(di CLAUDIA RAPPUOLI, psicologa psicoterapeuta)

1. ARTE E CERVELLO

“[…] non è […] nel cervello che tutto accade?
Adesso sappiamo che noi non vediamo con gli occhi,
né udiamo con le orecchie. Essi non sono che dei canali
per trasmettere con più o meno esattezza le impressioni dei sensi.
È dentro il cervello che il papavero è rosso
e la mela odora e l’allodola canta”.

O. Wilde, De profundis (1897)

“La cosa più bella … è ciò che uno ama”, scriveva nel VI sec. a C. la poetessa greca Saffo. “De gustibus non est disputandum” fanno eco i latini. E la psicologia ingenua conclude: “Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”.
Ma è proprio vero? Il piacere estetico è il regno della soggettività estrema o ci sono delle invarianti indipendenti dall’epoca, dalla personalità e dalla cultura? Che cosa succede nel nostro cervello quando facciamo esperienza della bellezza, in tutte le sue forme? E infine, è possibile sfruttare consapevolmente questi effetti a fini pedagogici o terapeutici? Queste sono solo alcune delle domande a cui la moderna psicologia, con il fondamentale apporto delle neuroscienze e delle tecniche di brain imaging, cerca di rispondere.

§ 1.1 Una disciplina nuova: la neuroestetica

La neuroestetica non è solo l’ennesimo neologismo cacofonico a cui le neuroscienze ci hanno ormai abituato, ma un nuovo, vasto e affascinante campo di studi che si colloca all’intersezione tra discipline diverse, quali arte, filosofia, estetica e soprattutto neurobiologia. Come ogni nuova disciplina che si rispetti, ha un padre fondatore, il neuroscienziato Semir Zeki, pioniere nello studio della funzione visiva del cervello e professore di Neurobiologia presso lo University College di Londra, e una data di nascita ufficiale: il 2001, anno in cui è stato fondato l’Institute of Neuroesthetics del London University College.
La neuroestetica si propone di spiegare le basi biologiche della percezione estetica e della creazione artistica. Attraverso metodiche di brain imaging, cerca di studiare le basi neurali del processo creativo nell’artista e l’attività cerebrale del semplice osservatore che trae piacere dalla contemplazione di un’opera d’arte. Quali sono i correlati biologici della creazione artistica e del godimento estetico? Per quale misterioso processo percettivo, psicologico e fisico-chimico la “Pietà” di Michelangelo o il “Cenacolo” di Leonardo da Vinci ci fanno emozionare, commuovere, provare un senso di completezza e di struggimento? È possibile in parte rispondere a queste domande grazie a delle tecniche generalmente utilizzate per la diagnostica clinica, come la Tomografia ad Emissione di Positroni (PET), la Risonanza Magnetica Funzionale (FMRI), la Spettroscopia ad Infrarossi (NIRSI) e la Tomografia a Emissione di Fotone Singolo (SPECT). Il funzionamento di queste metodiche, senza entrare in dettagli tecnici, si basa sulla rilevazione del flusso ematico e del consumo di glucosio in determinate aree del cervello. Quando l’attività neuronale in un’area cerebrale è particolarmente alta, aumentano in essa la circolazione del sangue e il metabolismo.
Pertanto le tecniche di brain imaging ci forniscono una indicazione delle aree cerebrali che si attivano quando il soggetto compie una certa azione o è esposto ad un determinato stimolo. Metaforicamente, è come se si accendessero delle “lampadine” nella mappa del cervello, che ci fanno stabilire una connessione tra emozioni, comportamenti e funzioni cognitive da una parte e substrato neuronale dall’altra.
Con queste metodiche, Zeki e la sua équipe sono riusciti a individuare specifiche aree cerebrali coinvolte nell’esperienza estetica. In primo luogo si tratta ovviamente delle aree visive, situate nel lobo occipitale. Ma la visione in sé non basta. Le moderne neuroscienze darebbero ragione al pittore Matisse, secondo il quale “vedere è già un’operazione creativa che richiede uno sforzo” .
La percezione è sempre un processo attivo: il cervello non è un semplice registratore fedele delle immagini, piuttosto gli stimoli visivi (così come quelli uditivi) vengono acquisiti, elaborati, confrontati con i dati e le conoscenze presenti in memoria, fino ad arrivare ad una interpretazione in termini di significato e di gradevolezza/sgradevolezza.
In questo processo giocano un ruolo fondamentale l’insula, il giro del cingolo, il sistema limbico e l’amigdala (coinvolti nei processi emozionali) e soprattutto la corteccia orbito-frontale mediale. In particolare sembra che l’attivazione di quest’ultima area, situata nella porzione anteriore del nostro cervello e considerata parte integrante del sistema di gratificazione, sia correlata con esperienze visive piacevoli, ovvero con la percezione di ciò che un soggetto considera bello, indipendentemente dalle caratteristiche dell’oggetto stesso. In questo senso Zeki ha affermato ad un convegno : “Una definizione comune di bellezza esiste e si trova nella corteccia orbito-frontale mediale”. Ha una base scientifica, dunque, il luogo comune che “la bellezza è negli occhi di guarda”; tuttavia sembra appurato che, ammesso che il concetto e i criteri di bellezza siano mutevoli e soggetti alle influenze culturali, almeno dal punto di vista neuroanatomico l’area cerebrale coinvolta è la stessa per tutti gli esseri umani.
La neuroestetica ha concentrato le ricerche sull’esperienza artistica fruita attraverso il canale visivo; ma esistono anche forme d’arte che non passano attraverso questo canale: prima fra tutte, la musica. Nel campo della neuromusicologia (che può definirsi una disciplina “sorella” della neuroestetica in campo musicale), recenti e affascinanti ricerche effettuate dagli studiosi del Montreal Neurological Institute della McGill University hanno dimostrato il coinvolgimento di specifiche aree cerebrali durante l’ascolto e il “godimento” di un brano musicale, tanto che è stato possibile predire il grado di piacere dell’ascoltatore in base all’attività di determinate aree del cervello: l’area striatale mesolimbica ed in particolare il nucleus accumbens (Salimpoor e coll., 2013). L’attività di queste aree, naturalmente, non è isolata, ma coinvolge, come era prevedibile, la corteccia uditiva, (che analizza le informazioni sui suoni), l’amigdala, (connessa alla risposta emozionale), e la corteccia prefrontale: nel corso dell’esperimento, si è verificato che quanto più l’ascolto del brano risultava gratificante, tanto più intensa era la comunicazione tra queste aree.
Questo risultato collima con l’opinione che la capacità di apprezzare la musica coinvolga non solo stati emotivi, ma anche valutazioni di tipo cognitivo. Sempre studiando le reazioni del cervello umano alla musica, alcuni ricercatori della Stanford University School of Medicine, (Abrams, Menon e coll., 2013), hanno dimostrato che, nonostante le differenze individuali, l’ascolto della musica classica elicita in soggetti diversi un unico schema coerente di attivazione in varie strutture cerebrali, in particolare nelle aree della corteccia fronto-parietale coinvolte nella pianificazione del movimento, della memoria e dell’attenzione. Il team ha confrontato l’attivazione delle diverse aree cerebrali di volontari in due condizioni: ascolto di brani di William Boyce, un compositore dell’epoca tardo-barocca inglese noto come “il Bach anglosassone”, oppure ascolto di brani “pseudo-musicali”, cioè successioni di stimoli uditivi ottenuti alterando i brani di Boyce con appositi algoritmi al computer, in modo da mantenerne intatta la struttura ritmica ma non quella melodica e armonica. È stato così verificato che l’attivazione era significativamente maggiore nel caso di ascolto della “vera” musica classica.
Cosa dimostrano nel loro insieme questi risultati? Che il nostro cervello è “predisposto” per attivarsi, riconoscere e godere di certe configurazioni di stimoli, che consideriamo arte: più semplicemente, potremmo dire che, indipendentemente dalle differenze tra persone, tutti, in quanto esseri umani, “rispondiamo” alla bellezza.

§ 1.2 L’universale nell’arte

“Un antico mito indiano narra che Brahma creò l’universo con tutte le belle montagne innevate, i fiumi, i fiori, gli uccelli, gli alberi … e l’uomo. Tuttavia, poco dopo si sedette su una sedia e si prese la testa tra le mani. Saraswati, la sua consorte, gli chiese: “Mio signore, perché tu, che hai creato l’intero, mirabile universo, popolato di uomini di grande valore e intelligenza che ti adorano, sei così avvilito?”. Brahma rispose: “Sì, quanto dici è vero, ma gli uomini che ho creato non apprezzano affatto la bellezza della mia creazione e, senza questo apprezzamento, tutta la loro intelligenza non significa niente”. Al che Saraswati lo rassicurò: “Darò all’umanità un dono chiamato arte”. Da quel momento gli esseri umani svilupparono il senso estetico, cominciarono a reagire alla bellezza e videro la scintilla divina in tutte le cose.”

[Da “L’uomo che credeva di essere morto e altri casi clinici sul mistero della natura umana”, Vilayanur S. Ramachandran, Mondadori, Milano 2012, pag. 212]

Questo suggestivo racconto è inserito da uno dei massimi neuroscienzati viventi, l’indiano Vilayanur S. Ramachandran, direttore del Center for Brain and Cognition e insegnante di psicologia e neuroscienze presso l’Università della California, in apertura ad una trattazione sui principi universali dell’arte. “Come Saraswati opera la sua magia?” si chiede Ramachandran. Non si tratta solo di capire quali siano le strutture cerebrali coinvolte, ma di individuare le leggi universali della bellezza. Può esistere “il Bello” come idea platonica, archetipo della bellezza, giudicato universalmente tale? Al di là della sterminata varietà di stili e di gusti individuali, potrebbero esserci dei principi estetici generali che superano la soggettività e trascendono ogni determinazione storica, geografica, culturale?
Le risposte date dagli artisti sono le più varie: tra le posizioni più estreme, possiamo ricordare quella del dadaismo, secondo cui la bellezza dipende dal contesto e dall’osservatore, per cui qualsiasi oggetto, in determinate condizioni, può assurgere a forma d’arte (coerentemente con questa impostazione, nel 1917 il celebre artista dadaista Marcel Duchamp realizzò la famosa opera “Fontana” ruotando di 180° un orinatoio!).
La risposta della scienza invece, secondo Ramachandran, è un netto sì. Il neuroscienziato indiano si spinge ancora oltre, affermando di aver individuato nove “leggi dell’estetica” che presiederebbero ai nostri gusti in fatto di bellezza:

legge del raggruppamento percettivo, per cui la mente tende automaticamente a raggruppare forme o colori simili e a trovare piacevoli gli insiemi in cui ricorrono somiglianze tra gli elementi (questo è il motivo per cui, ad esempio, le signore si affannano tanto ad abbinare borsa e scarpe coordinati oppure gonna e foulard dello stesso colore);

legge del peak shift (spostamento del picco) o dell’iperbole, per cui l’esagerazione di certi tratti, anche se irrealistica, rende una figura più attraente. Si pensi alle figure dai lunghi colli di Modigliani, oppure alle statue delle dee indiane, che hanno le caratteristiche femminili iperaccentuate, con fianchi e seni troppo grandi e vite sottilissime e flessuose: non le troviamo sproporzionate, ma al contrario eleganti, in quanto le strutture neurali che si sono evolute per rispondere a particolari stimoli sono attivate in modo ancora più intenso da una forma semplificata ed “archetipica” di quanto lo siano dallo stimolo come abitualmente si presenta in natura;

legge del contrasto, per cui tendiamo a ricercare i contrasti di colore o luminosità tra due aree spazialmente contigue (questo è ad esempio il motivo per cui apprezziamo i contrasti cromatici forti; il lettore può fare un semplice test personale chiedendosi se troverebbe visivamente più gradevole una macchia rosa su fondo blu o su fondo arancio);

legge dell’isolamento modulare, per cui, dal momento che le nostre limitate capacità attentive ci permettono di prestare attenzione conscia ad un solo aspetto per volta di un’immagine o di un’entità, troviamo più gradevoli ed efficaci delle immagini in cui l’artista ha enfatizzato solo una singola fonte di informazioni – colore, forma, movimento… -, minimizzando le altre (un po’ come fanno gli impressionisti quando sfumano i contorni per concentrare l’attenzione sul solo colore);

legge dell’ordine, per cui amiamo la prevedibilità, la regolarità e la ripetizione visiva, mentre siamo disturbati da elementi discrepanti (pensiamo a quante volte siamo andati a raddrizzare un quadro sulla parete perché l’inclinazione “sbagliata” ci infastidiva!);

legge dell’avversione per le coincidenze e le singolarità, per cui la mente rifugge dai punti di vista troppo singolari e trova riposanti quelli più comuni;

legge del problem solving percettivo, per cui apprezziamo l’occultamento di parti della figura, perché questo ci permette di “risolvere” un enigma percettivo completando con la nostra immaginazione i dati mancanti (motivo ad esempio per cui la bellezza in parte velata, suggerita ma non esposta, come pure l’effetto “vedo-non vedo”, generalmente ci appaiono esteticamente più piacevoli ed intriganti del nudo integrale);

legge della simmetria, per cui troviamo disturbante l’asimmetria e al contrario riposante e piacevole la simmetria (è provato che i volti più simmetrici sono anche quelli giudicati più gradevoli, probabilmente perché la simmetria è in genere indice di buona salute e quindi un compagno o una compagna “simmetrici” sono garanzia di maggiori chances riproduttive per i nostri geni!);

legge della metafora, per cui proviamo un senso di gratificazione nel rintracciare in un’immagine artistica una analogia tra due piani diversi di interpretazione, ad esempio fisica e spirituale.

Ancora una volta, le cosiddette “leggi” di Ramachandran fanno riferimento alla sfera delle arti visive, ma appare plausibile che almeno alcune di esse (raggruppamento, ordine …) siano estendibili anche alla sfera musicale. In ogni caso è verosimile che criteri di questo genere esistano nella nostra mente anche per la musica, e successive ricerche si incaricheranno probabilmente di indagarli.
Se è appurato che esistono criteri di bellezza universali ed un gusto per l’arte e il bello connaturato, per così dire, a tutti gli esseri umani, resta tuttavia inspiegato in questi studi il motivo per cui l’uomo ha sviluppato gusto e capacità artistiche. Perché la nostra specie – unica tra tutte – è un’appassionata creatrice e fruitrice di opere d’arte, che pure non hanno nessun valore per la sopravvivenza? Naturalmente è impossibile rispondere a una domanda del genere con degli esperimenti scientifici. Sono state tuttavia avanzate delle ipotesi, tutte ragionevoli ma in qualche misura insufficienti a spiegare la complessità e la ricchezza del comportamento umano.
Secondo una di queste, – prontamente ribattezzata teoria del “Vieni a vedere la mia collezione di incisioni”! – la creazione artistica negli esseri umani svolgerebbe un ruolo nella selezione sessuale (Miller, 2000, 2001). In altre parole, l’arte avrebbe una funzione analoga a quella della coda del pavone: mostrerebbe al potenziale partner che l’artista ha dei geni desiderabili, come dimostrato dalla sua creatività e coordinazione, ed è quindi ragionevole fare un investimento riproduttivo su di lui. Un’altra ipotesi, meno cinica, evidenzia la funzione di coesione sociale ed affettiva svolta dalle pratiche artistiche, suggerendo che queste si siano sviluppate come epifenomeno del rapporto madre-figlio (Dissanayake, 2000). Una terza, proposta da Ramachandran (2012, op.cit.), ipotizza che l’arte sia nata come “esercizio di comunicazione” dell’emisfero destro. È noto che gli emisferi cerebrali hanno funzioni e “linguaggi” diversi: razionale, verbale, analitico il sinistro, emotivo, non-verbale, olistico il destro. L’arte potrebbe facilitare la comunione tra queste due modalità di pensiero che altrimenti resterebbero reciprocamente impenetrabili, esprimendo in modo razionale ed emotivo insieme idealità e sentimenti troppo profondi e sfuggenti perché il linguaggio verbale ne possa rendere tutte le sfumature.

(Continua…)

[Tratto da C. Rappuoli, “E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO!”. LA BELLEZZA COME TERAPIA E COME PEDAGOGIA, in A. Cervelli, Domenico Zipoli: “Amo, dunque suono”, Ebook StreetLib 2015, Prefazione del M° Giosuè Berbenni. (Vedere link seguente)]

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