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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

Mese

dicembre 2015

CORRISPONDENZA COL BLOG: Un concerto d’organo prima della Messa della Notte di Natale? No, per niente!

Gentilissimo Dottore,
sono una turista “delle messe”, nel senso che per le messe importanti dell’anno mi piace andare in giro per cattedrali e basiliche, dove spero di trovare belle messe cantate.
La notte di Natale mi è capitato di trovare un concerto d’organo che è finito a ridosso della messa. L’organista annunciava autore e brano e suonava. Non c’era nemmeno un minimo di spiegazione, né un programma per seguire. La musica d’organo a me piace molto, e in genere mi aiuta a pregare… ma in quel modo mi ha addirittura infastidito: mi pareva uno sfoggio di tecnica e una trovata da palcoscenico che non c’entrava niente con l’attesa della Messa della Notte.
So che lei è anche organista, e spero di non scandalizzarla con quanto le ho scritto, ma ci tenevo ad avere un suo parere.
La ringrazio e auguri di Buon Natale.

Lettera Firmata

(Risponde Alessio Cervelli)

Carissima,

innanzitutto auguri a Lei, e grazie di avermi contattato.
Comincerò col dirLe di tranquillizzarsi e di non temere che io La sbrani, solo perché sono anche io un organista: in realtà sono assolutamente d’accordo con Lei.

La musica d’organo è una benedizione del cielo, certo…ma quando è ben usata.
Innanzitutto chiariamo una cosa: il “concerto d’organo” nelle forme attuali, è già di per sé uno snaturamento di quella musica, la maggioranza della quale è stata pensata non per essere protagonista, bensì per essere “ancella” della Liturgia.
Mi viene in mente un trafiletto che era inserito in una delle classiche, vecchie antologie dell’organista liturgico, Armonie Classiche nei toni facili, curata da Luigi Picchi (n. 2110 delle Edizioni Carrara, pag. 25):

Il vero organista deve possedere il senso ecclesiastico, che è la riunione di tutte le qualità morali indispensabili per esercitare il suo ufficio. Può egli essere un esecutore più o meno virtuoso; può saper mettere in evidenza tutte le risorse foniche del suo organo; ma se è privo del senso ecclesiastico, egli non può entrare in comunicazione intima di ciò che avviene intorno a lui. Egli ne vivrebbe al di fuori; egli non si occuperebbe che di sé, di ciò che gli piace, di ciò che potrebbe farlo figurare, di ciò che potrebbe attirare l’attenzione dell’uditorio verso la sua tribuna. Questa è un’anomalia; perché, nell’ufficio di organista liturgico, tutto deve contribuire al medesimo scopo: la bellezza del canto! Tutto deve convergere alla stessa direzione; all’Altare! Tutto centralizzarsi nello stesso fine: la glorificazione di Dio! (da La Liturgia dell’Organista, di C. Sangiorgio).

Ciò che per natura dovrebbe precedere la Messa della Notte di Natale è l’Ufficio delle Letture della Natività del Signore, perché, assieme alla celebrazione della Messa, la Liturgia delle Ore è la preghiera pubblica della Chiesa e costituisce il sacrificio di lode a Dio gradito.
A maggior ragione in una cattedrale o in una basilica, si dovrebbe tenere l’Ufficio delle Letture, con inno, salmodia e responsori in canto: canto semplice, gregoriano o tutt’al più anche moduli canori più moderni, se questo semplifica le cose (meglio cose semplici e fatte bene, che difficili e malriuscite!).
L’obiezione potrebbe essere: “Non ci sono canonici”, oppure: “I canonici sono tutti anziani e non cantano”. Questo non giustifica nulla: se ci sono i seminaristi (fossero anche pochi: tre o quattro), se ci sono i giovani della parrocchia, con un minimo di preparazione, l’Ufficio delle Letture può essere celebrato senza grandi problemi. Chiaramente va preparato il libretto della celebrazione dell’Ufficio per i fedeli, in modo che possano seguire e partecipare: non è una spesa enorme, considerato che, una volta fatta, l’Ufficio della Natività è sempre uguale, ogni anno.
Approntato l’Ufficio delle Letture, allora si può pensare di arricchirlo e prolungarlo in forma vigilare con l’aiuto dell’organista.
Si può suonare un brano di letteratura prima dell’Ufficio, dopo l’Inno, tra un salmo e l’altro, dopo ciascuna lettura prima del responsorio, prima del Te Deum, a conclusione dell’Ufficio prima che entri la processione d’ingresso della Santa Messa.
In tal modo, la musica per organo si trova immersa nel suo elemento, la Liturgia, e l’organista trova il proprio posto, quello di ministrante del culto divino, esattamente come i cantori, gli accoliti, i lettori, i bambini chierichetti.

Se poi si incontrassero oggettive difficoltà nella preparazione dell’Ufficio delle Letture, si potrà optare per una sorta di meditazione vigilare.
Si individua uno o due lettori che sanno ben declamare al popolo ciò che leggono, si scelgono alcune letture meditative del Natale (dalla Scrittura, dai Padri, dagli scritti dei Santi) e si alternano tali letture ai brani per organo, predisponendo così gli animi alla celebrazione della Messa.

Tenere un concerto d’organo (magari pure con applausi?) prima dell’Eucaristia della Notte di Natale, per me, è una vera e propria aberrazione: è gloria dell’uomo e dimenticanza di Dio.
Riscoprire questa bella ministerialità della musica nel culto e nella preghiera a edificazione dell’assemblea liturgica non è solo cosa migliore: è ciò che manca nelle nostre comunità celebranti.
E’ una sfida da comprendere e, quindi, da accogliere.
I frutti non mancheranno di venire: basta provarci con convinzione.

A tal proposito, mi permetta un amabile buffetto: lo so che fa piacere fare i “turisti delle messe”, perché ricevere cose belle e goderne rallegra tutti. Però si ricordi: la Sua comunità ecclesiale sicuramente ha bisogno di aiuto per realizzare anch’essa quelle cose belle che la gente cerca. L’anno prossimo, magari, cerchi con anticipo di offrire il Suo aiuto nella Sua parrocchia o nella chiesa dove abitualmente partecipa alla Messa: vedrà che, a Dio piacendo, ne sarà valsa la pena e non mancherà una giusta dose di soddisfazione.

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CORRISPONDENZA COL BLOG: “Quali, i criteri di validità assoluti per il repertorio sacro?”

SOMMARIO: 1 – LA NEUROSCIENZA?; 2 – IL PROBLEMA DEL LINGUAGGIO;  3 – IL “PROFETISMO DELL’ARTISTA”;  4 – MUSICA SACRA, MUSICA LITURGICA…MUSICA DI DIO!; 5 – UN ESEMPIO? CHIEDIAMO A BACH!

Se non ti costasse troppo, ti chiederei degli esempi in negativo per riconfermare la tua tesi di ciò che prodotto in passato non sia considerabile sacro né per il determinato momento in cui fu scritto né per l’oggi. L’esempio di Da Victoria va benissimo; ma poi il Rossini dello Stabat, il Verdi del Requiem, il Monteverdi del Vespro, il Mozart delle messe, il Beethoven della Missa solemnis?
Un Gloria di Da Victoria probabilmente ad un suo contemporaneo doveva risultare molto più ardimentoso di uno di Palestrina. Ma confrontando quello di da Victoria con quello della Messa in Si Minore di Bach, il secondo sarebbe risultato ad un contemporaneo di Da Victoria come musica scritta da un posseduto.
Oppure pensa alla distanza incolmabile tra la scrittura di una cantata di Buxtheude e una di Bach. Ai contemporanei sentire tutti quei cambi d’armonia in così poco spazio e quella scrittura così variegata doveva sembrare sconvolgente!
Quindi è opportuno chiedersi: se la ricezione e comprensione dell’evento musicale cambia nel tempo, si possono trovare criteri di validità assoluti per il repertorio sacro validi a prescindere dall’epoca in cui fu scritto? La capacità di questo repertorio di collocarsi in una dimensione non riconducibile ai nostri umani riferimenti temporali ne dovrebbe essere il presupposto.

Giuseppe Colonna

(Risponde Alessio Cervelli)

Carissimo Giuseppe,

ammetto che le tue richieste sono assai legittime ed affascinanti, ma anche alquanto impegnative. Questo perché non credo che possa esserci una risposta unica e definitiva a quanto chiedi con questo bell’ardore d’indagine.
Quindi ti premetto subito che questa è la “mia” risposta, e non mi sento di escludere affatto che possano essercene altre, magari di natura più estetico/filosofica… che io non sono in grado di darti, perché nei confronti delle elucubrazioni filosofiche (di cui pure ne capisco l’importanza) ho un’allergia profonda fin dagli anni del liceo e decisamente non possiedo una mens philosophica. Preferisco restare su considerazioni di tipo pratico, dettate dall’esegesi delle fonti e dall’esperienza liturgica.

Tu mi chiedi criteri di validità assoluti. In definitiva, mi domandi: cosa fa di un’opera d’arte un capolavoro che si ammanta di immortalità e venerazione sia presso i contemporanei che presso i posteri, al punto tale da essere valida quando è stata realizzata così come per le generazioni successive? Un’argomentazione su un simile quesito può prendere le mosse da più punti.

1- LA NEUROSCIENZA?

Si può interpellare una disciplina medico/scientifica sorta da poco: la neuroscienza. In un bellissimo articolo, scritto recentemente, la psicologa psicoterapeuta Claudia Rappuoli traccia una sintesi delle scoperte e delle teorie sperimentali d’avanguardia di questa disciplina a proposito della recezione del prodotto artistico, in particolare dell’opera d’arte musicale (C. Rappuoli, E’ bello ciò che è bello, in A. Cervelli, Domenico Zipoli: “Amo, dunque suono”, Edizione Ebook StreetLib 2015). Anzi, per utilità dei lettori, lo caricherò appena possibile, perché contenete materiali veramente preziosi ed interessanti. Comunque, in pratica recenti studi dimostrano come il cervello umano abbia criteri “oggettivi” di percezione della bellezza e che il nostro stesso organismo reagisce in certo modo di fronte a tali criteri presenti in certe opere d’arte musicali, specialmente nella musica barocca e neoclassica. Trappe, ad esempio, nel 2014 ha dimostrato che la musica di Bach arreca impensabili benefici alla salute del corpo, particolarmente ai pazienti affetti da malattie cardiovascolari.
Il che allora dovrebbe portare alla conclusione: se il nostro organismo funziona così, allora Bach, durante la propria vita, è stato universalmente apprezzato.
Invece, come sappiamo, non è affatto così, e il perché l’hai detto tu stesso: ai contemporanei sentire tutti quei cambi d’armonia in così poco spazio e quella scrittura così variegata doveva sembrare sconvolgente! E così infatti è stato. Bach, in vita, è stato molto più apprezzato come virtuoso strumentista che non come compositore. Anche quando in chiesa accompagnava i corali cantati dall’assemblea, i suoi acrobatici intermezzi tra un periodo e l’altro della tessitura corale attirarono critiche per nulla indulgenti sul suo operato di organista. Si dovrà aspettare Mendelssohn per vivere quella che la storia della musica ha chiamato la “riscoperta di Bach”, ma che secondo me andrebbe più opportunamente chiama la “scoperta” di Johann Sebastian: nel 1829, la riesecuzione della Passione secondo Mattero, mai più interpretata dopo la morte di Bach, ottiene quel successo che produce la conseguenza di tirar fuori di nuovo dagli armadi gli spartiti impolverati di Johann Sebastian e riconoscere finalmente a questo marito – padre – artigiano e credente la gloria immortale che meritava…ma che la stragrande maggioranza dei suoi contemporanei non aveva riconosciuto.

2 – IL PROBLEMA DEL LINGUAGGIO

Dunque, subentra un altro problema: quello del linguaggio. Che direbbero i poeti della scuola siciliana se si trovassero a leggere la Divina Commedia di Dante? Oppure, che direbbe Dante, se si trovasse a leggere Montale o Ungaretti? Che direbbero i maestri mosaicisti di Ravenna al vedere la Sistina di Michelangelo? Che direbbero i mastri costruttori delle cattedrali gotiche se vedessero la Sagrata Familia di Gaudì? Sono tutti capolavori, che tuttavia ai predecessori avrebbero ingenerato assai più scandalo che ammirazione.
Di recente, in Italia, stiamo assistendo ad un fenomeno linguistico ben noto: la caduta in disuso del congiuntivo. Tratto dell’imbarbarimento della cultura? Può darsi. Frutto della pressoché totale apatia di lettura del popolo italiano, che non tocca né libro né articoli minimamente impegnativi? E’ possibile. Sta di fatto che questo fenomeno sussiste. Gli amanti della pura grammatica hanno tutto il diritto di sviscerarne le cause e battersi per la purezza della lingua. Ma dovranno loro stessi ammettere che “non c’è niente di nuovo sotto il sole”. Un loro antenato, nel lasso temporale che intercorre tra III e VI secolo d. C., scriveva l’Appendix Probi: “vetulus, non veclus”, e così via per 227 parole latine che stavano subendo quel processo di trasformazione che le avrebbe portate ad originare le lingue volgari, le quali si sono generate, pur nonostante gli sforzi di maestri, grammatici e puristi del latino; e in queste lingue sono state prodotte opere d’arte che, nei secoli successivi, si sono rivestite di immortalità.
La musica stessa è un linguaggio, anzi è “il” linguaggio, perché, come direbbe S. Agostino nei suoi Commenti ai Salmi, i suoni, anche senza le parole, riescono ad esprimere ciò che canta il cuore.
Poiché essa stessa è linguaggio, non è solo inevitabile, bensì è naturale che essa cambi, muti, si trasformi. Tu mi chiedevi criteri di validità assoluti, a prescindere dall’epoca.
La mia domanda è: esisteranno davvero?
Cerchiamo di proseguire, rammentandoci questo interrogativo, che per adesso lascio in sospeso.

3 – IL “PROFETISMO” DELL’ARTISTA

Quando, da giovane studente, venni a conoscenza della riscoperta di Bach nel XIX secolo, mi venne subito in mente il pianto del Signore Gesù su Gerusalemme:

«Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è lasciata a voi deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più, fino a quando non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Mt XXI, 37 – 39).

Ora, senza voler chiaramente scadere in una “divinizzazione bachiana” (che sarebbe un tantino idolatra)… però, a ben pensarci, è vero: quanto ardore, quanta passione, quanto umano calore, quanta fede Johann Sebastian ha infuso in tutto quanto ha scritto, e dai più dei suoi contemporanei non è stato accolto. Quindi per quasi un secolo la sua musica sparisce finché non ricompare, quasi al grido di “Benedetto sia Bach per quanto ha scritto!”: una gratitudine ardente che ancora oggi perdura, con vigore inestinguibile.
Mi veniva ingenuamente da paragonare quanto capitato a Bach all’esperienza tormentata del profeta Geremia. Quanti scontri ebbe il profeta col re Yoaqim! Proprio all’inizio del regno di tale monarca, definito anche altrove debole e tirannico (2Re 23, 36 – 24, 7), Geremia tiene il suo celebre discorso contro la fiducia quasi magica riposta dagli israeliti nel loro tempio, simbolo della protezione divina sulla città (Ger 7, e 26; cfr. L. Mazzinghi, Storia d’Israele dalle origini al periodo romano, EDB 2007, pag. 83). Il libro di Geremia ci mostra un uomo di Dio intendo ad ammonire, a spronare, a mettere in guardia…ma che non è ascoltato: la distruzione di Gerusalemme avviene, il re è deportato, accecato, reso schiavo e la sua famiglia trucidata. E’ durante l’esilio che il popolo israelita rilegge le vicende della propria storia nell’ottica di una “storia sacra”, comprende che il fulcro di tutto è stata la propria infedeltà a YHWH e, non potendo immolare i sacrifici espiatori, prepara una nuova vittima sacrificale: il proprio spirito affranto, il desiderio di venire perdonati da Dio e di tornare nell’alleanza con Lui. Ed ecco che, al termine di tutta questa elaborazione, tanto umana quanto divinamente ispirata, il libro di Geremia viene a trovare il suo giusto posto nel canone delle Sacre Scritture. Ma intanto Geremia, in patria, ne ha passate di tutti i colori!

Cosa intendo dire?
Oltre ad elementi scientifici “oggettivi” della neuroscienza, oltre alla percezione di un linguaggio che inevitabilmente muta, c’è un ulteriore elemento da considerare: il grande artista, in fondo, presso i suoi contemporanei, è un “profeta”. E chi è il profeta, nella Sacra Scrittura? Quello che prevede il futuro? No! Il profeta è l’uomo di Dio: animato dal suo Spirito, ha una parola da rivolgere al re o a Israele da parte di JHWH, ed esprime il giudizio di Dio sul loro agire. Il fatto che la sua opera, oltre che umana, sia anche soprannaturale, lo dimostra il fatto che il profeta, come uomo storico, è superato e obliato dalla sua opera stessa, della quale egli ignora completamente la portata salvifica, perché troppo più grande di lui. L’autore del salmo 21, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, avrebbe mai pensato che il Figlio di Dio citasse tale salmo durante il Suo supplizio sulla croce? Penso proprio di no. Ecco: questo è un esempio di come la profezia, da iniziale ammonizione ed esortazione agli uomini del proprio tempo, travalica i secoli e i millenni, si dispiega nella storia e si realizza nei disegni dell’Altissimo.
Sì, il grande artista è fondamentalmente un profeta, che però non trova pressoché mai larghi consensi: semplicemente perché a lui è stata concessa una scintilla divina che lo fa essere due o tre passi avanti, rispetto ai suoi contemporanei, che quindi stentano a stargli dietro: soffrirà lui, soffriranno loro. E questo perché l’artista stesso non è completamente padrone di ciò che egli realizza: in larga parte è strumento di tale ispirazione.
Tu rammentavi la Missa Solemnis di Beethoven. Rammentiamo cosa scrisse nella sua lettera alla Contessa Erdody (1815):

<<Noi morituri, ma con l’anima immortale, siamo nati per il Dolore e per la Gioia, e quasi si potrebbe dire che soltanto ai privilegiati è dato di raggiungere la Gioia attraverso il Dolore>>.

A margine della partitura del Credo della Missa Solemnis, Beethoven, di suo pugno, scrive: <<Dio al di sopra di tutto. Dio non mi ha abbandonato>>. Queste, le parole autografe, di un uomo che aveva nell’Imitazione di Cristo il più amato dei suoi libri. Anche Haydn, Mozart e Weber erano cattolici, ma la fede di Beethoven – indubbiamente – fu più pura e sicura, tanto da divenirne sanamente integralistica, da sottomettere a sé perfino l’arte per farne strumento di apostolato, di carità e di pace. Egli non fu solo religioso perché era sensibile; lo fu perché concepì nel Cristo sofferente e sovranamente Signore la redenzione dal dolore nella gioia e la prevalenza del bene sul male, della vittoria sulla sconfitta… e tale concezione volle trasmettere agli uomini per mezzo della sua musica. Dio sopra tutto: questo è Beethoven [S. Polisseni, La sana dottrina. Beethoven – Beethoven cattolico, <<Presenza Divina. La Misericordia del Cuore di Dio>> (131, XI / 2004) pp. 21 – 23].
Dunque? Come vedere la Missa Solemnis, se non come uno slancio profondo, intenso e purissimo dell’artista verso il Dio in cui crede, al punto che – a dispetto della fama raggiunta dalle Sinfonie – Beethoven stesso la considerava il suo lavoro migliore, al punto che, nella copia che egli inviò al dedicatario, il Cardinale Rodolfo d’Asburgo-Lorena, egli vergò di suo pungo le parole “Dal cuore possa nuovamente andare al cuore”?

Capisci bene che, visti in questa prospettiva, tutti i lavori che hai rammentati, sfuggono dalle griglie di un qualunque “incasellamento recensionistico o rubricale”, così come della sabbia dorata scivola via tra le dita di chi, inutilmente, cerca di stringerla, perché l’anima degli uomini che hanno creato tali lavori è un abisso troppo grande da sondare. Mi viene in mente – per alleggerire un po’ il discorso – quello che scrive nella sua recensione il severo critico gastronomico Anton Egò, alla fine del film di animazione Ratatouille: “Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco, pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio; prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale. (…) non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque”.

Io credo che la giusta domanda da porci sia: possono esserci dei criteri più o meno canonici per ritenere una musica, che per l’autore è stata concepita come sacra/religiosa, anche “liturgica”?
Ecco, qui le cose un pochino cambiano.

4 – MUSICA SACRA, MUSICA LITURGICA…MUSICA DI DIO!

Come ti ho già scritto nell’articolo precedente, il vero metro di misura per una simile prospettiva è il magistero della Chiesa, espresso dai membri della sua gerarchia.
E ti dico subito che, nei confronti degli artisti, anche il magistero si è comportato come i contemporanei di Bach con Johann Sebastian: animato da “santa prudenza”, è rimasto sempre almeno un passo indietro, prima ha taciuto, poi ha tollerato per valutare e soppesare, infine ha accolto; e quando è avvenuto questo accoglimento, nuovi fervori artistici s’erano già innescati e dovevano essere oggetto di valutazione.

Pensiamo al divieto con cui padri latini (tra cui lo stesso S. Agostino) proibiscono l’uso di strumenti musicali nella liturgia: tutti nati per culti pagani o comunque per usi profani, mentre l’Eucaristia è l’Alleanza Nuova, dunque merita una lode nuova e pura.
Poi tra la fine dell’ VIII e gli inizi del IX secolo fa la sua timida apparizione l’organo liturgico, dapprima in Francia, poi lentamente nei paesi del Nord, quindi ne viene richiesto un esemplare a Roma nell’872 da papa Giovanni VIII, e così via, finché non diviene lo strumento proprio della Liturgia Latina già attorno al 1300.
Stessa cosa è successa per gli altri strumenti musicali: compaiono gradualmente a fianco dell’organo trombe, ance e fiati in genere, violini, viole, violoncelli.
Per nulla dire sulla storia della polifonia.
Di volta il volta, di secolo in secolo, il magistero di interroga su cosa sia legittimo ammettere nel culto e cosa non lo sia. Un esempio splendido è costituito dalla Annus qui nunc del 1749 di papa Benedetto XIV, il quale, dopo aver valutato vari fattori, conferma l’uso dell’organo e degli strumenti purché idonei alla sacralità del culto, così pure della polifonia, purché limpida, intelligibile ed efficace agli scopi liturgici, pur ribadendo la preferenza per il “canto piano”, cioè quel che restava del gregoriano.
Giungiamo quindi ai tempi nostri, con il capitolo VI della Sacrosanctum Concilium, con l’istruzione Musicam Sacram, col magistero del Beato Paolo VI e di San Giovanni Paolo II (papi che ribadiscono la necessità di evitare nel culto forme musicali chiassose e concitate, inadatte al raccoglimento proprio della preghiera liturgica).
Direi che la definizione più moderna di musica sacra nel magistero della Chiesa resta quella succitata istruzione Musicam Sacram:

Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e bontà di forme. Sotto la denominazione di Musica sacra si comprende, in questo documento: il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella Liturgia, e il canto popolare sacro, cioè liturgico e religioso (n. 4). ello scegliere il genere di musica sacra, sia per la «schola cantorum» che per i fedeli, si tenga conto delle possibilità di coloro che devono cantare. La Chiesa non esclude dalle azioni liturgiche nessun genere di musica sacra, purché corrisponda allo spirito dell’azione liturgica e alla natura delle singole parti, e non impedisca una giusta partecipazione dei fedeli (n. 9). Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura (n. 11).

Vogliamo un filo conduttore che, attraverso i secoli, ci dia un precetto minimo comune in tutto il magistero della Chiesa sulla vera bellezza di un lavoro musicale? Il senso del sacro. Tutto risiede in questo aspetto: il vero canone di discernimento risiede nel rispondere positivamente o negativamente alla domanda: questa musica, che sia per voci, per organo, per strumenti, o ciò che si vuole, trasmette quel senso del sacro che mi aiuta a pregare secondo la mente e il cuore della dottrina della Chiesa, ossia favorendo l’incontro col Cristo crocifisso, immolato e risorto, producendo un frutto spirituale che rimanga impresso nell’anima, e non melanconiche svenevolezze sentimentali che lasciano il tempo che trovano?

Di qui, attraverso i secoli, possiamo dire che si sono distinti pochi, continuativi modelli da prendere a canone: prima il canto gregoriano; quindi la polifonia chiara ed efficace, in contemporanea alla letteratura per organo che abbia in sé il medesimo gusto sacro del gregoriano e della polifonia. In pratica, ci sono questo due binari (perché nella sua storia, l’organo è sempre stato più o meno influenzato dal linguaggio del canto sacro) che costituiscono i caratteri irrinunciabili, ma non così rigidi da non poterli considerare con una certa elasticità: sui “prodotti artistici” generati da tali “adattamenti” al gusto e alla sensibilità delle epoche, poi, ha sempre fatto chiarezza il magistero della Chiesa, indicando di volta in volta se si era superata la soglia di tolleranza e richiamando all’ordine, più o meno autorevolmente.

Questi, i canoni. Chiaramente, il modo di intenderne l’elasticità di essi non è sempre stato uguale ed, anzi, direi che è cambiato proprio in base alla sensibilità culturale di un’epoca e alle esigenze del popolo di Dio riscontrate dai pastori d’anime di tale epoca. Ciò non sempre ha generato prodotti artistici liturgicamente ortodossi (si pensi alla musica organistica “a guisa di banda militare” o in imitazione alla musica operistica); ma se studiamo la storia del magistero, sempre esso si è pronunciato periodicamente con chiarezza in merito (il fatto che, nell’attuale frangente di storia della Chiesa, tale magistero ci sia, ma venga trascurato nella sua applicazione, questa è tutta un’altra questione, per di più delicata, che non si può sviscerare qui).

5 – UN ESEMPIO? CHIEDIAMO A BACH!

Nella tua lettera mi chiedevi un esempio in negativo di ciò che prodotto in passato non sia considerabile sacro né per il determinato momento in cui fu scritto né per l’oggi. In negativo, potrei rammentarti il “Largo” di Handel, le Marce Nuziali di Wagner e di Mandelshonn, l’Ave Maria di Schubert, musiche di qualità, certo, ma che non erano affatto sacre per gli autori che le hanno scritte e che non sono musica sacra e liturgica neppure adesso, sebbene ancora vengano usate nelle celebrazioni. Però qui direi che si tratta più di un abuso liturgico.
La difficoltà risiede nel fatto che, in passato, spesso una musica viveva per il tempo della sua esecuzione, e solo in rari casi (p. e. il Miserere di Allegri, alcuni brani del repertorio gregoriano, ecc.) si assisteva a regolari riesecuzioni. Questo tenendo presente che era possibile ascoltare musica solo se eseguita dal vivo, mancando qualsiasi mezzo per inciderne un’esecuzione.
Preferisco farti un esempio in positivo, cioè di un brano che alla sua comparsa colpì positivamente il pubblico e che ancora oggi è considerato tale. Si tratta di una pagina per organo: la Fuga in Sol minore BWV 542 di J. S. Bach, da me amatissima. Da quanto scrive Mattheson (laconicamente, ma chiaramente, per chi vuol capire), l’esecuzione di questa Fuga nell’ambito dei giorni del concorso per l’organo di S. Giacomo ad Amburgo del 1720 fu particolarmente apprezzata, tanto che il soggetto e il controsoggetto vennero fissati su carta da una penna talentuosa per poi essere riproposti come materiale d’esame per il concorso per l’organo del Duomo di Amburgo nel 1725 (cfr. Mattheson, Organistenprobe, p. 33 e anche General Bass-Schule, 1731). Quali solo le qualità principali di questa fuga? Un soggetto orecchiabile ed incisivo, ed un’architettura praticamente perfetta, che la rendono, se non la più perfetta, almeno una delle più perfette fughe bachiane. E cosa siano per Bach le fughe per organo, che lo spiega Chiereghin:

Che cos’è una fuga bachiana? Un pensiero, che ricorrendo sulla tastiera da voce a voce, via via si sublima e s’innalza fino a Dio, e si appaga. E’ un pensiero che a poco a poco diviene sentimento: sentimento dell’infinito e dell’eterno. E’ un pensiero che si fa verbo; e un verbo che si fa carne; e una carne che, smaterializzandosi, si fa spirito.

Così, dunque, Bach può insegnare ai suoi allievi:

Si dovrebbe produrre un’armonia ben fatta per la gloria di Dio e per il possibile conforto della mente, dello spirito; e come tutta la musica, il suo finis e la sua causa finale non dovrebbe giammai essere altra cosa che la gloria di Dio e la ricreazione della mente. Se non si bada a questo, in realtà non c’è musica, ma solo grida e strepito. (Bach, Des Koniglinchen… fur seine Scholaren – Principi e istruzioni per suonare il basso continuo).

Linee melodiche seducenti; perfezione architettonica, conforto della mente, gloria di Dio. Questi, i canoni che aveva Bach, il quale, quando componeva una fuga per organo, era consapevole di fare musica per Dio e per il prossimo.
Volendo concludere, possono essere pure i nostri canoni: qual è la musica (barocca, romantica o moderna) che è vera musica di Dio, ieri ed oggi? Quella che mi trasmette il senso del sacro e favorisce il mio incontro con Dio così come la Scrittura, la Tradizione e il Magistero trasmettono.

Aggiungo un ultimo elemento: tutto ciò, secondo la sensibilità e le capacità di fruizione della comunità celebrante, perché il vero musicista sacro sa ben distinguere in base al senso pastorale se è il caso di eseguire un quarto d’ora di Passacaglia o due minuti di Corale dell ‘Orgelbuchlein.

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Dall’ Omelia della Messa degli artisti del Beato Paolo VI, 7 maggio 1964:

Per essere sincero e ardito – accenniamo appena, come vedete – riconosciamo che anche Noi vi abbiamo fatto un po’ tribolare. Vi abbiamo fatto tribolare, perché vi abbiamo imposto come canone primo la imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novità. Noi – vi si diceva – abbiamo questo stile, bisogna adeguarvisi; noi abbiamo questa tradizione, e bisogna esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi abbiamo questi canoni, e non v’è via di uscita. Vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci ! E poi vi abbiamo abbandonato anche noi. Non vi abbiamo spiegato le nostre cose, non vi abbiamo introdotti nella cella segreta, dove i misteri di Dio fanno balzare il cuore dell’uomo di gioia, di speranza, di letizia, di ebbrezza. Non vi abbiamo avuti allievi, amici, conversatori; perciò voi non ci avete conosciuto.
E allora il linguaggio vostro per il nostro mondo è stato docile, sì, ma quasi legato, stentato, incapace di trovare la sua libera voce. E noi abbiamo sentito allora l’insoddisfazione di questa espressione artistica. E – faremo il confiteor completo, stamattina, almeno qui -vi abbiamo peggio trattati, siamo ricorsi ai surrogati, all’«oleografia», all’opera d’arte di pochi pregi e di poca spesa, anche perché, a nostra discolpa, non avevamo mezzi di compiere cose grandi, cose belle, cose nuove, cose degne di essere ammirate; e siamo andati anche noi per vicoli traversi, dove l’arte e la bellezza e – ciò che è peggio per noi – il culto di Dio sono stati male serviti.
Rifacciamo la pace? quest’oggi? qui? Vogliamo ritornare amici? Il Papa ridiventa ancora l’amico degli artisti? Volete dei suggerimenti, dei mezzi pratici ? Ma questi non entrano adesso nel calcolo. Restino ora i sentimenti. Noi dobbiamo ritornare alleati.

Corrispondenza col Blog. Musica Barocca: è ancora adatta alla Liturgia, sì o no?

Caro Alessio, sono un pianista ed organista che studia in conservatorio. Ti scrivo per chiedere una consulenza. Giorni fa parlavo con un sacerdote liturgista, mio amico e maestro, della validità o meno di quanto i compositori di musica sacra hanno prodotto nei secoli. Sul gregoriano e sulla polifonia vocale a cappella nessun problema. Quando però si arriva al barocco l’ introduzione degli strumenti, l’uso degli affetti e l’utilizzo di forme tipicamente mondane (vedi aria col da capo) mi metteva in crisi per una argomentazione razionale.
Anche in epoca rinascimentale si utilizzavano temi popolari ma elaborati secondo le tecniche polifoniche più propriamente ecclesiastiche.
Non riesco ad essere buon apologeta del barocco…
Ti prego..help me!

Giuseppe Colonna

(Risponde Alessio Cervelli)

Carissimo Giuseppe,

quando ho letto la tua richiesta, ho subito pensato che si trattava un argomento interessante.
Beh, in realtà non è una cosa difficile da capire: basta semplicemente entrarci dentro, avendo un colpo d’occhio un po’ più calato nella storia in quanto cammino dell’umanità.

Se ti dicessi che, per esempio, lo spiritualissimo canto gregoriano era tale e quale al canto di tipo profano delle composizioni poetiche nel volgare del XIII secolo?
Per me fu un colpo quando lo scoprii, eppure è così: la scoperta del “frammento piacentino”, un rarissimo reperto che reca un componimento poetico di scuola siciliana della corte di Federico II e recante anche il rigo musicale per il canto del ritornello, dimostra che il linguaggio che noi chiamiamo gregoriano era invece anche tipicamente profano.

Oppure, sempre per il gregoriano, pensiamo ai microtoni che prima erano all’ordine del giorno: ascolta questo link e dimmi se ti sembra lo stesso kyrie orbis factor che troviamo nel liber usualis:

No, non lo è: perché qui siamo ad uno stadio del gregoriano che risente ancora degli influssi sia ebraici sia mediorientali in generale, al punto che oggi ci sembrerebbe di sentir cantare il muezzin  da un minareto, anziché un cantore liturgico cristiano.
Ci vorrà ancora oltre un secolo perché compaia la Missa in Dominicis per Annum che conosciamo e abitualmente cantiamo, cioè questo:

Rovesciando le parti, avviene la stessa cosa per la musica d’epoca barocca.
Cos’è la musica sacra se non un immenso serbatoio in cui confluiscono i linguaggi tipici dell’arte umana di un periodo, per essere soppesati, valutati, e innalzati alla dignità dell’arte sacra?

E’ quello che faceva Bach (Alberto Basso nei suoi studi ne ha parlato con piglio sicuro: cfr. Frau Musika. La vita e le opere di J. S. Bach. Lipsia e le opere della maturità, EDT 1998, pp. 238 e ss.): troviamo spessissimo pezzi di composizioni profane che poi Bach ha parodiato e rielaborato per farne musica sacra, ma non troviamo mai lo stesso procedimento in senso opposto (da sacro a profano).
Il mondo della musica sacra in generale, non solo di quella barocca, è troppo sfaccettato e declinato a seconda delle sensibilità delle umane genti per costringerlo nella gabbia di una razionalizzazione matematica.

Diciamo questo: l’artista propone, l’autorità ecclesiastica valuta e infine dispone. E’ sempre stato così (e dovrebbe essere così anche oggi… ma lasciamo perdere, che è meglio).

Pensa alla Toccata, un genere musicale tipicamente profano forse originariamente per liuto. E pensa che Frescobaldi era il musicista cattolico per eccellenza all’epoca della Riforma Tridentina. Quante toccate ha composto? Tantissime! Ora, sui Fiori Musicali, non v’è dubbio: sono esclusivi per la liturgia, ed anche lì troviamo arie ritornellate, variazioni, passacagli, bergamasche, capricci e chi più ne ha più ne metta! Ma quel linguaggio musicale, soppesato dall’autorità ecclesiastica di cui il Cardinale Bentivoglio si faceva garante e primo dispensatore, era il linguaggio cattolico per eccellenza nell’Italia di quel tempo. E tale linguaggio passava per l’utilizzo degli affetti, che appunto erano gli strumenti atti a suscitare nel popolo orante le giuste predisposizioni d’animo. Tutto stava nell’usare quelli giusti.
Prendi le toccate dal I e dal II libro di Frescobaldi. Come mai hanno la dicitura “sopra i pedali de l’organo?”. Semplice: perché potevano anche essere oggetto di ascolto, studio e discussione nelle cosiddette “accademie”, dove si utilizzava per lo più il cembalo. E allora cosa le rende musica adatta alla liturgia? Innanzitutto lo strumento che usi: pur essendo lo stesso pezzo (un pezzo la cui intenzione di composizione possiamo definire “neutra”, né sacra né profana: semplicemente una cosa molto bella e ben fatta), non suscita affatto lo stesso stato d’animo sull’organo come sul cembalo. Inoltre, vi è appunto l’utilizzo di queste lunghe note al pedale che, guarda caso, sono le ultime vestigia che ancorano l’organo ad un passato antico, quello delle sue prime comparse nella liturgia, quando sostituiva il coro polifonico dell’organum dove vi erano alcuni cantoni che tenevano le note lunghe, dette bordoni, nel basso. Eseguire una toccata con o senza queste note, cambia immensamente l’esito emotivo del pezzo: senza basso, la toccata è snella, esile, “mondana”; ma se metti il basso del pedale, lo stato d’animo è “Fermi tutti! Qui si sta facendo una cosa seria! Qui pare d’essere in chiesa! Qui si prega!”.

Eppure – l’ho sostenuto altrove qualche anno fa – mettendo da parte l’ottima umanità e spiritualità di Domenico Zipoli, musicista missionario, non mi risulta ad esempio che Merulo, Gabrieli, Cavazzoni, Frescobaldi, Scarlatti, Pasquini ed altri musicisti che hanno lavorato per il culto siano stati canonizzati: hanno solo operato da artigiani abili, animati per lo meno da una consapevolezza dei contenuti della fede e di ciò che occorreva per servirla col loro talento e col linguaggio musicale del periodo in cui vivevano.
Questo è il caposaldo che sta alla base di qualunque filologia, di qualsiasi studio di tocco, di ogni resa attuale delle partiture di qualsivoglia autore.
Deus datus est.
Dio è dato come elemento discriminante di cui tenere conto nella cultura e nel lavoro di questi uomini, al di là del fervore personale più o meno manifesto, o di quanto (e se) abbiano lasciato trapelare qualcosa degli intimi convincimenti delle loro anime. Se Girolamo Frescobaldi compone una Toccata avanti la Messa, il suo lavoro è efficace; se scrive una Toccata per l’Elevatione, funziona in modo eccellente.
Perché?
Era un mistico?
Non direi.
Era un santo?
Non saprei.
È assai più probabile che il buon Girolamo operasse un ragionamento di questo tipo: “Devo accompagnare con l’organo il solenne momento dell’ingresso all’altare del celebrante. Come posso fare a trasmettere a chi ascolta quell’austerità che i miei committenti si aspettano che io susciti nella gente, commentando quell’ “Introibo ad altare Dei”? Ecco, così!”.
Et-voilà: Toccata avanti la Messa della Domenica. Una musica che, se suonata come si deve, funziona ancora oggi.“Bisogna che descriva il momento centrale del Canone della Messa. Come posso fare a suscitare l’affetto proprio che mi si chiede che sperimentino coloro che osservano l’Ostia Consacrata elevata verso la Croce? Si potrebbe fare in questo modo…”.
Ed ecco per noi, ad esempio, la Toccata per l’Elevatione della Messa delli Apostoli, un brano talmente efficace da smuovere ancora l’intimo fremito della gente che l’ascolta.
In altre parole, bisogna smetterla di volgere lo sguardo a cadaveri distesi sui tavoli di un obitorio, pronti per essere sezionati dalle avide mani di un archiatra fanatico d’anatomia.
Si tratta invece di nutrire quel profondo e delicato rispetto verso degli esseri umani immersi nei loro contesti storici intrisi di una cultura ben precisa, quella cristiana, per servire la quale essi hanno offerto il proprio talento e ne hanno ricavato un compenso utile alla propria sussistenza. Il resto è un segreto che spetta solo a Dio conoscere.
Per questo un organista, soprattutto se liturgico, dopo aver preso in considerazione gli aspetti orizzontali dello studio musicale, dopo cioè essersi preparato a saltare, non può non saltare; dunque non si può fare a meno dell’esegesi verticale, che altro non è se non lo slancio dalla terra al Cielo, l’afflato spirituale, la sete di Dio che sta innata nel cuore del compositore di musica sacra, al di là del fervore, della devozione e della santità di vita che lo hanno caratterizzano come uomo (A. Cervelli, Bach: tra amore e fede, Bonanno 2013, pp. 49 e ss.).

Dopo questo breve tentativo di sintesi (certamente non esaustivo, vista la vastità del quesito posto) posso dirti questo:
a) sì, la musica barocca è spiritualmente valida come lo è il gregoriano, come lo è la polifonia rinascimentale, come lo è Bruckner, come lo è Perosi, come lo è Bartolucci;
b) non tutte le pagine di musica barocca sarebbero adatte per la sensibilità artistico/spirituale dei nostri tempi, perché è indiscutibile che tale sensibilità cambi attraverso i secoli.

Conclusione: va semplicemente valutato che pezzo barocco scegliere, perché se un’aria sacra potrebbe non dire molto ai fedeli di sensibilità musicale media di oggi, una toccata per l’elevazione di Frescobaldi (tanto quelle dal I e II libro, quanto quelle più brevi dai Fiori Musicali) ancora oggi, se l’esecutore sa valorizzare la pagina e la sa pregare, è in grado di strappare lacrime spirituali che fanno sperimentare la “sobria ebbrezza dello spirito”.

In definitiva, mai commettere l’errore di valutare le ricchezze del passato coi parametri del presente senza calarci nella cultura e nella sensibilità del tempo. Solo dopo aver fatto uno sforzo esegetico, si potrà procedere ad un’ermeneutica della scelta atta a rivalorizzare e rivitalizzare ciò che di bello, ricco e fruttuoso i tesori del passato hanno da darci ancora oggi. Ricordi lo scriba del vangelo? Tira fuori dal suo tesoro cose antiche e cose nuove (Mt XII, 52).

Occorre sempre ricordare che siamo in cammino. Altrimenti avrebbe fatto bene Papa Marcello ad infischiarsene di Palestrina e ad abolire la polifonia perché ritenuta di gusto troppo profano e soprattutto non adatta alla sobrietà del culto e alla intelligibilità del testo cantato. E la polifonia di Palestrina è davvero angelica: basta ascoltare il suo Kyrie dalla Messa per Papa Marcello per rendercene conto:

Non così lo è altrettanto quella di Da Victoria!

Qui il Gloria della Missa Pro Victoria:

Fiammante, sanguigna, ardimentosa come una battaglia epica! Eppure è lì, nel tesoro della musica sacra, assieme alle pagine barocche, assieme alle pagine ottocentesche, assieme ai compositori del ‘900.

Tutto sta nella formazione del gusto e nel capire cosa la musica sacra debba dire oggi al mondo cattolico, traendo da suo tesoro cose antiche per poter finalmente tornare a produrre le cose nuove, senza fermarci ad una mera (e sterile) ripetizione filologica del passato.

CORRISPONDENZA COL BLOG: IL CANTO GREGORIANO A NATALE? SI’, ECCOME! ECCO PERCHE’

Vi scrivo per chiedervi una cosa che non mi è ben chiara: a Natale, il canto gregoriano è opportuno usarlo o no? Lo chiedo tenendo conto del fatto che sono giorni in cui in chiesa capita tanta gente che non è abituata a stare a messa. Grazie e buon Natale a tutti voi!

Lettera firmata

(Risponde Alessio Cervelli)

Carissimo amico,

in effetti il quesito che poni non è così scontato, perché si rischia da un lato di cadere nell’intransigenza formale che non tiene conto delle obiettive condizioni “recettive” del Popolo di Dio, dall’altro, di scadere nella faciloneria o, peggio, nella sdolcinata banalità.
Il problema educativo è una sfida enorme che, come è facile intuire, richiede sempre la giusta misura nell’affrontarla.
Il vero dramma è questo: siamo sul punto di perdere per sempre un patrimonio immenso, quello del canto gregoriano, perché sta divenendo sempre più incomprensibile non tanto al Popolo di Dio, quanto agli stessi sacri ministri, i quali difettano di un’adeguata cultura musicale di base.

Per canto gregoriano, ovviamente, intendo gli incommensurabili tesori degli Introiti, degli Offertori, delle Comunioni della Messa, per nulla dire delle antifone ai salmi e ai cantici della Liturgia delle Ore.

Sarebbe impossibile qui esplicare il valore enorme di cui si discute. Perciò mi limiterò ad analizzare due sole antifone: l’introitus e il communio della Messa della Notte di Natale.

L’antifona dell’Introito così dice:

Dominus dixit ad me:
filius meus es tu.
Ego hodie genui te

Quare fremuerunt gentes
et populi meditati sunt inania?

Dominus…

Astiterunt reges terrae,
et principes convenerunt in unum
adversus Dominum et adversus christum eius.

Dominus…

Gloria Patri…

Possiamo ascoltare qui: https://youtu.be/Sg8CQ7Klcds

Si tratta, come alcuni avranno intuito, del Salmo II, di cui il v 7 è stato opportunamente preso come ritornello. Traducendo:

Il Signore mi ha detto: / Tu sei mio figlio. / Io stesso oggi ti ho generato.
Perché le genti si sono messe in tumulto, / e perché i popoli cospirano invano?
I re della terra sono insorti, / e i potenti hanno fatto congiura / contro il Signore e contro il suo Consacrato (il suo Cristo).

Ora, non mi si dica che il testo di un salmo simile, proprio nella notte di Natale, non fa venire la pelle d’oca solo al leggerlo e ad affiancarlo al mistero che si sta celebrando, dopo il cammino dell’Avvento!
Il testo dipinge a tinte vive la contraddizione che la nascita di questo Bambino è venuta a portare. Pensiamoci sopra un attimo: il mondo allora conosciuto, affacciato sul Mediterraneo, è stato “costretto” alla Pace Romana sotto l’Impero di Cesare Ottaviano, che assume il titolo di “Augusto” ad indicare la “pretesa divinità” della sua persona e del suo potere… e proprio adesso nasce il Cristo.
Erode il Grande, il dispotico tetrarca, che vede ovunque, con maniacale terrore, nemici che insidiano il suo regno, trama per uccidere questo bambino. E, per contrasto, il ritornello del versetto 7, ripete: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”. Come a dire: i potenti possono tramare quel che vogliono, ma il Signore li aspetta al varco e, prima o poi, li rovescia dai troni, non c’è da dubitare: il Salvatore viene e nessuno può impedirlo!
Sublime!
Che abisso di teologia dietro al semplice testo di un salmo cantato e meditato proprio all’inizio della Messa della Notte di Natale!

Non basta.
L’antifona di comunione fa una strana eco al versetto 7 del salmo II.

In splendoribus sanctorum
ex utero ante luciferum
genui te.

Tra luci splendenti di santità,
dal grembo di una madre, prima che spuntasse la stella del mattino,
Io ho generato te.

Possiamo ascoltare qui: https://youtu.be/54SHhrQm2SQ

Apparentemente sembra una ripetizione. Ma bisogna sapere che, in Liturgia, le ripetizioni non sono mai tali, specialmente nel periodo antico della storia liturgica (tra il XV e il XVIII secolo, le ripetizioni ci saranno, eccome, per effetto della sensibilità barocca al riempimento pleonastico, ma questa è tutt’altra storia). Questo testo è preso dal salmo CIX, un testo che canta del Messia in quanto re e sacerdote.
Perché ripetere al momento della Comunione qualcosa che sostanzialmente è già stato detto, in maniera più sintetica, dall’Introitus?
Forse perché, mutato il momento liturgico, muta anche il significato di queste parole. Il Messia qui è visto come sacerdote e re, giusto? In virtù del battesimo, ogni membro del Popolo di Dio è sacerdote, re e profeta, in quanto è stato rigenerato in Cristo. Ecco allora il significato di questa seconda antifona: se all’introitus il testo del salmo II è messo sulle labbra del Padre nei confronti del Figlio che entra nella storia come dono di salvezza all’umanità, al communio, il testo del salmo CIX è posto sulle labbra del Cristo che, nutrendo il fedele con la Sua stessa Carne nell’Eucaristia, gli dice: “Tra le pure luci di questa notte santa, prima che spunti il mattino, dal grembo di tua madre che è la Chiesa, Io stesso con la mia Carne ti rigenero e ti invio nel mondo”.

Se cominciano a tremarci le ginocchia, niente paura: è buon segno! Abbiamo incominciato a intravvedere solo per un attimo i tesori infiniti del repertorio gregoriano, un repertorio che giustamente la Sacrosanctum Conciulium, al cap. VI, innalza al di sopra di ogni altro repertorio, polifonico o popolare che sia.
E dopo aver spiccato per un momento il volo, come accadde a Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor, quando anche noi vorremmo dire a Gesù: “Oh, quant’è bello tutto questo! Restiamo qui per sempre!”, ci aspetta invece un brusco ed inevitabile ritorno alla realtà: il gregoriano nelle nostre messe parrocchiali, a Natale?

La cosa si fa dura, apparentemente impossibile.
Eppure non è così: basta semplicemente impiegare quella che Benedetto XVI ha giustamente definito Ars Celebrandi, l’arte del ben celebrare. Se la Liturgia è curata, se la chiesa è in ordine, se tutto è dignitoso, se il presbitero celebrante saprà svolgere il proprio ministero semplicemente attenendosi a quanto scritto sul Messale, senza voli acrobatici di fantasia né festoni o cartelloni di sorta attorno all’altare, allora anche il canto gregoriano troverà il suo posto, perché il vero problema non è usare il latino o la lingua vernacola, non è celebrare verso l’abside o verso la porta: è la perdita del senso del sacro.
Allora anche semplicemente ascoltare tre o quattro cantori che eseguono l’introitus e il communio trova un senso, specialmente se l’assemblea è munita di un libretto della celebrazione con la traduzione e quel tanto di spiegazione che aiuti a comprendere il senso di ciò che si sta cantando. Meglio se, nelle settimane precedenti, si sono trovate occasioni (il catechismo, i gruppi dei giovani, la lectio divina) per far riflettere la comunità celebrante sulle grandi ricchezze della Liturgia che sta per celebrare.
Certamente, non si dovrà commettere l’errore di strafare: eseguendo il Dominus dixit e In splendoribus, chiaramente sarà bene che il Popolo di Dio possa cantare a sua volta qualche canto natalizio di ampia divulgazione (Tu scendi dalle stelle, Astro del Ciel, ecc.), sottolineato opportunamente da qualche colore pastorale da parte dell’organo o, in mancanza di esso, da qualche strumento adatto o adattabile alla celebrazione liturgica.
E’ tutta questione di buon senso o, per dirla con le parole di Benedetto XVI, di arte nel saper ben celebrare!

SECONDA NOVELLA – CONVERSIONE

 

«Non siamo forse battezzati, con un’infanzia trascorsa nei locali di una parrocchia, tra un’attività d’oratorio e un incontro di catechismo, … insomma, non siamo cresciuti “all’ombra del campanile”? Che intendi quando parli di “conversione” a tuo riguardo, allora?», esclama Miriam, con espressione un po’ corrucciata.
Quella ragazza è la più cara amica di Manuel. Studiosa di lettere, musicista lei pure, se ne stanno entrambi seduti al tavolo del piccolo bar vicino alla facoltà, per la pausa pranzo.
Manuel tira fuori dallo zaino un piccolo fascicoletto bianco con su sopra un’immagine che sembra dipinta ad acquarello, con un frate che abbraccia un personaggio laico del XII secolo.
«Vorrei che tu leggessi da questo libretto un episodio, normalissimo e singolare ad un tempo, riguardante il santo patrono di una cittadina toscana della Diocesi di Siena: Poggibonsi. Si tratta di Lucchese, il primo terziario costituito da San Francesco d’Assisi». Miriam, incuriosita, inizia con gli occhi a scorrere quella pagina che Manuel gli indica.

Giunto al culmine della sua attività commerciale, Lucchese adocchiò un’altra opportunità. Nelle frequenti e disastrose guerre, in Italia, il grano generalmente scarseggiava, i raccolti erano depredati da soldati saccheggiatori o da nemici in ritirata. Colpì Lucchese il pensiero che un mercante che avesse la preveggenza di comprare tutte le riserve disponibili a buon mercato in tempo di abbondanza, potrebbe metter fuori gli altri venditori, e far pagare il prezzo che voleva in tempo di carestia. A Lucchese, arroccato nella ferrea torre del suo fatuo arricchirsi ad ogni costo, parve un’idea meravigliosa; e certo i futuri sviluppi, così familiari ai mestatori nazionali e internazionali, gli saltarono alla mente. Sì, tutto quel sistema disonesto di agire gli era almeno in parte visibile, mentre a passo deciso si avvicinava verso l’abisso. Fu a questo punto che Dio utilizzò mezzi umani per accaparrarsi una delle coppie più sante che la Chiesa abbia conosciuto (Lucchese e la moglie Bonadonna sono stati beatificati insieme) e – assai strano – una delle poche. La speculazione di Lucchese sui cereali con le conseguenti difficoltà per i poveri e danno per i mercanti locali, cominciò presto ad essere chiacchierata; prima in privato perché la vittima non può permettersi di offendere lo sfruttatore, poi con crescente risentimento e paura. Finché, una delle vittime la cui famiglia era alla fame, vide il mercante prosperoso venir giù per la strada, dopo Messa. Pieno di rabbia incontrollata e non avendo nulla da perdere, gli sbarrò la strada e gli ringhiò in faccia: “Tu credi di essere un uomo perbene, vero? Tu puoi inginocchiarti pieno di fiducia davanti al buon Dio, ma sei un assassino, perché mi hai messo alla fame!”. Il pover’uomo fece dietro-front e battendo i piedi prese la via di casa. Lucchese rimase come folgorato a seguirlo con lo sguardo. Questo impatto colla realtà gli mostrò in una bruciante illuminazione il sentiero lungo il quale mammona, cioè il denaro, lo stava menando. Ora, o mai, egli doveva tornare sui suoi passi. Per la prima volta in vita sua, Lucchese si accorse che servire Dio voleva dire di più che inginocchiarsi in chiesa ogni domenica per la Messa. Il minimo voleva dire essere giusti con le persone: anche per loro Gesù è morto. Voleva dire di più che baciare Cristo crocifisso il Venerdì Santo. Voleva dire riconoscere il Crocifisso in quella povera gente affamata, a causa dell’avidità di lui, Lucchese!

«Lo vedi?» riprende Manuel «Lucchese era convinto di essere un buon cristiano perché andava a Messa, si metteva in ginocchio, faceva tutte le pratiche di devozione e pietà proprie di un praticante del suo tempo. Ma intanto era causa di sofferenza, di fame, di penuria».
La giovane ragazza fa segno di assenso con la testa, incuriosita, mentre assapora il suo succo di frutta.
«Prendi noi che suoniamo in chiesa! Quanto spesso ho avuto a che fare con musicisti, anche ben quotati tecnicamente e con titoli prestigiosi, i quali credono di essere dei buoni cristiani perché vanno a suonare alle liturgie, quasi facessero un favore a Dio e ai preti! Anche Lucchese frequentava la chiesa, osservava le feste comandate e i giorni di penitenza quaresimali, mangiava di magro al venerdì, si faceva il segno della croce prima dei pasti.
Ma era davvero un buon cristiano? Non direi. Il “buon Lucchese cristiano” è quello che in quell’uomo che gli ha ringhiato contro la verità ha riconosciuto la voce di Cristo, si è accorto dell’abisso in cui la sua cecità spirituale l’aveva lasciato cadere, schiavo delle sue cattive inclinazioni, e ha cambiato vita».
«Cosa vuol dire per te, cambiare vita? in senso cristiano, ovviamente!», domanda Miriam, sempre più presa da quella conversazione.
«Tutti sappiamo» spiega Manuel «come ci si affolla ad una nuova pratica di devozione, com’è facile iscriversi per un pellegrinaggio parrocchiale, ed anche praticare qualche privazione in più durante la Quaresima; ma in che misura ripariamo le ingiustizie del passato, delle quali siamo pentiti, le parole offensive, le azioni volgari, i cattivi esempi dati? Eppure, a meno che le nostre pratiche di pietà ci spingano a ciò (in effetti esse sono appunto una preparazione dello spirito e della volontà), esse rimangono soltanto proiezioni sentimentali del nostro io, le quali difficilmente potranno realizzare qualcosa per l’eternità» .
Miriam lo guarda: una leggera vena di turbamento ha adombrato i suoi occhi color acqua marina.
«Sai come andrà a finire?».
Lei fa cenno di no, senza dire nulla: ha appena dato un morso al suo trancio di pizza margherita.
«Lucchese cambierà strada e, come il personaggio di Zaccheo nel Vangelo, si metterà a procurare i mezzi di sussistenza a quelli che aveva danneggiati; lo farà personalmente, cominciando proprio da colui che l’aveva bastonato con la verità su che genere d’uomo lui fosse. Questa storia finirà con la conversione della moglie Bonadonna alla carità evangelica, col loro diventare i primi membri del Terz’Ordine Francescano, col morire a poche ore di distanza l’una dall’altro dopo una vita spesa per servire gli altri nella lode di Dio e, infine, con l’essere proclamati beati insieme».
«Bella, la figura di questo santo!», esclama lei, pulendosi col tovagliolino di carta la salsa di pomodoro da un angolo della bocca.
«Ci piacciono le vite dei santi, vero?», inizia a domandare Manuel, stavolta con una punta di provocazione nel tono della voce. «Ci emozionano? Indubbiamente, se un cuore non è del tutto inaridito. Ma li imitiamo? Qui la storia si fa più complicata. Può essere doloroso, traumatico, angosciante dover in qualche caso ammettere che noi organisti, per esempio, abbiamo impiegato energie, sudore, lacrime, fatiche, arrabbiature, anni sui libri e sui tasti dell’organo per l’unico scopo di assecondare la nostra compiacenza, trovando nella realtà ecclesiale, non il popolo di Dio da servire, bensì un pubblico per sfamare una sottile ma forte bramosia di manifestare il nostro io. E ciò ritenendoci tutto sommato buoni cristiani perché prestiamo la nostra opera per aiutare Cristo e il presbitero celebrante. Quindi, avanti con l’organizzare concerti, prove del coro, funzioni solenni (cose di per sé ottime): tutto deve essere perfetto! “Come mai, maestro, lei è così esigente?”, chiede il corista volontario.“Perché le cose o si fanno per bene o non si fanno”, risponde lui, con tono perentorio. “Perché altrimenti non appariresti bravo e meritevole d’applausi secondo quanti ne vuoi”, penso invece io».
«Sì, è vero», annuisce Miriam, con tono lievemente sconsolato. «Ho un’amica che canta come volontaria nel coro di una grande basilica della mia città e mi ha detto che non sopporta proprio il maestro di cappella: pare un isterico! Un continuo tra urla, grida e offese ai poveri coristi: “ignoranti patentati”, come li chiama questo simpatico individuo», osserva lei, guardando Manuel negli occhi: questa conversazione sta proprio cominciando ad appassionarla.
«Vedi? Che sia il denaro, la fame d’apparire, l’orgoglio che sfocia in smania di perfezione, il rischio è sempre lo stesso: divenire schiavi della propria “Mammona” personale, dimenticandoci di Chi ha dato Se stesso per renderci veramente liberi, e avviarci verso l’abisso.
Ecco. Giunti sull’orlo di quell’abisso senza che neppure ce ne accorgessimo, può capitare che il buon Dio ci usi un’ultima, delicata attenzione. Ci propone un incontro. Proseguo con l’esempio di noi organisti, sia perché ci riguarda tutti e due, sia soprattutto perché sono fatti che sono capitati pure a me».
Lei annuisce, affascinata e incuriosita.
«Lì vicino alla consolle, oppure nella navata, o fuori della porta della chiesa viene una vecchietta, mai vista prima, semplice ed umile, che dice a te organista: “Che Iddio gliene renda sempre merito, perché mi ha aiutato a pregare in un momento di grande dolore: ho perso da poco mio marito dopo cinquant’anni che vivevamo insieme. Grazie”. Suoni la Fantasia in Sol minore di Bach, e d’un tratto resti colpito da quella verve armonica che ti ha fatto sudare sette camicie per sbrogliarla tra dita e piedi. Perché tutta quella durezza, quel tono tagliente, addolorato, urlante che si alterna a due dolci ed energiche, celestiali miniature fugate? Così prendi una vera biografia di Bach, che parli delle sue sofferenze e dei suoi molti lutti, e scopri l’uomo che, al di là di ogni batosta inflittagli dalla vita, è rimasto un appassionato innamorato di Dio, di sua moglie, dei suoi figli e del suo prossimo. Incontri un vero maestro dell’organo, autentico nell’arte quanto nel cuore e nell’anima, il quale, con una serena ed umile dimostrazione di inusitata padronanza dello strumento e con un saggio molto spontaneo di conoscenze storiche ed esegetiche ti mette di fronte al tuo essere un’ “insignificante nullità”.
Oppure capita qualcosa di simile a quello che accadde a Lucchese. Lungo il tuo cammino si para un ragazzo o un giovane, un uomo deluso e ferito per l’arroganza folle con cui lo hai trattato, che ti ringhia contro la nuda e cruda verità su di te e sulla tua boria: “Sei un pazzo e un falso!”.
Tu ci rimani di sasso. La verità, specie se dolorosa, è davvero come una lama lanciata velocissima contro un torace messo a nudo: senza alcuna protezione sul petto o sulle mani, non la si può fermare; che tu lo voglia o no, affonda nella carne della mente e dell’anima e, quasi fosse un sasso lanciato contro un cristallo, distrugge in un attimo ogni castello costruito per aria. Allora finalmente gli occhi ti si aprono come se fino a quel momento fossero stati chiusi, e d’improvviso ti accorgi di essere proprio sul ciglio dell’abisso, con un piede già penzolante nel vuoto. A quel punto vedi la sporcizia, il putridume, le ferite incancrenite che costellano tutta una persona che sta per precipitare in una voragine di fiamme urlanti. Un cuore che sia sì, malato, ma, a conti fatti, onesto, a quel punto si sveglia perché si è lasciato scuotere dalla propria, esausta coscienza. Il padrone di quel cuore alza per un momento lo sguardo al cielo, si vergogna come un ladro e, fatto il primo passo indietro per avere il terreno sotto entrambi i piedi, cade in ginocchio e finalmente sussurra: “Signore, abbi pietà di me peccatore”».
«Cavolo!», l’interrompe lei. «Lo sai che stai cominciando a farmi paura?», gli dice con un sorriso molto dolce. «Stai parlando anche di te, vero? Di come hai vissuto la tua conversione».
«Già», annuisce Manuel. «E quando diventi capace di guardare finalmente a te stesso con obiettiva sincerità, … allora, quella vecchietta l’abbracceresti, te l’assicuro! Quelle pagine coperte dai tratti d’inchiostro del brano che ha parlato al tuo intimo, le stringeresti a te e non le lasceresti più, neppure per andare a letto: dormiresti con quello spartito sotto il cuscino! Quel maestro lo andresti a ricercare fino in capo al mondo perché possa trasmetterti la vera arte dell’organo, storica e cristiana a un tempo. E il selciato della strada dove ha camminato quel giovane, ti chineresti a toccarlo con la fronte e, se mai quel ragazzo ti capitasse di nuovo a tiro, gli baceresti le piante dei piedi che l’hanno condotto da te e ti getteresti alle sue ginocchia per stringerle. Solo allora capisci quanto possano essere belle le parole dei salmi: “Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirTi, Dio mio!” .
Perché quell’incontro ti ha salvato. La vecchietta, l’autore di quella pagina, l’ottimo maestro d’organo, il giovane che ha avuto la risoluzione di dire la verità, difficilmente si rendono conto di essere stati preziosi a tal punto per la vita di qualcuno. Sono stati “mezzi umani”, come il pover’uomo incontrato da Lucchese perché, come accadde ai discepoli di Emmaus , il Signore, senza che lo ravvisassimo in quel preciso momento, ci è passato accanto e ci ha toccato per scuoterci. Con grande delicatezza, con garbo, lasciandoci perfettamente liberi di ascoltarLo o no: ma lo ha fatto. Ora lo riconosciamo: “non mi ardeva forse il cuore nel petto quando è capitato questo? E’ entrato qualcuno nella mia vita e mi ha detto tutto quello che di sbagliato ho fatto ”. Sono le esperienze che racconta il Vangelo, ma quanto difficilmente riusciamo a comprenderle, finché non ne viviamo almeno una!».
«Lo sai?», gli sorride lei. «Sono davvero contenta che abbiamo pranzato insieme, oggi. Non volendo, mi hai risolto un dubbio che mi angosciava da domenica scorsa, quando come seconda lettura c’era quel passaggio della Lettera agli Ebrei:

Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

In pratica, chi ha vissuto un’esperienza come la tua, può dire di essere stato oggetto della misericordia del Signore. Miseri cor datum, come dici spesso tu: il Divino Cuore donato al misero, che rischiava di perdersi».
Poi Miriam, d’istinto lei guarda il suo orologio da polso ed esclama: «Ma tu non hai lezione d’armonia?».
«Sì, alle 16,30. Perché?».
«Vedi un po’: sono le 16,25 e hai da farti un chilometro a piedi per raggiungere la tua facoltà!».
Manuel controlla l’orologio: «Per la miseria, è vero!».
«Vai, scappa via, su!», lo incita lei. «Per stavolta bando alla cavalleria maschile! Faccio io la fila alla cassa e pago pure per te! E’ il minimo dopo questa bella chiacchierata!».
Lui si infila in spalla lo zaino e corre via, non senza aver prima sfiorato con un bacio la fronte della sua amica.

QUANDO L’ARTE SI FA BELLEZZA CELESTE

Quando i musicisti sentono parlare di teologia ed affini, di solito hanno due reazioni: restano indifferenti oppure se la danno a gambe. E’ innegabile come questo sia un risultato del divario, o forse sarebbe meglio dire del “divorzio” che s’è verificato negli ultimi cinquanta / sessant’anni tra cultura artistica e fede vissuta.
Una delle conseguenze di tale disposizione intellettuale è stato l’ingenerarsi di una pressoché totale incapacità di scrutare, percepire e comprendere appieno l’arte di uomini i quali, al contrario di oggi, vivevano, respiravano e si appassionavano in una relazione profondamente amicale tra il bello che essi producevano e la quotidianità della fede.
Cerchiamo quindi di scrollarci di dosso questa anestetizzante, apatica indifferenza.
In che modo? Lasciandoci prima di tutto introdurre nel mondo della “santa bellezza” da chi già secoli fa sapeva intonare un canto dell’intelletto sulle corde del cuore coi ritmi della lode:

«Quanto Ti ho amato tardi, Bellezza tanto antica e così nuova: quanto ti ho amato tardi! Ecco, tu eri dentro di me mentre io ero fuori di me stesso, e lì Ti cercavo, e in queste bellezze che Tu hai plasmato mi gettavo io, dall’aspetto così putrido e deforme. Tu eri con me, mentre io non ero con Te. Quelle bellezze mi tenevano lontano da Te, loro che non esisterebbero neppure, se non ci fossi Tu. Mi hai chiamato, hai urlato verso di me ed hai sfondato i timpani della mia sordità; rifulgesti, brillasti come lampo, e accecasti la mia cecità; emanasti la più meravigliosa fragranza, ed io respirai a pieni polmoni ed ancora spasimo di respirare Te; Ti assaporai ed ancora ho desiderio di mangiarTi e di bere di Te; Tu mi hai toccato, ed io bruciai come fiamma nella Tua Pace» (Agostino d’Ippona, Confessioni, Libro X, 27, 38: “Sero te amavi”).

La bellezza è senza dubbio l’arma più efficace, per ferire in profondità l’essere umano; e le ferite che può provocare non sono quelle dalle quali bisogna stare in guardia: sono le scariche da defibrillatore che un ottimo paramedico infligge apparentemente senza misericordia al moribondo per riattivarne il cuore e restituirgli la vita che stava per perdere.
Se incontrare la bellezza è “rischiosamente salutare”, lo è ancora di più quando si tratta di Divina Bellezza. A tal punto essa può ferire che, per esempio, un giovane appena ventenne, con una brillante carriera di organista e compositore già avviata, circondato da consensi e decorato con gli allori della celebrità, può decidere di piantare tutto, dare il suo saluto al mondo, farsi missionario gesuita e attraversare l’oceano per chiamare “fratelli” e servire come tali gli indios dell’America Latina. In pratica è questo ciò che più colpisce di Domenico Zipoli, il ragazzo e musicista pratese che è tanto sconosciuto ai più del vecchio mondo così quanto è tutt’ora amato in quelle terre lontane, a tre secoli dalla sua morte.
Ben sappiamo come spesso, troppo spesso, le ricerche musicologiche, filologiche, archeologiche, se fini a se stesse ed al proprio ambiente, rimangano pietanze per una selezionata élite d’accademici, troppo impegnati a bearsi nel cielo empireo dell’erudizione, per preoccuparsi dell’urgenza di bellezza e di conoscenza che assedia con violenza ed aggressività i giovani e gli adulti di buona volontà delle nostre comunità ecclesiali, dove purtroppo il disarmante pressappochismo liturgico, la miseria artistica e l’insignificanza catechetica hanno portato Dio ad essere praticamente un perfetto sconosciuto: figuriamoci i grandi dell’arte!
Ma se provate a parlare agli adolescenti dei nostri giorni dei grandi artisti cristiani e delle loro opere, i risultati si vedranno, eccome.
Mettete la scelta di Domenico davanti agli occhi di un sedicenne allievo di una scuola di calcio, e paragonateglielo al calciatore di successo che, dopo aver appena conquistato un posto in nazionale e aver vinto il pallone d’oro, pianta baracca e burattini e va a fare il volontario nelle favelas.
Ponete la figura di Zipoli sulla scrivania di un ricercatore universitario e descriveteglielo come il giovane di talento che, da poco nominato professore ordinario, rinuncia al titolo per andare dall’altra parte del mondo, non per le glorie accademiche, ma per fare l’insegnante volontario e sottopagato in uno sperduto educandato in mezzo ad una foresta pluviale, ricco di vita cristiana e d’arte, ma inviso alle vanaglorie dell’Europa.
Ho ripetuto questo esperimento tante e tante volte, coi miei studenti ed allievi, con giovanissimi e meno giovani, accendendo sempre interesse, curiosità e una scintilla di passione in chi mi ascoltava: è questo genere d’esperienza educativa, vissuta nel nostro quotidiano tram tram di letterati, musicisti, educatori, a spingerci a fare quel che al momento apparentemente non interessa al mondo, eppure stuzzica, colpisce, traumatizza, sprona, ammonisce e appassiona tanti bambini, adolescenti, giovani, uomini di buona volontà. In altre parole, occorre seriamente tentare di porre fine al recente divorzio tra musicologia e teologia, tra arte e fede, e congiungere nuovamente quel che fino a non molto tempo fa era unito in un appassionato ed inscindibile abbraccio: il Divino e la Bellezza, l’intelletto dell’uomo e la maestà dell’Altissimo. Da qui nasceva la Divina Bellezza uscita dalle mani di Michelangelo, dal pennello di Leonardo da Vinci, dalle menti di Bach e Zipoli: una bellezza così sublime, della quale però il nostro tempo sembra aver smarrito la chiave di lettura.

Una volta, mentre leggevo il Vangelo di Giovanni nella versione greca originale, mi è caduto l’occhio su un dettaglio davvero interessante:

«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv X, 11 – 18).

Laddove Gesù afferma di essere il “buon pastore”, nel testo originale leggiamo: o poimèn o kalòs. E’ verissimo che il testo latino della Vulgata Clementina traduce pastor bonus, e d’altro canto la traduzione italiana “buon pastore” non è errata. Ciò che è intrigante e affascinante è il doppio significato che il termine greco kalòs possiede: “bello”; “buono”. Non sarebbe affatto un acrobatico volo di fantasia, dunque, tradurre il primo versetto di questo discorso del Figlio di Dio con: “Io sono il pastore bello”.
Quale fascino abbia esercitato Gesù sul pubblico femminile non è un mistero, per il Vangelo. Nel capitolo XI del Vangelo di Luca, ad esempio, c’è un episodio davvero singolare, per certi versi addirittura tanto divertente quanto sconcertante. Gesù sta parlando di questioni molto serie e delicate, sta insegnando circa la pratica dell’esorcismo, di come scacciare i demòni, e sta perentoriamente ammonendo circa il fatto che chi non raccoglie con Lui disperde. Ha appena finito di parlare del ritorno di uno spirito maligno e della sua nuova aggressione contro un’anima ritornata in grazia di Dio, e delle conseguenze tremende per essa di ricadere nelle colpe che ne permetterebbero una nuova possessione diabolica: si tratta di realtà tremende, diremmo drammatiche, per certi versi terrificanti. San Luca a questo punto sottolinea che, proprio mentre Gesù stava parlando di “queste” cose (lèghein autòn taùta),

una donna dalla folla alzò la voce e disse: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ed egli: «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc XI, 27 – 28).

Qualcuno potrebbe obiettare che non ci sia nulla di strano: si tratterebbe di una lode per gli insegnamenti che il Signore sta dando, una benedizione sulla Sua persona e sul Suo operato. Mi permetto però di far notare che, se fosse così, non avrebbe senso la precisazione di San Luca nel giustapporre tale entusiastica lode con “queste cose” di cui il Signore stava parlando, così come non sarebbe neppure particolarmente calzante la risposta di Gesù, che suona più come un velato rimprovero ed un richiamo all’ordine e alla vera natura dei Suoi insegnamenti, piuttosto che come un atto di umiltà in chi disdegna pur cortesemente un complimento. C’è quel “piuttosto” (greco menoùn; latino quinimmo), quell’avversativa così marcata a farci capire che le intenzioni di quella donna erano ben altre, perché forse era più rapita dal fisico scolpito ed armonioso del giovane falegname e maestro nazareno piuttosto che dalle parole preziose del Verbo Incarnato. In altri termini: «Benedetta tua mamma, che ti ha fatto così bello!», «Tu però preoccupati più che altro di ascoltare e mettere in pratica quel che Dio ti sta insegnando, anziché limitarti a fare radiografie accurate all’umanità del Figlio dell’Uomo!».
Bellezza, dunque.
Una bellezza umana, addirittura fisica, che tuttavia porta in sé e svela agli occhi di carne degli uomini e delle donne di questo mondo la Divina Bellezza, la Bellezza di Dio, che col trascorrere degli anni non appassisce, ma che, dopo averla incontrata e seguita con amore, produce in chi l’ha accolta il frutto della vita eterna. Questa Bellezza è Colui che, essendo il Bel Pastore che sacrifica la vita per le sue pecorelle, spalanca le braccia su una croce romana.
E’ talmente bello quel sacrificio, pur nella sua violenza e nella sua cruenta visione, che da secoli grandi artisti hanno preso alla lettera le parole del Salmo 44, “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre”, regalandoci crocifissi artistici di enorme valore e di immensa bellezza. In oro, argento, legno, avorio, bronzo o in qualsiasi altro materiale impiegato, con tratti ora scultorei e particolarmente mascolini ora gentili e delicati come la stessa grazia celeste: il corpo del Cristo confitto in croce attira a Sé gli sguardi e, come il serpente issato sul bastone di Mosè salvava gli israeliti morsi dalle serpi velenose, così guardare quell’Assoluta Bellezza che muore e risorge per il peccatore salva colui che è stato morso ed avvelenato dalla serpe del peccato, inoculandogli il siero salvifico della Grazia Divina.

Qualcuno si chiederà: stiamo facendo esegesi biblica oppure musicologia?
E’ proprio questo il problema, lo abbiamo già inquadrato: la separazione tra la fede e l’arte, tra la musica e la teologia, tra il prodotto dell’artigiano e la vita cristiana è proprio ciò che oggi non permette più di comprendere questi uomini che nei secoli passati si sono guadagnati un posto più o meno in auge tra i grandi musicisti, pittori, scultori, poeti.
Mi si permetta di aprire una provocante parentesi.
Molti al giorno d’oggi ritengono che tra fede e scienza ci sia un divario incolmabile. Quanti però sanno che Giuseppe Mercalli, il grande vulcanologo, geologo e sismologo era un sacerdote? E che Gregor Mendel è stato sì il padre della genetica moderna, ma anche un padre sacerdote dell’ordine agostiniano? Che Alessandro Volta, inventore della pila, dell’elettroforo, dell’elettroscopio, scopritore del gas metano, era un catechista che ammaestrava i fanciulli nella Dottrina Cattolica? Che Eugenio Barsanti, il grande ingegnere ed inventore del primo motore a scoppio funzionante era sacerdote? Che Niccolò Copernico, il giurista governatore, medico e grande astronomo che affermò la teoria dell’eliocentrismo era un religioso ed un canonico? Che Isaac Newton, celebre indagatore e formulatore delle leggi di moto e gravitazione era un teologo di convinta e provata fede cattolica? Quanti rammentano che le università sono sorte per iniziativa della Chiesa Cattolica, al fine di conservare la cultura e promuovere gli studi? Chi si preoccupa di rammentare agli amanti dell’antichità filologica che, se non ci fosse stata la Chiesa coi monaci benedettini, tutta la cultura classica antica sarebbe andata irrimediabilmente perduta e che in Occidente, con la caduta dell’impero romano e l’avvento dei regni romano-barbarici, sarebbe sparita ogni pratica musicale, tanto strumentale quanto vocale, se la Chiesa col suo canto sacro, i suoi chierici (santi, burloni o addirittura carnascialeschi: poco importa), i suoi abati (come Giorgio da Venezia che, coi suoi monaci, realizzò i primi organi liturgici), non avesse posto le basi per tutta la musica occidentale così come noi oggi comunemente la conosciamo?
Forse siamo troppo sazi di presunte, ideologiche verità, della famigerata presa della Bastiglia (che peraltro era chiusa da tempo come prigione), della gloriosa rivoluzione francese, … senza però rammentare mai la distruzione di Cluny, la profanazione di Notre Dame (la statua gotica della Madonna fu tirata giù a picconate, e sostituita con una immagine femminile discinta, con scritto alla base: “la dèa ragione”), le centinaia di religiosi, sacerdoti e suore martirizzati in odio alla fede (come le sante martiri carmelitane di Compiegne), le decine di intellettuali fatti finire col collo sotto la lama della ghigliottina: un nome tra tutti, Antoine-Laurent Lavoisier, il grande biologo e chimico che formulò per primo la legge di conservazione delle masse: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» (Histoire et Dictionnaire de la Révolution Française, Éditions Robert Laffont, Parigi 1998.) L’8 maggio 1794, fu ghigliottinato col suocero e gli altri colleghi a Parigi, all’età di 51 anni. Il suo principale accusatore fu nientemeno che Jean-Paul Marat, che pare ce l’avesse a morte con Lavoisier perché quest’ultimo ne aveva rigettato la domanda d’ingresso all’Accademia delle Scienze. A commento di ciò basta quel che disse il matematico Joseph-Louis Lagrange: «Alla folla è bastato un solo istante per tagliare la sua testa; ma alla Francia potrebbe non bastare un secolo per produrne una simile» (HENRY GUERLAC, Antoine-Laurent Lavoisier — Chemist and Revolutionary, Charles Scribner’s Sons, New York 1973, pp. 130); infatti, deve ancora sorgere in Francia, come del resto in Europa, uno scienziato di eguale peso per la propria disciplina scientifica. Ecco uno dei più preclari frutti di questa gloriosa rivoluzione, che in nome del progresso decapita le proprie grandi menti.
Orbene, chiediamoci se non abbiamo l’intelletto un po’ troppo anestetizzato dalla cristofobia dilagante, sulla falsariga della famigerata battuta di Galileo Galilei: «Eppur si muove!», che invece il grande scienziato cattolico non ha mai pronunciato; si tratta di un falso storico, inventato da un giornalista italiano, Giuseppe Baretti, a Londra nel 1757 per un uso strumentale e anticattolico.

Mi rincresce rammentare il celebre adagio: “la verità fa male”. Sì, fa male, ma per chi è nemico di essa, non per coloro che, mossi da una sincera onestà intellettuale, la cercano.
Non ho particolari problemi a ricordare come molti appartenenti agli ordini religiosi, negli anni dello Scisma d’Avignone, definissero il papa “la meretrice avignonese”: il che la dice lunga sulle preoccupazioni di questi sommi pontefici per la cura d’anime. Toccò ad una piccola, fragile ed analfabeta suora senese, Caterina, rammentare al suo “dolce Cristo in terra” i doveri della tiara ch’egli portava sul capo, richiamarlo a comportarsi da uomo e non da pusillanime fanciullo (Lettera 239) ed avere il coraggio di tornare a pontificare dal luogo santificato dal sangue degli apostoli Pietro e Paolo.

L’organista d’oggi deve fare qualcosa che sta a monte di un’esecuzione corretta ed al di là del proprio fervore personale: ha da tornare a sentire la cultura e la dottrina cristiana come suo appannaggio, connaturato alla propria pratica musicale. Bisogna che torni a saper collaborare con le realtà soprannaturali che, mediante la Sacra Liturgia, dal Cielo discendono sulla terra.
Non mi risulta ad esempio che Merulo, Gabrieli, Cavazzoni, Frescobaldi, Scarlatti, Pasquini ed altri musicisti che hanno lavorato per il culto siano stati canonizzati: hanno solo operato da artigiani abili, animati per lo meno da una consapevolezza dei contenuti della fede e di ciò che occorreva per servirla col loro talento e col linguaggio musicale del periodo in cui vivevano. Questo è il caposaldo che sta alla base di qualunque filologia, di qualsiasi studio di tocco, di ogni resa attuale delle partiture di qualsivoglia autore. Deus datus est. Dio è dato come elemento discriminante di cui tenere conto nella cultura e nel lavoro di questi uomini, al di là del fervore personale più o meno manifesto, o di quanto (e se) abbiano lasciato trapelare qualcosa degli intimi convincimenti delle loro anime. Se Girolamo Frescobaldi compone una Toccata avanti la Messa, il suo lavoro è efficace; se scrive una Toccata per l’Elevatione, funziona in modo eccellente. Perché? Era un mistico? Non direi. Era un santo? Non saprei. È assai più probabile che il buon Girolamo operasse un ra¬gionamento di questo tipo: “Devo accompagnare con l’organo il solenne momento dell’ingresso all’altare del celebrante. Come posso fare a trasmettere a chi ascolta quell’austerità che i miei committenti si aspettano che io susciti nella gente, com¬mentando quell’ “Introibo ad altare Dei”? Ecco, così!”. Et-voilà: Toccata avanti la Messa della Domenica. Una musica che, se suonata come si deve, funziona ancora oggi. “Bisogna che descriva il momento centrale del Canone della Messa. Come posso fare a suscitare l’affetto proprio che mi si chiede che sperimentino coloro che osservano l’Ostia Consacrata elevata verso la Croce? Si potrebbe fare in questo modo…”. Ed ecco per noi, ad esempio, la Toccata per l’Elevatione della Messa delli Apostoli, un brano talmente efficace da smuovere ancora l’intimo fremito della gente che l’ascolta. In altre parole, bisogna smetterla di volgere lo sguardo a cadaveri distesi sui tavoli di un obitorio, pronti per essere sezionati dalle avide mani di un archiatra fanatico d’anatomia. Si tratta invece di nutrire quel profondo e delicato rispetto verso degli esseri umani immersi nei loro contesti storici intrisi di una cultura ben precisa, quella cristiana, per servire la quale essi hanno offerto il proprio talento e ne hanno ricavato un compenso utile alla propria sussistenza. Il resto è un segreto che spetta solo a Dio conoscere. Per questo un organista, soprattutto se liturgico, dopo aver preso in considerazione gli aspetti orizzontali dello studio musicale, dopo cioè essersi preparato a saltare, non può non saltare; dunque non si può fare a meno dell’esegesi verticale, che altro non è se non lo slancio dalla terra al Cielo, l’afflato spirituale, la sete di Dio che sta innata nel cuore del compositore di musica sacra, al di là del fervore, della devozione e della santità di vita che lo hanno caratterizzano come uomo.
In altri termini, per poter comprendere le pagine dei grandi musicisti sacri del passato, occorre comprendere cosa sia un’opera d’arte sacra.

(Fine prima parte)

PRIMA NOVELLA – L’AMORE DI UN SACRIFICIO

Un sedicenne pensieroso sta proprio lì, appoggiato al muro della casa, accanto alla porta d’ingresso. Sembra quasi che ai normali turbamenti della sua età si assommi qualcos’altro, di più profondo ed incisivo. Sta aspettando Manuel, il suo “amico di chiacchierate religiose”, che dovrebbe rincasare da un momento all’altro, di ritorno dal servizio alla Messa vespertina in una delle chiese dov’è organista.
Appena giunge di fronte alla propria casa, Manuel non impiega che pochi istanti per scorgere il velo di buio che oscura il cielo di quel suo “fratello minore”.
«L’altro giorno ero entrato in chiesa per un momento», incomincia il ragazzino. «Ho alzato lo sguardo al Crocifisso. Una domanda ha cominciato a ronzarmi per la mente, senza lasciarmi in pace: perché Gesù è morto in croce? Che motivo c’era? Io non capisco il perché di questo sacrificio, di questo dolore, di una morte così orribile. Credimi: più ci penso e più non riesco a capire e ci soffro tremendamente».
Il giovane musicista, fatto entrare in casa l’adolescente, resta per un attimo in silenzio. Poi posa una mano sulla spalla di quel suo turbato amico:
«Un famoso santo, Ignazio di Loyola, faceva spesso ricorso all’uso dell’immaginazione per far vivere ai suoi religiosi la dimensione della preghiera e della meditazione. Allora… usa per un attimo l’immaginazione insieme a me.
Ti trovi in una cella.
L’aria è satura di polvere. Pallidi raggi di sole penetrano attraverso le sbarre di strette finestre, nella parte alta della stanza. Hai le catene ai polsi. Sei seduto sul lettuccio umido e fatiscente della cella. Stai solo aspettando che vengano a prenderti per condurti all’esecuzione della sentenza di morte che ti è stata inflitta. Non sei innocente. Colpa grave, la tua. Di quelle che non ammettono altra riparazione, se non a prezzo della vita. Quanto ti piacerebbe poter tornare indietro, fare scelte diverse … ma non puoi. E’ troppo tardi per tutto. La vita è qualcosa di meraviglioso, … e tu, per tua libera scelta, l’hai sprecata.
Ti dispiace? Certo, anche se non hai tutta la lucidità di pensiero sufficiente per condurre un’obiettiva riflessione su te stesso. La paura, col passare dei minuti, aumenta. Vorresti piangere, ma non ci riesci.
D’improvviso, un rumore sinistro ti fa trasalire. La serratura cigola. La porta si apre. Entrano le guardie carcerarie e, con loro, il carnefice. Al solo vederlo, il cuore ti salta in gola. Ti tremano le guance contro i denti. Senti come se la lingua ti fosse trapassata da mille aghi, e per tutta la tua bocca si diffonde il sapore dolciastro e tremendo della paura.
Il boia tiene in mano lo strumento con cui ti infliggerà le prime, tremende torture: un fascio di lembi di cuoio, ognuno intrecciato ora a piccole lame affilate come rasoi, ora a piccole sfere irregolari e chiodate. Le guardie portano chi delle corde, chi degli affilatissimi e lunghi puntelli di lucido e scuro metallo: gli attrezzi con cui ti porranno su un patibolo per farti morire dissanguato, goccia a goccia, dopo lunga, atroce agonia tra asfissia e dolori lancinanti.
Inizi a tremare. Non hai più controllo su alcuna fibra del tuo corpo. Quand’ecco all’improvviso qualcosa che non ti saresti mai aspettato. Nella cella entra un giovane trentenne, alto, robusto: un gran bel ragazzo, insomma. Lo riconosci, l’hai già visto: è l’unico figlio del Sovrano che ha emesso la sentenza che tu hai meritato secondo retta giustizia.
Ti guarda.
Ti senti come trapassato nel profondo del cuore, non da un violento colpo di lama, ma come se una calda luce, serena, benevola ti penetrasse nell’intimo, illuminando le pieghe più buie della tua persona, ponendo in luce oscurità che neppure tu sapevi di avere in animo. Quel giovane ti rivolge un sorriso splendido. Non hai mai parlato con lui. Eppure, ora che ti guarda, hai l’impressione che ti conosca da sempre. Si rivolge alle guardie e dice loro queste parole:
“Ho parlato con mio Padre, il Sovrano. Mi ha detto che la riparazione per queste colpe così gravi è solo a prezzo di sangue, secondo piena giustizia. Ma mi ha detto anche un’altra cosa. Ci sarebbe qualcuno che, se accettasse di accollarsi la pena di questi delitti, renderebbe possibile la grazia non solo per questo poveretto, ma per molti, moltissimi che sono rei dello stesso crimine: tutti coloro che ne sono dispiaciuti e se ne dispiaceranno sinceramente sarebbero assolti con formula piena, da ora e per sempre”.
Il boia e le guardie si mettono a ridere sguaiatamente, quasi fossero bestie. Un secondino gli chiede:
“E chi sarebbe tanto nobile e stupido da volere per sé una morte del genere per salvare degli inutili cani rabbiosi come questo qui?”.
Il giovane, serissimo, gli risponde:
“Io. Prendete me e fatemi pure ciò che avreste dovuto fare a lui e agli altri come lui. Mio Padre, che mi ama con tutto Se stesso, è d’accordo. Mi ha mandato qui per questo. E io ho accettato. Questo è il patto: la mia vita per la loro”. Detto questo, il giovane estrae di tasca un foglio: è il decreto di grazia che sancisce i termini di rilascio per i colpevoli: Mio Figlio prenderà il loro posto, ha scritto la mano stessa del Sovrano.
Il macabro gruppetto si passa di mano in mano il foglio, controllano la scrittura, esaminano i sigilli. Resta interdetto per un attimo. Poi quegli uomini si guardano l’un con l’altro, si danno una bella scrollata di spalle, vengono da te che eri prigioniero in attesa dell’esecuzione e ti tolgono le catene. Quel bel ragazzo ti guarda. Ti sorride ancora.
E ti dice: “Sei libero. Va’ pure. Riprenditi la tua vita. E stavolta vedi di farne un capolavoro”. Ti abbraccia.
Lo afferrano. Lo spogliano nudo lì davanti a te e, tra le risate più disumane che tu abbia mai sentito, lo trascinano via. E’ silenzioso, muto. Non un fiato. Non un gemito. Non un moto di ira. Mesto e docile, si è messo nelle mani di quella marmaglia infame.
Poche decine di minuti, e praticamente lo spellano vivo a frustate.
Passa un’ora, e lo hanno fatto oggetto delle burle e delle derisioni più brutali: sputi, schiaffi, percosse su quella povera carne sanguinante. La testa fasciata con un groviglio di rovi, mentre gliela percuotono, così conciata, a colpi di canna e di bastone.
Passano altre due ore. L’aria circostante risuona di sordi, cupi colpi di metallo contro metallo, alternati a urla di dolore. Quel giovane è ora appeso ad un patibolo di legno, a braccia spalancate, fissate alle travi con quelle corde, e quei puntelli affilatissimi sono piantati nella carne, tra osso ed osso. I vasi sanguigni e i nervi, recisi, non fanno altro che procuragli lancinanti dolori ogni secondo. E’ praticamente impossibile trovare un lembo di pelle che non sia coperto di sangue.
Tre ora ancora, in quello stato … ed il giovane, così conciato, esclama: “Padre, la riparazione che volevi si è consumata. Tutto è stato fatto”.
E muore.
Tu sei lì sotto. Hai assistito alla scena, da uomo libero e assolto. La tua colpa l’ha pagata quel ragazzo al posto tuo: proprio prima di spirare, ha avuto un ultimo sguardo per te e ti ha sorriso ancora. Adesso, al posto della paura, c’è solo il turbamento del ricordo di quello sguardo così unico che ti ha penetrato, di quel sorriso con cui ti ha salutato. Il tutto frammisto ad una domanda assillante che ha iniziato a ronzarti nella mente: “Perché l’ha fatto? Io nemmeno lo conoscevo. Non ho mai fatto niente per lui. Eppure ha detto che a me e a tutti quelli come me teneva moltissimo. Perché?” E’ questa la domanda che ha preso a tormentarti, vero?».
Il sedicenne interlocutore annuisce, senza proferir parola. Il suo turbamento appare addirittura raddoppiato, ora.
«Come molti hanno fatto fin da bambini», prosegue Manuel, «anche tu hai letto almeno una volta i dieci comandamenti. Agli occhi degli uomini d’oggi, così preoccupati di non perdere neanche un frammento della propria (presunta) libertà, quella sfilza di “non avere, non fare, non dire, non desiderare” non risulta forse assai antipatica e fastidiosa, quasi fosse una castrante limitazione? Figuriamoci se, al giorno d’oggi, ci si potrebbe mai sentire in debito verso qualcuno e in dovere di offrire riparazione per qualcosa di sbagliato! Sbagliato per chi, poi? Per gli altri, forse.
“Chi lo dice che ciò che è sbagliato per gli altri lo sia anche per me? Chi ha stabilito che ciò che è male per gli altri lo sia anche per me?”, domande, queste, che ho sentito sulle labbra di non pochi adolescenti come te. In questo oscuro oceano di confusione, nel quale tutto è egoismo, ci imbattiamo in una parola che è stata talmente sporcata e svilita da risultarci di un sapore scipito e melanconicamente dolciastro: amore. Tu hai mai riflettuto sulle origini del nostro concetto di amore, nel mondo occidentale? Da dove viene questa parola?».
Il fanciullo accenna un sorrisetto con un angolo delle labbra:
«Dài, sei tu che hai studiato il greco e il latino, mica io! Dimmelo, che sono curioso…».
«D’accordo: proviamo un po’ a chiarire i termini . Il greco antico conosceva per lo più tre parole per indicare la sfera dell’amore: eros, philia e agape.
Con eros si intende principalmente la realtà del contatto fisico-sessuale, l’ebbrezza, il cedere della mente razionale alla bella pazzia, che poteva anche essere intesa come “divino invasamento”.
Per il termine philia, ossia il rapporto di reciprocità vantaggiosa (senza necessarie, insite sfumature di meschino opportunismo), la traduzione con “amicizia” così come oggi la intendiamo non calza più proprio a pennello. Non è forse vero che, per esempio, nei crocchi di giovincelli rampanti della tua età si sta insieme tanto per stare insieme, ma niente di più? E poi? Tutti a casa, magari alle cinque della mattina, dopo una grande serata da sballo, al punto che, se vi facessero le analisi del sangue, chissà cosa ne verrebbe fuori…».
Il ragazzo abbassa un po’ lo sguardo, a quelle parole: quel suo amico, più grande di lui, ha colto nel segno. Prosegue:
«Qualcuno di questi baldi giovani si è mai messo in disparte con uno o due dei suoi “amici” per aprire il cuore, misurarsi con loro sui propri problemi, confidare i dubbi che si agitano nell’intimo, svelare i propri traumi, raccontare i propri dolori, esaminarsi di fronte all’altro per avere un metro di confronto e magari di aiuto? Ti sei mai tolto la maschera, rivelandoti per quello che sei, ossia un fragile essere umano come lo è chiunque, bisognoso del contatto coi propri simili? Philia. Ossia, al giorno d’oggi, “sto con te perché mi fa comodo, ma non dirmi che hai bisogno di qualcosa perché non mi interessi né tu né nessun altro: sono cavoli tuoi”».
«Vero», risponde l’altro. «E’ brutto e triste, ma hai ragione: è così che va. Tutti bravi a far gruppo, ma ognuno pensa per sé e basta! Non c’è mai nessuno che voglia prendere sul serio niente!».
«Vedi, in realtà non si tratta solo d’egoismo, che tutt’al più è una conseguenza. E’ paura, una vera e propria fifa blu di accorgerti, mentre ti specchi nelle incrinature e debolezze dell’altro, che anche tu possiedi le stesse fragilità, di fronte alle quali non sai come reagire; e allora ti procuri un po’ d’erba, un superalcolico per “stonarti” come si deve e non ci pensi più. Risultato che ottieni? La solitudine del cuore, che spaventa un adolescente come te, ma anche un giovane universitario così come un adulto che vive nel tram tram del mondo che ci circonda ».
Forse stavolta Manuel ha calcato troppo la mano. Ha l’impressione che gli occhi del suo giovane amico stiano iniziando ad inumidirsi un pochino. Così va avanti, per affrettare il lieto fine:
«La terza parola, agàpe, era messa piuttosto ai margini del linguaggio greco. E’ proprio la parola che ci serve per capire la scelta, altrimenti indecifrabile, di quel Figlio unico del Sovrano nel prendere il posto, da innocente, di quella marmaglia imputridita nelle peggiori colpe. Agàpe è la carità, non nel senso della pietà sporca di chi, in fondo, disprezza il debole, ma di chi fa di se stesso un dono per l’altro, soltanto perché il bene dell’altro gli preme davvero, tanto da donare realmente a quel misero e putrido colpevole la carne innocente del proprio cuore: Miseri cor datum. Il cuore donato al misero: misericordia, dunque. Compassione, nel senso di voler talmente bene all’altro al punto di voler soffrire con lui, anzi per lui, al posto suo. Perché L’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca ».

«Sì, ora ho capito la parola “amore”», esclama il ragazzo, con una punta di soddisfazione: «Ma perché il sacrificio? Ben pochi di noi avranno di che accusarsi di atti così gravi da meritare la morte. Non abbiamo ucciso nessuno. Non abbiamo rovinato nessuno. Non abbiamo derubato e spogliato nessuno. Che male possiamo dunque aver mai fatto per riconoscerci in quel meschino individuo chiuso in cella, in attesa della propria esecuzione?».
Manuel allora cerca di far riflettere il suo giovane amico:
«Se avessimo l’onestà di esaminarci dentro, scopriremmo che non siamo poi tutti questi “stinchi di santi” che ci illudiamo di essere per comodità di coscienza. Non abbiamo mai ucciso nessuno? Forse. Ci è mai capitato di sparlare di qualcuno, di “spogliarlo” davanti agli altri, indicandone i difetti messi a nudo, le debolezze, le mancanze, magari ricamandoci pure un po’ sopra, ingigantendo certe meschinità da una parte e forse tacendo certi pregi dall’altra? Insomma, non ci è mai capitato di “uccidere nessuno con le parole”? Non abbiamo mai rovinato nessuno? Probabile. Guarda, mi limito al mondo di noi musicisti, grandi o piccoli, abili o dilettanti che siamo. Pensi davvero che non ci capiti mai di ascoltare un CD o un’esecuzione dal vivo e di desiderare ardentemente di possedere la stessa abilità al punto tale da provare rabbia ed invidia in cuore verso l’esecutore? Che non ci punga vaghezza di volerci mettere al posto di qualcuno all’organo, di voler scegliere i canti al posto del celebrante perché – poverino – non ha studiato musica e quindi non ne capisce nulla?
Non abbiamo mai derubato nessuno? Concesso, ma – rimango ancora nell’ambito musicale – dico io: è qualcosa che capita costantemente a te, maestro d’organo o di coro, di sentire come priorità il bisogno di donare bellezza all’adolescente che sta seduto laggiù, in ultima panca, per dargli una sosta nella tempesta dei dubbi di chi si affaccia alla porta di questo duro mondo? O forse non l’hai neppure visto, tanto eri preoccupato per la diteggiatura filologica da usare o per le condizioni dell’organo in modo da fare più bella figura con “il pubblico”?
Tu, studente ed apprendista, se riconosci nella persona che ti sta accanto un talento maggiore del tuo, sei subito pronto a lasciargli la panca dello strumento o la direzione del coro perché la Liturgia sia ancor più degnamente celebrata a maggior gloria del Cielo e per maggior beneficio delle anime dei presenti? O magari, seppur cedi il tuo posto, lo fai a denti stretti, mandando i peggiori accidenti perché quel tizio là non aveva altro posto dove venire a scocciare?
Se uno solo di noi dicesse di non avere nulla che la coscienza gli possa rimproverare, gli ricorderei che i più grandi santi della storia sono morti convinti di non aver altra speranza se non nella misericordia di quel Sovrano e di quel suo Unico Figlio: a tal punto si sentivano deboli, fragili, inutili, imperfetti».
«Ohi, ma così la situazione si fa pesante!», replica l’adolescente. «Ma dài, il Signore non sarà mica così severo…».
Abbozzando un sorriso misto a tenerezza e a sana perfidia, Manuel si avvicina alla libreria, prende il vangelo e legge:

Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma Io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio, e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio in cuor suo con lei. Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te .

A quel punto guarda l’ascoltatore e, fissatolo negli occhi si chiede tra sé se sia il caso di proseguire o no. Temendo però che l’alternativa che potrebbe balenare nella mente in piena tempesta ormonale del suo “fratello minore” sia quella di dirigersi al negozio più vicino che venda del cordame per acquistarne tre metri circa e procurarsi così un’agile soluzione al dilemma con nodo scorsoio e caduta sorda, continua:
«Una volta, per catturare i topi nelle cantine, si usava preparare delle tavole di legno cosparse di colla con al centro l’esca. Poi le si lasciavano nei luoghi dove si presumeva ci fossero i topi. I risultati erano sempre assai scarsi in catture. Spesso, invece, vi si trovavano orecchie, baffi, pezzi di coda, dita, parti di pelle e tanto sangue: quelle povere bestie preferivano istintivamente strapparsi una parte del corpo pur di salvare il prezioso bene della vita. E’ la stessa cosa che fa la volpe, quando rimane imprigionata nella trappola del cacciatore: si strappa a morsi la zampa, pur di scappare. Con questi insegnamenti, il Figlio del Sovrano sembra proprio volerci dire: “E tu, caro il mio pappamolle, cosa saresti disposto a fare, a soffrire, a eliminare di te stesso, per risollevarti dalla trappola di male e putredine in cui sei caduto?”
Non credo occorra proseguire oltre, per renderci conto che, in effetti, se per una volta siamo sinceri con noi stessi, ci troviamo un po’ tutti in quella cella, con le catene ai polsi, l’odore della polvere nelle narici, … e l’angoscia nel cuore perché, forse, facciamo un po’ schifo per come siamo, intuendo come sarebbe stato bello aver fatto scelte diverse, aver lavorato in altro modo su noi stessi.
Ci sei tu, sì: ma anche io sono lì accanto a te, tra i prigionieri condannati. Tutti abbiamo commesso lo stesso crimine, seppur declinato in forme diverse: abbiamo mancato contro l’amore. Una colpa che produce di per se stessa la morte dell’anima e di quanto di più intimo e potenzialmente nobile vi sia in un uomo. Quel sacrificio d’agàpe è così ad un tempo la dovuta riparazione secondo giustizia e il più perfetto frutto dell’Amore, un Amore fatto persona, un Amore fattosi uomo, che è venuto per dare razionalmente, coscientemente la Sua vita per chi si era perduto ».
Gli occhi di quel ragazzo mostrano già una luce diversa. Qualcosa gli si è mosso dentro e ne ha provato sollievo. Ma non gli basta. Come a tutti gli adolescenti, ha l’animo pieno di mille domande:
«Ora capisco quanto sia bello che il Figlio unico del Sovrano entri nella mia cella e mi liberi dalle catene e dalle mani del carnefice. C’è però questa parola “sacrificio” che continua ad urtarmi un po’: bisognava proprio che Egli prendesse quella strada, immolando la Sua vita in quel modo?»
Con la calma, Manuel cerca di penetrare ancor più in profondità.
«Nel primo giorno di gennaio, ottava della Natività, un tempo il Rito Romano celebrava la Circoncisione del Signore. Otto giorni dopo la sua nascita, quell’Unigenito Figlio si sottomette a questo rituale giudaico non solo per entrare a far parte del popolo secondo la legge ma, essendone il Salvatore, per divenire membro a tutti gli effetti dell’umanità intera. Ora, ogni atto dell’Altissimo è infinito, essendo Egli stesso infinito. Se, in base all’altissima giustizia, il delitto contro l’amore richiede il prezzo del sangue, allora già le pochissime gocce versate dal Salvatore nella sua circoncisione sarebbero più che sufficienti: “Di quel Sangue una goccia soltanto purifica il mondo intero da ogni delitto”, canta il ritmo Adoro Te devote . Dunque, essendo il Figlio del Sovrano compartecipe della medesima natura del suo Altissimo Padre, nel preciso momento in cui avviene quella piccola effusione di sangue, ogni prigioniero condannato è già salvo. Cosa importa allora l’esperienza di un sacrificio così cruento e che, diciamocela tutta, ci “fa senso”?
L’agàpe per sua natura è cura dell’altro e per l’altro. Se quel povero, inutile prigioniero, quando era libero, si fosse fermato per strada ad ascoltare un poco il Figlio del Sovrano che parlava alla gente, avrebbe sentire rivolte anche a lui queste parole, forse col gesto affettuoso di una mano posata sulla testa, sulla spalla, sulla guancia: “Quanto costano cinque passeri? Pochi soldi, no? Eppure nemmeno uno di loro è dimenticato da mio Padre. Anche i capelli del tuo capo Io li ho contati tutti. Non avere paura: tu vali più di molti passeri ”. Proprio per questo, venendo trascinato fuori, quel giovane, nudo, può dire al colpevole liberato: “Pago io il tuo debito, perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e Io ti amo ”.
Il Figlio del Sovrano ama il condannato, lo stima quale amico prezioso, lo conosce fin nel profondo, lo conosce come nemmeno quel prigioniero in persona conosce se stesso, lui che a stento ha riconosciuto i lineamenti di chi lo ha salvato: ne aveva sentito parlare, magari lo aveva pure guardato qualche volta così, di sfuggita, ma non si era mai curato minimamente di Colui che prima di recarsi in quella povera, squallida cella, aveva espresso a suo Padre il proprio consenso al sacrificio: “Per lui e per quelli come lui Io ti offro Me stesso. E loro stessi sappiano che sei stato Tu a mandarmi, perché li ami come ami Me ”».
«Ma se il Sovrano adotta come figlio quel misero prigioniero», lo incalza il giovincello, «se il suo Figlio Unico guarda così a quel derelitto come ad un suo fratello, … che ragione c’era di quella morte orribile? Non bastava “fare un’amnistia, un decreto di grazia” e tutto finiva lì?».
«No, non bastava, perché a noi esseri umani, induriti nella nostra piccola, meschina debolezza di mente e di cuore, occorre sempre una prova, un segno, un gesto forte che ci scuota fin nel profondo per dimostrarci che quelle parole d’amore sono sigillo di un’agàpe autentica nei nostri riguardi. Dall’alto del suo patibolo di legno, con la pelle che pende a brandelli per le frustate, i rovi che trafiggono la fronte e le tempie, i polsi e i piedi trapassati e sanguinanti, con le braccia spalancante, pronte ad accogliere chiunque lo voglia, ed un sereno sorriso sulle labbra, nella dignità infinita di quella nuda, massacrata ed immacolata carne, il Figlio può e vuole che l’assolto condannato comprenda quella scelta così tosta: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” . In due parole, Dio ti ama e te lo dimostra col dono di Sé, un dono elargito non con parsimonia, ma in pienezza: tutto il corpo, tutto il sangue, tutta l’anima, tutta la divinità. Niente è impossibile a Dio? Forse una cosa Gli è davvero impossibile: amarci più di così, dal momento che ci ha dato tutto Se stesso, senza misura.
E’ questo che ti turba: quando guardi il Crocifisso scopri e ricordi che sarai sempre in debito e non farai mai il pari. Tu puoi accettare questo dono immenso con l’impegno di una vita buona, investita bene, profusa nelle buone opere, accentando di essere stato amato per primo, oppure rifiutare tale doni e perdere la tua vita, sapendo che così avrai perduto per tua libera scelta l’Amore più grande che esista, e che ti ama con una tenerezza, una cura ed una potenza che non si possono misurare.
Per questo vi ripeto sempre, ragazzi: abbiate stima di Cristo!».

Mezz’ora fa, quel sedicenne stava appoggiato al muro di quella casa col cielo della sua anima oscurato dai dubbi.
Ora la notte è finita. Può tornare a casa, e di corsa: è in ritardo per la cena!
E mentre cala la pasta nell’acqua ormai bollente, anche Manuel, sorride, sorpreso di quando in quando da un piccolo nodo di commozione.

Gesù, io so che Tu sei il Figlio di Dio, che hai dato la Tua vita per me. Voglio seguirTi con fedeltà e lasciarmi guidare dalla Tua Parola. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di Te e metto la mia intera vita nelle Tue mani. Voglio che Tu sia la forza che mi sostiene, la gioia che mai mi abbandona (Papa Benedetto XVI, Giornata Mondiale della Gioventù 2011).

NOVELLE CATTOLICHE – NOTA INTRODUTTIVA

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

(Matteo, X, 34 . 38)

Nel nostro mondo è molto difficile trovare una mezza misura per ogni cosa. La vita di fede non fa differenza: al giorno d’oggi o è teologia d’alta accademia oppure sospirato, malinconico misticismo più o meno apocalittico.
Chissà che una buona via di mezzo non possano essere  delle “novelle cattoliche”, racconti dove la dottrina, le verità di fede, la liturgia, la musica emergono semplicemente dal vissuto di un giovane organista di nome Manuel.
E’ personaggio reale? Oppure è un’invenzione letteraria? Sono fatti realmente accaduti? O forse sono solo situazioni plausibili?
Il punto è un altro: poni mente a ciò che è detto, non a chi l’ha detto, come dice l’Imitazione di Cristo.
Queste novelle, le avevo scritto qualche anno fa per attività catechistiche, pastorali ed educative nel senso largo del termine, ed erano poi finite nel cassetto. Da tempo molte mie conoscenze, alcune delle quali ne avevano letta qualcuna anni addietro, mi chiedevano: “Ce le hai ancora quelle storie che avevi scritto? Non potremmo avere modo di rileggerle?”. Così, alla fine ho ceduto alle richieste. In questi racconti, ogni riferimento a persone, cose e luoghi è puramente casuale. Li dedico a tutti quegli adolescenti e a quei giovani che sono, saranno e desiderano essere organisti, cantori e musicisti del Dio Altissimo per il bene della Sua Santa Chiesa.

Alessio Cervelli

Anonimo (sec. XVII) – Ricercare & Ave Maris Stella

Tante, troppe volte nelle soffitte, nelle cantine e nelle sacrestie delle parrocchie gli harmonium sono stati lasciati in pasto a tarli e topi. L’harmonium è sempre stato considerato il fratellino povero dell’organo a canne. Questo giudizio inclemente deriva paradossalmente da un atto splendido del magistero della Chiesa: designare l’harmonium come valido sostituto per quei luoghi e quelle circostanze dove la mole e i costi dell’organo a canne fossero proibitivi. Il sostituire l’organo, però, non è segno di una scelta di qualità inferiore, anzi. Indubbiamente, a paragone di raffinatissimi Alexandre, corposi Mustel o possenti Lindholm, i nostri strumenti italiani chinano il capo ossequiosi: eppure anche gli harmonium della nostra terra sono stati una ricchezza preziosa per la musica, lo studio e la liturgia, …e possono esserlo ancora! La ditta Galvan, ad esempio, realizzava harmonium con una tale cura e una tale passione che i suoi strumenti venivano definiti “gli Stradivari degli harmonium” italiani. Tra le millenarie pietre di un’antichissima pieve romanica della Montagnola Senese, con questo Ricercare e questi versetti per l’Ave Maris Stella, risuona di nuovo un piccolo harmonium Galvan dopo decenni di silenzio.

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