Un testo spaventoso da accantonare?

[Foto: 220ème anniversaire de la décapitation du roi Louis XVI et le 20ème anniversaire de la célébration du requiem pour le Roi à Saint-Eugène – Sainte-Cécile (Paris IX), 21 janvier 2013]

Dopo la lunga premessa degli articoli precedenti, possiamo finalmente buttarci sul latino della Dies Irae.

Dies irae, dies illa
solvet saeclum in favilla!
Teste David cum Sibylla.

Quantus tremor est futurus
quando Judex est venturus,
cuncta stricte discussurus!

Tuba, mirum spargens sonum
per sepulcra regionum,
coget omnes ante thronum.

Mors stupebit et Natura,
cum resurget creatura
Judicanti responsura.

Liber scriptus proferetur
in quo totum continetur
unde mundus judicetur.

Judex ergo cum sedebit,
quidquid latet apparebit,
nil inultum remanebit.

Quid sum, miser, tum dicturus?
Quem patronum rogaturus,
cum vix iustus sit securus?

Rex traemendae maiestatis,
qui salvandos salvas gratis,
salva me, Fons pietatis!

Recordare, Jesu pie,
quod sum causa tuae viae!
Ne me perdas illa die!

Quaerens me sedisti lassus.
Redemisti crucem passus.
Tantus labor non sit cassus!

Iuste Judex ultionis,
donum fac remissionis
ante diem rationis.

Ingemisco tamquam reus.
Culpa rubet vultus meus.
Supplicanti parce, Deus!

Qui Mariam absolvisti
et latronem exaudisti:
mihi quoque spem dedisti.

Preces meae non sunt dignae,
sed tu, bonus, fac benigne
ne perenni cremer igne.

Inter oves locum praesta
et ab haedis ma sequestra,
statuens in parte dextra.

Confutatis maledictis,
flammis acribus addictis,
voca me cum benedictis.

Oro supplex et acclinis,
cor contritum quasi cinis,
gere curam mei finis.

(Strofe di composizione successiva)

Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla
iudicandus homo reus:
huic ergo parce, Deus!

Pie Jesu Domine,
dona eis requiem.
Amen.

Prima di mostrarne la proposta di traduzione che in tutta umiltà ho approntato, vorrei illustrare che cosa personalmente intendo per traduzione di un inno o di una sequenza. Alcuni traduttori ritengono che per ogni parola di un testo se ne debba scegliere una e una sola che nella nostra lingua si accosti il più vicino possibile al senso latino del vocabolo. Io non sono affatto d’accordo con questa linea di pensiero. Sarebbe assurdo, a mio avviso, pretendere di voler rendere la musicalità, il ritmo e l’immediatezza del testo latino della Dies Irae cercando di rabberciare una resa italiana che si sforzi di ricalcarne la ritmica poetica. La bellezza di una lingua non può essere riprodotta in un’altra lingua con criteri, ritmi e musicalità differenti, anche se l’italiano è l’idioma più vicino al latino. Bisogna mettersi il cuore in pace e arrendersi all’evidenza che, chi vuol gustarsi la penetrante incisività della Dies Irae deve leggersela e ascoltarsela in latino. Oltre tutto, con un’operazione di resa della poetica latina in quella italiana non è assolutamente possibile offrire una traduzione in tutto e per tutto fedele al testo originale.
Vi faccio un esempio. Quasi tutti noi avremo sentito cantare in occasione della benedizione col Santissimo Sacramento le due strofe del Tantum ergo, che di per sé concludono l’inno Pange lingua gloriosi di San Tommaso d’Aquino.
Dopo l’ultima riforma liturgica, è stata proposta una versione ritmica in italiano che permettesse di “tradurre ritmicamente” l’oscuro testo originario. Vediamo soltanto come è stata resa le prima delle due strofe:

Tantum ergo Sacramentum     [Adoriamo il Sacramento]
veneremur cernui                       [che Dio Padre ci donò,]
et antiquum documentum        [nuovo patto, nuovo rito]
novo cedat ritui                           [nella fede si compì:]
praestet fides supplementum   [al mistero è fondamento]
sensuum defectui.                       [la parola di Gesù.]

Peccato che il testo latino voglia dire ben altro:

“Avanti! L’immenso Sacramento dell’Eucaristia
veneriamoLo prostrandoci innanzi a Lui,
e l’antica tradizione ebraica
lasci il posto al rito nuovo;
è la fede che dona la certezza
quando il capire dell’intelletto vien meno”.

A me la traduzione oggi in uso non sembra proprio uguale al senso latino. Anzi, se è vero che tradurre è un po’ tradire, come dicono latinisti e grecisti, qui non ci troviamo di fronte a un tradimento, bensì ad un vero e proprio assassinio!
Ora, a mio avviso, se si vuole mettere in italiano l’inno di San Tommaso, lo si faccia pure tranquillamente, … però rendendolo con esattezza, con precisione di contenuto e, a questo punto, componendo una musica apposita, diversa dall’originario gregoriano oppure dalle musiche di Perosi od altri grandi compositori del passato. Altrimenti si rischia di cantare sulla musica originaria un altro inno! Potrà essere bello quanto si vuole (forse), ma non sarà l’inno del Dottore Angelico.
In parole povere, è mio convincimento che la traduzione debba essere tenuta separata dall’esecuzione nell’ambito liturgico del testo e della musica originali. Anzi, la traduzione ha da essere in certo qual senso ancella dell’esecuzione, per rendere cioè consapevoli i non latinisti delle profonde ricchezze teologiche che stanno cantando, e poter così gustarsi la profondità e la poesia del testo latino unita all’incisività spirituale del gregoriano.
Dunque, la traduzione che vi propongo l’ho realizzata con questo criterio: se una parola latina, per essere compresa nella pienezza delle idee che vuol comunicare, necessita di una traduzione costituita da tre, quattro, sette, nove, dodici parole, … pazienza e così sia!

Giorno dell’ira sarà quel giorno!
Distruggerà il nostro tempo tra le fiamme
– ne sono testimoni Davide e la Sibilla -.

Quanto terrore e tremito sopraggiungerà
quando arriverà il Giudice
per giudicare ogni cosa con intransigenza!

Una tromba, spargendo un suono mirabile
tra i sepolcri di tutti i popoli,
trascinerà tutti davanti al trono.

Sbalordiranno la morte e le leggi della natura
quando risorgerà la creatura umana
per render conto a Chi la chiama in giudizio.

Un libro scritto sarà portato,
dove è contenuta ogni cosa
di cui il mondo ha da esser giudicato.

Il Giudice allora si siederà in trono,
ciò che è nascosto verrà alla luce
e niente di ciò che è colpa resterà impunito.

Ah, me misero! Cosa dirò io, a quel punto?
Quale avvocato invocherò in mia difesa,
se colui che ha vissuto tutta una vita rettamente
è appena sicuro di salvarsi?

O Re di tremenda maestà!
Tu, quelli che salvi, li salvi unicamente
perché usi loro gratuita misericordia!
Salva anche me, o sorgente di compassione!

Ricordati, o compassionevole Gesù,
che io sono stato il motivo della via che ti ha condotto al Gòlgota!
Ah, che io non vada in dannazione, in quel giorno!

Cercandomi, ti sei seduto, spossato e stanco:
Tu mi hai portato la salvezza sopportando per me la croce!
Che un così grande sacrificio non vada in me sprecato!

O Giudice giusto, che fai strage del peccato,
fammi la grazia del tuo perdono
prima che io debba venire a rendere conto
nel giorno della Tua sentenza.

La vergogna mi assale, come accade a chi è meritevole di condanna!
Il mio volto arrossisce a causa dei miei peccati!
Ti prego! A me che ti supplico, usa misericordia, Dio mio!

Tu che hai assolto la Maddalena,
e hai esaudito la preghiera del ladrone pentito, …
ecco che hai dato speranza anche a me d’esser perdonato.

Le mie preghiere non sono degne di Te,
ma Tu, poiché sei buono, fa’ per tuo amore
che io non bruci nel fuoco eterno!

Mettimi tra le pecore
e separami dai caproni!
Dammi un posto tra quelli che stanno
alla tua destra!

Condannati i maledetti
e consegnati alle fiamme più atroci,
chiamami tra i beati!

Ti prego, supplice e prostrato innanzi a Te!
Il mio cuore è consumato dal dolore del pentimento
e diventa come cenere!
Prenditi a cuore la mia sorte eterna.

Pieno di lacrime sarà quel giorno
in cui risorgerà tra le faville della tua gloria
l’uomo colpevole, per essere giudicato.
Verso costui, o Dio mio, sii indulgente.

O Signore Gesù, colmo d’amorosa compassione,
dona loro il riposo eterno.
Amen.

Ricordo una volta che un presbitero alquanto “modernista” nel senso più ideologico e fanatico del termine, mi disse: “Uh, la Dies Irae! Che brutta! Meno male che l’hanno tolta dal messale! Era d’un lugubre! Toglieva ogni speranza nella misericordia di Dio! E per di più era priva di qualsiasi riferimento biblico!”.
Premetto il fatto che, per quanto mi riguarda, bisogna sempre serenamente distinguere tra la Tradizione e le tradizioni. La Tradizione della Chiesa non si esaurisce negli aspetti accidentali delle “mode liturgiche” (e meno male!). Un tempo avrà avuto il suo perché ed i suoi effetti devozionali ornare il presbiterio e il luogo di posizionamento della bara o del catafalco con drappi raffiguranti teschi e femori incrociati dall’aspetto alquanto “orrorifico”, per carità! La tradizione del sud Italia in questo ci fa da maestra, con le pratiche di imbalsamazione dei corpi effettuate dai frati cappuccini, con le pratiche di “adozione di un teschio anonimo” preso dalle catacombe, o con le predicazioni dell’ottavario dei defunti col presbitero che tiene il sermone conversando con un teschio che teneva in mano e poi simulando che questo rispondesse rivolgendolo verso l’assemblea; tutto ciò avrà sicuramente mosso moltissimi a farsi un esame di coscienza, a pentirsi e a maturare frutti di conversione e francamente biasimo severamente chi si permette di criticare per partito preso qualunque mezzo o devozione abbia contribuito alla santificazione delle anime.
Ciò detto, occorre leggere i segni dei tempi: la Dies Irae, come tante altre ricchezze validissime della liturgia precedente, con l’ultima riforma liturgica è stata messa in disparte perché valutata non per ciò che essa è o era, ma perché “s’è fatto d’ogni erba un fascio”, e la si è gettata in cantina assieme ai drappi coi teschi e i femori incrociati, alle pianete nere, a certi orpelli e doppioni di epoca barocca, ai rubricismi di matrice ottocentesca pre e post risorgimentale. Se non piango molto per i drappi coi teschi (perché qualsiasi presbitero che intendesse usarli oggi, da larga parte del popolo di Dio si beccherebbe un bel “vattene a quel paese!” e non smuoverebbe di certo sentimenti di pentimento utili alla conversione), piango invece parecchio per le pianete nere e per la Dies Irae, vittime di un’ideologia “ultra progressista” che è entrata in collisione con un’ideologia “intransigentista”. La pianeta (o la casula) nera non era un tratto lugubre: basta tornare a guardarne la fisionomia. Erano paramenti stupendi, solitamente in tessuti di un colore nero lucente o comunque molto ornato, fregiati di disegni e galloni splendenti in oro o argento. Ciò per indicare due dati di fatto: che la morte è una cosa seria, da non prendere affatto alla leggera, specie circa il nostro comparire dinnanzi a Dio per il giudizio particolare, ma anche che “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta”, come dice l’inizio del Vangelo di Giovanni. Si tratta cioè di rammentare che il Dio che ci giudica è lo stesso Dio che si è fatto carne in Gesù di Nazareth per dare la vita per la salvezza del mondo, e che quindi si tratta di un giudice che desidera assolverti, non condannarti, se tu gli dai una briciola di collaborazione e di sincerità di cuore perché Lui ti possa salvare.
Obbiettivamente, riconosciamolo: è stato gettato via il bambino con l’acqua sporca!
E la Dies Irae non è affatto lugubre, né tantomeno scevra di citazioni bibliche utili al contesto liturgico. Ne rammento alcune, riscontrabili tenendo il testo della sequenza in una mano e la bibbia nell’altra: Ezechiele, Zaccaria e Daniele, l’Apocalisse (in particolare i cc. 4-8), Matteo 24,29, Luca 21, il Paolo della I Lettera ai Corinzi (15,51s) e della I ai Tessalonicesi (4,16).

Facciamo prima una analisi generale del testo. La sequenza, ispirandosi ai testi profetici che abbiamo rammentato, e trovando la propria testata d’angolo nel Vangelo di Matteo, più precisamente nella pagina sul giudizio universale (capitoli 24 e 25), pone l’uomo davanti alla realtà del giudizio di Dio nel quale egli, presto o dardi, incapperà senza vie d’uscita: avrà da render conto di tutta la propria vita, di ogni parola pronunciata, di ogni gesto compiuto, di ogni pensiero carpito e assecondato. Davanti a Colui che è la via, la vita e la verità, come si potrà mentire? Come nascondere qualcosa a Chi è capace di saggiare i cuori e scrutare le menti? Così l’anima, consapevole della propria miseria, si rivolge sì a Cristo Giudice intransigente verso il peccato, ma anche carico di misericordia verso il peccatore. Egli è l’innocente sacrificato che ha perdonato la peccatrice (la cosiddetta “Maddalena”: ci torneremo sopra) e ha donato al ladrone il paradiso a motivo del suo sincero pentimento e del suo immergersi nell’abisso del cuore di Dio. Allo stesso modo, dunque, Egli perdoni anche il peccatore che si presenta a Lui per venire giudicato!
Bellissimo il commento di P. Stefani: “Nel testo (della Dies Irae), accanto al tono solenne che accentua la maestà e la potenza di Dio giudice supremo, abbiamo anche espressioni che esprimono una specie di dolore divino per l’eventuale condanna di qualche sua creatura” (Dies Irae. Immagini della Fine, Ed Il Mulino, Bologna 2001).
Meraviglioso! E come non potrebbe essere così? Dio che si fa uomo, che prima si fa conoscere e toccare e poi si lascia barbaramente uccidere, che anticipa e dona il sacrificio e la carne del suo corpo e il sangue delle sue vene nell’Eucaristia, che ha sopportato la passione per nient’altro che per gratuito amore e desiderio di salvare l’uomo, … come potrebbe essere indifferente per quegli uomini che, con le loro libere scelte e le loro azioni, hanno preferito un’eternità lontana dall’unica salvezza, dall’unico autentico bene, dall’unica vera felicità beatifica?
Per questo il Giudice terribile può essere invocato dalla sua creatura, appellandosi all’immensa fatica da Lui compiuta con il sacrificio della croce per salvarla (tantus labor non sit cassus), Lui che è amore misericordioso e compie la salvezza come opera divina assolutamente gratuita (qui salvandos salvas gratis).

(Continua…)

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