Un sedicenne pensieroso sta proprio lì, appoggiato al muro della casa, accanto alla porta d’ingresso. Sembra quasi che ai normali turbamenti della sua età si assommi qualcos’altro, di più profondo ed incisivo. Sta aspettando Manuel, il suo “amico di chiacchierate religiose”, che dovrebbe rincasare da un momento all’altro, di ritorno dal servizio alla Messa vespertina in una delle chiese dov’è organista.
Appena giunge di fronte alla propria casa, Manuel non impiega che pochi istanti per scorgere il velo di buio che oscura il cielo di quel suo “fratello minore”.
«L’altro giorno ero entrato in chiesa per un momento», incomincia il ragazzino. «Ho alzato lo sguardo al Crocifisso. Una domanda ha cominciato a ronzarmi per la mente, senza lasciarmi in pace: perché Gesù è morto in croce? Che motivo c’era? Io non capisco il perché di questo sacrificio, di questo dolore, di una morte così orribile. Credimi: più ci penso e più non riesco a capire e ci soffro tremendamente».
Il giovane musicista, fatto entrare in casa l’adolescente, resta per un attimo in silenzio. Poi posa una mano sulla spalla di quel suo turbato amico:
«Un famoso santo, Ignazio di Loyola, faceva spesso ricorso all’uso dell’immaginazione per far vivere ai suoi religiosi la dimensione della preghiera e della meditazione. Allora… usa per un attimo l’immaginazione insieme a me.
Ti trovi in una cella.
L’aria è satura di polvere. Pallidi raggi di sole penetrano attraverso le sbarre di strette finestre, nella parte alta della stanza. Hai le catene ai polsi. Sei seduto sul lettuccio umido e fatiscente della cella. Stai solo aspettando che vengano a prenderti per condurti all’esecuzione della sentenza di morte che ti è stata inflitta. Non sei innocente. Colpa grave, la tua. Di quelle che non ammettono altra riparazione, se non a prezzo della vita. Quanto ti piacerebbe poter tornare indietro, fare scelte diverse … ma non puoi. E’ troppo tardi per tutto. La vita è qualcosa di meraviglioso, … e tu, per tua libera scelta, l’hai sprecata.
Ti dispiace? Certo, anche se non hai tutta la lucidità di pensiero sufficiente per condurre un’obiettiva riflessione su te stesso. La paura, col passare dei minuti, aumenta. Vorresti piangere, ma non ci riesci.
D’improvviso, un rumore sinistro ti fa trasalire. La serratura cigola. La porta si apre. Entrano le guardie carcerarie e, con loro, il carnefice. Al solo vederlo, il cuore ti salta in gola. Ti tremano le guance contro i denti. Senti come se la lingua ti fosse trapassata da mille aghi, e per tutta la tua bocca si diffonde il sapore dolciastro e tremendo della paura.
Il boia tiene in mano lo strumento con cui ti infliggerà le prime, tremende torture: un fascio di lembi di cuoio, ognuno intrecciato ora a piccole lame affilate come rasoi, ora a piccole sfere irregolari e chiodate. Le guardie portano chi delle corde, chi degli affilatissimi e lunghi puntelli di lucido e scuro metallo: gli attrezzi con cui ti porranno su un patibolo per farti morire dissanguato, goccia a goccia, dopo lunga, atroce agonia tra asfissia e dolori lancinanti.
Inizi a tremare. Non hai più controllo su alcuna fibra del tuo corpo. Quand’ecco all’improvviso qualcosa che non ti saresti mai aspettato. Nella cella entra un giovane trentenne, alto, robusto: un gran bel ragazzo, insomma. Lo riconosci, l’hai già visto: è l’unico figlio del Sovrano che ha emesso la sentenza che tu hai meritato secondo retta giustizia.
Ti guarda.
Ti senti come trapassato nel profondo del cuore, non da un violento colpo di lama, ma come se una calda luce, serena, benevola ti penetrasse nell’intimo, illuminando le pieghe più buie della tua persona, ponendo in luce oscurità che neppure tu sapevi di avere in animo. Quel giovane ti rivolge un sorriso splendido. Non hai mai parlato con lui. Eppure, ora che ti guarda, hai l’impressione che ti conosca da sempre. Si rivolge alle guardie e dice loro queste parole:
“Ho parlato con mio Padre, il Sovrano. Mi ha detto che la riparazione per queste colpe così gravi è solo a prezzo di sangue, secondo piena giustizia. Ma mi ha detto anche un’altra cosa. Ci sarebbe qualcuno che, se accettasse di accollarsi la pena di questi delitti, renderebbe possibile la grazia non solo per questo poveretto, ma per molti, moltissimi che sono rei dello stesso crimine: tutti coloro che ne sono dispiaciuti e se ne dispiaceranno sinceramente sarebbero assolti con formula piena, da ora e per sempre”.
Il boia e le guardie si mettono a ridere sguaiatamente, quasi fossero bestie. Un secondino gli chiede:
“E chi sarebbe tanto nobile e stupido da volere per sé una morte del genere per salvare degli inutili cani rabbiosi come questo qui?”.
Il giovane, serissimo, gli risponde:
“Io. Prendete me e fatemi pure ciò che avreste dovuto fare a lui e agli altri come lui. Mio Padre, che mi ama con tutto Se stesso, è d’accordo. Mi ha mandato qui per questo. E io ho accettato. Questo è il patto: la mia vita per la loro”. Detto questo, il giovane estrae di tasca un foglio: è il decreto di grazia che sancisce i termini di rilascio per i colpevoli: Mio Figlio prenderà il loro posto, ha scritto la mano stessa del Sovrano.
Il macabro gruppetto si passa di mano in mano il foglio, controllano la scrittura, esaminano i sigilli. Resta interdetto per un attimo. Poi quegli uomini si guardano l’un con l’altro, si danno una bella scrollata di spalle, vengono da te che eri prigioniero in attesa dell’esecuzione e ti tolgono le catene. Quel bel ragazzo ti guarda. Ti sorride ancora.
E ti dice: “Sei libero. Va’ pure. Riprenditi la tua vita. E stavolta vedi di farne un capolavoro”. Ti abbraccia.
Lo afferrano. Lo spogliano nudo lì davanti a te e, tra le risate più disumane che tu abbia mai sentito, lo trascinano via. E’ silenzioso, muto. Non un fiato. Non un gemito. Non un moto di ira. Mesto e docile, si è messo nelle mani di quella marmaglia infame.
Poche decine di minuti, e praticamente lo spellano vivo a frustate.
Passa un’ora, e lo hanno fatto oggetto delle burle e delle derisioni più brutali: sputi, schiaffi, percosse su quella povera carne sanguinante. La testa fasciata con un groviglio di rovi, mentre gliela percuotono, così conciata, a colpi di canna e di bastone.
Passano altre due ore. L’aria circostante risuona di sordi, cupi colpi di metallo contro metallo, alternati a urla di dolore. Quel giovane è ora appeso ad un patibolo di legno, a braccia spalancate, fissate alle travi con quelle corde, e quei puntelli affilatissimi sono piantati nella carne, tra osso ed osso. I vasi sanguigni e i nervi, recisi, non fanno altro che procuragli lancinanti dolori ogni secondo. E’ praticamente impossibile trovare un lembo di pelle che non sia coperto di sangue.
Tre ora ancora, in quello stato … ed il giovane, così conciato, esclama: “Padre, la riparazione che volevi si è consumata. Tutto è stato fatto”.
E muore.
Tu sei lì sotto. Hai assistito alla scena, da uomo libero e assolto. La tua colpa l’ha pagata quel ragazzo al posto tuo: proprio prima di spirare, ha avuto un ultimo sguardo per te e ti ha sorriso ancora. Adesso, al posto della paura, c’è solo il turbamento del ricordo di quello sguardo così unico che ti ha penetrato, di quel sorriso con cui ti ha salutato. Il tutto frammisto ad una domanda assillante che ha iniziato a ronzarti nella mente: “Perché l’ha fatto? Io nemmeno lo conoscevo. Non ho mai fatto niente per lui. Eppure ha detto che a me e a tutti quelli come me teneva moltissimo. Perché?” E’ questa la domanda che ha preso a tormentarti, vero?».
Il sedicenne interlocutore annuisce, senza proferir parola. Il suo turbamento appare addirittura raddoppiato, ora.
«Come molti hanno fatto fin da bambini», prosegue Manuel, «anche tu hai letto almeno una volta i dieci comandamenti. Agli occhi degli uomini d’oggi, così preoccupati di non perdere neanche un frammento della propria (presunta) libertà, quella sfilza di “non avere, non fare, non dire, non desiderare” non risulta forse assai antipatica e fastidiosa, quasi fosse una castrante limitazione? Figuriamoci se, al giorno d’oggi, ci si potrebbe mai sentire in debito verso qualcuno e in dovere di offrire riparazione per qualcosa di sbagliato! Sbagliato per chi, poi? Per gli altri, forse.
“Chi lo dice che ciò che è sbagliato per gli altri lo sia anche per me? Chi ha stabilito che ciò che è male per gli altri lo sia anche per me?”, domande, queste, che ho sentito sulle labbra di non pochi adolescenti come te. In questo oscuro oceano di confusione, nel quale tutto è egoismo, ci imbattiamo in una parola che è stata talmente sporcata e svilita da risultarci di un sapore scipito e melanconicamente dolciastro: amore. Tu hai mai riflettuto sulle origini del nostro concetto di amore, nel mondo occidentale? Da dove viene questa parola?».
Il fanciullo accenna un sorrisetto con un angolo delle labbra:
«Dài, sei tu che hai studiato il greco e il latino, mica io! Dimmelo, che sono curioso…».
«D’accordo: proviamo un po’ a chiarire i termini . Il greco antico conosceva per lo più tre parole per indicare la sfera dell’amore: eros, philia e agape.
Con eros si intende principalmente la realtà del contatto fisico-sessuale, l’ebbrezza, il cedere della mente razionale alla bella pazzia, che poteva anche essere intesa come “divino invasamento”.
Per il termine philia, ossia il rapporto di reciprocità vantaggiosa (senza necessarie, insite sfumature di meschino opportunismo), la traduzione con “amicizia” così come oggi la intendiamo non calza più proprio a pennello. Non è forse vero che, per esempio, nei crocchi di giovincelli rampanti della tua età si sta insieme tanto per stare insieme, ma niente di più? E poi? Tutti a casa, magari alle cinque della mattina, dopo una grande serata da sballo, al punto che, se vi facessero le analisi del sangue, chissà cosa ne verrebbe fuori…».
Il ragazzo abbassa un po’ lo sguardo, a quelle parole: quel suo amico, più grande di lui, ha colto nel segno. Prosegue:
«Qualcuno di questi baldi giovani si è mai messo in disparte con uno o due dei suoi “amici” per aprire il cuore, misurarsi con loro sui propri problemi, confidare i dubbi che si agitano nell’intimo, svelare i propri traumi, raccontare i propri dolori, esaminarsi di fronte all’altro per avere un metro di confronto e magari di aiuto? Ti sei mai tolto la maschera, rivelandoti per quello che sei, ossia un fragile essere umano come lo è chiunque, bisognoso del contatto coi propri simili? Philia. Ossia, al giorno d’oggi, “sto con te perché mi fa comodo, ma non dirmi che hai bisogno di qualcosa perché non mi interessi né tu né nessun altro: sono cavoli tuoi”».
«Vero», risponde l’altro. «E’ brutto e triste, ma hai ragione: è così che va. Tutti bravi a far gruppo, ma ognuno pensa per sé e basta! Non c’è mai nessuno che voglia prendere sul serio niente!».
«Vedi, in realtà non si tratta solo d’egoismo, che tutt’al più è una conseguenza. E’ paura, una vera e propria fifa blu di accorgerti, mentre ti specchi nelle incrinature e debolezze dell’altro, che anche tu possiedi le stesse fragilità, di fronte alle quali non sai come reagire; e allora ti procuri un po’ d’erba, un superalcolico per “stonarti” come si deve e non ci pensi più. Risultato che ottieni? La solitudine del cuore, che spaventa un adolescente come te, ma anche un giovane universitario così come un adulto che vive nel tram tram del mondo che ci circonda ».
Forse stavolta Manuel ha calcato troppo la mano. Ha l’impressione che gli occhi del suo giovane amico stiano iniziando ad inumidirsi un pochino. Così va avanti, per affrettare il lieto fine:
«La terza parola, agàpe, era messa piuttosto ai margini del linguaggio greco. E’ proprio la parola che ci serve per capire la scelta, altrimenti indecifrabile, di quel Figlio unico del Sovrano nel prendere il posto, da innocente, di quella marmaglia imputridita nelle peggiori colpe. Agàpe è la carità, non nel senso della pietà sporca di chi, in fondo, disprezza il debole, ma di chi fa di se stesso un dono per l’altro, soltanto perché il bene dell’altro gli preme davvero, tanto da donare realmente a quel misero e putrido colpevole la carne innocente del proprio cuore: Miseri cor datum. Il cuore donato al misero: misericordia, dunque. Compassione, nel senso di voler talmente bene all’altro al punto di voler soffrire con lui, anzi per lui, al posto suo. Perché L’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca ».

«Sì, ora ho capito la parola “amore”», esclama il ragazzo, con una punta di soddisfazione: «Ma perché il sacrificio? Ben pochi di noi avranno di che accusarsi di atti così gravi da meritare la morte. Non abbiamo ucciso nessuno. Non abbiamo rovinato nessuno. Non abbiamo derubato e spogliato nessuno. Che male possiamo dunque aver mai fatto per riconoscerci in quel meschino individuo chiuso in cella, in attesa della propria esecuzione?».
Manuel allora cerca di far riflettere il suo giovane amico:
«Se avessimo l’onestà di esaminarci dentro, scopriremmo che non siamo poi tutti questi “stinchi di santi” che ci illudiamo di essere per comodità di coscienza. Non abbiamo mai ucciso nessuno? Forse. Ci è mai capitato di sparlare di qualcuno, di “spogliarlo” davanti agli altri, indicandone i difetti messi a nudo, le debolezze, le mancanze, magari ricamandoci pure un po’ sopra, ingigantendo certe meschinità da una parte e forse tacendo certi pregi dall’altra? Insomma, non ci è mai capitato di “uccidere nessuno con le parole”? Non abbiamo mai rovinato nessuno? Probabile. Guarda, mi limito al mondo di noi musicisti, grandi o piccoli, abili o dilettanti che siamo. Pensi davvero che non ci capiti mai di ascoltare un CD o un’esecuzione dal vivo e di desiderare ardentemente di possedere la stessa abilità al punto tale da provare rabbia ed invidia in cuore verso l’esecutore? Che non ci punga vaghezza di volerci mettere al posto di qualcuno all’organo, di voler scegliere i canti al posto del celebrante perché – poverino – non ha studiato musica e quindi non ne capisce nulla?
Non abbiamo mai derubato nessuno? Concesso, ma – rimango ancora nell’ambito musicale – dico io: è qualcosa che capita costantemente a te, maestro d’organo o di coro, di sentire come priorità il bisogno di donare bellezza all’adolescente che sta seduto laggiù, in ultima panca, per dargli una sosta nella tempesta dei dubbi di chi si affaccia alla porta di questo duro mondo? O forse non l’hai neppure visto, tanto eri preoccupato per la diteggiatura filologica da usare o per le condizioni dell’organo in modo da fare più bella figura con “il pubblico”?
Tu, studente ed apprendista, se riconosci nella persona che ti sta accanto un talento maggiore del tuo, sei subito pronto a lasciargli la panca dello strumento o la direzione del coro perché la Liturgia sia ancor più degnamente celebrata a maggior gloria del Cielo e per maggior beneficio delle anime dei presenti? O magari, seppur cedi il tuo posto, lo fai a denti stretti, mandando i peggiori accidenti perché quel tizio là non aveva altro posto dove venire a scocciare?
Se uno solo di noi dicesse di non avere nulla che la coscienza gli possa rimproverare, gli ricorderei che i più grandi santi della storia sono morti convinti di non aver altra speranza se non nella misericordia di quel Sovrano e di quel suo Unico Figlio: a tal punto si sentivano deboli, fragili, inutili, imperfetti».
«Ohi, ma così la situazione si fa pesante!», replica l’adolescente. «Ma dài, il Signore non sarà mica così severo…».
Abbozzando un sorriso misto a tenerezza e a sana perfidia, Manuel si avvicina alla libreria, prende il vangelo e legge:

Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma Io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio, e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio in cuor suo con lei. Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te .

A quel punto guarda l’ascoltatore e, fissatolo negli occhi si chiede tra sé se sia il caso di proseguire o no. Temendo però che l’alternativa che potrebbe balenare nella mente in piena tempesta ormonale del suo “fratello minore” sia quella di dirigersi al negozio più vicino che venda del cordame per acquistarne tre metri circa e procurarsi così un’agile soluzione al dilemma con nodo scorsoio e caduta sorda, continua:
«Una volta, per catturare i topi nelle cantine, si usava preparare delle tavole di legno cosparse di colla con al centro l’esca. Poi le si lasciavano nei luoghi dove si presumeva ci fossero i topi. I risultati erano sempre assai scarsi in catture. Spesso, invece, vi si trovavano orecchie, baffi, pezzi di coda, dita, parti di pelle e tanto sangue: quelle povere bestie preferivano istintivamente strapparsi una parte del corpo pur di salvare il prezioso bene della vita. E’ la stessa cosa che fa la volpe, quando rimane imprigionata nella trappola del cacciatore: si strappa a morsi la zampa, pur di scappare. Con questi insegnamenti, il Figlio del Sovrano sembra proprio volerci dire: “E tu, caro il mio pappamolle, cosa saresti disposto a fare, a soffrire, a eliminare di te stesso, per risollevarti dalla trappola di male e putredine in cui sei caduto?”
Non credo occorra proseguire oltre, per renderci conto che, in effetti, se per una volta siamo sinceri con noi stessi, ci troviamo un po’ tutti in quella cella, con le catene ai polsi, l’odore della polvere nelle narici, … e l’angoscia nel cuore perché, forse, facciamo un po’ schifo per come siamo, intuendo come sarebbe stato bello aver fatto scelte diverse, aver lavorato in altro modo su noi stessi.
Ci sei tu, sì: ma anche io sono lì accanto a te, tra i prigionieri condannati. Tutti abbiamo commesso lo stesso crimine, seppur declinato in forme diverse: abbiamo mancato contro l’amore. Una colpa che produce di per se stessa la morte dell’anima e di quanto di più intimo e potenzialmente nobile vi sia in un uomo. Quel sacrificio d’agàpe è così ad un tempo la dovuta riparazione secondo giustizia e il più perfetto frutto dell’Amore, un Amore fatto persona, un Amore fattosi uomo, che è venuto per dare razionalmente, coscientemente la Sua vita per chi si era perduto ».
Gli occhi di quel ragazzo mostrano già una luce diversa. Qualcosa gli si è mosso dentro e ne ha provato sollievo. Ma non gli basta. Come a tutti gli adolescenti, ha l’animo pieno di mille domande:
«Ora capisco quanto sia bello che il Figlio unico del Sovrano entri nella mia cella e mi liberi dalle catene e dalle mani del carnefice. C’è però questa parola “sacrificio” che continua ad urtarmi un po’: bisognava proprio che Egli prendesse quella strada, immolando la Sua vita in quel modo?»
Con la calma, Manuel cerca di penetrare ancor più in profondità.
«Nel primo giorno di gennaio, ottava della Natività, un tempo il Rito Romano celebrava la Circoncisione del Signore. Otto giorni dopo la sua nascita, quell’Unigenito Figlio si sottomette a questo rituale giudaico non solo per entrare a far parte del popolo secondo la legge ma, essendone il Salvatore, per divenire membro a tutti gli effetti dell’umanità intera. Ora, ogni atto dell’Altissimo è infinito, essendo Egli stesso infinito. Se, in base all’altissima giustizia, il delitto contro l’amore richiede il prezzo del sangue, allora già le pochissime gocce versate dal Salvatore nella sua circoncisione sarebbero più che sufficienti: “Di quel Sangue una goccia soltanto purifica il mondo intero da ogni delitto”, canta il ritmo Adoro Te devote . Dunque, essendo il Figlio del Sovrano compartecipe della medesima natura del suo Altissimo Padre, nel preciso momento in cui avviene quella piccola effusione di sangue, ogni prigioniero condannato è già salvo. Cosa importa allora l’esperienza di un sacrificio così cruento e che, diciamocela tutta, ci “fa senso”?
L’agàpe per sua natura è cura dell’altro e per l’altro. Se quel povero, inutile prigioniero, quando era libero, si fosse fermato per strada ad ascoltare un poco il Figlio del Sovrano che parlava alla gente, avrebbe sentire rivolte anche a lui queste parole, forse col gesto affettuoso di una mano posata sulla testa, sulla spalla, sulla guancia: “Quanto costano cinque passeri? Pochi soldi, no? Eppure nemmeno uno di loro è dimenticato da mio Padre. Anche i capelli del tuo capo Io li ho contati tutti. Non avere paura: tu vali più di molti passeri ”. Proprio per questo, venendo trascinato fuori, quel giovane, nudo, può dire al colpevole liberato: “Pago io il tuo debito, perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e Io ti amo ”.
Il Figlio del Sovrano ama il condannato, lo stima quale amico prezioso, lo conosce fin nel profondo, lo conosce come nemmeno quel prigioniero in persona conosce se stesso, lui che a stento ha riconosciuto i lineamenti di chi lo ha salvato: ne aveva sentito parlare, magari lo aveva pure guardato qualche volta così, di sfuggita, ma non si era mai curato minimamente di Colui che prima di recarsi in quella povera, squallida cella, aveva espresso a suo Padre il proprio consenso al sacrificio: “Per lui e per quelli come lui Io ti offro Me stesso. E loro stessi sappiano che sei stato Tu a mandarmi, perché li ami come ami Me ”».
«Ma se il Sovrano adotta come figlio quel misero prigioniero», lo incalza il giovincello, «se il suo Figlio Unico guarda così a quel derelitto come ad un suo fratello, … che ragione c’era di quella morte orribile? Non bastava “fare un’amnistia, un decreto di grazia” e tutto finiva lì?».
«No, non bastava, perché a noi esseri umani, induriti nella nostra piccola, meschina debolezza di mente e di cuore, occorre sempre una prova, un segno, un gesto forte che ci scuota fin nel profondo per dimostrarci che quelle parole d’amore sono sigillo di un’agàpe autentica nei nostri riguardi. Dall’alto del suo patibolo di legno, con la pelle che pende a brandelli per le frustate, i rovi che trafiggono la fronte e le tempie, i polsi e i piedi trapassati e sanguinanti, con le braccia spalancante, pronte ad accogliere chiunque lo voglia, ed un sereno sorriso sulle labbra, nella dignità infinita di quella nuda, massacrata ed immacolata carne, il Figlio può e vuole che l’assolto condannato comprenda quella scelta così tosta: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” . In due parole, Dio ti ama e te lo dimostra col dono di Sé, un dono elargito non con parsimonia, ma in pienezza: tutto il corpo, tutto il sangue, tutta l’anima, tutta la divinità. Niente è impossibile a Dio? Forse una cosa Gli è davvero impossibile: amarci più di così, dal momento che ci ha dato tutto Se stesso, senza misura.
E’ questo che ti turba: quando guardi il Crocifisso scopri e ricordi che sarai sempre in debito e non farai mai il pari. Tu puoi accettare questo dono immenso con l’impegno di una vita buona, investita bene, profusa nelle buone opere, accentando di essere stato amato per primo, oppure rifiutare tale doni e perdere la tua vita, sapendo che così avrai perduto per tua libera scelta l’Amore più grande che esista, e che ti ama con una tenerezza, una cura ed una potenza che non si possono misurare.
Per questo vi ripeto sempre, ragazzi: abbiate stima di Cristo!».

Mezz’ora fa, quel sedicenne stava appoggiato al muro di quella casa col cielo della sua anima oscurato dai dubbi.
Ora la notte è finita. Può tornare a casa, e di corsa: è in ritardo per la cena!
E mentre cala la pasta nell’acqua ormai bollente, anche Manuel, sorride, sorpreso di quando in quando da un piccolo nodo di commozione.

Gesù, io so che Tu sei il Figlio di Dio, che hai dato la Tua vita per me. Voglio seguirTi con fedeltà e lasciarmi guidare dalla Tua Parola. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di Te e metto la mia intera vita nelle Tue mani. Voglio che Tu sia la forza che mi sostiene, la gioia che mai mi abbandona (Papa Benedetto XVI, Giornata Mondiale della Gioventù 2011).

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