono dell’organo e di altri strumenti musicali soltanto per sostenere il canto. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di quaresima), le solennità e le feste (OGMR N° 313).

Questa diversità è bene che si esprima con una pagina di letteratura organistica che introduce l’assemblea in un clima di preghiera e adorazione prima del canto d’ingresso; inoltre, dopo il canto finale, un altro brano di letteratura potrà sottolineare con pacatezza il termine della celebrazione e lo scioglimento dell’assemblea liturgica, permettendo ai fedeli che lo desiderino di sostare in ringraziamento e adorazione aiutati nella loro preghiera dalla bellezza e dai giusti affetti dell’armonia. In altri tempi e contesti liturgici — Ordinario, Pasqua, Natale, solennità e feste —l’organo e gli altri strumenti legittimamente ammessi possono prolungare con un pezzo strumentale di carattere adeguato il canto per l’offertorio qualora si eseguano le incensazioni; non sono disdicevoli neppure un preludio e un postludio di breve durata al canto di comunione per preparare i fedeli dalla ricezione dell’Eucaristia e aiutarli in un dovuto, breve momento di raccoglimento.
Circa tale pratica, è sufficientemente eloquente l’Istruzione Musicam Sacram:

Nelle Messe cantate o lette si può usare l’organo, o altro strumento legittimamente permesso per accompagnare il canto della «schola cantorum» e dei fedeli; gli stessi strumenti musicali, soli, possono suonarsi all’inizio, prima che il sacerdote si rechi all’altare, all’offertorio, alla comunione e al termine della Messa. La stessa norma vale, fatte le debite applicazioni, anche per le altre azioni sacre (IMS § 65).

E, molto opportunamente, la medesima istruzione aggiunge:

È indispensabile che gli organisti e gli altri musicisti, oltre a possedere un’adeguata perizia nell’usare il loro strumento, conoscano e penetrino intimamente lo spirito della sacra liturgia in modo che, anche dovendo improvvisare, assicurino il decoro della sacra celebrazione, secondo la vera natura delle sue varie parti, e favoriscano la partecipazione dei fedeli (IMS § 67).

Tuttavia questo documento, circa i tempi d’Avvento e di Quaresima, presenta una prescrizione ben netta e chiara quanto alla musica strumentale:

Il suono, da solo, di questi stessi strumenti musicali non è consentito in Avvento, in Quaresima, durante il Triduo sacro, nelle messe e negli uffici dei defunti (IMS § 66).

In conclusione, un intervento tratto da appropriate pagine di letteratura organistica – e strumentale – prima e dopo la celebrazione eucaristica nelle domeniche di Avvento corrisponderà a un adempimento delle prescrizioni del OGMR, così diversificate rispetto a quelle tratte dal medesimo documento e riguardanti le domeniche di Quaresima; all’interno della celebrazione, invece, sarà preferibile eseguire qualche strofa in più nel canto o lasciare spazio al silenzio, evitando il suono degli strumenti.
Per quanto riguarda propriamente il canto stesso, va tenuto presente che nel tempo d’Avvento è omesso l’inno del Gloria. Le motivazioni sono assai profonde e meritano d’essere comprese. Abbiamo detto che l’Avvento ci prepara all’incontro con il Cristo. Se noi già gustiamo la gioia di sapere che Egli viene tra di noi e in noi nella Divina Liturgia, sappiamo però che nell’oggi della Chiesa siamo resi partecipi di una pregustazione delle stupende realtà eterne: questa gioia che pregustiamo non è ancora la gioia piena di possedere eternamente Cristo. Siamo in cammino, verso un duplice traguardo: la pienezza della gioia promessaci dal Cristo nel compiersi dell’eternità – nostra personale così come del mondo intero – e la letizia della celebrazione che attualizza nella Chiesa la Natività del Signore. Il canto del Gloria in excelsis è il canto con cui le schiere angeliche si mostrano ai pastori la notte della Natività, mentre lo innalzano verso la maestà divina. Ecco perché, in Avvento lo si omette: per poterlo far risuonare con tutto il suo carico di gioia nella messa della Notte Santa.

Giungendo ad indicazioni pratiche, come preludio per la Messa nelle Domeniche di Avvento, possiamo scegliere il Corale Nun komm, der Heiden Heiland BWV 659, dai Corali del Manoscritto di Lipsia:

“Vieni, Salvatore delle genti, mostrati qual frutto del parto della Vergine! Sbalordisca tutto il creato: una nascita così spettava solo a Dio!”.

Con questo splendido inno d’Avvento (in origine composto da Sant’Ambrogio vescovo), Bach ci introduce subito in un mondo tutto mistico, il suo mondo preferito quando si raccoglie in se stesso. Si basa su una melodia ornata, cantata al soprano nel registro di solo, circondata dalle serene parti del contralto e del tenore, mentre il pedale si muove in lente e solenni scale. Se la melodia del corale e le voci mediane raffigurano la coralità umana che invoca la venuta del Salvatore, i bassi del pedale, che si muovono col ritmo cullante che fa addormentare il Bambin Gesù, indicano proprio i passi del Redentore che viene incontro all’umanità in attesa.
Bach qui si rende cantore dell’umanità sofferente e invoca con la forza della sua fede e di un bruciante amore quel Dio la cui Incarnazione avrebbe un giorno salvato le genti e la cui manifestazione gloriosa nella Parusia porterà il tempo dei nuovi cieli e della nuova terra. È una musica scritta da un poeta e da un credente, che mette tutta la sua arte al servizio della fede. È questa una delle pagine più profonde ed emotive della letteratura organistica mondiale (Cfr. E. DALLA LIBERA, G. S. Bach. Corali a commento dell’anno liturgico, Ed. S. A. T., Verona 1955).

Come conclusione appropriata della Liturgia, in un tempo liturgico che vieta i suoni potenti e maestosi dell’organo pieno, andrà più che bene (ammesso che il maleducato chiacchiericcio di certi “in-fedeli” lo permetta), il corale Wachet auf! Ruft uns die Stimme! BWV 645, dai Corali Schubler:

Svegliatevi, una voce vi chiama! Vi chiama la voce della sentinella dal più alto della torre. Svegliati, o Gerusalemme! Mezzanotte: è questa l’ora. Essa ci chiama con voce chiara. Dove siete, o Vergini sagge? Su! Lo sposo sta per arrivare. Alzatevi, prendete le lampade. Alleluja! Siate pronte per le nozze: andate incontro allo sposo!

È una rilettura poetica del capitolo XXV del Vangelo di Matteo, la parabola delle Vergini sagge e delle stolte. Il testo del corale è di Philippe Nicolai – uno dei più antichi organisti conosciuti – ed anche la melodia originaria pare essere sua. La pagina organistica bachiana così come ci si presenta è una trascrizione dalla Cantata BWV 140: una parodia dunque, da un lavoro sacro a un altro lavoro sacro. La melodia è bellissima e piena di immediatezza. È un luminoso esempio di ricchezza espressiva e di carica affettiva sia spirituale che umana, un saggio di grande nobiltà del canto popolare autentico, che non s’improvvisa né si storpia con ignoranza, dal momento che ha richiesto una sua interiore gestazione e si presenta come parto dovuto all’incontro tra la sensibilità umana e la loquacità dello Spirito Santo; vi è esaltata la pietà profonda maturata dalla fede, non dalle romanticherie o dalle sdolcinatezze scialbe!
Nella sua parodia per organo, Johann Sebastian resta fedele al testo originale. La parte del corale, costituita da note solenni e affidata in origine al tenore, qui è consegnata alla mano sinistra con un registro di solo. La mano destra ha invece il compito di proporre la parte in origine affidata agli archi. Il discorso musicale si snoda con semplicità, con linee sobrie, il tutto basato su tre voci. Dall’incontro tra queste tre parti nasce un’armonia fresca e gioiosa: una sobria ebbrezza dello Spirito! È una musica che parla da sola per la serenità e il candore che vi sono espresse. L’anima del fedele è una di quelle vergini in attesa che giunga il Signore Gesù, suo sposo (Cfr P. SANTUCCI, L’opera omnia organistica di J. S. Bach, Ed. Berben, Ancona 1976, pag. 109).
Se il corale Nun komm, che ha introdotto la celebrazione, possiede toni austeri e sobri ben adatti a meditare le realtà ultime del Giudizio e del compiersi della parusia, il corale Wachet auf, pur sereno e composto, presenta tratti più lieti. L’esecuzione di tale brano al termine della liturgia delle domeniche d’avvento vuole donarci un aiuto prezioso per meditare le letture alla luce della speranza e della gioia dell’incontro col Signore Gesù nella sua viva carne donataci nell’Eucaristia. E’ una pregustazione, con un atteggiamento più rasserenato e adorante, della Comunione Eterna che Egli ci prepara nel Suo Regno di Luce infinita.

(Tratto da Alessio Cervelli, BACH IERI, BACH OGGI. UN MUSICISTA BAROCCO LUTERANO NELL’ODIERNA LITURGIA CATTOLICA?, StreetLib 2015, pp. 91 – 108).

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