Vi scrivo per chiedervi una cosa che non mi è ben chiara: a Natale, il canto gregoriano è opportuno usarlo o no? Lo chiedo tenendo conto del fatto che sono giorni in cui in chiesa capita tanta gente che non è abituata a stare a messa. Grazie e buon Natale a tutti voi!

Lettera firmata

(Risponde Alessio Cervelli)

Carissimo amico,

in effetti il quesito che poni non è così scontato, perché si rischia da un lato di cadere nell’intransigenza formale che non tiene conto delle obiettive condizioni “recettive” del Popolo di Dio, dall’altro, di scadere nella faciloneria o, peggio, nella sdolcinata banalità.
Il problema educativo è una sfida enorme che, come è facile intuire, richiede sempre la giusta misura nell’affrontarla.
Il vero dramma è questo: siamo sul punto di perdere per sempre un patrimonio immenso, quello del canto gregoriano, perché sta divenendo sempre più incomprensibile non tanto al Popolo di Dio, quanto agli stessi sacri ministri, i quali difettano di un’adeguata cultura musicale di base.

Per canto gregoriano, ovviamente, intendo gli incommensurabili tesori degli Introiti, degli Offertori, delle Comunioni della Messa, per nulla dire delle antifone ai salmi e ai cantici della Liturgia delle Ore.

Sarebbe impossibile qui esplicare il valore enorme di cui si discute. Perciò mi limiterò ad analizzare due sole antifone: l’introitus e il communio della Messa della Notte di Natale.

L’antifona dell’Introito così dice:

Dominus dixit ad me:
filius meus es tu.
Ego hodie genui te

Quare fremuerunt gentes
et populi meditati sunt inania?

Dominus…

Astiterunt reges terrae,
et principes convenerunt in unum
adversus Dominum et adversus christum eius.

Dominus…

Gloria Patri…

Possiamo ascoltare qui: https://youtu.be/Sg8CQ7Klcds

Si tratta, come alcuni avranno intuito, del Salmo II, di cui il v 7 è stato opportunamente preso come ritornello. Traducendo:

Il Signore mi ha detto: / Tu sei mio figlio. / Io stesso oggi ti ho generato.
Perché le genti si sono messe in tumulto, / e perché i popoli cospirano invano?
I re della terra sono insorti, / e i potenti hanno fatto congiura / contro il Signore e contro il suo Consacrato (il suo Cristo).

Ora, non mi si dica che il testo di un salmo simile, proprio nella notte di Natale, non fa venire la pelle d’oca solo al leggerlo e ad affiancarlo al mistero che si sta celebrando, dopo il cammino dell’Avvento!
Il testo dipinge a tinte vive la contraddizione che la nascita di questo Bambino è venuta a portare. Pensiamoci sopra un attimo: il mondo allora conosciuto, affacciato sul Mediterraneo, è stato “costretto” alla Pace Romana sotto l’Impero di Cesare Ottaviano, che assume il titolo di “Augusto” ad indicare la “pretesa divinità” della sua persona e del suo potere… e proprio adesso nasce il Cristo.
Erode il Grande, il dispotico tetrarca, che vede ovunque, con maniacale terrore, nemici che insidiano il suo regno, trama per uccidere questo bambino. E, per contrasto, il ritornello del versetto 7, ripete: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”. Come a dire: i potenti possono tramare quel che vogliono, ma il Signore li aspetta al varco e, prima o poi, li rovescia dai troni, non c’è da dubitare: il Salvatore viene e nessuno può impedirlo!
Sublime!
Che abisso di teologia dietro al semplice testo di un salmo cantato e meditato proprio all’inizio della Messa della Notte di Natale!

Non basta.
L’antifona di comunione fa una strana eco al versetto 7 del salmo II.

In splendoribus sanctorum
ex utero ante luciferum
genui te.

Tra luci splendenti di santità,
dal grembo di una madre, prima che spuntasse la stella del mattino,
Io ho generato te.

Possiamo ascoltare qui: https://youtu.be/54SHhrQm2SQ

Apparentemente sembra una ripetizione. Ma bisogna sapere che, in Liturgia, le ripetizioni non sono mai tali, specialmente nel periodo antico della storia liturgica (tra il XV e il XVIII secolo, le ripetizioni ci saranno, eccome, per effetto della sensibilità barocca al riempimento pleonastico, ma questa è tutt’altra storia). Questo testo è preso dal salmo CIX, un testo che canta del Messia in quanto re e sacerdote.
Perché ripetere al momento della Comunione qualcosa che sostanzialmente è già stato detto, in maniera più sintetica, dall’Introitus?
Forse perché, mutato il momento liturgico, muta anche il significato di queste parole. Il Messia qui è visto come sacerdote e re, giusto? In virtù del battesimo, ogni membro del Popolo di Dio è sacerdote, re e profeta, in quanto è stato rigenerato in Cristo. Ecco allora il significato di questa seconda antifona: se all’introitus il testo del salmo II è messo sulle labbra del Padre nei confronti del Figlio che entra nella storia come dono di salvezza all’umanità, al communio, il testo del salmo CIX è posto sulle labbra del Cristo che, nutrendo il fedele con la Sua stessa Carne nell’Eucaristia, gli dice: “Tra le pure luci di questa notte santa, prima che spunti il mattino, dal grembo di tua madre che è la Chiesa, Io stesso con la mia Carne ti rigenero e ti invio nel mondo”.

Se cominciano a tremarci le ginocchia, niente paura: è buon segno! Abbiamo incominciato a intravvedere solo per un attimo i tesori infiniti del repertorio gregoriano, un repertorio che giustamente la Sacrosanctum Conciulium, al cap. VI, innalza al di sopra di ogni altro repertorio, polifonico o popolare che sia.
E dopo aver spiccato per un momento il volo, come accadde a Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor, quando anche noi vorremmo dire a Gesù: “Oh, quant’è bello tutto questo! Restiamo qui per sempre!”, ci aspetta invece un brusco ed inevitabile ritorno alla realtà: il gregoriano nelle nostre messe parrocchiali, a Natale?

La cosa si fa dura, apparentemente impossibile.
Eppure non è così: basta semplicemente impiegare quella che Benedetto XVI ha giustamente definito Ars Celebrandi, l’arte del ben celebrare. Se la Liturgia è curata, se la chiesa è in ordine, se tutto è dignitoso, se il presbitero celebrante saprà svolgere il proprio ministero semplicemente attenendosi a quanto scritto sul Messale, senza voli acrobatici di fantasia né festoni o cartelloni di sorta attorno all’altare, allora anche il canto gregoriano troverà il suo posto, perché il vero problema non è usare il latino o la lingua vernacola, non è celebrare verso l’abside o verso la porta: è la perdita del senso del sacro.
Allora anche semplicemente ascoltare tre o quattro cantori che eseguono l’introitus e il communio trova un senso, specialmente se l’assemblea è munita di un libretto della celebrazione con la traduzione e quel tanto di spiegazione che aiuti a comprendere il senso di ciò che si sta cantando. Meglio se, nelle settimane precedenti, si sono trovate occasioni (il catechismo, i gruppi dei giovani, la lectio divina) per far riflettere la comunità celebrante sulle grandi ricchezze della Liturgia che sta per celebrare.
Certamente, non si dovrà commettere l’errore di strafare: eseguendo il Dominus dixit e In splendoribus, chiaramente sarà bene che il Popolo di Dio possa cantare a sua volta qualche canto natalizio di ampia divulgazione (Tu scendi dalle stelle, Astro del Ciel, ecc.), sottolineato opportunamente da qualche colore pastorale da parte dell’organo o, in mancanza di esso, da qualche strumento adatto o adattabile alla celebrazione liturgica.
E’ tutta questione di buon senso o, per dirla con le parole di Benedetto XVI, di arte nel saper ben celebrare!

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