SCENDIAMO NEI PARTICOLARI.

Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio (250 – 317 ca d.C.) è l’ultimo dei grandi apologisti cristiani latini, luminosissimo per acume intellettuale. Viene definito dagli umanisti il “Cicerone cristiano” per l’eleganza dello stile e per la matrice classica del pensiero.
Cosa c’entra Lattanzio con la Dies Irae?
Il nostro scrisse tra il 304 e il 314 il suo vero e proprio capolavoro, le Divinae Institutiones, le Divine Istituzioni, in sette libri. Vi si difende il monoteismo e si critica il politeismo pagano, ricercando nella filosofia antica l’origine di tale fede religiosa; inoltre si scaglia contro la filosofia perché ritenuta incapace di procurare agli uomini la saggezza di cui hanno bisogno; quindi passa a tratteggiare la figura di Cristo, portatrice di autentica sapienza. Nei libri quinto, sesto e settimo si affrontano i temi della giustizia e della teologia cristiana e, in modo particolare nel settimo, l’attenzione si sofferma sulla fine del mondo, sul giudizio finale, sul destino delle anime. Ora, intorno al 314, Lattanzio sente il bisogno di ampliare ulteriormente la riflessione intrapresa nel settimo libro delle Istituzioni, e si getta nella composizione di un breve trattato, il De ira Dei, l’Ira di Dio. In questo breve scritto, egli confuta la concezione epicurea e stoica dell’indifferenza della divinità nei riguardi delle vicende umane e, affermando che Dio non è “apatico”, postula la necessità della collera di Dio contro i malvagi come realtà speculare alla Sua benevolenza verso i giusti. In un punto di questo trattato, Lattanzio descrive il momento della chiamata a giudizio ispirandosi sensibilmente alle immagini dell’Apocalisse di San Giovanni e raffigurando questa circostanza con il suono di una tromba che spande un suono tanto terribile quanto soave tra le tombe dei popoli del mondo, traendone fuori gli uomini risorti con grande stupore della morte e delle leggi naturali. Le precise parole di Lattanzio si trovano nei due cartigli accostati all’immagine della Sibilla che profetizza tali eventi, raffigurata nel sublime pavimento marmoreo del Duomo di Siena.
Eccoci al punto. Tutta la nostra sequenza non è di per sé un mero esercizio di citazione dalle Sacre Scritture, ma un intelligentissimo edificio governato dalla tecnica dell’allusione, tanto cara agli autori cristiani del Medioevo. Il testo biblico viene richiamato con rimandi, con reminiscenze e con immagini.
La sequenza poggia l’impalcatura della sua prima parte proprio sull’Ira di Dio di Lattanzio e, strofa per strofa, è come se volesse far balenare rapidi lampi che di volta in volta illuminino per un significativo istante una specifica pagina biblica, o anche più di una.

Giorno dell’ira sarà quel giorno!
Distruggerà il nostro tempo tra le fiamme
– ne sono testimoni Davide e la Sibilla -.

Oltre al già rammentato testo di Sofonia, la prima strofa allude marcatamente ad un piccolo passo del profeta Aggeo, uomo di Dio del 520 ca. a.C., che ha un solo messaggio da comunicare: è giunto il momento di ricostruire la casa di Dio, il tempio di Gerusalemme, distrutto da Nabucodonosor II, al tempo della deportazione a Babilonia. Partendo da questa convinzione, il profeta interpreta gli avvenimenti negativi che si sono abbattuti sul popolo ebraico come conseguenza della trascuratezza nei confronti del tempio, e promette solennemente a nome di Dio che nel futuro tutto andrà nel migliore dei modi. Dio tuttavia deve occupare il primo posto nelle preoccupazioni di tutti, mentre invece era stato confinato in un ruolo secondario, dopo i propri interessi materiali. Il passo che fa al caso nostro è 2, 6.9: “Ancora un po’ di tempo e Io scuoterò il cielo e la terra, il mare e il suolo”. Specularmente riflette tale immagine il Salmo 74, il canto a Dio, Giudice Supremo: “Si scuota la terra coi suoi abitanti”.
Tutta la struttra della sequenza poggia su tre parole contenute nella prima strofa, e che dànno la linea di lettura corretta del testo: Dies, irae, saeclum.

1) DIES: “giorno, giornata, momento”; possiamo tradurlo momentaneamente così. Già nel periodo classico, questo termine aveva una sfumatura collegata alla giurisprudenza, all’amministrazione della giustizia e, più in generale, al giudizio: diem alicui dicere, citare qualcuno in giudizio (Cicerone, Mil. 36; Seneca, ben. 3.37.4). Il termine passò alla letteratura e alla teologia cristiana fin dai secoli dell’apologetica, per indicare dies illa, cioè “quel” giorno, il giorno santo, tremendo e glorioso in cui da una parte l’amore di Dio donerà la gioia del premio eterno a chi avrà speso il proprio pellegrinaggio terreno nello sforzo di un amore totale verso il Signore e nel tentativo di dedizione fraterna al prossimo; dall’altra la Giustizia dell’Altissimo dannerà al tormento eterno, al fuoco inestinguibile preparato per il diavolo e i suoi angeli caduti (vangelo di Matteo, § cit.), coloro che avranno disprezzato la grazia salvifica e gratuita del Cristo e i sentimenti di ispirato amore e naturale calore umano verso i propri simili. Sarà il giorno di condanna di chi ha commesso abominio e crudeltà, di chi s’è macchiato con l’odio, di chi ha negato consolazione e luce al bisognoso, di chi ha rifiutato l’irrompere benigno, silenzioso e operoso nella storia del Verbo del Padre che si fa carne per la salvezza del mondo (Gv, cap. VI). Troviamo riscontro di tale accezione in molti padri latini, specialmente in San Girolamo, ep. 3.3.2.: in die tuo, “nel giorno del Tuo Giudizio”.

2) Irae, genitivo di IRA: “rabbia, collera, rancore”. E’ l’ira di Dio, l’Ira dell’Onnipotente, che brucia negli occhi di Mosè al suo ridiscendere dal monte dell’alleanza verso il popolo che ha violato la penitenza e l’attesa della legge del Signore con idolatria, corruzione, lussuria. E’ l’Ira di quel giudice che è unica, autentica verità. E’ L’ira del Signore del Cielo, tanto indignato quanto addolorato alla vista delle sue creature umane che rifiutano fino al disprezzo di ste stesse la pace, l’alleanza, la salvezza portate all’uomo dal Sacrificio del suo Unigenito. E’ l’ira di Chi non cessa mai né di amare, né di essere eternamente giusto.

3) Saeclum, contratto per SAECULUM: in età classica questo termine era impiegato per indicare “generazione, stirpe, razza” in riferimento all’essere umano, ma anche “tempo”, quello coperto dall’esistenza di una generazione, quindi “età, epoca”. Usato al plurale (saecla), indicava un periodo di tempo indefinito. Già con Cicerone si ha l’accezione derivatane nella lingua italiana, “secolo”, dal momento che il giurista latino usa tale vocabolo per indicare un lasso di tempo di centodieci anni (De Orat., 2.154). Nel contesto cristiano degli apologeti e dei padri latini della Chiesa venne ad indicare la vita stessa del mondo, quindi, per sineddoche, il mondo medesimo, con le sue logiche, le sue corruzioni, le sue leggi, i suoi valori spesso disumani. Di qui si capisce come Tertulliano (in pud, 1.1.) impiega tale termine per indicare il paganesimo, l’apostasia. La prima strofa della sequenza vuole suscitare un’immagine intensa e violenta, dove insieme alla scena del Giudizio Universale, si mette in evidenza il Dio-Forte e Giusto, che viene nella gloria a distruggere questa apostasia, questo orrore, questo delitto, questo crimine sacrilego, comprendente ogni sorta di nefandezza perpetrata. E’ la potenza stessa del Signore che pone questi “nemici” a sgabello dei suoi piedi (Salmo 109), insieme all’Accusatore (in greco diàbolos, in latino diabolus) delle creature amate dal Signore e insidiate da quel serpente antico, tentatore e padre della tentazione e dei suoi servi, mortali o immortali che siano, per accomunarli tutti nella morte eterna.
Tutto ciò appare inverosimile? No, dal momento che il saeclum che viene distrutto tra le faville è proprio quel mondo sul quale regna il principe delle tenebre (“Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”, Gv XII, 30 – 31) con le sue logiche egoistiche, di sopruso e di omicidio che ha odiato Gesù prima, e i suoi amici poi: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato Me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo. Poiché invece non siete del mondo, ma Io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. […] Se hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi. […] Ma non abbiate paura: Io ho vinto il mondo” (Gv. XV, 18 e ss.). E’ quindi il mondo che a Dio si ribella, che Lo rifiuta, che Lo ha perseguitato fino alla croce e lo perseguita nel tentativo di ucciderne la Risurrezione, che perseguita gli amici di Dio perché a loro è stata offerta una grazia che sorpassa il mondo ed essi l’hanno accolta, quindi non sono più schiavi del mondo ma liberi servi di Dio. Questo mondo e l’universo in cui è contenuto, il mondo così come lo vediamo, così come lo studiamo scientificamente, così come noi lo viviamo, ha da morire, ha da essere distrutto, ha da perire nelle fiamme della parusia, nel giorno che dà gloria alla bontà onnipotente e gratuita dell’Altissimo.

Un piccolo spazio dobbiamo riservarlo alla parola FAVILLA: “cenere, fuoco”. Nel latino cristiano è da prediligere questo secondo significato, in quanto San Girolamo impiega favilla per tradurre quel fuoco sacro che è manifestazione di Dio quando, in Genesi 15, 17, esso consuma in segno di alleanza le bestie sacrificate da Abramo; il fuoco celeste sottrae alla natura e alla terra e innalza verso il Creatore le vittime per Lui preparate. Tale offerta era stata chiesta da Dio stesso ad Abramo, che immolò e divise in due una giovenca, una capra e un ariete, e sacrificò senza spaccarli anche una tortora e un piccione. Tale immagine è estremamente significativa. Nei tempi antichi, quando due pastori nomadi stringevano un’alleanza, essi immolavano una bestia, la dividevano in due, collocavano ogni metà di fronte all’altra e vi passavano in mezzo, dicendo: “Che a noi capiti quello che è successo a questo animale, qualora non rispettassimo i termini del nostro accordo”.
Abramo ha come contraente di alleanza il suo stesso Signore: “Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiamma ardente passarono in mezzo agli animali divisi”. Ecco il perché dell’immagine del mondo divorato tra le faville: è quel fuoco sacro dell’Altissimo che divora in eterno tormento chi ha disprezzato l’alleanza d’amore che Dio stesso ha offerto molte volte agli uomini, ai quali ha insegnato a sperare nella salvezza per mezzo dei profeti, e che ha tanto amato da sancire l’alleanza eterna e incrollabile nel sangue sparso sulla croce del proprio Figlio. Brucia nella favilla (quindi nel fuoco eterno) chi non ha deliberatamente accolto né rispettato il patto dell’alleanza.

Quanto terrore e tremito sopraggiungerà
quando arriverà il Giudice
per giudicare ogni cosa con intransigenza!

Questo terrore e tremito traducono il latino tremor. La seconda strofa richiama un passo di Geremia, 23, 9: “Tutte le mie ossa tremano; sono diventato come ubriaco, come uno sopraffatto dal vino a causa del Signore, della sua santa parola”.

Una tromba, spargendo un suono mirabile
tra i sepolcri di tutti i popoli,
trascinerà tutti davanti al trono.

Nell’Antico Testamento, la tromba è uno degli strumenti propri della lode di Dio, innalzata sulle corde della cetra, coi fiati, con la tromba (Salmo 150). La tromba era anche lo strumento che presso gli ebrei annunciava il tramonto della Parasceve (la vigilia della Pasqua) e l’inizio del giorno santo del memoriale dell’Alleanza. La tromba segnava l’inizio dell’anno giubilare, anno di grazia, di perdono e di remissione. La tromba è lo strumento che nell’Apocalisse di San Giovanni annuncia il giudizio venturo e la potenza dell’Altissimo, che salva e condanna. Tale simbolo di potenza ha continuato a sussistere nella cultura occidentale. Si pensi che nel medioevo la tromba era lo strumento del notabile, del signore, al cui suono entrava qualcuno di veramente importante. Tra le fine del ‘600 e la prima metà del ‘700, l’organo fa un largo uso del registro della tromba. Tutta la letteratura organistica francese del periodo classico si avvale di magnifici registri d’ancia; in terra tedesca, Bach ama moltissimo l’impiego della tromba nelle cantate sacre, e predilige il fagotto nella pedaliera dell’organo.
La tromba è lo strumento apocalittico per eccellenza; di qui si capisce quanta possanza possa esprimere l’immagine del momento del giudizio annunciato dalla tromba, come dice un emistichio del Salmo 81: “Sorgi, Dio, a giudicare la terra, perché a Te appartengono tutte le genti”.

Sbalordiranno la morte e le leggi della natura
quando risorgerà la creatura umana
per render conto a Chi la chiama in giudizio.

Questa strofa illumina un passo specifico della Prima Lettera di San Paolo ai Corinti (XV, 54 e ss):

Quando questo corpo corruttibile si sarà rivestito d’incorruttibilità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.

Sulla risurrezione di Cristo si basa tutta la nostra fede. La sua risurrezione ci assicura la nostra, quella del nostro corpo corruttibile, come ci ha appena detto San Paolo. E noi professiamo un solo Battesimo per la remissione dei peccati, aspettiamo la risurrezione dai morti e la vita del mondo che ha da venire (Simbolo Niceno-Costantinopolitano, l’attuale Credo in uso nella Messa).

Il Giudice allora si siederà in trono,
ciò che è nascosto verrà alla luce
e niente di ciò che è colpa resterà impunito.

Altro lampo sulla 1 Cor, 4, 5: “Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori”. Fa eco Luca 12, 1-7: “Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunziato sui tetti. A voi, miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nel fuoco inestinguibile!”.

O Re di tremenda maestà!
Tu, quelli che salvi, li salvi unicamente
perché usi loro gratuita misericordia!
Salva anche me, o sorgente di compassione!

Alcuni commentatori hanno pensato di intravedere in questo “salvas gratis”, cioè “li salvi solo per tua misericordia” uno slittamento del concetto di giustificazione paolina verso l’interpretazione drastica e fumosa di Lutero e di Calvino: ecco, il destino dell’uomo è già stabilito, qualunque cosa egli faccia nel bene e nel male; dipende unicamente da Dio il salvare alcuni e condannare altri, è negata la libera collaborazione dell’uomo col suo Signore per la propria salvezza.
In realtà non ci può essere lettura più errata di questa. La strofa in analisi va innanzitutto letta con un occhio sulle precedenti. Il Giudice si siede in trono; Egli è l’autentica Verità, alla quale nulla si può tenere nascosto: sono le nostre stesse labbra che davanti a Lui non possono trattenersi dall’enunciare le nostre colpe, una per una.
“Ah, me misero! Cosa dirò io, a quel punto? Quale avvocato invocherò in mia difesa, se colui che ha vissuto tutta una vita rettamente è appena sicuro di salvarsi?”
Le parole di questo passaggio della sequenza hanno uno scopo ben preciso: ricordarci che tutti siamo peccatori, tutti bisognosi di misericordia, tutti abbiamo la necessità di riconoscere fin d’ora le nostre infermità e i nostri delitti, finché il Signore ci dona un tempo propizio per tornare da Lui, per camminare con Lui, immergendoci nell’abisso di quel perdono che copre la colpa, e la copre gratuitamente, così come gratuitamente quel Corpo e quel Sangue su quella croce romana sono la bilancia del grande riscatto che strappa la preda all’Inferno (cf. inno Vexilla Regis).
Io sono pienamente me stesso, pienamente cosciente della mia persona umana, quando sono capace di scrutarmi, di notare i miei sbagli e le mie miserie; deve sopraggiungere quel senso di assoluta impotenza di fronte all’Altissimo, quel sentimento di totale inutilità, che mette a nudo le mie mani vuote, senza nessun merito possibile da accampare di fronte a Chi è morto per me, senza minimamente pensare di poter patteggiare in virtù di qualcosa che io possa dare in cambio. Nel mio nulla, nel mio sentirmi verme e non uomo (Salmo 21), solo allora sono capace di crollare in ginocchio davanti al mio Salvatore, invaso dal suo Spirito di Verità, per arrendermi totalmente a Lui.
Allora, soltanto allora, si è pienamente se stessi, si è pienamente liberi, perché abbiamo finalmente uno sguardo limpido in noi, ci siamo conosciuti fin nelle più nascoste pieghe della mente e dell’anima. Il lampo che scocca in questa strofa della sequenza illumina una pagina della Lettera ai Romani, 3, 23 e ss:

Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la Sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel Suo Sangue, al fine di manifestare la sua giustizia.

La grazia è gratuita, e viene unicamente da Dio: noi non ce la possiamo procurare. Siamo come bambini: se ci lasciamo nutrire, cresciamo in grazia e bellezza; se rifiutiamo il nutrimento, deperiamo e ci spengiamo miseramente.

Ricordati, o compassionevole Gesù,
che io sono stato il motivo della via che ti ha condotto al Gòlgota!
Ah, che io non vada in dannazione, in quel giorno!

Qui risuonano da una parte le parole di Daniele, 9, 19: “Signore, ascolta! Signore, perdona … per amore di Te stesso!”, parole che sono diventate la base per il canto di Quaresima Attende Domine; dall’altra parte si fa sentire il grido di San Paolo carico di speranza della lettera ai Gàlati, 2, 20: “Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me!”.

Cercandomi, ti sei seduto, spossato e stanco:
Tu mi hai portato la salvezza sopportando per me la croce!
Che un così grande sacrificio non vada in me sprecato!

Si apre uno squarcio sulla Lettera agli Ebrei 12, 1b – 3: “Egli si sottopose alla croce … perché non vi stanchiate, perdendovi d’animo”. In questo sottoporsi al patibolo, all’atrocità, trova piena luce quel lassus, quel spossato e stanco.

O Giudice giusto, che fai strage del peccato,
fammi la grazia del tuo perdono
prima che io debba venire a rendere conto
nel giorno della Tua sentenza.

Iuste Iudex ultionis”. Letteralmente “Giusto Giudice di vendetta”. ULTIO, nella latinità classica è la vendetta, anche legale, la licenza di uccidere e di far strage del colpevole. Ora, quando Lattanzio, Tertulliano e San Girolamo usano il termine ULTOR, cioè “colui che si vendica”, lo impiegano illuminato sensibilmente da due stupende pagine della Scrittura. La prima è Genesi 18, 20 e ss: Abramo che intercede per Sodoma e Gomorra. Il Signore che ha stretto un’alleanza di affetto intenso col suo servo Abramo, gli rivela i suoi piani di strage nei confronti degli abitanti di queste due città, i quali si sono macchiati di abomini e delitti agli occhi di Dio. Abramo, che ha conosciuto il Signore come Colui che stipula un’alleanza fedele e giusta, non vuole credere neanche per un attimo che Egli possa far morire il giusto con il criminale. Si rivolge a Dio e gli dice: “Ma se in quella città ci fossero cinquanta giusti? Tu sei il giudice di tutta la terra e non praticherai la giustizia nel salvare l’innocente?”. E il Signore: “Per riguardo a quei giusti, non farò strage”. E Abramo: “Ma se anziché cinquanta, fossero quarantacinque, quaranta, trenta, venti, … dieci? Cosa farà il mio Signore?”. “Per riguardo ai quei dieci, risparmierò tutti”. Ecco il Signore dell’Antico Testamento: un Dio che fa grazia a molti per riguardo a pochi giusti.
L’altra pagina cui avevo accennato è la Seconda Lettera di San Pietro, 3, 8b – 9: “Il Signore usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”.
Ciò chiarifica e purifica il significato di ULTOR: è il Signore Giustissimo che vuole annientare la colpa, il peccato, ma che non cessa di amare il peccatore, di chiamarlo a Sé con insistenza, perché lo vuole salvare, perché la fiammella che vacilla e stenta a prender vigore (e quindi non dà luce) Lui non vuole spegnerla, la canna incrinata dal vento Lui non vuole spezzarla, la morte del peccatore Lui non la vuole, ma piuttosto che cambi vita e viva (Is XLII, 3 – 5; citato in Mt XII, 18 – 21).

Tra timore e speranza, tra lacrime e pregustazione di una gioia che non ha fine e che si desidera ardentemente più di ogni cosa, le strofe successive implorano la divina clemenza, si accendono di speranza, si confermano nella fiducia nella pazienza del Signore, che ha donato il paradiso al ladrone sulla croce e ha assolto la “Maddalena”.
Qui occorre fare un po’ di chiarezza.
Papa Gregorio Magno, nelle sue Omelie sul Vangelo (2,33), fece una gran confusione, riunendo in Maria di Magdala quelle che invece sono personaggi di donne diverse.
Seppur dal Nuovo Testamento risulti sufficientemente chiaro che Maria Maddalena, Maria di Betania, la peccatrice anonima e la donna adultera siano quattro donne distinte, si continua a confonderle ed unirle in una sola, a motivo di un’operazione esegetica, senz’altro in buona fede e tuttavia imprecisa, effettuata dal papa S. Gregorio Magno ( 540-604). Nel Vangelo di Matteo e di Marco troviamo Maria Maddalena e Maria di Betania, due donne diverse, nel Vangelo di Luca troviamo Maria Maddalena, Maria di Betania e la peccatrice anonima, tre donne diverse, nel Vangelo di Giovanni, troviamo Maria Maddalena, Maria di Betania e la donna adultera, tre donne diverse. Nel Vangelo secondo Giovanni, Maria di Betania è una giudea amica di Gesù, Maria Maddalena è galilea della città di Magdala, discepola di Gesù, sono quindi donne diverse. Maria di Betania profuma Gesù ma non è la peccatrice anonima citata da Luca 7, 36-50, Maria di Betania è giudea, amica di Gesù, la peccatrice anonima è galilea, una pentita perdonata. Maria di Betania non è l’adultera citata da Giovanni 8, 1-11, ma è una amica di Gesù. La donna adultera citata da Giovanni 8, 1-11 non è la peccatrice anonima citata da Luca 7, 36-50. La donna adultera vive a Gerusalemme in Giudea, è incontra Gesù verso la fine, la peccatrice anonima è Giudea, e incontra Gesù all’inizio. Maria Maddalena non è la donna adultera citata da Giovanni 8, 1-11 , Maria Maddalena è una discepola di Gesù, venuta insieme a lui dalla Galilea, la donna adultera è una peccatrice di Gerusalemme. Maria Maddalena non è nemmeno la peccatrice anonima citata da Luca 7, 36-50, sono entrambe galilee, ma mentre la peccatrice, è una donna pentita perdonata da Gesù, Maria Maddalena è una delle pie donne che seguivano Gesù, il quale l’aveva guarita essendo indemoniata,(vedi Luca 8:2 e Marco 16,9). [M. GERBER, G. LATTES, Maria Maddalena e Maria di Betania e la Peccatrice anonima e l’adultera sono diverse persone nel Nuovo Testamento, in <<Le Sacre Scritture>> https://sites.google.com/site/lesacrescritture/Home/maria-maddalena-e-maria-di-betania-e-la-peccatrice-anonima-e-l-adultera-sono-diverse-persone-nel-nuovo-testamento%5D.

Il testo raggiunge l’apice del suo dispiegarsi con un arrendersi totale a Dio:

Ti prego, supplice e prostrato innanzi a Te!
Il mio cuore è consumato dal dolore del pentimento
e diventa come cenere!
Prenditi a cuore la mia sorte eterna.

L’ultimo lampo sfavilla su un passo di Isaia, 2, 11-12: “L’uomo abbasserà gli occhi alteri, la superbia umana si piegherà; sarà esaltato il Signore, Lui solo in quel giorno”.

Il motivo per cui, da testo d’Avvento, la Dies Irae diviene sequenza per i defunti è semplice: tutta la sequenza assume la veste di un aver prestato voce all’anima del defunto, quando i presenti alla liturgia prendono loro stessi canto e parola e da primi interlocutori invocano il perdono, la clemenze per l’anima dell’uomo peccatore che sorge per venir giudicato, e innalzano un anelito al Signore Gesù perché conceda il riposo e la pace alle anime tutte.

Non voglio dilungarmi in ulteriori commenti. Dico soltanto che in questo testo personalmente non ci vedo tutta quella tenebra lugubre e quel buio privo di speranza che cert’uni hanno vi hanno ravvisato. Tutt’altro, vi vedo una matura presa di coscienza dell’uomo circa se stesso e il tentativo di tratteggiare i connotati di Dio, giusto e immensamente benigno, che rimane enigmatico e spaventa terribilmente solo quando non Lo si riconosce nel volto sofferente e glorioso di Cristo.

ED OGGI?

Onestà impone di riconoscere che, sebbene sia stata messa in disparte, la Dies Irae non è stata eliminata completamente dalla Liturgia.
Anzi, paradossalmente essa è tornata al posto che inizialmente le spettava e per la quale era stata concepita: è l’inno della liturgia delle ore, suddiviso in tre sezioni, rispettivamente per l’Ufficio delle Letture, le Lodi e i Vespri, dell’ultima settimana del Tempo Ordinario, quella che conduce alla Prima Domenica di Avvento. E’ stato corretto l’ “errore gregoriano” e laddove vi era “Qui Mariam absolvisti”, ora leggiamo più opportunamente “Peccatricem qui solvisti”. Infine, sono state tolte le strofe tardive per l’adattamento alla liturgia di Requiem (Lacrimosa; Pie Jesu), ed introdotta la conclusione:

O Tu, Deus maiestatis,
alme candor Trinitatis,
nos coniunge cum beatis. Amen.

O Tu, Dio di maestà,
splendore eterno della Trinità,
unisci noi tutti al coro dei beati. Amen

E’ vero, l’utilizzo della Dies Irae nella Liturgia delle ore è facoltativo. Però c’è.
Agli amanti della bellezza e del giusto senso del sacro spetta il compito di far riscoprire questo tesoro, senza venarne l’utilizzo di ideologia o fanatismo, bensì proponendolo positivamente nelle proprie comunità monastiche, ecclesiali, parrocchiali, sempre con un’opportuna traduzione a fianco di questa preghiera che, come ha avuto tanto da dire ai grandi artisti (p.e. Michelangelo) e musicisti del passato (p.e. Mozart e Verdi), così può avere ancora molto da dire a noi, oggi.

(FINE)

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