ANALISI DI UNA PREGHIERA TANTO FAMOSA QUANTO DIMENTICATA

 (di Alessio Cervelli)

La Sequenza, canto nella Liturgia della Parola.

Molti liturgisti e musicologi conoscono il capitolo VI della Costituzione Sacrosanctum Concilium e le indicazioni dell’Istruzione Musicam Sacram approvata dal Beato Papa Paolo VI. Tuttavia, per iniziare questo nostro viaggio che ci porterà a conoscere un poco uno dei testi più celebri (ed oggi uno dei più abbandonati) della tradizione cattolica, preferisco che a dirci cosa significhi canto sacro e come debba essere, sia Sant’Agostino con le sue Enarrationes, in particolare nel suo commento al Salmo 148:

<<Se lodi Dio e non canti, non è un inno; se canti e non lodi Dio, non è un inno; se lodi qualcosa di estraneo alla lode di Dio, non è un inno. L’inno, dunque, ha questi tre requisiti: canto, lode, lode di Dio. L’inno quindi è una lode a Dio espressa nel canto>>.

Ora, è vero che Agostino parla di una forma di canto liturgico ben precisa, l’inno, col quale è venuto a contatto mediante la conoscenza e il rapporto col santo vescovo della Milano del IV sec d. C., Ambrogio, il quale, per la sua intensa attività di liturgista anche in fatto di canto sacro, merita più di ogni altro il titolo di padre dell’innodia liturgica latina.
Tuttavia, questa riflessione di Agostino la si può, anzi la si deve, applicare ogni qual volta vogliamo sapere se un brano musicale in canto sia pienamente liturgico:

a) Deve essere canto, ed un bel canto, un canto di grande qualità musicale, caratteristica che non stride affatto con una doverosa semplicità di forma per una maggiore partecipazione dell’assemblea.

b) Deve essere lode, ovvero deve esprimere tutta l’umiltà di chi canta nei confronti di qualcuno più grande di lui, ma un’umiltà serena, felice, gioiosa. Immaginiamo di avere una persona, un amico al quale vogliamo immensamente bene, lo consideriamo come un fratello. Un giorno questo amico viene prescelto ed eletto come arcivescovo di una diocesi, … e non per via di raccomandazioni o intrighi di potere, ma perché veramente la sua santità di vita e le sue qualità gli hanno meritato quel grande onore e lo hanno messo in luce come capace di sostenere quel grande onere, quella grandissima responsabilità. Sarebbe difficile, a quel punto, vedere in questa persona sempre e soltanto il nostro carissimo amico. Ora egli è un successore degli apostoli. Per le sue mani il Cristo chiama e consacra i sacerdoti, cresima i giovani, emette giudizi, governa una diocesi, nella quale non c’è Chiesa né presbiteri né sacramenti senza questa persona, nella quale risiede la pienezza del sacerdozio di Cristo. Per cui, prima di abbracciare il nostro amico, viene spontanea un’esclamazione di lode: “Ecco il sommo sacerdote, che nei giorni della sua vita è piaciuto al Signore, ed è stato trovato giusto ai Suoi occhi. Nel giorno della discordia tra i fratelli, lui stesso ripristina nella sua persona e nel suo corpo la riconciliazione!” (Antifona Ecce sacerdos magnus). E con quanta gioia vorremo proclamare queste parole, tanta da volerle urlare, ma di più: da volerle cantare. Ecco cos’è la lode: è gioiosa umiltà e autentica felicità verso qualcuno che non siamo noi e che merita di ricevere tale lode.

c) Deve essere lode di Dio. Nessuno ha diritto di essere lodato al di fuori di Lui. Lui è tutto. L’autentico vero bene, il tesoro incorruttibile. E’ Colui che ha dato Se stesso per noi. Colui che ci offre e continuamente attua per noi la salvezza. Quindi il testo di ciò che cantiamo deve lodare il Signore in modo inequivocabile. Deve essere preghiera autentica, non un ammasso di frasi tanto romantiche quanto equivoche, che potrebbero adattarsi anche ad una canzone dedicata alla fidanzata o al pubblico del festival di San Remo! Lodare il Signore è cercarLo (Salmo 21), è parlare di Lui, è raccontare le Sue opere, è professare la certezza del Suo amore e della Sua infinità maestà. Per cui servono parole che siano proprie soltanto del Signore, chiare, nette, portatrici di una fede autentica e precisa, che si rifacciano alla Scrittura e alle grandi bellezze della Tradizione. Bisogna un po’ operare come vuole insegnarci Gesù stesso, quando ci parla, nel vangelo di Matteo, del padrone di casa che tira fuori dal suo forziere cose nuove cose antiche (Mt 13, 52). La tradizione è veramente autentica e vitale quanto si pone in una comunione solida di continuità e fedeltà al passato e insieme di prudente rinnovamento, che riscopra, rivaluti, rivitalizzi, attualizzi tutta l’esperienza secolare precedente per mezzo delle ricchezze attuali e dei doni che lo Spirito Santo ci fa oggi. Altrimenti diventa tradizionalismo, che è cosa sterile, morta, polverosa, come gli antichi paramenti che, anziché essere impiegati nelle azioni del culto, vengono messi sottovetro nei musei: quei paramenti odorano di morte del sacro.

Tuttavia un’ulteriore riflessione dobbiamo farla, proprio circa i tempi in cui viviamo. Se il tradizionalismo è morte per aridità, tutto ciò che pretende di essere moderno, nuovo, rinnovato tagliando i ponti col passato e rifiutando l’assoluta bellezza e ricchezza della Tradizione, ecco, tutto ciò è morte anch’esso, in quanto troncatura di quei legami forti che, attraverso la Santa Tradizione, ci innestano nella fede degli Apostoli e quindi nella vita e nella presenza concreta e vera del Cristo. In pratica è come se un ramo volesse distaccarsi dal fusto originario. Per qualche breve istante continua a produrre gemme con ardore e grinta. Tutta illusione. Sono gemme basate sul nulla, che non ricevono più alcun nutrimento dalle radici e dal fusto: prima si seccano e muoiono, poi appassisce il ramo, perché non è più alimentato dalla linfa.

Se guardiamo alla situazione liturgica nelle nostre chiese, tra musica rock, chitarre folk, batterie, chitarre e bassi elettrici al posto del gregoriano, dell’organo, della polifonia classica e di un composto e sereno canto a voce di popolo, ci rendiamo conto che uno dei più grandi problemi della riforma liturgica è il non aver generato un’autentica musica sacra che, forte della tradizione che l’aveva preceduta, potesse essere in grado di parlare all’umanità di oggi, declinandosi in gradi e livelli diversi di fruibilità, ma egualmente validi.
La rottura verificatasi negli anni ’70 del secolo appena trascorso è stata chiaramente voluta e preparata a tavolino, e questo è chiaro: tuttavia è altrettanto errato pensare a tutto questo come al prodotto di un’assoluta malafede. La temperie sociale della grande contestazione unita al desiderio di rinnovamento, di libertà da vincoli e rubricismi che a tratti divenivano davvero simili a farisaici, insostenibili fardelli, com’è comprensibile ha generato l’effetto contrario: l’assoluta perdita di percezione dello ius divinum. La liturgia, che pure è giusto e normale che sia soggetta a mutazioni negli aspetti accidentali del suo linguaggio, non è qualcosa che si trova nelle mani del presbitero e della comunità celebrante per essere modificata, alterata, cambiata, bensì per essere custodita per ciò che essa è: la fonte e il culmine della vita cristiana (SC n° 10). Proprio per questa sua importanza vitale, nessuno, assolutamente, anche se sacerdote, può osare di sua iniziativa aggiungere, togliere o mutare alcunché (SC n° 22 § 3).

Per tornare a quello che dice Sant’Agostino, dunque il cantare è principalmente segno di letizia, di gioia: è la sobria ebbrezza dello Spirito. In modo speciale l’Alleluia esprime questa gioia nel dar lode a Dio. Per gustare ed esprimere più a lungo la gioia della lode, l’esecuzione dell’Alleluia anticamente si prolungava con un lungo e articolato vocalizzo sull’ultima “a”. E’ il cosiddetto “giubilo”: tali espressioni canore offrivano il perno per la produzione di melodie gioiose che si prolungavano a non finire. Anche per quest’aspetto, Agostino è una fonte insostituibile. Nel suo commento al salmo 32 dice:

<<Non andare in cerca di parole, come se tu potessi tradurre in suoni articolati un canto di cui Dio si diletti. Canta nel giubilo. Cantare con arte a Dio consiste proprio in questo: cantare nel giubilo. Che cosa significa cantare nel giubilo? Comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta col cuore. Coloro infatti che cantano sia durante la mietitura, sia durante la vendemmia, sia durante qualche lavoro intenso, prima avvertono il piacere, suscitato dalle parole dei canti, ma, in seguito, quando l’emozione cresce, sentono che non possono più esprimerla in parole e allora si sfogano in sola modulazione di note. Questo canto lo chiamiamo giubilo. Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l’ineffabile Dio? Infatti è ineffabile Colui che tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e d’altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane, se non giubilare? Allora il cuore si aprirà alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti delle sillabe. Cantate a Lui con arte nel giubilo!>> ( Sant’Agostino, Commento sui Salmi, Salmo 32, disc. 1, 7-8, CCL 38).

Il termine sequentia appare per la prima volta in un passo del Liber Officialis, opera del liturgista Amalario, redatta prima dell’anno 830 d. C. Qui egli afferma che il versetto dell’Alleluia tocca profondamente l’animo del cantore e che quindi haec jubilatio, quam cantores sequentiam vocant (= questo giubilo, che i cantori usano chiamare sequenza, cioè séguito) pone la mente nella condizione di non avvertire più la necessità di parole pronunciate. In poche parole, la sequenza era in origine una melodia sostitutiva del giubilo dell’alleluia. Inizialmente fu un melisma, cioè una lunga serie di vocalizzi; solo più tardi vi fu sottoposto il testo. I melismi canonici (cioè fissati, che sostituirono gradatamente il giubilo improvvisato dal cantore), quelli che Amalario definiva sequentia, preesistevano da molto tempo e il contributo proprio del secolo IX si riduce all’aggiunta d’un testo a questi melismi.
I testi delle sequenze si presentano come scritti in vari metri e versi, a seconda dei periodi in cui sono stati redatti e/o della musica alla quale dovevano essere adattati.

Senza volerci dilungare troppo sul piano storico, basterà dire che nel corso dei decenni le sequenze di moltiplicavano a vista d’occhio, tanto da non esistere praticamente Messa domenicale che prima della proclamazione del Vangelo non avesse una sequenza da cantare. Il momento del canto della sequenza era uno dei più attesi dall’assemblea che partecipava alle liturgie: poiché il canto diventava sempre più un qualcosa di professionale ed esclusivo della schola cantorum, nella sequenza era tutta l’assemblea che faceva sentire la sua voce, alternandosi col coro e col presbiterio. Proprio nell’accompagnamento della sequenza l’organo pneumatico troverà uno dei suoi primi impieghi più ufficiali, sostenendo il canto di tutto il popolo che partecipa alla Messa, oltre a raddoppiare le voci della schola, a produrre voci polifoniche in armonia rispetto alla melodia principale, oppure sostituendo di sana pianta il gruppo dei cantori, quando questo non c’era (di qui si può ben comprendere l’imprescindibile nuzialità dell’organo e del suo modo di eseguire e interpretare come imitazione della voce umana e del canto gregoriano, con tutta la sua agogica ampia, libera da eccessive rigidità metronomiche e proprio per questo profondamente spirituale).
Di tanta fioritura, dopo il Concilio di Trento, sotto il Papa San Pio V, per forti timori di corruzione della dottrina autentica in seguito all’eresia protestante, si conservarono nel messale solo quattro testi per precise occasioni liturgiche:

1) per Pasqua la Victimae Paschali laudes, del X secolo, forse di Wipone;
2) per Pentecoste la Veni, Sancte Spiritus, del secolo XI;
3) per il Corpus Domini la Lauda Sion Salvatorem, di Tommaso d’Aquino, di fine XIII secolo;
4) per le esequie la Dies Irae, forse di Tommaso da Celano.

Nel 1727 papa Benedetto XIII ripristinò la Stabat Mater dolorosa, opera probabile di Jacopone da Todi.
Il motivo di una così drastica riduzione va ricercato anche nell’opinione di molti liturgisti tridentini, secondo i quali il canto della sequenza, oltre a togliere la giusta e dovuta attenzione al momento della proclamazione del Vangelo, diveniva soprattutto possibile occasione di inserzione di elementi dottrinari provenienti dagli ambienti della riforma luterana, cosa, questa, assolutamente inaccettabile. Nel corso dei decenni successivi alla promulgazione del messale tridentino fu comunque concessa l’esecuzione di alcune sequenze particolari in base a consuetudini del luogo, feste di santi, eventi liturgici specifici.

(Continua)

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