Caro Alessio, sono un pianista ed organista che studia in conservatorio. Ti scrivo per chiedere una consulenza. Giorni fa parlavo con un sacerdote liturgista, mio amico e maestro, della validità o meno di quanto i compositori di musica sacra hanno prodotto nei secoli. Sul gregoriano e sulla polifonia vocale a cappella nessun problema. Quando però si arriva al barocco l’ introduzione degli strumenti, l’uso degli affetti e l’utilizzo di forme tipicamente mondane (vedi aria col da capo) mi metteva in crisi per una argomentazione razionale.
Anche in epoca rinascimentale si utilizzavano temi popolari ma elaborati secondo le tecniche polifoniche più propriamente ecclesiastiche.
Non riesco ad essere buon apologeta del barocco…
Ti prego..help me!

Giuseppe Colonna

(Risponde Alessio Cervelli)

Carissimo Giuseppe,

quando ho letto la tua richiesta, ho subito pensato che si trattava un argomento interessante.
Beh, in realtà non è una cosa difficile da capire: basta semplicemente entrarci dentro, avendo un colpo d’occhio un po’ più calato nella storia in quanto cammino dell’umanità.

Se ti dicessi che, per esempio, lo spiritualissimo canto gregoriano era tale e quale al canto di tipo profano delle composizioni poetiche nel volgare del XIII secolo?
Per me fu un colpo quando lo scoprii, eppure è così: la scoperta del “frammento piacentino”, un rarissimo reperto che reca un componimento poetico di scuola siciliana della corte di Federico II e recante anche il rigo musicale per il canto del ritornello, dimostra che il linguaggio che noi chiamiamo gregoriano era invece anche tipicamente profano.

Oppure, sempre per il gregoriano, pensiamo ai microtoni che prima erano all’ordine del giorno: ascolta questo link e dimmi se ti sembra lo stesso kyrie orbis factor che troviamo nel liber usualis:

No, non lo è: perché qui siamo ad uno stadio del gregoriano che risente ancora degli influssi sia ebraici sia mediorientali in generale, al punto che oggi ci sembrerebbe di sentir cantare il muezzin  da un minareto, anziché un cantore liturgico cristiano.
Ci vorrà ancora oltre un secolo perché compaia la Missa in Dominicis per Annum che conosciamo e abitualmente cantiamo, cioè questo:

Rovesciando le parti, avviene la stessa cosa per la musica d’epoca barocca.
Cos’è la musica sacra se non un immenso serbatoio in cui confluiscono i linguaggi tipici dell’arte umana di un periodo, per essere soppesati, valutati, e innalzati alla dignità dell’arte sacra?

E’ quello che faceva Bach (Alberto Basso nei suoi studi ne ha parlato con piglio sicuro: cfr. Frau Musika. La vita e le opere di J. S. Bach. Lipsia e le opere della maturità, EDT 1998, pp. 238 e ss.): troviamo spessissimo pezzi di composizioni profane che poi Bach ha parodiato e rielaborato per farne musica sacra, ma non troviamo mai lo stesso procedimento in senso opposto (da sacro a profano).
Il mondo della musica sacra in generale, non solo di quella barocca, è troppo sfaccettato e declinato a seconda delle sensibilità delle umane genti per costringerlo nella gabbia di una razionalizzazione matematica.

Diciamo questo: l’artista propone, l’autorità ecclesiastica valuta e infine dispone. E’ sempre stato così (e dovrebbe essere così anche oggi… ma lasciamo perdere, che è meglio).

Pensa alla Toccata, un genere musicale tipicamente profano forse originariamente per liuto. E pensa che Frescobaldi era il musicista cattolico per eccellenza all’epoca della Riforma Tridentina. Quante toccate ha composto? Tantissime! Ora, sui Fiori Musicali, non v’è dubbio: sono esclusivi per la liturgia, ed anche lì troviamo arie ritornellate, variazioni, passacagli, bergamasche, capricci e chi più ne ha più ne metta! Ma quel linguaggio musicale, soppesato dall’autorità ecclesiastica di cui il Cardinale Bentivoglio si faceva garante e primo dispensatore, era il linguaggio cattolico per eccellenza nell’Italia di quel tempo. E tale linguaggio passava per l’utilizzo degli affetti, che appunto erano gli strumenti atti a suscitare nel popolo orante le giuste predisposizioni d’animo. Tutto stava nell’usare quelli giusti.
Prendi le toccate dal I e dal II libro di Frescobaldi. Come mai hanno la dicitura “sopra i pedali de l’organo?”. Semplice: perché potevano anche essere oggetto di ascolto, studio e discussione nelle cosiddette “accademie”, dove si utilizzava per lo più il cembalo. E allora cosa le rende musica adatta alla liturgia? Innanzitutto lo strumento che usi: pur essendo lo stesso pezzo (un pezzo la cui intenzione di composizione possiamo definire “neutra”, né sacra né profana: semplicemente una cosa molto bella e ben fatta), non suscita affatto lo stesso stato d’animo sull’organo come sul cembalo. Inoltre, vi è appunto l’utilizzo di queste lunghe note al pedale che, guarda caso, sono le ultime vestigia che ancorano l’organo ad un passato antico, quello delle sue prime comparse nella liturgia, quando sostituiva il coro polifonico dell’organum dove vi erano alcuni cantoni che tenevano le note lunghe, dette bordoni, nel basso. Eseguire una toccata con o senza queste note, cambia immensamente l’esito emotivo del pezzo: senza basso, la toccata è snella, esile, “mondana”; ma se metti il basso del pedale, lo stato d’animo è “Fermi tutti! Qui si sta facendo una cosa seria! Qui pare d’essere in chiesa! Qui si prega!”.

Eppure – l’ho sostenuto altrove qualche anno fa – mettendo da parte l’ottima umanità e spiritualità di Domenico Zipoli, musicista missionario, non mi risulta ad esempio che Merulo, Gabrieli, Cavazzoni, Frescobaldi, Scarlatti, Pasquini ed altri musicisti che hanno lavorato per il culto siano stati canonizzati: hanno solo operato da artigiani abili, animati per lo meno da una consapevolezza dei contenuti della fede e di ciò che occorreva per servirla col loro talento e col linguaggio musicale del periodo in cui vivevano.
Questo è il caposaldo che sta alla base di qualunque filologia, di qualsiasi studio di tocco, di ogni resa attuale delle partiture di qualsivoglia autore.
Deus datus est.
Dio è dato come elemento discriminante di cui tenere conto nella cultura e nel lavoro di questi uomini, al di là del fervore personale più o meno manifesto, o di quanto (e se) abbiano lasciato trapelare qualcosa degli intimi convincimenti delle loro anime. Se Girolamo Frescobaldi compone una Toccata avanti la Messa, il suo lavoro è efficace; se scrive una Toccata per l’Elevatione, funziona in modo eccellente.
Perché?
Era un mistico?
Non direi.
Era un santo?
Non saprei.
È assai più probabile che il buon Girolamo operasse un ragionamento di questo tipo: “Devo accompagnare con l’organo il solenne momento dell’ingresso all’altare del celebrante. Come posso fare a trasmettere a chi ascolta quell’austerità che i miei committenti si aspettano che io susciti nella gente, commentando quell’ “Introibo ad altare Dei”? Ecco, così!”.
Et-voilà: Toccata avanti la Messa della Domenica. Una musica che, se suonata come si deve, funziona ancora oggi.“Bisogna che descriva il momento centrale del Canone della Messa. Come posso fare a suscitare l’affetto proprio che mi si chiede che sperimentino coloro che osservano l’Ostia Consacrata elevata verso la Croce? Si potrebbe fare in questo modo…”.
Ed ecco per noi, ad esempio, la Toccata per l’Elevatione della Messa delli Apostoli, un brano talmente efficace da smuovere ancora l’intimo fremito della gente che l’ascolta.
In altre parole, bisogna smetterla di volgere lo sguardo a cadaveri distesi sui tavoli di un obitorio, pronti per essere sezionati dalle avide mani di un archiatra fanatico d’anatomia.
Si tratta invece di nutrire quel profondo e delicato rispetto verso degli esseri umani immersi nei loro contesti storici intrisi di una cultura ben precisa, quella cristiana, per servire la quale essi hanno offerto il proprio talento e ne hanno ricavato un compenso utile alla propria sussistenza. Il resto è un segreto che spetta solo a Dio conoscere.
Per questo un organista, soprattutto se liturgico, dopo aver preso in considerazione gli aspetti orizzontali dello studio musicale, dopo cioè essersi preparato a saltare, non può non saltare; dunque non si può fare a meno dell’esegesi verticale, che altro non è se non lo slancio dalla terra al Cielo, l’afflato spirituale, la sete di Dio che sta innata nel cuore del compositore di musica sacra, al di là del fervore, della devozione e della santità di vita che lo hanno caratterizzano come uomo (A. Cervelli, Bach: tra amore e fede, Bonanno 2013, pp. 49 e ss.).

Dopo questo breve tentativo di sintesi (certamente non esaustivo, vista la vastità del quesito posto) posso dirti questo:
a) sì, la musica barocca è spiritualmente valida come lo è il gregoriano, come lo è la polifonia rinascimentale, come lo è Bruckner, come lo è Perosi, come lo è Bartolucci;
b) non tutte le pagine di musica barocca sarebbero adatte per la sensibilità artistico/spirituale dei nostri tempi, perché è indiscutibile che tale sensibilità cambi attraverso i secoli.

Conclusione: va semplicemente valutato che pezzo barocco scegliere, perché se un’aria sacra potrebbe non dire molto ai fedeli di sensibilità musicale media di oggi, una toccata per l’elevazione di Frescobaldi (tanto quelle dal I e II libro, quanto quelle più brevi dai Fiori Musicali) ancora oggi, se l’esecutore sa valorizzare la pagina e la sa pregare, è in grado di strappare lacrime spirituali che fanno sperimentare la “sobria ebbrezza dello spirito”.

In definitiva, mai commettere l’errore di valutare le ricchezze del passato coi parametri del presente senza calarci nella cultura e nella sensibilità del tempo. Solo dopo aver fatto uno sforzo esegetico, si potrà procedere ad un’ermeneutica della scelta atta a rivalorizzare e rivitalizzare ciò che di bello, ricco e fruttuoso i tesori del passato hanno da darci ancora oggi. Ricordi lo scriba del vangelo? Tira fuori dal suo tesoro cose antiche e cose nuove (Mt XII, 52).

Occorre sempre ricordare che siamo in cammino. Altrimenti avrebbe fatto bene Papa Marcello ad infischiarsene di Palestrina e ad abolire la polifonia perché ritenuta di gusto troppo profano e soprattutto non adatta alla sobrietà del culto e alla intelligibilità del testo cantato. E la polifonia di Palestrina è davvero angelica: basta ascoltare il suo Kyrie dalla Messa per Papa Marcello per rendercene conto:

Non così lo è altrettanto quella di Da Victoria!

Qui il Gloria della Missa Pro Victoria:

Fiammante, sanguigna, ardimentosa come una battaglia epica! Eppure è lì, nel tesoro della musica sacra, assieme alle pagine barocche, assieme alle pagine ottocentesche, assieme ai compositori del ‘900.

Tutto sta nella formazione del gusto e nel capire cosa la musica sacra debba dire oggi al mondo cattolico, traendo da suo tesoro cose antiche per poter finalmente tornare a produrre le cose nuove, senza fermarci ad una mera (e sterile) ripetizione filologica del passato.

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