Quando i musicisti sentono parlare di teologia ed affini, di solito hanno due reazioni: restano indifferenti oppure se la danno a gambe. E’ innegabile come questo sia un risultato del divario, o forse sarebbe meglio dire del “divorzio” che s’è verificato negli ultimi cinquanta / sessant’anni tra cultura artistica e fede vissuta.
Una delle conseguenze di tale disposizione intellettuale è stato l’ingenerarsi di una pressoché totale incapacità di scrutare, percepire e comprendere appieno l’arte di uomini i quali, al contrario di oggi, vivevano, respiravano e si appassionavano in una relazione profondamente amicale tra il bello che essi producevano e la quotidianità della fede.
Cerchiamo quindi di scrollarci di dosso questa anestetizzante, apatica indifferenza.
In che modo? Lasciandoci prima di tutto introdurre nel mondo della “santa bellezza” da chi già secoli fa sapeva intonare un canto dell’intelletto sulle corde del cuore coi ritmi della lode:

«Quanto Ti ho amato tardi, Bellezza tanto antica e così nuova: quanto ti ho amato tardi! Ecco, tu eri dentro di me mentre io ero fuori di me stesso, e lì Ti cercavo, e in queste bellezze che Tu hai plasmato mi gettavo io, dall’aspetto così putrido e deforme. Tu eri con me, mentre io non ero con Te. Quelle bellezze mi tenevano lontano da Te, loro che non esisterebbero neppure, se non ci fossi Tu. Mi hai chiamato, hai urlato verso di me ed hai sfondato i timpani della mia sordità; rifulgesti, brillasti come lampo, e accecasti la mia cecità; emanasti la più meravigliosa fragranza, ed io respirai a pieni polmoni ed ancora spasimo di respirare Te; Ti assaporai ed ancora ho desiderio di mangiarTi e di bere di Te; Tu mi hai toccato, ed io bruciai come fiamma nella Tua Pace» (Agostino d’Ippona, Confessioni, Libro X, 27, 38: “Sero te amavi”).

La bellezza è senza dubbio l’arma più efficace, per ferire in profondità l’essere umano; e le ferite che può provocare non sono quelle dalle quali bisogna stare in guardia: sono le scariche da defibrillatore che un ottimo paramedico infligge apparentemente senza misericordia al moribondo per riattivarne il cuore e restituirgli la vita che stava per perdere.
Se incontrare la bellezza è “rischiosamente salutare”, lo è ancora di più quando si tratta di Divina Bellezza. A tal punto essa può ferire che, per esempio, un giovane appena ventenne, con una brillante carriera di organista e compositore già avviata, circondato da consensi e decorato con gli allori della celebrità, può decidere di piantare tutto, dare il suo saluto al mondo, farsi missionario gesuita e attraversare l’oceano per chiamare “fratelli” e servire come tali gli indios dell’America Latina. In pratica è questo ciò che più colpisce di Domenico Zipoli, il ragazzo e musicista pratese che è tanto sconosciuto ai più del vecchio mondo così quanto è tutt’ora amato in quelle terre lontane, a tre secoli dalla sua morte.
Ben sappiamo come spesso, troppo spesso, le ricerche musicologiche, filologiche, archeologiche, se fini a se stesse ed al proprio ambiente, rimangano pietanze per una selezionata élite d’accademici, troppo impegnati a bearsi nel cielo empireo dell’erudizione, per preoccuparsi dell’urgenza di bellezza e di conoscenza che assedia con violenza ed aggressività i giovani e gli adulti di buona volontà delle nostre comunità ecclesiali, dove purtroppo il disarmante pressappochismo liturgico, la miseria artistica e l’insignificanza catechetica hanno portato Dio ad essere praticamente un perfetto sconosciuto: figuriamoci i grandi dell’arte!
Ma se provate a parlare agli adolescenti dei nostri giorni dei grandi artisti cristiani e delle loro opere, i risultati si vedranno, eccome.
Mettete la scelta di Domenico davanti agli occhi di un sedicenne allievo di una scuola di calcio, e paragonateglielo al calciatore di successo che, dopo aver appena conquistato un posto in nazionale e aver vinto il pallone d’oro, pianta baracca e burattini e va a fare il volontario nelle favelas.
Ponete la figura di Zipoli sulla scrivania di un ricercatore universitario e descriveteglielo come il giovane di talento che, da poco nominato professore ordinario, rinuncia al titolo per andare dall’altra parte del mondo, non per le glorie accademiche, ma per fare l’insegnante volontario e sottopagato in uno sperduto educandato in mezzo ad una foresta pluviale, ricco di vita cristiana e d’arte, ma inviso alle vanaglorie dell’Europa.
Ho ripetuto questo esperimento tante e tante volte, coi miei studenti ed allievi, con giovanissimi e meno giovani, accendendo sempre interesse, curiosità e una scintilla di passione in chi mi ascoltava: è questo genere d’esperienza educativa, vissuta nel nostro quotidiano tram tram di letterati, musicisti, educatori, a spingerci a fare quel che al momento apparentemente non interessa al mondo, eppure stuzzica, colpisce, traumatizza, sprona, ammonisce e appassiona tanti bambini, adolescenti, giovani, uomini di buona volontà. In altre parole, occorre seriamente tentare di porre fine al recente divorzio tra musicologia e teologia, tra arte e fede, e congiungere nuovamente quel che fino a non molto tempo fa era unito in un appassionato ed inscindibile abbraccio: il Divino e la Bellezza, l’intelletto dell’uomo e la maestà dell’Altissimo. Da qui nasceva la Divina Bellezza uscita dalle mani di Michelangelo, dal pennello di Leonardo da Vinci, dalle menti di Bach e Zipoli: una bellezza così sublime, della quale però il nostro tempo sembra aver smarrito la chiave di lettura.

Una volta, mentre leggevo il Vangelo di Giovanni nella versione greca originale, mi è caduto l’occhio su un dettaglio davvero interessante:

«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv X, 11 – 18).

Laddove Gesù afferma di essere il “buon pastore”, nel testo originale leggiamo: o poimèn o kalòs. E’ verissimo che il testo latino della Vulgata Clementina traduce pastor bonus, e d’altro canto la traduzione italiana “buon pastore” non è errata. Ciò che è intrigante e affascinante è il doppio significato che il termine greco kalòs possiede: “bello”; “buono”. Non sarebbe affatto un acrobatico volo di fantasia, dunque, tradurre il primo versetto di questo discorso del Figlio di Dio con: “Io sono il pastore bello”.
Quale fascino abbia esercitato Gesù sul pubblico femminile non è un mistero, per il Vangelo. Nel capitolo XI del Vangelo di Luca, ad esempio, c’è un episodio davvero singolare, per certi versi addirittura tanto divertente quanto sconcertante. Gesù sta parlando di questioni molto serie e delicate, sta insegnando circa la pratica dell’esorcismo, di come scacciare i demòni, e sta perentoriamente ammonendo circa il fatto che chi non raccoglie con Lui disperde. Ha appena finito di parlare del ritorno di uno spirito maligno e della sua nuova aggressione contro un’anima ritornata in grazia di Dio, e delle conseguenze tremende per essa di ricadere nelle colpe che ne permetterebbero una nuova possessione diabolica: si tratta di realtà tremende, diremmo drammatiche, per certi versi terrificanti. San Luca a questo punto sottolinea che, proprio mentre Gesù stava parlando di “queste” cose (lèghein autòn taùta),

una donna dalla folla alzò la voce e disse: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ed egli: «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc XI, 27 – 28).

Qualcuno potrebbe obiettare che non ci sia nulla di strano: si tratterebbe di una lode per gli insegnamenti che il Signore sta dando, una benedizione sulla Sua persona e sul Suo operato. Mi permetto però di far notare che, se fosse così, non avrebbe senso la precisazione di San Luca nel giustapporre tale entusiastica lode con “queste cose” di cui il Signore stava parlando, così come non sarebbe neppure particolarmente calzante la risposta di Gesù, che suona più come un velato rimprovero ed un richiamo all’ordine e alla vera natura dei Suoi insegnamenti, piuttosto che come un atto di umiltà in chi disdegna pur cortesemente un complimento. C’è quel “piuttosto” (greco menoùn; latino quinimmo), quell’avversativa così marcata a farci capire che le intenzioni di quella donna erano ben altre, perché forse era più rapita dal fisico scolpito ed armonioso del giovane falegname e maestro nazareno piuttosto che dalle parole preziose del Verbo Incarnato. In altri termini: «Benedetta tua mamma, che ti ha fatto così bello!», «Tu però preoccupati più che altro di ascoltare e mettere in pratica quel che Dio ti sta insegnando, anziché limitarti a fare radiografie accurate all’umanità del Figlio dell’Uomo!».
Bellezza, dunque.
Una bellezza umana, addirittura fisica, che tuttavia porta in sé e svela agli occhi di carne degli uomini e delle donne di questo mondo la Divina Bellezza, la Bellezza di Dio, che col trascorrere degli anni non appassisce, ma che, dopo averla incontrata e seguita con amore, produce in chi l’ha accolta il frutto della vita eterna. Questa Bellezza è Colui che, essendo il Bel Pastore che sacrifica la vita per le sue pecorelle, spalanca le braccia su una croce romana.
E’ talmente bello quel sacrificio, pur nella sua violenza e nella sua cruenta visione, che da secoli grandi artisti hanno preso alla lettera le parole del Salmo 44, “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre”, regalandoci crocifissi artistici di enorme valore e di immensa bellezza. In oro, argento, legno, avorio, bronzo o in qualsiasi altro materiale impiegato, con tratti ora scultorei e particolarmente mascolini ora gentili e delicati come la stessa grazia celeste: il corpo del Cristo confitto in croce attira a Sé gli sguardi e, come il serpente issato sul bastone di Mosè salvava gli israeliti morsi dalle serpi velenose, così guardare quell’Assoluta Bellezza che muore e risorge per il peccatore salva colui che è stato morso ed avvelenato dalla serpe del peccato, inoculandogli il siero salvifico della Grazia Divina.

Qualcuno si chiederà: stiamo facendo esegesi biblica oppure musicologia?
E’ proprio questo il problema, lo abbiamo già inquadrato: la separazione tra la fede e l’arte, tra la musica e la teologia, tra il prodotto dell’artigiano e la vita cristiana è proprio ciò che oggi non permette più di comprendere questi uomini che nei secoli passati si sono guadagnati un posto più o meno in auge tra i grandi musicisti, pittori, scultori, poeti.
Mi si permetta di aprire una provocante parentesi.
Molti al giorno d’oggi ritengono che tra fede e scienza ci sia un divario incolmabile. Quanti però sanno che Giuseppe Mercalli, il grande vulcanologo, geologo e sismologo era un sacerdote? E che Gregor Mendel è stato sì il padre della genetica moderna, ma anche un padre sacerdote dell’ordine agostiniano? Che Alessandro Volta, inventore della pila, dell’elettroforo, dell’elettroscopio, scopritore del gas metano, era un catechista che ammaestrava i fanciulli nella Dottrina Cattolica? Che Eugenio Barsanti, il grande ingegnere ed inventore del primo motore a scoppio funzionante era sacerdote? Che Niccolò Copernico, il giurista governatore, medico e grande astronomo che affermò la teoria dell’eliocentrismo era un religioso ed un canonico? Che Isaac Newton, celebre indagatore e formulatore delle leggi di moto e gravitazione era un teologo di convinta e provata fede cattolica? Quanti rammentano che le università sono sorte per iniziativa della Chiesa Cattolica, al fine di conservare la cultura e promuovere gli studi? Chi si preoccupa di rammentare agli amanti dell’antichità filologica che, se non ci fosse stata la Chiesa coi monaci benedettini, tutta la cultura classica antica sarebbe andata irrimediabilmente perduta e che in Occidente, con la caduta dell’impero romano e l’avvento dei regni romano-barbarici, sarebbe sparita ogni pratica musicale, tanto strumentale quanto vocale, se la Chiesa col suo canto sacro, i suoi chierici (santi, burloni o addirittura carnascialeschi: poco importa), i suoi abati (come Giorgio da Venezia che, coi suoi monaci, realizzò i primi organi liturgici), non avesse posto le basi per tutta la musica occidentale così come noi oggi comunemente la conosciamo?
Forse siamo troppo sazi di presunte, ideologiche verità, della famigerata presa della Bastiglia (che peraltro era chiusa da tempo come prigione), della gloriosa rivoluzione francese, … senza però rammentare mai la distruzione di Cluny, la profanazione di Notre Dame (la statua gotica della Madonna fu tirata giù a picconate, e sostituita con una immagine femminile discinta, con scritto alla base: “la dèa ragione”), le centinaia di religiosi, sacerdoti e suore martirizzati in odio alla fede (come le sante martiri carmelitane di Compiegne), le decine di intellettuali fatti finire col collo sotto la lama della ghigliottina: un nome tra tutti, Antoine-Laurent Lavoisier, il grande biologo e chimico che formulò per primo la legge di conservazione delle masse: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» (Histoire et Dictionnaire de la Révolution Française, Éditions Robert Laffont, Parigi 1998.) L’8 maggio 1794, fu ghigliottinato col suocero e gli altri colleghi a Parigi, all’età di 51 anni. Il suo principale accusatore fu nientemeno che Jean-Paul Marat, che pare ce l’avesse a morte con Lavoisier perché quest’ultimo ne aveva rigettato la domanda d’ingresso all’Accademia delle Scienze. A commento di ciò basta quel che disse il matematico Joseph-Louis Lagrange: «Alla folla è bastato un solo istante per tagliare la sua testa; ma alla Francia potrebbe non bastare un secolo per produrne una simile» (HENRY GUERLAC, Antoine-Laurent Lavoisier — Chemist and Revolutionary, Charles Scribner’s Sons, New York 1973, pp. 130); infatti, deve ancora sorgere in Francia, come del resto in Europa, uno scienziato di eguale peso per la propria disciplina scientifica. Ecco uno dei più preclari frutti di questa gloriosa rivoluzione, che in nome del progresso decapita le proprie grandi menti.
Orbene, chiediamoci se non abbiamo l’intelletto un po’ troppo anestetizzato dalla cristofobia dilagante, sulla falsariga della famigerata battuta di Galileo Galilei: «Eppur si muove!», che invece il grande scienziato cattolico non ha mai pronunciato; si tratta di un falso storico, inventato da un giornalista italiano, Giuseppe Baretti, a Londra nel 1757 per un uso strumentale e anticattolico.

Mi rincresce rammentare il celebre adagio: “la verità fa male”. Sì, fa male, ma per chi è nemico di essa, non per coloro che, mossi da una sincera onestà intellettuale, la cercano.
Non ho particolari problemi a ricordare come molti appartenenti agli ordini religiosi, negli anni dello Scisma d’Avignone, definissero il papa “la meretrice avignonese”: il che la dice lunga sulle preoccupazioni di questi sommi pontefici per la cura d’anime. Toccò ad una piccola, fragile ed analfabeta suora senese, Caterina, rammentare al suo “dolce Cristo in terra” i doveri della tiara ch’egli portava sul capo, richiamarlo a comportarsi da uomo e non da pusillanime fanciullo (Lettera 239) ed avere il coraggio di tornare a pontificare dal luogo santificato dal sangue degli apostoli Pietro e Paolo.

L’organista d’oggi deve fare qualcosa che sta a monte di un’esecuzione corretta ed al di là del proprio fervore personale: ha da tornare a sentire la cultura e la dottrina cristiana come suo appannaggio, connaturato alla propria pratica musicale. Bisogna che torni a saper collaborare con le realtà soprannaturali che, mediante la Sacra Liturgia, dal Cielo discendono sulla terra.
Non mi risulta ad esempio che Merulo, Gabrieli, Cavazzoni, Frescobaldi, Scarlatti, Pasquini ed altri musicisti che hanno lavorato per il culto siano stati canonizzati: hanno solo operato da artigiani abili, animati per lo meno da una consapevolezza dei contenuti della fede e di ciò che occorreva per servirla col loro talento e col linguaggio musicale del periodo in cui vivevano. Questo è il caposaldo che sta alla base di qualunque filologia, di qualsiasi studio di tocco, di ogni resa attuale delle partiture di qualsivoglia autore. Deus datus est. Dio è dato come elemento discriminante di cui tenere conto nella cultura e nel lavoro di questi uomini, al di là del fervore personale più o meno manifesto, o di quanto (e se) abbiano lasciato trapelare qualcosa degli intimi convincimenti delle loro anime. Se Girolamo Frescobaldi compone una Toccata avanti la Messa, il suo lavoro è efficace; se scrive una Toccata per l’Elevatione, funziona in modo eccellente. Perché? Era un mistico? Non direi. Era un santo? Non saprei. È assai più probabile che il buon Girolamo operasse un ra¬gionamento di questo tipo: “Devo accompagnare con l’organo il solenne momento dell’ingresso all’altare del celebrante. Come posso fare a trasmettere a chi ascolta quell’austerità che i miei committenti si aspettano che io susciti nella gente, com¬mentando quell’ “Introibo ad altare Dei”? Ecco, così!”. Et-voilà: Toccata avanti la Messa della Domenica. Una musica che, se suonata come si deve, funziona ancora oggi. “Bisogna che descriva il momento centrale del Canone della Messa. Come posso fare a suscitare l’affetto proprio che mi si chiede che sperimentino coloro che osservano l’Ostia Consacrata elevata verso la Croce? Si potrebbe fare in questo modo…”. Ed ecco per noi, ad esempio, la Toccata per l’Elevatione della Messa delli Apostoli, un brano talmente efficace da smuovere ancora l’intimo fremito della gente che l’ascolta. In altre parole, bisogna smetterla di volgere lo sguardo a cadaveri distesi sui tavoli di un obitorio, pronti per essere sezionati dalle avide mani di un archiatra fanatico d’anatomia. Si tratta invece di nutrire quel profondo e delicato rispetto verso degli esseri umani immersi nei loro contesti storici intrisi di una cultura ben precisa, quella cristiana, per servire la quale essi hanno offerto il proprio talento e ne hanno ricavato un compenso utile alla propria sussistenza. Il resto è un segreto che spetta solo a Dio conoscere. Per questo un organista, soprattutto se liturgico, dopo aver preso in considerazione gli aspetti orizzontali dello studio musicale, dopo cioè essersi preparato a saltare, non può non saltare; dunque non si può fare a meno dell’esegesi verticale, che altro non è se non lo slancio dalla terra al Cielo, l’afflato spirituale, la sete di Dio che sta innata nel cuore del compositore di musica sacra, al di là del fervore, della devozione e della santità di vita che lo hanno caratterizzano come uomo.
In altri termini, per poter comprendere le pagine dei grandi musicisti sacri del passato, occorre comprendere cosa sia un’opera d’arte sacra.

(Fine prima parte)

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