«Non siamo forse battezzati, con un’infanzia trascorsa nei locali di una parrocchia, tra un’attività d’oratorio e un incontro di catechismo, … insomma, non siamo cresciuti “all’ombra del campanile”? Che intendi quando parli di “conversione” a tuo riguardo, allora?», esclama Miriam, con espressione un po’ corrucciata.
Quella ragazza è la più cara amica di Manuel. Studiosa di lettere, musicista lei pure, se ne stanno entrambi seduti al tavolo del piccolo bar vicino alla facoltà, per la pausa pranzo.
Manuel tira fuori dallo zaino un piccolo fascicoletto bianco con su sopra un’immagine che sembra dipinta ad acquarello, con un frate che abbraccia un personaggio laico del XII secolo.
«Vorrei che tu leggessi da questo libretto un episodio, normalissimo e singolare ad un tempo, riguardante il santo patrono di una cittadina toscana della Diocesi di Siena: Poggibonsi. Si tratta di Lucchese, il primo terziario costituito da San Francesco d’Assisi». Miriam, incuriosita, inizia con gli occhi a scorrere quella pagina che Manuel gli indica.

Giunto al culmine della sua attività commerciale, Lucchese adocchiò un’altra opportunità. Nelle frequenti e disastrose guerre, in Italia, il grano generalmente scarseggiava, i raccolti erano depredati da soldati saccheggiatori o da nemici in ritirata. Colpì Lucchese il pensiero che un mercante che avesse la preveggenza di comprare tutte le riserve disponibili a buon mercato in tempo di abbondanza, potrebbe metter fuori gli altri venditori, e far pagare il prezzo che voleva in tempo di carestia. A Lucchese, arroccato nella ferrea torre del suo fatuo arricchirsi ad ogni costo, parve un’idea meravigliosa; e certo i futuri sviluppi, così familiari ai mestatori nazionali e internazionali, gli saltarono alla mente. Sì, tutto quel sistema disonesto di agire gli era almeno in parte visibile, mentre a passo deciso si avvicinava verso l’abisso. Fu a questo punto che Dio utilizzò mezzi umani per accaparrarsi una delle coppie più sante che la Chiesa abbia conosciuto (Lucchese e la moglie Bonadonna sono stati beatificati insieme) e – assai strano – una delle poche. La speculazione di Lucchese sui cereali con le conseguenti difficoltà per i poveri e danno per i mercanti locali, cominciò presto ad essere chiacchierata; prima in privato perché la vittima non può permettersi di offendere lo sfruttatore, poi con crescente risentimento e paura. Finché, una delle vittime la cui famiglia era alla fame, vide il mercante prosperoso venir giù per la strada, dopo Messa. Pieno di rabbia incontrollata e non avendo nulla da perdere, gli sbarrò la strada e gli ringhiò in faccia: “Tu credi di essere un uomo perbene, vero? Tu puoi inginocchiarti pieno di fiducia davanti al buon Dio, ma sei un assassino, perché mi hai messo alla fame!”. Il pover’uomo fece dietro-front e battendo i piedi prese la via di casa. Lucchese rimase come folgorato a seguirlo con lo sguardo. Questo impatto colla realtà gli mostrò in una bruciante illuminazione il sentiero lungo il quale mammona, cioè il denaro, lo stava menando. Ora, o mai, egli doveva tornare sui suoi passi. Per la prima volta in vita sua, Lucchese si accorse che servire Dio voleva dire di più che inginocchiarsi in chiesa ogni domenica per la Messa. Il minimo voleva dire essere giusti con le persone: anche per loro Gesù è morto. Voleva dire di più che baciare Cristo crocifisso il Venerdì Santo. Voleva dire riconoscere il Crocifisso in quella povera gente affamata, a causa dell’avidità di lui, Lucchese!

«Lo vedi?» riprende Manuel «Lucchese era convinto di essere un buon cristiano perché andava a Messa, si metteva in ginocchio, faceva tutte le pratiche di devozione e pietà proprie di un praticante del suo tempo. Ma intanto era causa di sofferenza, di fame, di penuria».
La giovane ragazza fa segno di assenso con la testa, incuriosita, mentre assapora il suo succo di frutta.
«Prendi noi che suoniamo in chiesa! Quanto spesso ho avuto a che fare con musicisti, anche ben quotati tecnicamente e con titoli prestigiosi, i quali credono di essere dei buoni cristiani perché vanno a suonare alle liturgie, quasi facessero un favore a Dio e ai preti! Anche Lucchese frequentava la chiesa, osservava le feste comandate e i giorni di penitenza quaresimali, mangiava di magro al venerdì, si faceva il segno della croce prima dei pasti.
Ma era davvero un buon cristiano? Non direi. Il “buon Lucchese cristiano” è quello che in quell’uomo che gli ha ringhiato contro la verità ha riconosciuto la voce di Cristo, si è accorto dell’abisso in cui la sua cecità spirituale l’aveva lasciato cadere, schiavo delle sue cattive inclinazioni, e ha cambiato vita».
«Cosa vuol dire per te, cambiare vita? in senso cristiano, ovviamente!», domanda Miriam, sempre più presa da quella conversazione.
«Tutti sappiamo» spiega Manuel «come ci si affolla ad una nuova pratica di devozione, com’è facile iscriversi per un pellegrinaggio parrocchiale, ed anche praticare qualche privazione in più durante la Quaresima; ma in che misura ripariamo le ingiustizie del passato, delle quali siamo pentiti, le parole offensive, le azioni volgari, i cattivi esempi dati? Eppure, a meno che le nostre pratiche di pietà ci spingano a ciò (in effetti esse sono appunto una preparazione dello spirito e della volontà), esse rimangono soltanto proiezioni sentimentali del nostro io, le quali difficilmente potranno realizzare qualcosa per l’eternità» .
Miriam lo guarda: una leggera vena di turbamento ha adombrato i suoi occhi color acqua marina.
«Sai come andrà a finire?».
Lei fa cenno di no, senza dire nulla: ha appena dato un morso al suo trancio di pizza margherita.
«Lucchese cambierà strada e, come il personaggio di Zaccheo nel Vangelo, si metterà a procurare i mezzi di sussistenza a quelli che aveva danneggiati; lo farà personalmente, cominciando proprio da colui che l’aveva bastonato con la verità su che genere d’uomo lui fosse. Questa storia finirà con la conversione della moglie Bonadonna alla carità evangelica, col loro diventare i primi membri del Terz’Ordine Francescano, col morire a poche ore di distanza l’una dall’altro dopo una vita spesa per servire gli altri nella lode di Dio e, infine, con l’essere proclamati beati insieme».
«Bella, la figura di questo santo!», esclama lei, pulendosi col tovagliolino di carta la salsa di pomodoro da un angolo della bocca.
«Ci piacciono le vite dei santi, vero?», inizia a domandare Manuel, stavolta con una punta di provocazione nel tono della voce. «Ci emozionano? Indubbiamente, se un cuore non è del tutto inaridito. Ma li imitiamo? Qui la storia si fa più complicata. Può essere doloroso, traumatico, angosciante dover in qualche caso ammettere che noi organisti, per esempio, abbiamo impiegato energie, sudore, lacrime, fatiche, arrabbiature, anni sui libri e sui tasti dell’organo per l’unico scopo di assecondare la nostra compiacenza, trovando nella realtà ecclesiale, non il popolo di Dio da servire, bensì un pubblico per sfamare una sottile ma forte bramosia di manifestare il nostro io. E ciò ritenendoci tutto sommato buoni cristiani perché prestiamo la nostra opera per aiutare Cristo e il presbitero celebrante. Quindi, avanti con l’organizzare concerti, prove del coro, funzioni solenni (cose di per sé ottime): tutto deve essere perfetto! “Come mai, maestro, lei è così esigente?”, chiede il corista volontario.“Perché le cose o si fanno per bene o non si fanno”, risponde lui, con tono perentorio. “Perché altrimenti non appariresti bravo e meritevole d’applausi secondo quanti ne vuoi”, penso invece io».
«Sì, è vero», annuisce Miriam, con tono lievemente sconsolato. «Ho un’amica che canta come volontaria nel coro di una grande basilica della mia città e mi ha detto che non sopporta proprio il maestro di cappella: pare un isterico! Un continuo tra urla, grida e offese ai poveri coristi: “ignoranti patentati”, come li chiama questo simpatico individuo», osserva lei, guardando Manuel negli occhi: questa conversazione sta proprio cominciando ad appassionarla.
«Vedi? Che sia il denaro, la fame d’apparire, l’orgoglio che sfocia in smania di perfezione, il rischio è sempre lo stesso: divenire schiavi della propria “Mammona” personale, dimenticandoci di Chi ha dato Se stesso per renderci veramente liberi, e avviarci verso l’abisso.
Ecco. Giunti sull’orlo di quell’abisso senza che neppure ce ne accorgessimo, può capitare che il buon Dio ci usi un’ultima, delicata attenzione. Ci propone un incontro. Proseguo con l’esempio di noi organisti, sia perché ci riguarda tutti e due, sia soprattutto perché sono fatti che sono capitati pure a me».
Lei annuisce, affascinata e incuriosita.
«Lì vicino alla consolle, oppure nella navata, o fuori della porta della chiesa viene una vecchietta, mai vista prima, semplice ed umile, che dice a te organista: “Che Iddio gliene renda sempre merito, perché mi ha aiutato a pregare in un momento di grande dolore: ho perso da poco mio marito dopo cinquant’anni che vivevamo insieme. Grazie”. Suoni la Fantasia in Sol minore di Bach, e d’un tratto resti colpito da quella verve armonica che ti ha fatto sudare sette camicie per sbrogliarla tra dita e piedi. Perché tutta quella durezza, quel tono tagliente, addolorato, urlante che si alterna a due dolci ed energiche, celestiali miniature fugate? Così prendi una vera biografia di Bach, che parli delle sue sofferenze e dei suoi molti lutti, e scopri l’uomo che, al di là di ogni batosta inflittagli dalla vita, è rimasto un appassionato innamorato di Dio, di sua moglie, dei suoi figli e del suo prossimo. Incontri un vero maestro dell’organo, autentico nell’arte quanto nel cuore e nell’anima, il quale, con una serena ed umile dimostrazione di inusitata padronanza dello strumento e con un saggio molto spontaneo di conoscenze storiche ed esegetiche ti mette di fronte al tuo essere un’ “insignificante nullità”.
Oppure capita qualcosa di simile a quello che accadde a Lucchese. Lungo il tuo cammino si para un ragazzo o un giovane, un uomo deluso e ferito per l’arroganza folle con cui lo hai trattato, che ti ringhia contro la nuda e cruda verità su di te e sulla tua boria: “Sei un pazzo e un falso!”.
Tu ci rimani di sasso. La verità, specie se dolorosa, è davvero come una lama lanciata velocissima contro un torace messo a nudo: senza alcuna protezione sul petto o sulle mani, non la si può fermare; che tu lo voglia o no, affonda nella carne della mente e dell’anima e, quasi fosse un sasso lanciato contro un cristallo, distrugge in un attimo ogni castello costruito per aria. Allora finalmente gli occhi ti si aprono come se fino a quel momento fossero stati chiusi, e d’improvviso ti accorgi di essere proprio sul ciglio dell’abisso, con un piede già penzolante nel vuoto. A quel punto vedi la sporcizia, il putridume, le ferite incancrenite che costellano tutta una persona che sta per precipitare in una voragine di fiamme urlanti. Un cuore che sia sì, malato, ma, a conti fatti, onesto, a quel punto si sveglia perché si è lasciato scuotere dalla propria, esausta coscienza. Il padrone di quel cuore alza per un momento lo sguardo al cielo, si vergogna come un ladro e, fatto il primo passo indietro per avere il terreno sotto entrambi i piedi, cade in ginocchio e finalmente sussurra: “Signore, abbi pietà di me peccatore”».
«Cavolo!», l’interrompe lei. «Lo sai che stai cominciando a farmi paura?», gli dice con un sorriso molto dolce. «Stai parlando anche di te, vero? Di come hai vissuto la tua conversione».
«Già», annuisce Manuel. «E quando diventi capace di guardare finalmente a te stesso con obiettiva sincerità, … allora, quella vecchietta l’abbracceresti, te l’assicuro! Quelle pagine coperte dai tratti d’inchiostro del brano che ha parlato al tuo intimo, le stringeresti a te e non le lasceresti più, neppure per andare a letto: dormiresti con quello spartito sotto il cuscino! Quel maestro lo andresti a ricercare fino in capo al mondo perché possa trasmetterti la vera arte dell’organo, storica e cristiana a un tempo. E il selciato della strada dove ha camminato quel giovane, ti chineresti a toccarlo con la fronte e, se mai quel ragazzo ti capitasse di nuovo a tiro, gli baceresti le piante dei piedi che l’hanno condotto da te e ti getteresti alle sue ginocchia per stringerle. Solo allora capisci quanto possano essere belle le parole dei salmi: “Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirTi, Dio mio!” .
Perché quell’incontro ti ha salvato. La vecchietta, l’autore di quella pagina, l’ottimo maestro d’organo, il giovane che ha avuto la risoluzione di dire la verità, difficilmente si rendono conto di essere stati preziosi a tal punto per la vita di qualcuno. Sono stati “mezzi umani”, come il pover’uomo incontrato da Lucchese perché, come accadde ai discepoli di Emmaus , il Signore, senza che lo ravvisassimo in quel preciso momento, ci è passato accanto e ci ha toccato per scuoterci. Con grande delicatezza, con garbo, lasciandoci perfettamente liberi di ascoltarLo o no: ma lo ha fatto. Ora lo riconosciamo: “non mi ardeva forse il cuore nel petto quando è capitato questo? E’ entrato qualcuno nella mia vita e mi ha detto tutto quello che di sbagliato ho fatto ”. Sono le esperienze che racconta il Vangelo, ma quanto difficilmente riusciamo a comprenderle, finché non ne viviamo almeno una!».
«Lo sai?», gli sorride lei. «Sono davvero contenta che abbiamo pranzato insieme, oggi. Non volendo, mi hai risolto un dubbio che mi angosciava da domenica scorsa, quando come seconda lettura c’era quel passaggio della Lettera agli Ebrei:

Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

In pratica, chi ha vissuto un’esperienza come la tua, può dire di essere stato oggetto della misericordia del Signore. Miseri cor datum, come dici spesso tu: il Divino Cuore donato al misero, che rischiava di perdersi».
Poi Miriam, d’istinto lei guarda il suo orologio da polso ed esclama: «Ma tu non hai lezione d’armonia?».
«Sì, alle 16,30. Perché?».
«Vedi un po’: sono le 16,25 e hai da farti un chilometro a piedi per raggiungere la tua facoltà!».
Manuel controlla l’orologio: «Per la miseria, è vero!».
«Vai, scappa via, su!», lo incita lei. «Per stavolta bando alla cavalleria maschile! Faccio io la fila alla cassa e pago pure per te! E’ il minimo dopo questa bella chiacchierata!».
Lui si infila in spalla lo zaino e corre via, non senza aver prima sfiorato con un bacio la fronte della sua amica.

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