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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

Mese

gennaio 2016

TERZA NOVELLA – IL NUOVO MAESTRO E UN FRESCOBALDI CHE… “FUNZIONA”!

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TERZA NOVELLA – IL NUOVO MAESTRO E UN FRESCOBALDI CHE FUNZIONA

Quel “Gloria al Padre” che le vecchiette cantano durante il rosario… IL TONO REGALE!

Ogni tanto fa piacere indugiare su qualche curiosità che non solo ci fa sorridere, ma ci da anche il piacere di scoprire realtà grandi dietro a piccolezze apparentemente insignificanti.
In tante zone d’Italia, durante la recita del Rosario o durante le processioni, capita di sentire un modo particolare di cantare il “Gloria al Padre”. Magari cantilenato e “strascicato” da qualche pia e anziana signora, con voce non proprio ferma.

La melodia in questione è in realtà nientemeno che il “Magnificat Ton Royal” attribuito addirittura ad un sovrano francese, Luigi XIII.

Ciò non ci deve sorprendere.
La musica non solo faceva parte della formazione dei rampolli di reale famiglia, bensì era spesso parte integrante della loro vita quotidiana. In altre parole, re, principi, duchi ed affini erano, musicalmente, dei “dilettanti”, ma non nel senso di mediocrità che ha assunto presso di noi, oggi, questo termine: dilettanti, nel senso che il loro lavoro era un altro, ma per completare la propria vita emotivamente, culturalmente, spiritualmente praticavano regolarmente musica a livelli in genere piuttosto buoni.

E in questo, il buon Dio non cessa di sorprenderci: chi, tra il largo popolo delle assemblee liturgiche, saprebbe dire sui due piedi chi sia stato Luigi XIII? Ben pochi. Eppure molti, senza saperlo, conservano un frammento della sua umanità e della sua vita di fede.

Questo aspetto della vita di fede, d’altronde, non era affatto estraneo ad un suo predecessore sul trono di Francia, Re Luigi IX, venerato come santo.
Un aneddoto particolare della vita cristiana di questo sovrano riguarda la sua partecipazione alla Santa Messa.
Re Luigi IX, quando scendeva per la messa, vi andava vestito in abiti molto semplici e, quando si giungeva al canone della Consacrazione ed il celebrante levava il Corpo e il Sangue di Cristo, il sovrano si inginocchiava sul nudo pavimento. Una volta, un servo, riconosciuto che era il re e che si inginocchiava per terra, corse a portargli un inginocchiatoio foderato con cuscini. Il re, con gesto cortese, lo rifiutò dicendo: “No, amico mio. Quando il Signore dell’universo si degna di scendere dal cielo per noi e venire sull’altare, anche i re di questo mondo si inginocchiano a terra”.

“E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO!”. LA BELLEZZA COME TERAPIA E COME PEDAGOGIA (Seconda Parte)

(di CLAUDIA RAPPUOLI, psicologa psicoterapeuta)

2. ARTE, TERAPIA ED EDUCAZIONE

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma […]
perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione,
ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.”

Dal film I cento passi (2000)

“L’utilità della bellezza non è evidente,
che sia necessaria alla civiltà non risulta a prima vista,
eppure la civiltà non potrebbe farne a meno.”

S. Freud, Il disagio della civiltà (1929)

“La Bellezza salverà il mondo.”

F. Dostoevskij, L’idiota (1869)

Al di là di quali ne siano la spiegazione psicologica e i correlati neurofisiologici, è appurato che il fascino e la suggestione dell’arte, della musica, del Bello sono un fenomeno universale. La domanda che possiamo porci, a questo punto, è: al di là di tutte le speculazioni e le indagini scientifiche sul dove, come e perché di questo fenomeno, è possibile usarlo consapevolmente a nostro vantaggio, a fini terapeutici o pedagogici? È una questione che ha dato origine a un numero pressoché infinito di teorie e ricerche, e che sarà brevemente affrontata nei paragrafi successivi.

§ 2.1 Arteterapia e musicoterapia

L’uso della musica a scopi terapeutici, soprattutto in un contesto sacrale-religioso, è documentato in numerose civiltà, dal mondo antico ad oggi. Basti pensare, nell’antica Grecia, culla del pensiero della civiltà occidentale, a Pitagora e Platone, che studiarono la musica dal punto di vista matematico e medico, interessandosi alla terapia di disturbi fisici e mentali con ritmi e canti. La musicoterapia fu riscoperta nel Rinascimento, con gli studi del medico e matematico italiano Gerolamo Cardano e del medico francese Ambroise Paré. Il primo approccio scientifico alla musicoterapia risale alla prima metà del 1700 e si deve ad un medico musicista londinese, Richard Brockiesby. I primi esperimenti di musicoterapia in Italia invece vennero condotti dallo psichiatra Biagio Gioacchino Miraglia, nell’ospedale psichiatrico di Aversa, a partire dal 1843. A mettere ordine e unità in un campo di studi così vasto provvidero nel 1958 Irving A. Taylor e Frances Paperte, che esposero in modo sistematico le teorie musicoterapiche in rapporto alle diverse patologie fisiche e psichiche, riportando anche studi sull’influsso della musica (nelle sue componenti di ritmo, tonalità e timbro) sui diversi organi del corpo umano. Attualmente la musicoterapia, con diversi indirizzi teorici e metodi applicativi, è praticata in tutto il mondo.
L’arteterapia invece (intesa come l’insieme delle tecniche che utilizzano le attività artistiche visuali – e, in senso più ampio, anche danza, teatro ed espressione letteraria – come mezzi terapeutici della sfera emotiva e relazionale) muove i primi passi verso gli anni Quaranta del Novecento, grazie ai contributi indipendenti di Margaret Naumburg, psicoanalista freudiana considerata la fondatrice dell’Art Therapy in America, e dell’artista ebrea austriaca Edith Kramer. Nella psicoanalisi freudiana l’arte (sia nel significato attivo di creazione di un’opera artistica, sia nel senso passivo di fruizione della stessa), è concepita come espressione dell’inconscio e come un derivato del processo di sublimazione degli istinti dell’Es . Coerentemente con queste premesse l’attività artistica può essere vista, in ambito terapeutico, come un efficace strumento di sostegno dell’Io ed espressione del Sé, in grado di favorire lo sviluppo di un senso di identità, incrementare la consapevolezza di sé, aiutare a fronteggiare situazioni di stress ed esperienze traumatiche, addirittura migliorare le abilità cognitive .
L’arte e la musica sono ormai utilizzate in psicoterapia non solo nell’ambito della psicoanalisi o della psicologia dinamica. Sia nel loro aspetto creativo, sia in quello esecutivo o di semplice fruizione, è riconosciuto il loro valore catartico ed espressivo, che è particolarmente opportuno per aiutare il paziente a manifestare vissuti difficilmente traducibili nel linguaggio verbale. Utilizzate in modo esclusivo o come coadiuvante di altri trattamenti, l’arte e la musica introducono il soggetto in un’atmosfera in cui sono più favorevoli le condizioni per vivere in modo intenso i propri contenuti profondi, ridurre la tensione psichica, addirittura instaurare riflessi condizionati ed altri fenomeni comportamentali che possono essere utilizzati a fini terapeutici.
I pazienti verso i quali maggiormente si indirizzano musicoterapia e arteterapia sono, nell’ambito della neuropsichiatria infantile, bambini con esiti da lesione cerebrale (anche in presenza di epilessia), autistici, bambini con problemi di comportamento, relazione e apprendimento; nell’ambito psichiatrico, invece, sono trattati soprattutto disturbi dell’umore, psicosi e disturbi dello spettro schizofrenico, disturbi d’ansia.
Persino in malattie degenerative come il morbo di Parkinson e il morbo di Alzheimer, con pazienti adulti colpiti da ictus o con esiti di lesioni cerebrali traumatiche, la terapia neuroriabilitativa che si avvale di tecniche di musicoterapia si è dimostrata efficace nel favorire il miglioramento del controllo motorio, tanto che nel 2001 l’American Academy of Neurology ha indicato la musicoterapia come tecnica utile per migliorare le capacità funzionali e ridurre i disturbi comportamentali nel malato di Alzheimer, in quanto la musica costituirebbe una via di accesso privilegiata a delle abilità ormai occultate dal deterioramento cognitivo. Nei pazienti con deficit cognitivi acquisiti il recupero della memoria verbale e della capacità attentiva è risultato più rapido ed efficiente nei pazienti sottoposti all’ascolto di musica rispetto a quelli che hanno seguito solo le procedure riabilitative, probabilmente anche perché l’attivazione del sistema limbico contribuisce a rendere più stabili i risultati ottenuti.
Rimanendo nell’ambito della musica, è stato inoltre riportato (Trappe, 2010, 2012) che l’ascolto di musica classica gioca un ruolo importante persino in terapia intensiva. La musica riduce in modo significativo il livello di ansia dei pazienti in setting preoperatorio, in misura addirittura maggiore rispetto ad una benzodiazepina, il midazolam. Confrontando i livelli di cortisolo (il cosiddetto “ormone dello stress”) in pazienti che avevano subito un intervento chirurgico a cuore aperto, è stato appurato che risultavano significativamente più bassi in pazienti sottoposti all’ascolto di musica classica per trenta minuti rispetto a pazienti che avevano trascorso trenta minuti semplicemente a riposo a letto. È degno di nota il fatto che l’effetto positivo non è generalizzato con tutti i tipi di musica, perché alcuni risultano inefficaci o addirittura dannosi (musica techno o heavy metal). Il massimo beneficio per la salute di pazienti in terapia intensiva è stato evidenziato per l’ascolto di musica classica: Bach, Mozart e compositori italiani del medesimo periodo. In particolare alcuni studi hanno dimostrato che parametri cardiovascolari come la pressione sanguigna e il battito cardiaco sono positivamente influenzati dalla musica di Bach (Trappe, 2014).
Potremmo concludere che la bellezza fa bene al cuore, e non solo in senso metaforico!

§ 2.2 Verso una pedagogia della bellezza

Nella prospettiva dello psicologo Howard Gardner, il noto “padre” della teoria delle “intelligenze multiple” (secondo cui l’antica concezione di intelligenza come un fattore unitario, misurabile tramite il Quoziente Intellettivo, deve essere sostituita da una definizione dinamica, articolata in almeno dieci sottofattori differenziati, di cui fanno parte anche l’intelligenza musicale e quella spaziale), l’educazione all’arte e alla bellezza dovrebbe essere parte integrante di ogni progetto educativo. Secondo Gardner, infatti, l’educazione dovrebbe riguardare tre diverse componenti: la sfera della verità, la sfera della bellezza e la sfera della morale (appunto il vero, il bello e il buono, secondo San Tommaso d’Aquino) . Solo un’integrazione tra queste componenti può portare ad uno sviluppo umano autentico e non ad una semplice erudizione.
Come scrive Reboul, infatti, non si educa un bambino […] per farne soltanto un lavoratore e un cittadino, ma per farne un uomo, vale a dire un essere capace di comunicare e di comunicare con le opere e le persone umane. […] Il fine dell’educazione è […] permettere ad ognuno di completare la propria natura. […] E’ proprio questo fondamentale legame con l’umano che fa sì che l’educazione sia altra cosa dall’addestramento o da una maturazione spontanea. Essere uomo significa imparare a diventarlo” . È evidente che in questo percorso la capacità di riconoscere e apprezzare la bellezza ha un ruolo centrale, perché il bello e l’arte non sono fini a se stessi, ma hanno un’importante valenza pedagogica: promuovono nel discente una sensibilità che gli permette di indirizzare egli stesso il proprio processo educativo verso il pieno e armonioso sviluppo delle sue doti e capacità, ovvero – diremmo con una espressione abusata e obsoleta – verso la sua piena realizzazione umana.
Si tratta non solo di trasmettere una conoscenza del patrimonio artistico passato e presente della nostra civiltà, (che pure è un’importante eredità spirituale che offre infiniti richiami alla propria identità storico-culturale e spunti alla creatività personale), ma di educare nell’allievo il senso profondo dell’ascolto delle armonie e disarmonie presenti in se stesso e nella realtà circostante. Sviluppare il senso della bellezza significa favorire il contatto con la propria interiorità, il rispetto per l’altro e quindi le capacità di socializzazione, il pensiero critico e divergente, le capacità immaginative e artistiche personali.
Per spiegare in che cosa consista lo specifico dell’esperienza della bellezza nell’uomo, il famoso pedagogista John Dewey introduce una distinzione tra esposizione ed espressione. Secondo la nota espressione di Dewey , la scienza espone dei significati, l’arte li esprime. La scienza è paragonata ad un cartello che indica la via per una città, mentre l’arte costituisce la città stessa. Entrambe sono necessarie: la scienza spiega le condizioni e le caratteristiche di una certa esperienza, l’arte ci permette di viverla. Fornire un’educazione alla bellezza significa appunto dare gli strumenti che consentano di vivere questa esperienza, fondamentale per l’uomo.

“La bellezza […] è azione interrotta, incompiuta, tensione verso qualcosa che sta al di là. Quindi apparizione, visione fugace. Qualsiasi cosa che ci appare bella è un rivelarsi, il tralucere di un «non sappiamo che» oltre il nostro mondo reale. Potremmo dire che è il giardino dell’Eden, dove tutte le cose avevano l’intensità, lo splendore e la perfezione della creazione appena compiuta. La bellezza è sempre apparizione, e quindi struggimento, e desiderio di fermare il tempo. Per questo l’esperienza più intensa e più completa della bellezza l’abbiamo quando ci innamoriamo. Solo allora tutto ritorna bello come il primo giorno e ci viene concesso di vivere nella pienezza e nella perfezione dell’essere. Allora restiamo incantati, estatici davanti al nostro amato o alla nostra amata. Qualcosa di sacro a cui ci avviciniamo con gioia infinita, ma anche batticuore e rispetto. E anche se lo teniamo fra le nostre braccia, abbiamo sempre l’impressione di qualcosa di fuggevole, e torniamo a guardarlo una seconda e una terza e una millesima volta perché l’istante, per diventare eterno, deve replicarsi. Come la madre che si sveglia di notte per guardare se il suo bambino respira”. [Francesco Alberoni, Corriere della Sera, 15 luglio 2002].

Se la bellezza è quindi in certo senso tensione verso ciò che è al di là, e se, come abbiamo visto, è un determinato linguaggio di bellezza artistica e musicale a produrre veri e propri effetti benefici, curativi e pedagogici,… allora tutto ciò che possiamo augurarci è che tale linguaggio di bellezza non solo torni ad essere presente nelle nostre comunità ecclesiali, ma che vi torni pure con abbondanza: ai musicisti liturgici, l’arduo compito di restituire questa ricchezza, senza dividere o traumatizzare, ma facendola riscoprire come autentico dono.

(Fine)

[Tratto da C. Rappuoli, “E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO!”. LA BELLEZZA COME TERAPIA E COME PEDAGOGIA, in A. Cervelli, Domenico Zipoli: “Amo, dunque suono”, Ebook StreetLib 2015, Prefazione del M° Giosuè Berbenni. (Vedere link seguente)]

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“E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO!”. LA BELLEZZA COME TERAPIA E COME PEDAGOGIA (Prima Parte)

(di CLAUDIA RAPPUOLI, psicologa psicoterapeuta)

1. ARTE E CERVELLO

“[…] non è […] nel cervello che tutto accade?
Adesso sappiamo che noi non vediamo con gli occhi,
né udiamo con le orecchie. Essi non sono che dei canali
per trasmettere con più o meno esattezza le impressioni dei sensi.
È dentro il cervello che il papavero è rosso
e la mela odora e l’allodola canta”.

O. Wilde, De profundis (1897)

“La cosa più bella … è ciò che uno ama”, scriveva nel VI sec. a C. la poetessa greca Saffo. “De gustibus non est disputandum” fanno eco i latini. E la psicologia ingenua conclude: “Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”.
Ma è proprio vero? Il piacere estetico è il regno della soggettività estrema o ci sono delle invarianti indipendenti dall’epoca, dalla personalità e dalla cultura? Che cosa succede nel nostro cervello quando facciamo esperienza della bellezza, in tutte le sue forme? E infine, è possibile sfruttare consapevolmente questi effetti a fini pedagogici o terapeutici? Queste sono solo alcune delle domande a cui la moderna psicologia, con il fondamentale apporto delle neuroscienze e delle tecniche di brain imaging, cerca di rispondere.

§ 1.1 Una disciplina nuova: la neuroestetica

La neuroestetica non è solo l’ennesimo neologismo cacofonico a cui le neuroscienze ci hanno ormai abituato, ma un nuovo, vasto e affascinante campo di studi che si colloca all’intersezione tra discipline diverse, quali arte, filosofia, estetica e soprattutto neurobiologia. Come ogni nuova disciplina che si rispetti, ha un padre fondatore, il neuroscienziato Semir Zeki, pioniere nello studio della funzione visiva del cervello e professore di Neurobiologia presso lo University College di Londra, e una data di nascita ufficiale: il 2001, anno in cui è stato fondato l’Institute of Neuroesthetics del London University College.
La neuroestetica si propone di spiegare le basi biologiche della percezione estetica e della creazione artistica. Attraverso metodiche di brain imaging, cerca di studiare le basi neurali del processo creativo nell’artista e l’attività cerebrale del semplice osservatore che trae piacere dalla contemplazione di un’opera d’arte. Quali sono i correlati biologici della creazione artistica e del godimento estetico? Per quale misterioso processo percettivo, psicologico e fisico-chimico la “Pietà” di Michelangelo o il “Cenacolo” di Leonardo da Vinci ci fanno emozionare, commuovere, provare un senso di completezza e di struggimento? È possibile in parte rispondere a queste domande grazie a delle tecniche generalmente utilizzate per la diagnostica clinica, come la Tomografia ad Emissione di Positroni (PET), la Risonanza Magnetica Funzionale (FMRI), la Spettroscopia ad Infrarossi (NIRSI) e la Tomografia a Emissione di Fotone Singolo (SPECT). Il funzionamento di queste metodiche, senza entrare in dettagli tecnici, si basa sulla rilevazione del flusso ematico e del consumo di glucosio in determinate aree del cervello. Quando l’attività neuronale in un’area cerebrale è particolarmente alta, aumentano in essa la circolazione del sangue e il metabolismo.
Pertanto le tecniche di brain imaging ci forniscono una indicazione delle aree cerebrali che si attivano quando il soggetto compie una certa azione o è esposto ad un determinato stimolo. Metaforicamente, è come se si accendessero delle “lampadine” nella mappa del cervello, che ci fanno stabilire una connessione tra emozioni, comportamenti e funzioni cognitive da una parte e substrato neuronale dall’altra.
Con queste metodiche, Zeki e la sua équipe sono riusciti a individuare specifiche aree cerebrali coinvolte nell’esperienza estetica. In primo luogo si tratta ovviamente delle aree visive, situate nel lobo occipitale. Ma la visione in sé non basta. Le moderne neuroscienze darebbero ragione al pittore Matisse, secondo il quale “vedere è già un’operazione creativa che richiede uno sforzo” .
La percezione è sempre un processo attivo: il cervello non è un semplice registratore fedele delle immagini, piuttosto gli stimoli visivi (così come quelli uditivi) vengono acquisiti, elaborati, confrontati con i dati e le conoscenze presenti in memoria, fino ad arrivare ad una interpretazione in termini di significato e di gradevolezza/sgradevolezza.
In questo processo giocano un ruolo fondamentale l’insula, il giro del cingolo, il sistema limbico e l’amigdala (coinvolti nei processi emozionali) e soprattutto la corteccia orbito-frontale mediale. In particolare sembra che l’attivazione di quest’ultima area, situata nella porzione anteriore del nostro cervello e considerata parte integrante del sistema di gratificazione, sia correlata con esperienze visive piacevoli, ovvero con la percezione di ciò che un soggetto considera bello, indipendentemente dalle caratteristiche dell’oggetto stesso. In questo senso Zeki ha affermato ad un convegno : “Una definizione comune di bellezza esiste e si trova nella corteccia orbito-frontale mediale”. Ha una base scientifica, dunque, il luogo comune che “la bellezza è negli occhi di guarda”; tuttavia sembra appurato che, ammesso che il concetto e i criteri di bellezza siano mutevoli e soggetti alle influenze culturali, almeno dal punto di vista neuroanatomico l’area cerebrale coinvolta è la stessa per tutti gli esseri umani.
La neuroestetica ha concentrato le ricerche sull’esperienza artistica fruita attraverso il canale visivo; ma esistono anche forme d’arte che non passano attraverso questo canale: prima fra tutte, la musica. Nel campo della neuromusicologia (che può definirsi una disciplina “sorella” della neuroestetica in campo musicale), recenti e affascinanti ricerche effettuate dagli studiosi del Montreal Neurological Institute della McGill University hanno dimostrato il coinvolgimento di specifiche aree cerebrali durante l’ascolto e il “godimento” di un brano musicale, tanto che è stato possibile predire il grado di piacere dell’ascoltatore in base all’attività di determinate aree del cervello: l’area striatale mesolimbica ed in particolare il nucleus accumbens (Salimpoor e coll., 2013). L’attività di queste aree, naturalmente, non è isolata, ma coinvolge, come era prevedibile, la corteccia uditiva, (che analizza le informazioni sui suoni), l’amigdala, (connessa alla risposta emozionale), e la corteccia prefrontale: nel corso dell’esperimento, si è verificato che quanto più l’ascolto del brano risultava gratificante, tanto più intensa era la comunicazione tra queste aree.
Questo risultato collima con l’opinione che la capacità di apprezzare la musica coinvolga non solo stati emotivi, ma anche valutazioni di tipo cognitivo. Sempre studiando le reazioni del cervello umano alla musica, alcuni ricercatori della Stanford University School of Medicine, (Abrams, Menon e coll., 2013), hanno dimostrato che, nonostante le differenze individuali, l’ascolto della musica classica elicita in soggetti diversi un unico schema coerente di attivazione in varie strutture cerebrali, in particolare nelle aree della corteccia fronto-parietale coinvolte nella pianificazione del movimento, della memoria e dell’attenzione. Il team ha confrontato l’attivazione delle diverse aree cerebrali di volontari in due condizioni: ascolto di brani di William Boyce, un compositore dell’epoca tardo-barocca inglese noto come “il Bach anglosassone”, oppure ascolto di brani “pseudo-musicali”, cioè successioni di stimoli uditivi ottenuti alterando i brani di Boyce con appositi algoritmi al computer, in modo da mantenerne intatta la struttura ritmica ma non quella melodica e armonica. È stato così verificato che l’attivazione era significativamente maggiore nel caso di ascolto della “vera” musica classica.
Cosa dimostrano nel loro insieme questi risultati? Che il nostro cervello è “predisposto” per attivarsi, riconoscere e godere di certe configurazioni di stimoli, che consideriamo arte: più semplicemente, potremmo dire che, indipendentemente dalle differenze tra persone, tutti, in quanto esseri umani, “rispondiamo” alla bellezza.

§ 1.2 L’universale nell’arte

“Un antico mito indiano narra che Brahma creò l’universo con tutte le belle montagne innevate, i fiumi, i fiori, gli uccelli, gli alberi … e l’uomo. Tuttavia, poco dopo si sedette su una sedia e si prese la testa tra le mani. Saraswati, la sua consorte, gli chiese: “Mio signore, perché tu, che hai creato l’intero, mirabile universo, popolato di uomini di grande valore e intelligenza che ti adorano, sei così avvilito?”. Brahma rispose: “Sì, quanto dici è vero, ma gli uomini che ho creato non apprezzano affatto la bellezza della mia creazione e, senza questo apprezzamento, tutta la loro intelligenza non significa niente”. Al che Saraswati lo rassicurò: “Darò all’umanità un dono chiamato arte”. Da quel momento gli esseri umani svilupparono il senso estetico, cominciarono a reagire alla bellezza e videro la scintilla divina in tutte le cose.”

[Da “L’uomo che credeva di essere morto e altri casi clinici sul mistero della natura umana”, Vilayanur S. Ramachandran, Mondadori, Milano 2012, pag. 212]

Questo suggestivo racconto è inserito da uno dei massimi neuroscienzati viventi, l’indiano Vilayanur S. Ramachandran, direttore del Center for Brain and Cognition e insegnante di psicologia e neuroscienze presso l’Università della California, in apertura ad una trattazione sui principi universali dell’arte. “Come Saraswati opera la sua magia?” si chiede Ramachandran. Non si tratta solo di capire quali siano le strutture cerebrali coinvolte, ma di individuare le leggi universali della bellezza. Può esistere “il Bello” come idea platonica, archetipo della bellezza, giudicato universalmente tale? Al di là della sterminata varietà di stili e di gusti individuali, potrebbero esserci dei principi estetici generali che superano la soggettività e trascendono ogni determinazione storica, geografica, culturale?
Le risposte date dagli artisti sono le più varie: tra le posizioni più estreme, possiamo ricordare quella del dadaismo, secondo cui la bellezza dipende dal contesto e dall’osservatore, per cui qualsiasi oggetto, in determinate condizioni, può assurgere a forma d’arte (coerentemente con questa impostazione, nel 1917 il celebre artista dadaista Marcel Duchamp realizzò la famosa opera “Fontana” ruotando di 180° un orinatoio!).
La risposta della scienza invece, secondo Ramachandran, è un netto sì. Il neuroscienziato indiano si spinge ancora oltre, affermando di aver individuato nove “leggi dell’estetica” che presiederebbero ai nostri gusti in fatto di bellezza:

legge del raggruppamento percettivo, per cui la mente tende automaticamente a raggruppare forme o colori simili e a trovare piacevoli gli insiemi in cui ricorrono somiglianze tra gli elementi (questo è il motivo per cui, ad esempio, le signore si affannano tanto ad abbinare borsa e scarpe coordinati oppure gonna e foulard dello stesso colore);

legge del peak shift (spostamento del picco) o dell’iperbole, per cui l’esagerazione di certi tratti, anche se irrealistica, rende una figura più attraente. Si pensi alle figure dai lunghi colli di Modigliani, oppure alle statue delle dee indiane, che hanno le caratteristiche femminili iperaccentuate, con fianchi e seni troppo grandi e vite sottilissime e flessuose: non le troviamo sproporzionate, ma al contrario eleganti, in quanto le strutture neurali che si sono evolute per rispondere a particolari stimoli sono attivate in modo ancora più intenso da una forma semplificata ed “archetipica” di quanto lo siano dallo stimolo come abitualmente si presenta in natura;

legge del contrasto, per cui tendiamo a ricercare i contrasti di colore o luminosità tra due aree spazialmente contigue (questo è ad esempio il motivo per cui apprezziamo i contrasti cromatici forti; il lettore può fare un semplice test personale chiedendosi se troverebbe visivamente più gradevole una macchia rosa su fondo blu o su fondo arancio);

legge dell’isolamento modulare, per cui, dal momento che le nostre limitate capacità attentive ci permettono di prestare attenzione conscia ad un solo aspetto per volta di un’immagine o di un’entità, troviamo più gradevoli ed efficaci delle immagini in cui l’artista ha enfatizzato solo una singola fonte di informazioni – colore, forma, movimento… -, minimizzando le altre (un po’ come fanno gli impressionisti quando sfumano i contorni per concentrare l’attenzione sul solo colore);

legge dell’ordine, per cui amiamo la prevedibilità, la regolarità e la ripetizione visiva, mentre siamo disturbati da elementi discrepanti (pensiamo a quante volte siamo andati a raddrizzare un quadro sulla parete perché l’inclinazione “sbagliata” ci infastidiva!);

legge dell’avversione per le coincidenze e le singolarità, per cui la mente rifugge dai punti di vista troppo singolari e trova riposanti quelli più comuni;

legge del problem solving percettivo, per cui apprezziamo l’occultamento di parti della figura, perché questo ci permette di “risolvere” un enigma percettivo completando con la nostra immaginazione i dati mancanti (motivo ad esempio per cui la bellezza in parte velata, suggerita ma non esposta, come pure l’effetto “vedo-non vedo”, generalmente ci appaiono esteticamente più piacevoli ed intriganti del nudo integrale);

legge della simmetria, per cui troviamo disturbante l’asimmetria e al contrario riposante e piacevole la simmetria (è provato che i volti più simmetrici sono anche quelli giudicati più gradevoli, probabilmente perché la simmetria è in genere indice di buona salute e quindi un compagno o una compagna “simmetrici” sono garanzia di maggiori chances riproduttive per i nostri geni!);

legge della metafora, per cui proviamo un senso di gratificazione nel rintracciare in un’immagine artistica una analogia tra due piani diversi di interpretazione, ad esempio fisica e spirituale.

Ancora una volta, le cosiddette “leggi” di Ramachandran fanno riferimento alla sfera delle arti visive, ma appare plausibile che almeno alcune di esse (raggruppamento, ordine …) siano estendibili anche alla sfera musicale. In ogni caso è verosimile che criteri di questo genere esistano nella nostra mente anche per la musica, e successive ricerche si incaricheranno probabilmente di indagarli.
Se è appurato che esistono criteri di bellezza universali ed un gusto per l’arte e il bello connaturato, per così dire, a tutti gli esseri umani, resta tuttavia inspiegato in questi studi il motivo per cui l’uomo ha sviluppato gusto e capacità artistiche. Perché la nostra specie – unica tra tutte – è un’appassionata creatrice e fruitrice di opere d’arte, che pure non hanno nessun valore per la sopravvivenza? Naturalmente è impossibile rispondere a una domanda del genere con degli esperimenti scientifici. Sono state tuttavia avanzate delle ipotesi, tutte ragionevoli ma in qualche misura insufficienti a spiegare la complessità e la ricchezza del comportamento umano.
Secondo una di queste, – prontamente ribattezzata teoria del “Vieni a vedere la mia collezione di incisioni”! – la creazione artistica negli esseri umani svolgerebbe un ruolo nella selezione sessuale (Miller, 2000, 2001). In altre parole, l’arte avrebbe una funzione analoga a quella della coda del pavone: mostrerebbe al potenziale partner che l’artista ha dei geni desiderabili, come dimostrato dalla sua creatività e coordinazione, ed è quindi ragionevole fare un investimento riproduttivo su di lui. Un’altra ipotesi, meno cinica, evidenzia la funzione di coesione sociale ed affettiva svolta dalle pratiche artistiche, suggerendo che queste si siano sviluppate come epifenomeno del rapporto madre-figlio (Dissanayake, 2000). Una terza, proposta da Ramachandran (2012, op.cit.), ipotizza che l’arte sia nata come “esercizio di comunicazione” dell’emisfero destro. È noto che gli emisferi cerebrali hanno funzioni e “linguaggi” diversi: razionale, verbale, analitico il sinistro, emotivo, non-verbale, olistico il destro. L’arte potrebbe facilitare la comunione tra queste due modalità di pensiero che altrimenti resterebbero reciprocamente impenetrabili, esprimendo in modo razionale ed emotivo insieme idealità e sentimenti troppo profondi e sfuggenti perché il linguaggio verbale ne possa rendere tutte le sfumature.

(Continua…)

[Tratto da C. Rappuoli, “E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO!”. LA BELLEZZA COME TERAPIA E COME PEDAGOGIA, in A. Cervelli, Domenico Zipoli: “Amo, dunque suono”, Ebook StreetLib 2015, Prefazione del M° Giosuè Berbenni. (Vedere link seguente)]

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