DIES IRAE: COME? DOVE? QUANDO? CHI?

(di Alessio Cervelli)

Quando sentiamo le parole “Dies Irae”, i più pensano a certi pezzi dal Requiem di Mozart o di Verdi, entrambi particolarmente vibranti e infiammati; gli anziani, invece, ricordano ancora come, da giovani, si cantasse un lungo testo latino durante “i trasporti”, cioè nel rito delle esequie.
Uno scenario di trapasso, dunque.
Ma è proprio così?
E’ sempre stato così?
Oggi, ad esempio, nelle Esequie secondo il Novus Ordo questa sequenza è stata soppressa. Alcuni ritengono che il motivo sia ideologico: troppo lugubre, troppo terrificante; c’è bisogno di speranza, come dicono i liturgisti progressisti, che vorrebbero insegnare la tesi dell’Inferno vuoto, perché Dio non ci manda nessuno (e quindi, questa sequenza non s’ha da cantare!).
Per capire se davvero c’è dell’ideologia dietro l’oblio della Dies Irae occorre prima di tutto chiederci: veramente è un testo da far paura? Da togliere dal cuore ogni speranza ed ogni parvenza di serenità?
Direi di iniziare dalla Costituzione Dogmatica Lumen Gentium, del Conc. Vat. II, n° 48:

La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per grazia di Dio acquistiamo santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose, e con il genere umano anche tutto il mondo – il quale è intimamente unito all’uomo e per mezzo suo raggiunge il suo fine – sarà perfettamente restaurato in Cristo.

Sarà dunque l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio dell’uomo e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna (Cfr. Gv VI, 28-29).
Proseguendo sulla direttrice tracciata dai vangeli, possiamo leggere Mt XXV, 31.32.46, ed udiamo che saranno riunite davanti a Lui tutte le genti, ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. E se ne andranno questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna.
Innanzitutto, va riconosciuto serenamente questo: dal finire degli anni ’60 del secolo appena trascorso, viviamo un periodo in cui la pastorale raramente parla dell’Inferno, della dannazione eterna, delle tentazioni, del demonio. Dunque certi passi del Vangelo e più in generale della Scrittura incutono una certa paura. Nessuno stupore, dunque, se nella catechesi certe pagine scomode si omettono per non impaurire le persone.
Orbene, a certe frange un tantino ideologiche del tradizionalismo occorre ricordare che un simile atteggiamento non si è manifestato ex nihilo coi subbugli sessantottini. Si vada a cercare nel Messale del ’62, ad esempio, qualche lettura liturgica circa le piaghe d’Egitto narrate nell’Esodo: non se ne troverà traccia, così come di tante alte pagine “dure” dell’Antico Testamento, presente nel lezionario tridentino solo in percentuale del 6 / 7 %.
E’ una critica, questa? No, è solo la costatazione di un dato di fatto che deve aiutarci a comprendere come la vita liturgica della Chiesa sia sempre stata in cammino e che, con buona pace di tutti (modernisti e tradizionalisti), la Liturgia davvero perfetta la troveremo solo in Cielo.
A noi, qui, interessa un sereno ed agile percorso intellettualmente onesto e – perché no? – pastoralmente fruttuoso.

Com’è, allora, questo Dio? Misericordioso o Giudice severo?
Sempre pronto al perdono, oppure fiscalista registratore di ogni minima devianza dal Suo volere?
In altre parole, Dio mi ama e mi vuole salvare, o no? Ecco, questa in pratica è la domanda che in ultima istanza tormenta non pochi membri del popolo fedele nel caos del mondo cattolico odierno, oscillante tra lassismo sfrenato, pressapochismi catechetici e intransigenti ideologie.
Non intendo lanciarmi in un’esegesi biblica per la quale non sono e mai sarò all’altezza, in quanto non sono biblista. Preferisco semplicemente condividere il passo della Scrittura che, a suo tempo, fu per me di maggior conforto e illuminò di serenità il mio cuore: “Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”, così afferma San Paolo nella Lettera ai Gàlati (II, 20). Questo è il fatto certo e sicuro che possiamo dire tutti circa noi stessi, e che anzi si sente l’urgenza di far conoscere a chi si incontra. L’evento culminante dell’amore del Cristo per ogni uomo, il sacrificio della Croce, è un fatto talmente grande che Dio stesso ha voluto consegnarlo nelle mani degli uomini nella Sua Chiesa, perché nella celebrazione dell’Eucaristia tale santo ed immacolato sacrificio continuasse ad essere realmente ed incruentemente offerto al Padre, e il Corpo e Sangue dell’Unigenito Figlio fossero donati a qualunque uomo voglia lasciarsi salvare da tale Sacrificio e desideri incontrare personalmente il Signore Gesù vivo e vero, immergendosi nell’abisso dell’amore che non conosce limiti, che è pronto a perdonare non sette volte ma settanta volte sette (Mt XVIII, 22).

Senza volerci dilungare troppo nei voli teologici, basta tenere presente che nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, laddove si analizza il Credo, ai punti 133, 134 e 135 si commenta così il punto della professione di fede che afferma: “verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti”:

Come regna ora il Signore Gesù?
Signore del cosmo e della storia, Capo della sua Chiesa, Cristo glorificato permane misteriosamente sulla terra, dove il suo regno è già presente come germe e inizio nella Chiesa. Un giorno ritornerà glorioso, ma non ne conosciamo il tempo. Per questo viviamo nella vigilanza, pregando: <<Vieni, Signore!>> (Ap 22, 20).
Come si realizzerà la venuta del Signore nella gloria?
Dopo l’ultimo sconvolgimento cosmico di questo mondo che passa, la venuta gloriosa di Cristo avverrà con il trionfo definitivo di Dio nella Parusia (=gli ultimi tempi) e con l’ultimo Giudizio. Si compirà così il Regno di Dio.
Come Cristo giudicherà i vivi e i morti?
Cristo giudicherà con il potere che ha acquisito come Redentore del mondo, venuto a salvare gli uomini. I segreti dei cuori saranno svelati, come pure la condotta di ciascuno verso Dio e verso il prossimo. Ogni uomo sarà colmato di vita o dannato per l’eternità a seconda delle sue opere. Così si realizzerà <<la pienezza di Cristo>> (Ef 4, 13), nella quale <<Dio sarà tutto in tutti>> (1 Cor 15, 28).

E’ sufficiente questa piccola ossatura di base per poter finalmente entrare nel merito della nostra sequenza, attribuita a fra’ Tommaso da Celano, un francescano vissuto fra il 1200-1260.
Tutta la Bibbia, dall’Esodo all’Apocalisse, ci presenta Dio come <<Colui che è, che era e che viene>> (cfr. Es 3, 13-14; Ap 1, 4-8). Il testo della Dies Irae si ispira per alcune sue parti al libro del profeta Sofonìa:

Amaro è il giorno del Signore! Anche un prode lo grida. “Giorno d’ira, quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di trombe e d’allarme sulle fortezze e sulle torri d’angolo. Metterò gli uomini in angoscia e cammineranno come ciechi, perché hanno peccato contro il Signore; il loro sangue sarà sparso come polvere e le loro viscere come escrementi”.

Nel Messale di San Pio V la Dies Irae viene lasciata al posto in cui si trova da un considerevole lasso di tempo nella liturgia, ossia nel rito della celebrazione eucaristica per i defunti. Ma è nata proprio come preghiera per il suffragio esequiale?
No, a dire il vero, soprattutto alla luce di recentissime scoperte, quando lo studioso M Inguanez ha scoperto la presenza della Dies Irae in un testo liturgico del 1100, anteriore quindi addirittura alla nascita di fra’ Tommaso – come riferisce M. Righetti nel suo Manuale di storia liturgica (cfr. M. RIGHETTI, Manuale di storia liturgica, vol. II, Ed. Ancora, Milano 1950, in edizione anastatica 1998, p. 491).
Se andiamo a vedere i testi liturgici dell’Avvento, noteremo come essi considerino il mistero della venuta del Signore nella storia fino al suo concludersi, e quindi fino al Giudizio Ultimo, non tanto come una romantica quanto limitativa attesa di Gesù Bambino che nasce nella mangiatoia la notte della Natività. Il primo periodo dell’Avvento non è tanto il tempo che prepara al Natale, ma è soprattutto il tempo in cui viene fortemente evidenziata la dimensione escatologica (cioè il destino ultimo per il mondo e per l’uomo) del mistero cristiano. Secondo l’ipotesi dell’Ermini, molto fondata – e praticamente oramai verificata negli antichi libri liturgici -, la Dies Irae sarebbe stata composta come sequenza della Messa della Prima Domenica di Avvento. Righetti suggerisce che probabilmente ci troviamo di fronte ad un testo che, nella sua originale redazione, voleva essere la preghiera di un’anima che, tremando al pensiero del giudizio di Dio, ne implora pentita la misericordia; proprio per questo, in un secondo tempo, non di poco anteriore alla preparazione del Messale tridentino, parve opportuno mettere quei sentimenti sulla bocca del defunto, e la sequenza, modificata opportunamente nella parte finale, venne inserita nei messali dei francescani, i quali la riportano nel testo comunemente conosciuto a cominciare dalla prima metà del XIII secolo. E’ da essi che nel secolo XVI passò nel Messale Romano, che in pratica non fece altro che mantenere una tradizione ormai affermata e consolidata da secoli.

(Continua)

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