(di CLAUDIA RAPPUOLI, psicologa psicoterapeuta)

2. ARTE, TERAPIA ED EDUCAZIONE

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma […]
perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione,
ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.”

Dal film I cento passi (2000)

“L’utilità della bellezza non è evidente,
che sia necessaria alla civiltà non risulta a prima vista,
eppure la civiltà non potrebbe farne a meno.”

S. Freud, Il disagio della civiltà (1929)

“La Bellezza salverà il mondo.”

F. Dostoevskij, L’idiota (1869)

Al di là di quali ne siano la spiegazione psicologica e i correlati neurofisiologici, è appurato che il fascino e la suggestione dell’arte, della musica, del Bello sono un fenomeno universale. La domanda che possiamo porci, a questo punto, è: al di là di tutte le speculazioni e le indagini scientifiche sul dove, come e perché di questo fenomeno, è possibile usarlo consapevolmente a nostro vantaggio, a fini terapeutici o pedagogici? È una questione che ha dato origine a un numero pressoché infinito di teorie e ricerche, e che sarà brevemente affrontata nei paragrafi successivi.

§ 2.1 Arteterapia e musicoterapia

L’uso della musica a scopi terapeutici, soprattutto in un contesto sacrale-religioso, è documentato in numerose civiltà, dal mondo antico ad oggi. Basti pensare, nell’antica Grecia, culla del pensiero della civiltà occidentale, a Pitagora e Platone, che studiarono la musica dal punto di vista matematico e medico, interessandosi alla terapia di disturbi fisici e mentali con ritmi e canti. La musicoterapia fu riscoperta nel Rinascimento, con gli studi del medico e matematico italiano Gerolamo Cardano e del medico francese Ambroise Paré. Il primo approccio scientifico alla musicoterapia risale alla prima metà del 1700 e si deve ad un medico musicista londinese, Richard Brockiesby. I primi esperimenti di musicoterapia in Italia invece vennero condotti dallo psichiatra Biagio Gioacchino Miraglia, nell’ospedale psichiatrico di Aversa, a partire dal 1843. A mettere ordine e unità in un campo di studi così vasto provvidero nel 1958 Irving A. Taylor e Frances Paperte, che esposero in modo sistematico le teorie musicoterapiche in rapporto alle diverse patologie fisiche e psichiche, riportando anche studi sull’influsso della musica (nelle sue componenti di ritmo, tonalità e timbro) sui diversi organi del corpo umano. Attualmente la musicoterapia, con diversi indirizzi teorici e metodi applicativi, è praticata in tutto il mondo.
L’arteterapia invece (intesa come l’insieme delle tecniche che utilizzano le attività artistiche visuali – e, in senso più ampio, anche danza, teatro ed espressione letteraria – come mezzi terapeutici della sfera emotiva e relazionale) muove i primi passi verso gli anni Quaranta del Novecento, grazie ai contributi indipendenti di Margaret Naumburg, psicoanalista freudiana considerata la fondatrice dell’Art Therapy in America, e dell’artista ebrea austriaca Edith Kramer. Nella psicoanalisi freudiana l’arte (sia nel significato attivo di creazione di un’opera artistica, sia nel senso passivo di fruizione della stessa), è concepita come espressione dell’inconscio e come un derivato del processo di sublimazione degli istinti dell’Es . Coerentemente con queste premesse l’attività artistica può essere vista, in ambito terapeutico, come un efficace strumento di sostegno dell’Io ed espressione del Sé, in grado di favorire lo sviluppo di un senso di identità, incrementare la consapevolezza di sé, aiutare a fronteggiare situazioni di stress ed esperienze traumatiche, addirittura migliorare le abilità cognitive .
L’arte e la musica sono ormai utilizzate in psicoterapia non solo nell’ambito della psicoanalisi o della psicologia dinamica. Sia nel loro aspetto creativo, sia in quello esecutivo o di semplice fruizione, è riconosciuto il loro valore catartico ed espressivo, che è particolarmente opportuno per aiutare il paziente a manifestare vissuti difficilmente traducibili nel linguaggio verbale. Utilizzate in modo esclusivo o come coadiuvante di altri trattamenti, l’arte e la musica introducono il soggetto in un’atmosfera in cui sono più favorevoli le condizioni per vivere in modo intenso i propri contenuti profondi, ridurre la tensione psichica, addirittura instaurare riflessi condizionati ed altri fenomeni comportamentali che possono essere utilizzati a fini terapeutici.
I pazienti verso i quali maggiormente si indirizzano musicoterapia e arteterapia sono, nell’ambito della neuropsichiatria infantile, bambini con esiti da lesione cerebrale (anche in presenza di epilessia), autistici, bambini con problemi di comportamento, relazione e apprendimento; nell’ambito psichiatrico, invece, sono trattati soprattutto disturbi dell’umore, psicosi e disturbi dello spettro schizofrenico, disturbi d’ansia.
Persino in malattie degenerative come il morbo di Parkinson e il morbo di Alzheimer, con pazienti adulti colpiti da ictus o con esiti di lesioni cerebrali traumatiche, la terapia neuroriabilitativa che si avvale di tecniche di musicoterapia si è dimostrata efficace nel favorire il miglioramento del controllo motorio, tanto che nel 2001 l’American Academy of Neurology ha indicato la musicoterapia come tecnica utile per migliorare le capacità funzionali e ridurre i disturbi comportamentali nel malato di Alzheimer, in quanto la musica costituirebbe una via di accesso privilegiata a delle abilità ormai occultate dal deterioramento cognitivo. Nei pazienti con deficit cognitivi acquisiti il recupero della memoria verbale e della capacità attentiva è risultato più rapido ed efficiente nei pazienti sottoposti all’ascolto di musica rispetto a quelli che hanno seguito solo le procedure riabilitative, probabilmente anche perché l’attivazione del sistema limbico contribuisce a rendere più stabili i risultati ottenuti.
Rimanendo nell’ambito della musica, è stato inoltre riportato (Trappe, 2010, 2012) che l’ascolto di musica classica gioca un ruolo importante persino in terapia intensiva. La musica riduce in modo significativo il livello di ansia dei pazienti in setting preoperatorio, in misura addirittura maggiore rispetto ad una benzodiazepina, il midazolam. Confrontando i livelli di cortisolo (il cosiddetto “ormone dello stress”) in pazienti che avevano subito un intervento chirurgico a cuore aperto, è stato appurato che risultavano significativamente più bassi in pazienti sottoposti all’ascolto di musica classica per trenta minuti rispetto a pazienti che avevano trascorso trenta minuti semplicemente a riposo a letto. È degno di nota il fatto che l’effetto positivo non è generalizzato con tutti i tipi di musica, perché alcuni risultano inefficaci o addirittura dannosi (musica techno o heavy metal). Il massimo beneficio per la salute di pazienti in terapia intensiva è stato evidenziato per l’ascolto di musica classica: Bach, Mozart e compositori italiani del medesimo periodo. In particolare alcuni studi hanno dimostrato che parametri cardiovascolari come la pressione sanguigna e il battito cardiaco sono positivamente influenzati dalla musica di Bach (Trappe, 2014).
Potremmo concludere che la bellezza fa bene al cuore, e non solo in senso metaforico!

§ 2.2 Verso una pedagogia della bellezza

Nella prospettiva dello psicologo Howard Gardner, il noto “padre” della teoria delle “intelligenze multiple” (secondo cui l’antica concezione di intelligenza come un fattore unitario, misurabile tramite il Quoziente Intellettivo, deve essere sostituita da una definizione dinamica, articolata in almeno dieci sottofattori differenziati, di cui fanno parte anche l’intelligenza musicale e quella spaziale), l’educazione all’arte e alla bellezza dovrebbe essere parte integrante di ogni progetto educativo. Secondo Gardner, infatti, l’educazione dovrebbe riguardare tre diverse componenti: la sfera della verità, la sfera della bellezza e la sfera della morale (appunto il vero, il bello e il buono, secondo San Tommaso d’Aquino) . Solo un’integrazione tra queste componenti può portare ad uno sviluppo umano autentico e non ad una semplice erudizione.
Come scrive Reboul, infatti, non si educa un bambino […] per farne soltanto un lavoratore e un cittadino, ma per farne un uomo, vale a dire un essere capace di comunicare e di comunicare con le opere e le persone umane. […] Il fine dell’educazione è […] permettere ad ognuno di completare la propria natura. […] E’ proprio questo fondamentale legame con l’umano che fa sì che l’educazione sia altra cosa dall’addestramento o da una maturazione spontanea. Essere uomo significa imparare a diventarlo” . È evidente che in questo percorso la capacità di riconoscere e apprezzare la bellezza ha un ruolo centrale, perché il bello e l’arte non sono fini a se stessi, ma hanno un’importante valenza pedagogica: promuovono nel discente una sensibilità che gli permette di indirizzare egli stesso il proprio processo educativo verso il pieno e armonioso sviluppo delle sue doti e capacità, ovvero – diremmo con una espressione abusata e obsoleta – verso la sua piena realizzazione umana.
Si tratta non solo di trasmettere una conoscenza del patrimonio artistico passato e presente della nostra civiltà, (che pure è un’importante eredità spirituale che offre infiniti richiami alla propria identità storico-culturale e spunti alla creatività personale), ma di educare nell’allievo il senso profondo dell’ascolto delle armonie e disarmonie presenti in se stesso e nella realtà circostante. Sviluppare il senso della bellezza significa favorire il contatto con la propria interiorità, il rispetto per l’altro e quindi le capacità di socializzazione, il pensiero critico e divergente, le capacità immaginative e artistiche personali.
Per spiegare in che cosa consista lo specifico dell’esperienza della bellezza nell’uomo, il famoso pedagogista John Dewey introduce una distinzione tra esposizione ed espressione. Secondo la nota espressione di Dewey , la scienza espone dei significati, l’arte li esprime. La scienza è paragonata ad un cartello che indica la via per una città, mentre l’arte costituisce la città stessa. Entrambe sono necessarie: la scienza spiega le condizioni e le caratteristiche di una certa esperienza, l’arte ci permette di viverla. Fornire un’educazione alla bellezza significa appunto dare gli strumenti che consentano di vivere questa esperienza, fondamentale per l’uomo.

“La bellezza […] è azione interrotta, incompiuta, tensione verso qualcosa che sta al di là. Quindi apparizione, visione fugace. Qualsiasi cosa che ci appare bella è un rivelarsi, il tralucere di un «non sappiamo che» oltre il nostro mondo reale. Potremmo dire che è il giardino dell’Eden, dove tutte le cose avevano l’intensità, lo splendore e la perfezione della creazione appena compiuta. La bellezza è sempre apparizione, e quindi struggimento, e desiderio di fermare il tempo. Per questo l’esperienza più intensa e più completa della bellezza l’abbiamo quando ci innamoriamo. Solo allora tutto ritorna bello come il primo giorno e ci viene concesso di vivere nella pienezza e nella perfezione dell’essere. Allora restiamo incantati, estatici davanti al nostro amato o alla nostra amata. Qualcosa di sacro a cui ci avviciniamo con gioia infinita, ma anche batticuore e rispetto. E anche se lo teniamo fra le nostre braccia, abbiamo sempre l’impressione di qualcosa di fuggevole, e torniamo a guardarlo una seconda e una terza e una millesima volta perché l’istante, per diventare eterno, deve replicarsi. Come la madre che si sveglia di notte per guardare se il suo bambino respira”. [Francesco Alberoni, Corriere della Sera, 15 luglio 2002].

Se la bellezza è quindi in certo senso tensione verso ciò che è al di là, e se, come abbiamo visto, è un determinato linguaggio di bellezza artistica e musicale a produrre veri e propri effetti benefici, curativi e pedagogici,… allora tutto ciò che possiamo augurarci è che tale linguaggio di bellezza non solo torni ad essere presente nelle nostre comunità ecclesiali, ma che vi torni pure con abbondanza: ai musicisti liturgici, l’arduo compito di restituire questa ricchezza, senza dividere o traumatizzare, ma facendola riscoprire come autentico dono.

(Fine)

[Tratto da C. Rappuoli, “E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO!”. LA BELLEZZA COME TERAPIA E COME PEDAGOGIA, in A. Cervelli, Domenico Zipoli: “Amo, dunque suono”, Ebook StreetLib 2015, Prefazione del M° Giosuè Berbenni. (Vedere link seguente)]

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