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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

Mese

febbraio 2016

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Quarta Parte)

Commento di Marco Tognaccini

IN QUESTA QUARTA PARTE

  • La Fantasia in Sol minore: l’urlo di un uomo e di un credente (Elia Mori e Alessio Cervelli, Chiesa di San Bartolomeo Apostolo ad Ulignano)

È difficile riuscire anche solo a commentare gli eventi della vita di Bach, perché a stento se ne può non restare coinvolti: orfano ben presto, con un fratello non gentile, sposato e prematuramente vedovo, padre addolorato per la perdita di numerosi figli; sfido chiunque a non rimanere almeno colpito da una vicenda dolorosa come questa! Chissà lo strazio, chissà quanti «perché…?» nella testa di Johann Sebastian, chissà quanti momenti di sconforto… Eppure, una cosa colpisce: Bach non perde la fede; anzi, sembra che tutti questi nefasti eventi vengano incorporati nel suo cammino di cristiano.

Con tutta probabilità, a indirizzarlo è l’uso assiduo della Bibbia, da buon luterano qual era (e che del resto la sua stessa copia della Bibbia di Kalov ci dimostra, sia per l’usura che soprattutto per le centinaia di appunti autografi a lato): Johann Sebastian può infatti ritrovare situazioni simili alle sue all’interno dei libri della Scrittura.
Ecco che il fratello non troppo gentile lo incontra all’interno del libro della Genesi, in Giuseppe venduto dai fratelli per gelosia (Gen 37,2-28); il dramma della morte di Maria Barbara nella vicenda del profeta Ezechiele, cui il Signore toglie la moglie, perché possa essere segno efficace del volere di Dio (Ez 24,15-27): Bach può infatti vedervi la propria realtà di vedovo; in Giona e in Elia, profeti insoddisfatti che non desiderano altro che morire perché il progetto di Dio ha preso una piega diversa da come avrebbero desiderato loro (Gn 4 e 1Re 19,4-8), Bach può incontrare dei modelli di persone che, nelle avversità, nello sconforto, non esitano ad interrogare Dio.
Infine in Maria, figura a lui cara, può scorgere un modello di costanza speranzosa: ella, infatti, è sì ai piedi della croce (Gv 19,25), ma è anche nel cenacolo dopo la resurrezione, addirittura il giorno di Pentecoste (At 1,14 e 2,1).
Sicuramente poi Bach conosceva i salmi (che sono la risposta dell’uomo in forma di preghiera all’agire di Dio); uno fra tutti mi colpisce sempre, quando la Chiesa ci fa pregare attraverso di esso: si tratta del salmo 88/87, parte della Compieta del venerdì; tutto sembra andare male all’uomo: alla fine della settimana, magari stanchi, lamentandoci, con tutti i problemi ancora non risolti… la Chiesa ci fa mettere davanti a Dio, alla fine della giornata, con il peso dei giorni passati, le nostre paure, le nostre fatiche, i nostri problemi, le nostre insoddisfazioni, le nostre rimostranzeil salmo sembra concludersi senza una risposta del Signore, potrebbe sembrare quasi troncoproprio come la vita di Bach: apparentemente non c’è più un motivo per vivere.
Senonché il Signore, nella lettura breve di Compieta, ci risponde per bocca di Geremia: «Eppure tu sei in mezzo a noi Signore, […] non abbandonarci!» (Ger 14,9); e questo vale anche per Johann Sebastian: se infatti si fosse lasciato prendere dallo sconforto, dal peso dei propri lutti, sarebbe caduto probabilmente in depressione, avrebbe perso il senso della vita; invece è stato capace di prendere la propria croce (cfr.: Mt 16,24) e, attraverso la musica, fare della propria vita un salmo vivente, un costante e pungente interrogativo rivolto a Dio da un uomo la cui fede non si accontenta, ma che, anzi, innalza al cielo, attraverso le note pronunciate dall’organo, le domande che lo attanagliano. Bach riesce a mettere nelle sue composizioni tutta la propria vicenda, mescolando tratti burrascosi – quelli dei suoi «perché…?» – a frasi di una serena calma (il silenzio leggero di 1Re 19,12!), quasi fossero le risposte di Dio, come ad indicare che Lui sa esattamente quello che fa. Il risultato è una composizione umana, che “puzza” di uomo vero ma che guarda anche oltre, grazie agli occhi della fede, sempre interrogata dagli eventi.

Mi direte: questa è una lettura forzata! Boh, forse sì o forse no… Però resta il fatto che l’uomo e il musicista ferito dagli eventi della vita, ha sempre preferito marcare le sue opere non tanto col suo nome, ma con le lettere S.D.G.: Soli Deo Gloria, Gloria all’Unico Dio. E questo poteva farlo solo una persona che ha dato tutta se stessa al Signore, gettando in Lui i propri problemi, consapevole che «chi ha Dio nulla gli manca» (Nada te turbe, santa Teresa d’Avila) o, come dice il salmo 23/22, se faccio del Signore il mio pastore «non manco di nulla»: perché infatti quello che Gli hai voluto offrire ti ritorna centuplicato in bene.
E Bach questo ha fatto: ha costantemente presentato tutta la sua travagliata esistenza deponendola con fiducia nelle mani del Signore, mettendosi poi in ricettivo ascolto della Parola di Dio.
A noi, oggi, non resta che ascoltare il suo travaglio e la serena risposta che in Dio lui ha trovato e a noi ci viene trasmessa attraverso la sua musica; di qui il mio augurio, quello di ascoltare con la mente, certo…, ma soprattutto con il cuore:

Šema‘ Yiśrā’ēl ! Ascolta, Israele! (Dt 6,4)

Miserachs: “Spesso, più che in chiesa sembra di stare in osteria”

Dopo aver ricevuto commenti e considerazioni di vario genere su questo argomento, proponiamo di seguito un articolo edito da lafedequotidiana.it costituito da un’intervista realizzata da Bruno Volpe a Mons. Valentino Miserachs Grau, grande ed indiscusso esperto di musica liturgica.

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Monsignor Valentino Miserachs Grau è un grande musicista e soprattutto esperto di musica sacra e liturgica, maestro della Cappella Libeariana nella Basilica Santa Maria Maggiore di Roma ed ha presieduto il Pontificio Istituto di Musica Sacra. Con lui, la Fede Quotidiana parla della qualità della musica liturgica  nelle nostre chiese .

Monsignor Miserachs, secondo lei ascoltiamo in chiesa un buon “prodotto” ?

” Non mi piace fare delle generalizzazioni, perchè non è il caso. Tuttava, dico che spesso spacciano per liturgica qualla che tale non è.  Di più. Credo che alcune volte si arrivi a suonare  canzonette, inadatte sia nella musica che nei testi. Eppure il patrimonio della musica liturgica è smisurato”.

Da che cosa dipende questo?

” I fattori sono sicuramente molti. Uno di questi, non il solo, è il volontariato che va bene per l’ assistenza  sociale, non per la musica. Mi spiego. Nelle parrocchie, per comprensibili motivi di bilancio, si lascia campo libero ai volontari nella esecuzione e escelta delle musiche e questo inevitabilmente comporta dei rischi di scadimento o spontaneismo. Credo che  occorra una mano esperta, un professionista almeno nel dare lezioni ed avviare bene”.

Solo questo il problema?

“No. Un altro aspetto è quello di un clima liturgico, perchè musica e liturgia camminano di pari passo, molto rilassato  verso il basso, figlio di un certo pauperismo che va di moda. Oggi ci vuole  molta fede per mandare giù certe cose e alcune celebrazioni. La messa è cattolica in quanto universale e al contrario assistiamo a varie messe con cori e canti di varie etnie e luoghi. Siamo davanti alla conseguenza e anche ai problemi di quella che si chiama inculturazione, figlia dello spirito del Concilio Vaticano II. Intendiamoci, la colpa non è del Concilio, ma di interpretazioni errate che ne sono derivate. Il Vaticano II sulla liturgia è molto chiaro e netto”.

Lei parla di canzonette, per quale motivo?

” Perchè sia i testi musicali che le parole sono assimilabili a canzonette. Lo scopo è quello del piacere, del gradimento  che appunto rende il tutto simile a canzonette. In quella ottica l’ importante non è la qualità, quanto la ricerca dell’ attrazione e del consenso, ma non siamo al circo. Il risultato, è lo smarrimento progressivo del senso del sacro e così accade che non solo non si attirano i giovani, ma si perdono i fedeli legati alla tradizione e quelli che a messa andavano da tempo. Non si assicura un buon servizio quando si cerca di annacquare in qualunque campo la verità e la musica per attirare consensi”.

Gli applausi?

” Una cosa molto sbagliata. Ora vanno di moda al funerale, al matrimonio e così via in tante occasioni. Si dice che servano per allietare come fossimo in sede  mondana. Siamo alla messa va ricordato, non alla osteria. Come dico di no agli applausi, lo stesso valga per batteria, chitarra e altri strumenti durante le celebrazioni liturgiche. Andrebbe al contrario incentivato l’ uso dell’ organo”.

Esiste una sciatteria liturgica oggi?

” Le ripeto che generalizzare non serve e non è corretto. Certo, alcune liturgie sciatte dipendono dal fatto che talvolta si ha una visione del sacro ridotta, che limita la dimensione verticale a vantaggio di quella orizzzontale o sociale”.

FONTE:

http://www.lafedequotidiana.it/lesperto-di-musica-sacra-miserachs-spesso-piu-che-in-chiesa-sembra-di-stare-in-osteria/

BELLEZZA DI DIO … O “CABARET LITURGICO”?

Santuario di San Lucchese,
Domenica 26 Aprile 2015

Presentazione del Saggio “Nardo ed Alabastro” (Ed. Lalli)

Vorrei cominciare dalla cosa meno ovvia e apparentemente meno opportuna, nel parlare di musica liturgica cattolica: l’Incantesimo 154 del Libro dei Morti dell’antica religione egizia.

Questo mio corpo non deve svanire, poiché io sono integro […],
non marcisco, non mi gonfio, non mi decompongo
e non mi trasformo in vermi. […]
Il mio corpo perdura, non va in rovina,
non svanisce in questa terra, per sempre.

Gli egizi antichi, quelli precedenti alle grandi piramidi, avevano notato che i corpi sepolti nella sabbia, quando riaffioravano, avevano conservato la pelle, la loro integrità e le loro forme. Quindi, unendo ciò che i loro sensi vedevano e sperimentavano al desiderio d’eternità e d’infinito che la loro mente avvertiva (un desiderio che ovunque, in ogni luogo e in ogni cultura, l’uomo ha sempre avvertito), svilupparono tutti i rituali propri dell’imbalsamazione e della sepoltura.
Ma questo significa che Dio è lo stesso ovunque, ogni religione crede nello stesso Dio?
No!
E’ piuttosto l’uomo ad essere sempre lo stesso, ovunque, in ogni angolo del mondo. Al di là del colore della pelle, della lingua, dei costumi, l’uomo è ovunque lo stesso, perché si pone le domande assolute: chi sono? Perché?
E ovunque l’uomo ha cercato l’eternità per rispondere a queste domande.
Ovunque, nella sua ricerca della felicità eterna, l’uomo ha pregato.
E ovunque l’uomo ha pregato, ha anche cantato, ha anche fatto musica, ha fatto arte.
Questo perché la vita spirituale nell’uomo sempre si aggrappa ai sensi fisici del corpo: udito, vista, gusto, tatto, olfatto.
Ciò che il corpo fa percepire coi sensi, diviene sia strumento per la preghiera, sia preghiera propriamente detta: il canto è preghiera, non solo uno strumento per la preghiera.

Domande assolute – desiderio d’eterno – preghiera – musica.

E questo è vero anche oggi, nel nostro Occidente sempre più materialista, sempre
meno credente in Dio.
Filosofi come Kierkegaard e Pascal ci insegnano una verità che chiunque di noi può soppesare e valutare: l’uomo è fatto per inginocchiarsi e adorare; se non si inginocchierà davanti al suo Dio, si inginocchierà davanti alla propria scienza, alla propria tecnica, al proprio egocentrismo, al proprio narcisismo… insomma, pur non piegando realmente il ginocchio a terra, si inginocchierà in adorazione di se stesso”.
L’uomo è sempre alla ricerca dell’eterno e, se non crede più in un Dio che possa dargli la felicità eterna, ecco che allora crede in se stesso per costruire da solo la propria eternità, in uno sforzo tanto disperato quanto inutile.

Convinto di questi dubbi, tiepido e apatico nella propria non – fede, Paul Claudel, poeta, drammaturgo e diplomatico francese del secolo scorso, giusto per fare cortesia ad un amico, il giorno di Natale entra a Notre Dame.
E’ convinto della sua indifferenza assoluta verso le cose religiose.
Ecco: all’altare maggiore, sotto la statua di candido marmo raffigurante Maria che tiene tra le braccia il Figlio Gesù deposto dalla croce, l’arciprete della cattedrale sta presiedendo i Vespri Solenni.
Ad un certo punto l’organo tuona, le nuvole profumate e morbide dell’incenso avvolgono l’altare, e i giovani del seminario minore intonano il Canto del Magnificat:

L’anima mia magnifica il Signore,
il mio spirito gioisce in Dio mio salvatore…
L’onnipotente ha spiegato la potenza del suo braccio,
e i superbi li ha fatti smarrire
nei pensieri inconfessabili del loro cuore,
i potenti li ha rovesciati dai troni,
i miseri invece li ha innalzati.

Tutto è bellezza. Tutto è splendore.
Tutto parla della Maestà tremenda e allo stesso tempo amorevole di Dio, del Dio fatto carne, del Dio fatto uomo, del Dio Crocifisso, del Dio risorto, dell’Onnipotente che tutto si dona per amore delle sue creature.
Claudel era entrato in chiesa certo del nulla.
Esce di chiesa certo di Dio, al punto che lui stesso ricorda con una commozione enorme quel giorno di Natale del 1886 in cui, misteriosamente, nella semplicità di una Liturgia Solenne, Dio gli si è fatto incontro e lui gli ha risposto: “Sì, Signore: ora Ti vedo!”.

Stessa cosa per una protestante, una giovane donna chiamata Elizabeth Seton. Lei stessa ci racconta la sua esperienza.

Quando entrai per la prima volta nella chiesa della beata Vergine Maria di Montenero a Livorno, un giovane inglese anglicano vicino a me, al momento dell’Elevazione, dimenticando le norme di buona educazione, mormorò: “E’ la loro (cioè dei cattolici) presenza reale”. Provai vergogna a queste parole e la mia mente volò istintivamente al testo di San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (XI, 29) e pensai: se nostro Signore non è lì, perché l’Apostolo minaccia? Come può egli rimproverare chi non vi riconosce in quel pane il Corpo del Signore se il corpo non è davvero presente? Come potrebbero coloro che ne mangiano indegnamente, mangiare la propria condanna, se il santo Sacramento non è altro che un comune pane? Come è possibile essere colpevoli verso il Corpo e il Sangue del Signore, se in quel pane e in quel vino non vi è né il corpo né il sangue del Signore?” (M. D. Poisenet, “La vita di Elizabeth Seton”).

Cosa succede?
Elizabeth entra nel santuario della Madonna di Montenero, accompagnata da un amico.
Trovano in corso la messa, la messa preconciliare, dove il canone della consacrazione non si sentiva perché recitato dal celebrante sottovoce. Ad un certo punto il chierichetto suona il campanello, tutti si mettono in ginocchio.
Il celebrante si china profondamente sull’altare per un momento, poi si inginocchia e alza sopra la propria testa l’ostia, levandola verso il Crocifisso.
Quel semplice gesto di alzare il pane della messa, quel semplice inginocchiarsi dei fedeli, quel silenzio, e la bellezza del luogo in cui si trovava furono sufficienti a darle, come un lampo improvviso, una certezza: “Qui davvero c’è Dio, il vero Dio! Questa è la vera Chiesa di Cristo!”.
Questa certezza non abbandonò più Elizabeth, che si fece cattolica. È la prima persona nata negli Stati Uniti ad essere canonizzata: fu infatti proclamata Santa dal beato Papa Paolo VI nel 1975.

Qui non si tratta certo di voler insinuare inutili e fuorvianti paragoni tra prima e dopo, tra pre e post concilio.
Il punto è un altro.
Lo stiamo mettendo in pratica, l’insegnamento del Magistero attuale della Chiesa? Oppure forse ci stiamo perdendo qualcosa?

Se facciamo un click di mouse su internet digitando la parola “lavoro organista”, ad esempio, si viene letteralmente sommersi da una valanga di commenti, post, blog, forum e via discorrendo.
Ve ne vorrei leggere uno… vi avverto subito che è caustico, anzi, al fulmicotone!

Ricetta musicale per iniziare a svuotare le chiese:
1) Fare di tutto per ingraziarsi la fetta giovanile di “fedeli” …
2) Quindi usare percussioni a tutto spiano a) all’inizio, b)all’abbraccio di pace, c) alla fine.
3) Invitare i giovani (anche quelli che in certe chiese fanno parte del “gruppo dei giovani”, ma hanno da mo’ passati i 40….) ad esibirsi con le vecchie buone canzoni appena post-conciliari, possibilmente con sonoro battito di mani e qualche “olé” che non fa mai male.
4) Invitare pure i suddetti giovani ad accompagnare il tratto dalle panche al presbiterio con movenze di ballo, possibilmente ondulante, ancheggiante ed altre cose ad libitum.
5) chitarre, batterie ed altri strumenti “giovani”, possono essere posizionati in alcuni punti strategici della chiesa.
6) Dissuadere quel ******* di organista, pure diplomato…(ma vedi tu quando uno non sa come passare il tempo!) a starsene a casa e smetterla di annoiare con quei fastidiosi “preludi corali” e quelle ancor più vecchie e stantie “toccate”…il cui nome già provoca cattivi pensieri. Anzi, si inviti il parroco a chiudere i conti con il nostro (Dio mio, lo paga pure! E quello,*****, presente a tutte le cerimonie, si sforza pure di rispondere “in tono” alle invocazioni del celebrante! Qualche volta abbassa seduta stante l’accompagnamento di quelle lagne che cantano quelle vecchie beghine di 60 e giù di lì…anni).
7) Si chiuda, meglio, si inchiodi la porta di quell’organo vecchio di duecento anni che si ostinano a far suonare…mah…se lo vendessero a qualche robivecchi…potremmo pure cambiare quei due tamburi che fra un po’ si sfondano.

Tra voi c’è chi sorride. E c’è chi invece sta lì tra le sedie, imbronciato … forse anche un poco offeso?
Non è mia intenzione, mi si creda.
Se voi andate a prendere il capitolo delle conclusioni del mio libro, vedrete che il sottoscritto riconosce senza nessun problema la bontà e l’utilità della canzone religiosa, nel linguaggio pop, e anche rock, o new melody o tutto ciò che si vuole.
Ce n’è bisogno!
Un bisogno che i papi degli ultimi pontificati, come il beato Paolo VI e il Santo Giovanni Paolo II, riconoscono: sono cose utilissime alla vita di fede nei momenti ricreativi, di aggregazione (specialmente tra i giovani), di riflessione… penso ad esempio al CD, molto carino, che di recente ha realizzato Padre Federico Russo con la collaborazione di Don Mario Costanzi: canzoni semplici, orecchiabili, con testi belli che aiutano i giovani e gli adolescenti a iniziare a porsi le domande assolute, a masticare l’ABC di questi interrogativi.
Che Iddio renda merito a queste preziose testimonianze!

Ma la Liturgia è un’altra cosa.
La Liturgia è “fonte e culmine”, dice il Concilio.
E per essere “fonte” a cui attingere le energie per percorrere il cammino faticoso di questa vita, deve essere “culmine”, dev’essere un assoluto splendore, nella sua nobile semplicità, come dice il “Cerimoniale dei Vescovi”: semplice, certo, ma nobile!
Quanta cura ci mettiamo nei vestiti, nel taglio di capelli, nel look per una laurea, un matrimonio, un evento che giudichiamo importante?
Tantissima! E magari non ci dispiace neppure spendere qualcosa in più.
Se diamo importanza a fatti, tutto sommato buoni, ma che sono di passaggio, finiscono e passano… quanta dovremmo darne all’incontro con Dio?
Certo, Dio è con me tutti i giorni, ogni ora, ogni minuto, ogni mio respiro.
E’ vero.
Ma io non sto sempre con Dio. Io non penso a Lui in continuazione, specie nel tram tram di questa vita, nelle angosce di arrivare alla fine del mese, nei rapporti difficili coi colleghi, nella scoperta e nei dolori dei primi innamoramenti, nelle angosce che quotidianamente ci assorbono… e quindi ci distraggono.
“I poveri li avete sempre con voi, non sempre avete me”, dice Gesù nel vangelo, e lo dice proprio per rimproverare Giuda che criticava ipocritamente Maria, sorella di Lazzaro, che aveva portato l’olio di Nardo profumato dentro il vaso di Alabastro.
Oggi il Signore direbbe a Giuda: “Le attività quotidiane le potrai fare sempre, i poveri li incontrerai sempre, gli affari potrai sbrigarli sempre… ma non sempre preghi, non sempre la tua mente contempla il cielo, non sempre stai con Dio, anche se Dio è sempre con te”.

Oggi è cosa comune che due giovani si incontrino nel trambusto di una discoteca, di un pub, di un locale: posti e situazioni che hanno il loro linguaggio musicale.
Ma poi, quando si accende l’interesse reciproco, non è forse vero che si cerca un luogo appartato, magari dove sia possibile parlare senza essere disturbati dal baccano, anche musicale?
E quando si giunge a scambiarci momenti di piacevole intimità, non è forse verso che si prepara la serata al meglio, magari con un pasto condiviso in un bel localino oppure anche in casa, ma cercando di fare tutto il possibile perché le cose siano diverse dal solito, più belle del solito, perché siano indimenticabili?
Oppure in campagna, sulle rive di un fiume o di un laghetto, con la luna a farci da lanterna e le stelle a rendere il tutto più struggente.
E scegliendo la musica di sottofondo, non si sceglie forse qualcosa di meno frastornante, magari un bel lento, melodico e seducente, che ci ispiri tranquillità e ci faccia godere appieno della compagnia della persona che abbiamo accanto?
E’ il quadro ideale per il primo bacio, il primo sì. Qualcosa che non si scorderà mai più, nella vita.

Perché con Dio dovrebbe essere diverso?
Se l’amore umano (quello vero, non lo sfogo carnale del piacere al quale spesso di attribuisce a torto il nome di amore) lo si incontra nella quiete e nell’intimità, perché l’amore di Dio dovremmo incontrarlo nel baccano, nell’approssimazione, nella sciatteria di liturgie rabberciate alla bell’ e meglio perché – mamma mia! quante cose c’è da fare in parrocchia, mica posso star dietro a perdere ore a preparare le messe domenicali! – ?
Se Paul Claudel ed Elizabeth Seton entrassero nelle nostre chiese la domenica mattina alla messa delle 11, per esempio, … sperimenterebbero la dolcezza e la bellezza dell’amore di Dio? Si convertirebbero?

I nostri seminari si svuotano. Come mai?
I nostri giovani dopo la cresima se ne vanno. Come mai?
La società è scristianizzata, la vita è difficile, ci sono tante distrazioni, tante fatiche, la famiglia come realtà è in crisi, negli adolescenti e nei giovani c’è un’immensa confusione ed un grande dolore che distraggono.
Tutto vero, verissimo.
Ma se un giovane entra in chiesa con le domande assolute che gli ronzano in testa, entra lì per cercare il contatto con altra gente che prega e vuol capire cosa ci possa trovare di utile nella preghiera,… e poi trova quel linguaggio musicale che trova in discoteca, nel pub, nei locali e, anzi, in chiesa ce li trova pure di qualità peggiore, perché per lo più sono esecuzioni improvvisate lì per lì alla “si fa quel che si può, tanto per divertirci”…
questo giovane trova conforto? Trova risposta alle sue domande? Trova la quiete del silenzio, del raccoglimento, della bellezza che gli permettono di accostarsi a Dio?
Oppure uscirà dicendo: “Guardate che razza di versi che fanno! Stanno là a svagarsi e a stordirsi, ma al Dio in cui dicono di credere neppure ci pensano!”? Infatti nessuno sta raccolto, nessuno è in quiete, nessuno adora, nessuno più si inginocchia. Forse nelle nostre parrocchie, a proposito dell’amore e dell’umiltà davanti a Dio, si dovrebbe prestare attenzione alle parole che si cantano in certi repertori giovanili, e poi metterle in pratica:

Guardiamo a Te che sei / maestro e Signore, /
chinato a terra stai / ci mostri che l’amore
è cingersi il grembiule, / sapersi inginocchiare,
ci insegni che amare
è servire.
Fa’ che impariamo, Signore, da Te, /
che più grande è chi più sa servire, /
chi si abbassa e chi si sa piegare /
perché grande è soltanto
l’amore.
(Gen Verde, Canzone “Servire è regnare”)

Giovani che dopo la cresima se ne vanno.
Assemblee liturgiche con pochissimi giovani dai 18 anni in su.
Seminari vuoti, perché nulla mi fa capire quanto sia bello donare la mia intera vita a Dio, nell’amore e nel servizio del prossimo, dei fratelli. La liturgia è sempre stata la principale e insostituibile fonte delle vocazioni: se è in crisi la liturgia, sono in crisi le vocazioni, non c’è scampo!

Bach, Frescobaldi, Zipoli.
Ma anche Mozart, Beethoven.
Ma anche Hydn, Albiloni, Handel.
Ma anche Vierne, Widor, Bartolucci, Perosi.

Dobbiamo rialfabettizzarci. Dobbiamo tornare a guardare al passato.
E questo può avvenire solo in due modi:

a) il clero deve tornare nella propria formazione ad avere quel bagaglio minimo indispensabile che gli consenta di tenere le redini anche della situazione musicale e liturgica della propria parrocchia e di vedere nel musicista sacro professionista appunto una professione, una dignità lavorativa che in qualche modo va retribuita, perché le situazioni difficili non si risanano col dilettantismo. E se un prete facesse storie per retribuire un musicista di professione e buon cattolico perché intende tale servizio come volontariato doveroso nella vita della parrocchia, gli si può sempre domandare: “Allora come mai lei prende le offerte per le messe che celebra? Perché non le dice a pura gloria di Dio? Semplice! Perché lei deve mangiare! Anch’io, padre! Ho studiato per poter vivere di questo, e lei mi sta negando questo diritto per la sua ipocrita ignoranza!”.

b) dal canto loro, però, i musicisti devono accogliere l’invito che già Paolo VI fece agli artisti, “facciamo la pace, oggi, qui?”, far pace con la Chiesa, ricucire lo strappo che dagli anni ’60 ci stiamo portando dietro; e se da un lato gli artisti hanno il diritto di vedere la propria professionalità riconosciuta, anche in senso retributivo, dai sacerdoti e dai vescovi, gli artisti stessi devono, dal canto loro, fare quel che Mons. Cetoloni ha scritto nella prefazione del mio CD: “scendere dal piedistallo”, mettere da parte le cose accademiche, porsi al servizio dei sacerdoti, accostare quei giovani delle parrocchie che, se anche sono artisticamente analfabeti o quasi, tuttavia sono sia una ricchezza da coltivare che fratelli in Cristo da servire.

I grandi musicisti del passato sono i maestri che dobbiamo tornare a guardare, non per fossilizzarci sulla mera e rachitica ripetizione dei loro lavori, ma per avere i giusti modelli a cui ispirarci per l’oggi della Chiesa.
Solo se conosciamo il nostro passato senza ideologie, senza paraocchi, senza intransigenze bigotte, senza paura, possiamo sperare di costruire un futuro altrettanto valido.
E questo futuro – chissà – potrà anche scegliere vie diverse dall’organo, dal gregoriano, dalle forme artistiche del passato… purché i frutti spirituali siano altrettanto validi, purché la fede sia nutrita e alle anime assetate e affamate di cielo sia indicato senza tentennamenti il Cuore Misericordioso di Gesù Cristo, Dio fatto uomo per la salvezza di tutti noi.

Facciamo tutti quanti qualcosa di veramente utile, allora: preghiamo lo Spirito Santo perché ben ci guidi e ben ci ispiri in questo cammino di risanamento e in questa avventura di riscoperta.
Grazie a tutti voi.

Alessio Cervelli,
autore

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A. Cervelli, NARDO ED ALABASTRP. DAL “CABARET LITURGICO” ALLA DIVINA BELLEZZA NELLA LITURGIA E NELLA MUSICA SACRA, Prefazione di Mons. Nicola Bux.

Edizione Cartacea Tradizionale (Lalli Editore 2015):

http://www.unilibro.it/libro/cervelli-alessio/nardo-ed-alabastro-cabaret-liturgico-divina-bellezza-liturgia-musica-sacra/9788895798783

Edizione Ebook (StreetLib 2015):

http://www.amazon.it/Alabastro-cabaret-liturgico-Bellezza-Liturgia-ebook/dp/B013FFUVLY

QUARTA NOVELLA – LA RAGAZZA SUL PULLMAN

Alla prima domenica di Avvento, Manuel aveva ricevuto il mandato di organista titolare e maestro di cappella da parte del parroco di una piccola ma viva parrocchia di campagna.
La Messa della Notte di quel Natale era stata cantata con il generoso aiuto di un mezzo-soprano d’accademia, con ottoni e corde classiche, con la neonata schola di canto gregoriano della parrocchia che aveva eseguito le antifone proprie previste dal messale, col piccolo coro di volontari di quella comunità e, naturalmente, con Manuel all’organo. Niente di difficile o di particolarmente impegnativo: il risultato ottenuto fu semplice e decoroso. La gente che aveva partecipato a quella Messa, aveva proseguito per un mese ad andare a ringraziare il parroco per la bellezza della celebrazione.
C’era stata poi la Liturgia in azione di grazie del Te Deum al 31 dicembre. In tale occasione fu possibile preparare il canto con un piccolo ensemble in stile barocco: organo, clavicembalo, e la tromba suonata da un eccellente professionista. Tanta era l’attenzione e la partecipazione del popolo (giovani e bambini compresi) che, dopo il canto finale, mentre veniva eseguito il brano strumentale conclusivo, tutti i fedeli erano rimasti al loro posto, seduti, ad ascoltare: chi continuava a guardare l’altare, chi i musicisti tenendo gli occhi sgranati come se fossero arrivati degli extraterrestri, … chi si inginocchiava e faceva il suo devoto ringraziamento per l’Eucaristia celebrata e ricevuta.
L’indomani, primo giorno dell’anno, era stata la volta del Veni Creator Spiritus, eseguito sempre dai dilettanti gregorianisti della piccola schola, con gli interludi dell’organo tra una strofa e l’altra, a manifestare in modo percepibile l’alternanza corale del popolo di Dio con la risposta delle armonie senza parole della Liturgia del Cielo . Ancora una volta, ecco i fedeli accorrere dal parroco per farlo partecipe delle straordinarie impressioni vissute e di come fosse stato loro possibile pregare bene, a tal punto il Signore lo sentivano lì con loro.
Pochi giorni e, approfittando delle vacanza natalizie, alcuni dei giovanissimi di quella parrocchia, rimasti colpiti profondamente da quanto avevano visto e sentito, chiesero un’occasione per approfondire. Insieme a Manuel visitarono cinque organi della loro zona, suonando ed ascoltando musica organistica antica e barocca per almeno due ore. Vedere lo stupore, la meraviglia, gli occhi che brillano, l’ascolto attento e la passione per Bach, Zipoli, Frescobaldi, nei bambini e nei ragazzi appena adolescenti è quanto di più bello ci sia:
«Non c’è concerto, esibizione, audizione, ottima valutazione d’esame che possa dare ad un musicista quello che si può sperimentare quando i cuori e le menti dei ragazzi si aprono al mondo della Musica di Dio. Lì, in quello stupore, in quell’innamorarsi, in quello spalancarsi e brillare delle pupille come se l’eccitazione stessa dell’anima di quei piccoli fosse pienamente visibile, un organista sincero con se stesso non impiega molto a capire che non è lui a dare o fare bellezza: è la Bellezza di Dio, è la Grazia, che in quei momenti ha preso dolce possesso di quelle mani e le ha usate quale indegnissimo mezzo per concretizzare in atti semplici ed efficaci l’incontro di alcuni giovani con l’amore dell’Altissimo». Così pensava tra sé Manuel, enormemente grato al buon Dio per quei segni di benevolenza e di candida verità, sgorgati dagli occhi e dalle labbra dei bambini.

Come c’era da aspettarsi, il fronte dei modernisti filosessantottini non tardò a presentarsi al parroco per le rimostranze di rito:
«Oh, ma insomma non siamo in una cattedrale! La Bibbia parla di strumenti a corde e tamburi, non di organi! E poi c’è stato un concilio! Cos’è questo vecchiume, questo tornare indietro?».
Tali furono le reazioni di alcuni, per certi versi comprensibili: nei luoghi vicini alla loro realtà, difficilmente avevano potuto trovarvi liturgie celebrate con lo stesso linguaggio musicale e con la stessa cura nel servizio dei ministranti. Così, quei volenterosi attivisti ecclesiali avevano iniziato a domandarsi perché nella loro chiesa si dovesse “sdirazzare”.
Il nostro Manuel sapeva bene che coi litigi, il sangue amaro e la rabbia non si ottiene mai nulla di buono: l’organista continuerebbe a passare da un travaso di bile ad un altro, e queste schiette ed oneste persone lo guarderebbero come un sorpassato nostalgico, aggrappato a certo vecchiume al quale non vuole rinunciare perché non accetta di capire che “i tempi cambiano”. L’arma da impiegare in questi casi è tanto delicata da usare quanto tremendamente efficace, se ben usata: l’incontro educativo, basato su un quieto dialogo, su una serena esposizione di quei tanto contesi valori artistici, culturali e, in definitiva, spirituali.

Una sera immediatamente seguente a quel Natale, al nostro musicista capita di salire come di consueto sul pullman per tornare a casa dalle lezioni di musica col suo nuovo maestro. D’un tratto si vede salutare da una ragazza, alquanto più giovane di lui. Sulle prime, la saluta lui pure, senza però avvedersi di chi sia. Poi, siccome lei continuava a guardarlo, le ha confessato candidamente di non averla riconosciuta. E’ proprio una di quelle giovani attiviste parrocchiali. Senza troppo giri di parole anzi, quasi fosse un vero e proprio fiume in piena, coglie la palla al balzo e senza mezzi termini espone al povero Manuel, esausto dopo le lezioni di armonia e canto corale, tutte le perplessità dei suoi amici circa quel modo di “fare musica” nella Messa:
«Del resto», dice lei, «nella Bibbia non si parla di organi: c’è stato un concilio, i bambini si annoiano, bisogna adeguarsi ai tempi moderni».
Tirando un bel respiro profondo e supplicando il suo angelo custode di venirgli in aiuto coi doni della pazienza e della calma, il nostro amico le rivolge una prima domanda, di tutt’altro genere:
«Dimmi: è vero che ciò che avviene nella maggior parte delle realtà ecclesiali sia la cosa giusta? Tanto per citare un proverbio: se vediamo che la maggioranza va ad un burrone e si getta di sotto, è sufficiente che lo faccia la maggioranza per rendere una tal cosa giusta anziché insensata, per non dire stupida?».
«Questo che vuol dire?», replica la giovincella, con tono irritato.
«Semplicemente questo: “Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde”.Così recita il Salmo 97. Ed è vero: tu mi citi correttamente le Scritture.
Ora mi chiedo: coma mai tu e i tuoi amici non edificate anche gli altari di pietra sotto il cielo dove accendere il fuoco consacrato a Dio per il sacrificio, così come si faceva nell’antica alleanza?».
Sguardo perplesso e basito da parte di lei.
«Perché non portare gli animali da offrire in olocausto? Perché non chiedere al parroco, in quanto sacerdote, di sgozzarli in favore del popolo e di versate metà del sangue sull’altare e con l’altra metà aspergere i presenti per purificarli dalle loro? In fin dei conti, sono tutte cose raccontate e prescritte nei libri del Pentateuco».
Questa ragazza inizia a guardare Manuel un po’ attonita, forse chiedendosi se il ben dell’intelletto stia assistendo il suo interlocutore o se invece abbia fatto uso di qualche sostanza stupefacente prima di salire sul pullman. Non riuscendo a trattenere un po’ di ilarità, il giovane prosegue e spiega che la comprensione della Liturgia è ben altra cosa che non citare lo stichio di un Salmo, estrapolandolo dal suo intero contesto.
«Vedi, mia cara: tutto ciò non lo si fa perché la ritualità dell’Antica Alleanza era prefigurazione dell’unico, autentico sacrificio del vero Agnello: il Signore Gesù, Figlio di Dio, che offre tutto Se stesso sul legno della croce. E’ Gesù stesso, la sera dell’Ultima Cena, a dare mandato ai suoi apostoli di attuare costantemente nella Chiesa questo sacrificio di lode che è l’Eucaristia: “Fate questo!”. Tanto che S. Paolo può dire: “Ogni volta che voi mangiate di quel pane o bevete di quel calice, voi annunziate la morte del Signore fino al momento in cui Egli ritornerà”. In poche parole, come dice S. Tommaso d’Aquino nell’inno Pange Lingua: “l’antico rito lascia il posto al nuovo rito”. Il culto ebraico dell’Antico Testamento lascia il posto alla Nuova e Vera Liturgia: l’Eucaristia, la Santa Messa, le Ore Liturgiche, insomma la Liturgia della Chiesa, che è il nuovo Israele, il popolo della Nuova Alleanza».
«E questo che c’entra con gli strumenti da suonare a Messa, scusa?», replica lei, con perplessità sempre più crescente. Con pazienza e serenità, Manuel le spiega:
«Il Culto Nuovo, all’epoca degli Apostoli, non si poteva avvalere di strumenti musicali, proprio perché lo si celebrava di nascosto, a rischio della vita, in tempo di persecuzione. Così è stato fino al 313 d.C., quando con l’Editto di Milano, Costantino rese la religione cristiana libera di essere professata nell’impero. A questo punto furono i Padri della Chiesa – Ambrogio, Agostino – ad essere chiari: nessuno strumento poteva suonare nel culto del Signore, in quanto tutti gli strumenti esistenti provenivano o dal mondo pagano o, nel migliore dei casi, dall’Antica Alleanza, la cui liturgia è ormai svuotata di ogni senso. Fu così che si sviluppò la musica vocale della Chiesa, in modo speciale il Canto Gregoriano e la prima polifonia. Nel Culto Cattolico per secoli si cantò senza strumenti».
Lo sguardo della sua interlocutrice, da attonito, si è fatto assai più incuriosito. Quindi Manuel prosegue:
«Se, però, alla buona e semplice gente che si incontra per strada chiedessimo: “Qual è lo strumento tipico della Chiesa?”, tutti risponderebbero senza esitazione: “L’organo”. Lo so io e lo sai anche tu. Grande o piccolo, con la facciata monumentale o di linee estetiche essenziali, antico o contemporaneo, questo è lo strumento che incontriamo nella maggioranza delle nostre chiese. Ma perché lo strumento liturgico della Chiesa è proprio l’organo?».
Silenzio dall’altra parte, con una curiosità crescente.
«Nel Culto Cattolico per secoli si cantò senza strumenti. Nel 826 d.C., un sacerdote italiano, Padre Giorgio da Venezia, venne chiamato alla corte carolingia di Luigi II il Pio perché qui ricostruisse una copia di un antico strumento, di origine pre-cristiana, a canne, ad aria e ad acqua (l’hydraulòs), divenuto uno dei simboli della pompa e del prestigio della corte imperiale bizantina e che nel 757 era stato donato in segno di omaggio e deferente rispetto dall’imperatore Costantino V al re dei franchi Pipino il Breve. Lo strumento poi era andato perduto, perché nessuno alla corte carolingia (e neppure in tutta Europa) era in grado di conservarlo funzionante. Padre Giorgio aveva compiuto parte dei suoi studi ecclesiastici presso Santa Sofia a Costantinopoli e lì aveva avuto modo di studiare il funzionamento e la costruzione di quella particolare macchina musicale. Luigi il Pio ne approfittò per riavere quel simbolo dell’ “inchinarsi dell’impero bizantino alla potenza franca”, come scrissero le cronache dell’epoca. Divenuto qualche anno dopo abate di un monastero francese, Padre Giorgio e i suoi monaci ebbero un’idea davvero preziosa: recuperarono il principio di funzionamento dell’hydarulòs e realizzarono deliberatamente un nuovo strumento, l’unico che nascesse espressamente per la gloria di Dio, il servizio al Culto Divino e il bene delle anime del popolo cristiano. Fu chiamato inizialmente “pneumatico” per indicare, con la parola greca “pneuma”, sia l’aria che lo faceva respirare e quindi suonare, sia il fatto che si trattasse di uno strumento pensato per Dio e dedicato all’azione della Sua Grazia: il vento (pneuma) è infatti uno dei fenomeni con cui lo Spirito Santo manifesta in modo percettibile la sua presenza (come avvenne nel giorno di Pentecoste). Poiché però il nuovo strumento liturgico era sempre a contatto col coro polifonico gregoriano, chiamato “organum”, di cui ne raddoppiava o sostituiva alcune voci e, in assenza del coro, lo sostituiva integralmente, si finì col chiamare anche lo strumento con lo stesso nome del coro: organo …».
A questo punto, la giovincella lo interrompe e gli dice:
«Sì, tutto questo lo capisco e, sinceramente, io non ne sapevo nulla. Quello che mi chiedo è: perché si deve suonare l’organo in chiesa?».
Così il nostro amico le chiede se lei sappia cosa sia il Benedizionale… Risposta negativa. Dunque, le spiega in due parole che è il libro liturgico che contiene le preghiere di benedizione di persone e oggetti, secondo espressa volontà della Santa Chiesa.
«…e l’organo», prosegue il musicista, «fin dagli albori del suo servizio, veniva – e viene tutt’oggi – benedetto. La preghiera implora la benedizione del Signore sugli esecutori e sullo strumento affinché, tramite le armonie formate per mezzo di esso, la Chiesa pellegrina sulla terra si unisca al canto della Liturgia Eterna del Cielo: l’organo diviene quindi un Sacramentale , di cui è ministro l’organista stesso.
Per molti secoli l’organo addirittura omise di accompagnare le voci dei cantori per alternarsi con essi. Questa pratica era detta “alternatim” ed è perfino rammentata da Dante, nel Purgatorio:

Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e Te Deum Laudamus mi parea
udire in voce mista al dolce suono.
Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch’io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea,
ch’or sì, or no s’intendon le parole .

Tanto per capirsi, quando si cantava ad esempio un inno, il coro eseguiva le strofe dispari e l’organo, al posto delle strofe pari, eseguiva armonie di puri suoni. Questo strumento poteva sostituirsi alla parola pronunciata perché, in virtù della benedizione ricevuta che lo aveva reso un sacramentale, offriva all’umanità che cantava in terra la risposta dei cori angelici del Paradiso, dove le parole, così limitate ed imperfette, cedono il posto alla pura e sublime armonia dei cuori, delle menti e dei suoni in quella comunione piena tra le anime e le schiere celesti realizzata in virtù della perfetta amicizia in Dio e con Dio. Se oggi questa pratica liturgia di alternanza non è più in uso dopo la Riforma Liturgica del 1969, l’effetto sacramentale rimane il medesimo: quando l’organo propone pagine solistiche, anticipa e ci fa pregustare in terra quell’armonia sublime che è la regola suprema di bellezza e d’amore nel Regno dei Cieli, in Dio; e quando accompagna le voci dei fedeli, l’organo ci permette di percepire come il canto della Chiesa militante in terra si unisca alla Liturgia Celeste».
Lei, un po’ turbata da questa improvvisata lezione di musicologia sacra, gli dice:
«Questo forse andava bene un tempo, all’epoca delle nostre nonne. Oggi i tempi sono cambiati. I canti della messa devono essere più divertenti e coinvolgenti. I canti moderni piacciono, fanno emozionare».
A quest’osservazione, Manuel risponde che, al di là del gusto personale, esiste tanta musica per tante situazioni diverse della vita e che, forse, quella musica che a lei piace tanto non è il linguaggio musicale adatto a vivere bene la Liturgia.
Lei continua ad insistere che quella è la musica che piace ai giovani perché, in fondo, la Messa è una festa.
«Dici questo», le risponde lui, «perché i bambini e i ragazzi sentono cantare in Chiesa solo quella roba. Quando poi crescono, molti di loro la trovano infantile, banale; così smettono di cantarla e, cosa assai peggiore, spesso smettono anche di andare a Messa, perché, oltre alle difficoltà sociali, scolastiche e familiari del nostro tempo, c’è stato anche quel tipo di musica che ha trasmesso loro un’idea non veritiera di cosa sia la Liturgia: un’attività per bambini, per farli stare insieme, per intrattenerli un po’ con canzoncine orecchiabili per insegnar loro quanto è bello stare insieme. In altre parole, niente che faccia per loro, dato che ora si sentono diventati adulti. Per stare bene insieme, meglio andare in discoteca, o a mangiarsi una pizza…o a sballarsi con un po’ d’erba!».
A questo punto, da parte di lei, scatta la classica replica che tante volte il nostro amico si è sentito rifilare:
«Ti sbagli, perché c’è stato un concilio. Ed il Concilio ha abolito le cose vecchie come il latino, il gregoriano, certe lagne di polifonia, prescrivendo di partecipare attivamente suonando le chitarre e battendo le mani».
Dopo aver chiesto mentalmente ancora una volta l’aiuto del suo pazientissimo angelo custode, Manuel, secco, le chiede:
«Sentimi, tesoro: ma tu, prima di dire certe amenità, li hai mai letti i testi dei documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II? Rispondimi sinceramente. Non ti sbrano: tranquilla!».
Colta un po’ di sorpresa, lei risponde di no.
«Certo, c’è stato un Concilio!», esordisce lui, con tono deciso, «ma ha detto di introdurre chitarre folk, tamburelli e canti di gusto popolare nelle liturgie per renderle più vicine al mondo, alla gente, ai giovani? Per niente! Se vai a leggerti il Capitolo VI della Costituzione sulla Liturgia Sacrosanctum Concilium, ci trovi scritto che il canto gregoriano è il canto proprio della liturgia romana e che l’organo è lo strumento da tenere in sommo onore perché in grado di elevare efficacemente le anime alle cose del cielo. Proprio il beato Papa Paolo VI, il papa che proseguì e concluse il concilio, un papa considerato “moderno” dalle frange tradizionaliste, promulgò l’attuale documento legislativo in fatto di Musica Sacra, appunto l’Istruzione “Musicam Sacram”, dove non solo ribadì quanto espresso dai padri conciliari, ma aggiunse:

Gli strumenti che, secondo il giudizio e l’uso comune, sono propri della musica profana, siano tenuti completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai pii e sacri esercizi (n° 63).

Il papa stesso spiegò tale norma vincolante per tutta la Chiesa nei suoi discorsi:

Nella Liturgia, esercizio del Sacerdozio di Gesù Cristo, opera di Cristo sacerdote e del Suo Corpo che è la Chiesa, azione sacra per eccellenza, occorre quanto di più è appropriato a questo suo peculiare e sublime carattere. Per quanto riguarda la musica nella liturgia, non tutto è valido, non tutto è lecito, non tutto è buono. Qui il sacro deve congiungersi col bello, in una armoniosa e devota sintesi, (…) con la ricerca di forme nuove non indegne del passato, con la valorizzazione del patrimonio musicale antico .
Bisognerà quindi evitare ed impedire che siano ammesse nelle celebrazioni liturgiche forme musicali profane e, in particolare, quel canto che, per uno stile troppo concitato, aggressivo, chiassoso, disturba la serena pacatezza dell’azione liturgica e non può conciliarsi con i suoi fini spirituali e di santificazione .
La musica sacra non può indulgere a forme che siano in contrasto col messaggio divino, né assumere modi o toni che l’apparentino a qualsiasi superficiale espressione di evasione o di divertimento e distolgano l’animo dei fedeli dalla contemplazione delle verità celesti .

E il Beato Papa Giovanni Paolo II, così tanto amante dei giovani e del loro mondo? Cos’ha detto in merito?

La Chiesa ha insistito, ed insiste, nei suoi documenti sull’aggettivo ‘sacro’; applicandolo alla musica destinata alla Liturgia. Ciò vuol dire che essa, per la sua secolare esperienza, è convinta che tale qualificazione ha un suo importante valore. Non si può pertanto affermare che ogni musica diventi sacra per il fatto e nel momento in cui venga inserita nella Liturgia.
La comunità cristiana deve farsi un esame di coscienza perché ritorni sempre più nella Liturgia la bellezza della musica e del canto. Occorre purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti, e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra.

Allora, tesoro?», domanda retoricamente Manuel, fissando negli occhi la ragazza. «Abbiamo perso la favella, di fronte ai documenti di Madre Chiesa?», la incalza lui, stavolta non riuscendo a nascondere un pizzico di irritata esasperazione.
La sua povera, giovanissima interlocutrice ha cambiato colore in viso: è sospesa tra la fase del “mi stai prendendo in giro?” e quella del “cosa mi hanno insegnato gli educatori più grandi di me finora?”. A quel punto Manuel comprende che è il momento di sferrare con garbo il colpo di grazia e “giustiziare” la sua interlocutrice.
«Vedi, su una questione come questa si sono sprecati fiumi di inchiostro, da parte di uomini di chiesa, sacerdoti, musicisti, liturgisti… L’adeguatezza di un canto e di una musica per l’evento celebrativo in seno alla Divina Liturgia dipende, oltre che
dalla necessaria dottrina semplice ma chiara ed ortodossa espressa dal testo, anche dalla nobiltà della musica. Può benissimo essere nobile un pezzo in stile moderno (anche se purtroppo è raro trovarne) al pari di un pezzo in stile antico; può essere nobile un pezzo difficile, come può esserlo uno semplice. Il famosissimo Gloria di Marcello Giombini, ad esempio, così diffuso nei cori giovanili, è simpatico, allegro, divertente, e nessuno mette in dubbio che possa essere musica utile per un’ottima ricreazione durante un campo-scuola o per un momento gioviale a tema sacro durante un incontro in parrocchia… ma non corrisponde alla nobiltà necessaria, richiesta dalla Sacrosanctum Concilium e dai documenti di Madre Chiesa per la liturgia. Eppure è diffuso in molte parrocchie.
Come mai? Perché purtroppo sacerdoti e vescovi talvolta dimenticano i dettami che la chiesa stessa ha dato. Se accanto al Gloria di Giombini mettessimo un pezzo d’organo di Frescobaldi, di Pachelbel, di Buxtehude, di Franck, di Vierne, per non parlare di Bach, il risultato che otterremo sarebbe pressoché ridicolo: due mondi diversi che non hanno proprio nulla in comune tra sé, non perché Frescobaldi è autore del ‘600 e Giombini no: semplicemente Frescobaldi scrive ottima musica, dalle linee estremamente nobili, mentre il buon Piombini scrive musica povera sotto ogni profilo artistico. Niente di male nel dirlo o nel riconoscerlo: sarebbe come porre l’opera di un volenteroso studente di un istituto artistico, mosso magari da ottimi sentimenti ma di livello non superiore alla media, accanto alla Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci».
Lei resta in silenzio, ormai presa da un che di turbamento.
«Per dirtela in breve», prosegue lui, «come fecero gli Israeliti quando si costruirono il vitello d’oro, quando il Culto viene fatto di propria autorità, ecco che diventa una festa che la comunità si fa da sé. Celebrando in quel modo, la comunità non fa che confermare se stessa. Dall’adorazione di Dio si passa a un cerchio che gira attorno a se stesso: mangiare, bere, divertirsi. Lo stravolgimento del culto trascina con sé l’arte sacra – che diventa una caricatura del divino in sembianza bestiale – e la musica sacra, perché si canta e si balla in modo profano. La crisi che la Chiesa sta attraversando oggi in gran parte dipende proprio dal crollo della liturgia, che purtroppo viene addirittura concepita come se in essa non importasse più se Dio c’è, e se ci parla e ci ascolta. Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che alla fine ne valga la pena» .

Finalmente il pullman fa scalo alla fermata dove quella povera giovane deve scendere.
… Ma prima di lasciare Manuel, lo guarda un’ultima volta e gli dice, con tono misto tra sconcerto e malinconia:
«Sei riuscito a sconvolgermi».

Ai, Ei, Oi, Ui, che ragli in chiesa!

(di Bepi De Marzi, articolo uscito su ll giornale di Vicenza del 22.02.2012)

«Dio s’è fatto come noi per farci come lui». È cominciato così, a Roma — e finiva il Concilio — lo scialo da messa dei dittonghi tronchi: «Vieni, Gesù, resta con noi…» Tra il pubblico-assemblea, a curiosare, c’era anche la giornalista Camilla Cederna, che in quella primavera di cinquant’anni fa parlò di una Chiesa disposta a cedere agli imitatori dei Beatles, ma con una qualità molto lontana dalla poesia dell’ispirato quartetto di Liverpool. E confermò l’impossibilità di fare previsioni su un genere che avrebbe potuto mortificare secoli e secoli di musica sacra. Doveva essere il battesimo della «Messa beat», ma in ciò che è seguito, del nascente «beat» c’è stato ben poco.

S’è scatenato invece il mondo dei melodisti dilettanti e dei chierici verseggiatori. «Non avrò paura, sai… Mentre trascorre la vita, solo tu non sei mai…».

Ai, ei, oi, ui. «C’inviti alla tavola dei tuoi/ senza chiedere di quanti siamo noi./ Ci profumi, ci doni quanto puoi/ con il calice che non si vuota mai».

E l’ultima citazione è l’indecente manipolazione del Salmo 22, o 21, secondo le diverse numerazioni.

Ma consoliamoci con la poesia di Turoldo che recita: «Quale mensa per me tu prepari/ sotto gli occhi dei miei nemici,/ del tuo olio profumi il mio capo/ il mio calice è colmo di ebbrezza».

E LA MUSICA? Come percorrere qui, con le sole parole, con qualche desolante aggettivo, il vuoto melodico che ha spinto un celebre concertista contemporaneo a definire il genere che va sotto il nome di liturgichese come «un intruglio di melismi senza senso»?

Oltralpe, i bambini che frequentano le parrocchie imparano (ma leggendo anche la musica) i canti che li accompagneranno per tutta la vita di fede. Da noi, le sprovvedute (anche se volonterose) catechiste che preparano gli adolescenti alla prima comunione, schitarrano musichette che, ritenendole adatte alla bisogna, obbligano i bambini alle più atroci contorsioni lungo le «non melodie», con testi che verrebbero respinti anche dalle banalità dei dimenticabili Zecchini d’oro. E a Natale, soprattutto nelle scuole materne, si canta: «Gesù, Gesù, Gesù, disceso fin quaggiù, hai fatto tanta strada, riposati anche tu».

Nello spazio concesso incautamente dalla Chiesa alle musiche cosiddette giovanili si sono inseriti gli autori e soprattutto gli editori dei vari gruppi ecclesiali.

Ogni raggruppamento ha il suo esclusivo genere poetico-musicale, le sue coreografie, le sue sceneggiate, i suoi teatrini eucaristici con tanto di assistenti: preti o frati insoddisfatti, conquistati dalle più impensabili stramberie, dai simbolismi, dalle deambulazioni, dai girotondo. «Cammineremo insieme a te/ verso la libertà», recita un inqualificabile canto alla Madonna. E i funerali? Nei funerali ci si consola con «Quando bùssero allà tuà porta/ àvro fatto tanta strada…».

Oppure la recentissima, allucinante trovata: «Ora, fratello (sorella) sappiamo dove sei, mentre il tuo corpo è qui tra noi che giace nella pace». Ho fatto in tempo a marciare nel sabato fascista come figlio della lupa. Quando tornavo e mi toglievo le intricate bandoliere bianche con la M di Mussolini sul petto, mia mamma mi diceva dolcemente: «Dove sei stato, Beppino? e cosa ti hanno fatto fare?» Rispondevo quasi piangendo: «Su e zo per il paese col passo dei tamburi». Ora i bambini da messa possono dire di essere stati in chiesa «ad avvitare le lampadine». MONDO giovanile, oppure diversamente giovane (guai a dire anziano!), ma a rimetterci è anche la lingua italiana: «Aiutami tu, o Dio, a farmi chiaro nel pensiero mio». E le costanti: la strada, le mani, l’amicizia, la luce, la forza…

«Perché cantate e suonate queste sciocchezze?» ha osato chiedere un vescovo delle mie parti vicentine. «Perché piacciono al don», hanno risposto i cresimandi.

«Soffierà, soffierà il vento forte della vita, soffierà sulle vele e le gonfierà di te». Ermetismi. Metafore. Allegorie. Come le frasi che settimanalmente vengono stampate nelle sacre locandine appese qua e là. Ma chi le manda? Enigmistica da chiesa. Così siamo arrivati alla certezza che la musica in chiesa è appannaggio di pochi. Come al funerale del grande Dino Coltro, dove uno spaesato gruppetto di ragazzi zufolava in disparte, privatamente. Alla chiesa gremita di amici, di estimatori, di appassionati delle buone tradizioni, non è stato permesso neanche un «così sia». Ma ci sono stati interminabili discorsi autoelogiativi per dire «io con lui». Ah, la musica! La musica, in generale, è un disturbo.

Chi canta più? L’esempio vien dato ogni domenica dalla televisione. Chiamarle messe è quasi offensivo. Dicono però della caotica situazione generale in Italia, escludendo quella fortunata, dignitosa e bene organizzata porzione tra le montagne chiamata Alto Adige, meglio dire Sudtirolo. Le squadre di telecameristi da messa percorrono la penisola senza intenzioni apparenti. Dai piccoli paesi ai santuari, dalle collegiate di città alle cattedrali. La «scaletta» è consolidata: subito un poco di storia locale e qualche panoramica preregistrata; ma ecco la processione! Chiericoni spaesati, candelieri, croce astile, librone del Vangelo tenuto alto sulla testa del portatore. Finzioni. L’organo suona? Una voce commenta con argomenti turistici. Il coro canta? Una voce vi si sovrappone con qualche aneddoto. La musica in chiesa diventa così il sottofondo alle curiosità, alle fiabe locali, a qualche frase del Vangelo.  Del resto, l’esempio viene dalle messe da Piazza San Pietro. Canta la Cappella Sistina? Il celeberrimo gruppo corale che è stato di Lorenzo Perosi diventa la sfumata colonna sonora alla cronaca: quanti i muti presenti nella Piazza: trecentomila? chi sono le autorità schierate in prima fila; quanti sono i cardinali (che nemmeno fingono di pregare); poi le previsioni del tempo con il venticello chiamato per nome; la prefazione all’interminabile predica papale; i voli dei colombi; le statue; il riassunto della predica papale mentre si leggono le preghiere dell’offertorio; le citazioni dalla predica papale mentre la Cappella Sistina intona il Sanctus. Alla comunione, a coprire le voci del coro, si elencano i prossimi viaggi del papa.

POVERO PAPA, schiacciato dai paramenti, con sussiegosi scottolanti intorno a sorreggere lo sfinimento. Quando l’anno passato è venuto a dir messa a Mestre (con i politici veneti in prima fila, i difensori delle nordeste radici cristiane che non sapevano fare un segno di croce), c’erano mille cantori che si erano preparati a Padova per mesi, più un coro polifonico vicentino per alcuni interventi solistici; poi gli immancabili ottoni perché, e nessuno lo ha mai spiegato, quando si sposta il papa, l’organo, pur se bene evidenziato, viene coadiuvato dal complesso bandistico.  Mille cantori, quasi tutti molto giovani. I trecentocinquantamila fedeli (dichiarati) sotto il sole, stavano muti. A ogni intervento del grande coro, ecco le voci degli affabulatori (stavolta due) sovrapposte alla felicità di cantare. E alla comunione, quando il coro vicentino ha iniziato il suo mirabile mottetto, ecco il pertinente servizio sui vetri di Murano. Pubblicità. Così vanno quasi tutte le nostre messe. Così vanno le messe televisive. Tranne qualche nostalgico sospiro in gregoriano, è tutta un’accozzaglia di musiche strampalate, molte mai ascoltate prima. Non melodie, grotteschi recitativi chiamati cantillazioni: è la non musica per testi risibili. Poveri cori parrocchiali. Le cantatrici domenicali si addobbano con le sciarpe colorate; e i celebranti si pavoneggiano in casule dorate. I vescovi inanellati brillano di lapislazzuli con pastorali d’argento. Nelle prime file, tra la mestizia del pubblico-assemblea, collocano anche il maresciallo dei carabinieri. Nelle italiche navate nessuno prega, nessuno canta: assemblea muta ovunque, dal confine con Trento a Capo Passero. «La messa ha cominciato a commemorare se stessa», ha scritto l’indimenticabile Giovanni Testori. L’Italia da messa è un mortorio e una finzione. Un’avventura.

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Terza Parte)

IN QUESTA TERZA PARTE:

  • Organo o chitarre? Una questione di linguaggio (colloquio tra Elia Mori, regista, ed Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro).
  • R. Fabbri, Preludio in La minore per chitarra (Filippo Marri, chitarrista classico).

Quando si tratta dell’annoso scontro organo/chitarre, molti – preti compresi – forse pensano che un organista non sia l’elemento migliore a cui chiedere un parere. E in parte, magari, hanno ragione. Chi ha scoperto le dolcezze del re degli strumenti, chi si è lasciato sconvolgere da Frescobaldi, rallegrare da Zipoli, travolgere da Bach, chi ha sentito il cuore fremergli per una pagina di Widor, di Vierne, di Boellman, è praticamente impossibile che faccia una scelta che “scenda di livello”.

Ho detto scendere di livello, ma non in senso dispregiativo.

Come ho spiegato con la mia stessa voce nell’esperienza di questo documentario, è una questione di linguaggio. E non c’è dubbio che il linguaggio dell’organo sia tremendamente “più immenso” di quello della musica che va per la maggiore nelle nostre liturgie domenicali: il paragone è quello di un pesciolino di laguna che si viene a trovare nell’oceano di cui non è neppure in grado di comprenderne l’immensità. Così scappa e decide di non volerne sapere nulla e torna alla sua piccola laguna. E’ una scelta libera e legittima, ci mancherebbe.

Come la mettiamo, però, nel caso in cui sia proprio un organista ad affermare che uno strumento antico come la chitarra, se ben suonato, è capace di immensità pari all’organo stesso? Quante sfumature di suono, quanta sublime polifonia, quanti timbri che variano, quanti umori che mutano come una stoffa dalla trama cangiante che riflette la luce che la irraggia…

Qual è dunque il problema? Il linguaggio, appunto. Il linguaggio di una musica vera, un ABC che i più che suonano nelle nostre parrocchie ignorano.

E non per colpa loro, che invece, spesso con generosità e buona volontà, offrono quel che sono in grado di offrire per la vita liturgica della comunità parrocchiale. Sono figli del loro tempo, il tempo del caos educativo, il tempo della nuova barbarie culturale, il tempo in cui si corre freneticamente, si ingurgitano nozioni usa e getta e non ci si sofferma mai ad approfondire ed assaporare realmente nulla.

“La buona volontà non basta!”, mi incalza Elia Mori, in questo colloquio; “non occorre forse far capire che c’è bisogno di ben più che della buona volontà?”. Certo che c’è bisogno di più: chi andrebbe a farsi curare da qualcuno che non ha studiato medicina? Chi si farebbe assistere in un processo da qualcuno che non ha studiato legge? Nessuno!
Così funziona – o meglio, dovrebbe funzionare – per la liturgia, il culmine e fonte della vita cristiana, un tesoro talmente prezioso da non meritarsi menomazioni dovute a pressapochismi alla buona!

Come uscirne, dunque?
Con la pazienza nel porsi accanto ai ragazzi da parte dell’organista, sforzandosi di capirli con umiltà, di mostrare prima di tutto un cuore fraterno che vuol loro bene e non li giudica né li biasima, per poterli quindi introdurre in quel linguaggio che essi non conoscono.
E da parte dei giovani, per contro, occorre la disponibilità all’ascolto e l’umiltà di sapersi mettere in discussione e di fare come il tralcio buono: perché porti frutto, è opportuno che accetti qualche sforbiciata di potatura.

Questa è la strada, una strada che non può prescindere dalla conoscenza e comprensione del passato musicale e liturgico che ci precede. Senza quel passato, siamo tralci recisi, destinati a seccarci. Ma con quel passato, potremmo pure essere dei nani, però che stanno sulle spalle di autentici giganti e dunque sono capaci di vedere un pochino più distante dei grandi maestri di un tempo.

Più di una volta l’ho affermato, e anche qui torno a ripeterlo: può benissimo darsi che la musica liturgica di domani presenti un linguaggio diverso da quello dell’organo barocco, ottocentesco e contemporaneo. Non sarebbe una novità nella storia della Chiesa. Accadrebbe quanto è già successo, dalla cantillazione arcaica al gregoriano melismatico ed evoluto, dalla polifonia dell’organum a Da Victoria e Palestrina, dal canto solo vocale all’adozione dell’organo liturgico e, gradualmente, di altri strumenti dell’orchestra. Chissà cosa può riservarci il domani, nella musica sacra.

Una cosa è certa: per essere davvero musica sacra, potrà e dovrà sviluppare certamente un linguaggio nuovo, ma in cui il senso del sacro, del raccoglimento, dell’intimità col Signore e della lode innalzata al Suo santo Nome sia lo stesso che si trasmette nell’innovazione della tradizione, non in uno pseudo-festival dell’emotività, della svenevolezza, del vuoto sentimentalismo che nulla ha a che vedere con il vero spirito della Liturgia.

Buona visione (e, magari, pure buon divertimento) a tutti voi!

Alessio Cervelli

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Prima e Seconda Parte)

UN DOCUMENTARIO DIRETTO E REALIZZATO DA ELIA MORI

IN QUESTE DUE PARTI:

  • Chi è Bach per me (Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro)
  • La musica di Bach, una musica che fa bene al cuore (Claudia Rappuoli, psicologa psicoterapeuta)
  • Il corale per organo: “Nun komm” dai Corali di Lipsia

“Questo è Bach, ragazzi!”… cosa significa per me questo video-documentario?
In effetti può sembrare una scelta pas à la mode che un giovane studioso di cinema, musica e spettacolo dedichi i suoi primi sforzi e le sue prime energie a qualcosa di superato, di antico, di “vecchio”, come sono sicuro alcuni penseranno. Le ragioni della mia scelta sono invece semplici, eppure belle.

Il cinema e la musica sono state, fin dagli anni dell’adolescenza, due arti che hanno esercitato su di me un fascino indiscusso, utili per rilassarmi, ma anche per pensare. Con gli anni del liceo, poi, questo iniziale fascino si è trasformato in passione, tale che oggi non saprei proprio come fare senza queste arti e senza i grandi nomi dei registi, montatori e fotografi con i quali mi confronto quotidianamente.

E poi c’è la musica.

Quanto sia importante la musica nel mondo del cinema e dello spettacolo, il cielo solo lo sa!
Questa è come il sale: non ci fai mai caso, ma se non c’è, ne senti subito la mancanza. La musica collega, amalgama, sostiene con incredibile leggerezza tutta la struttura del film e, non di rado, è lo strumento che più di tutti contribuisce alla catarsi dello spettatore. Avete mai provato a recitare le battute finali di un film che vi ha particolarmente colpito? Senza la colonna sonora di sottofondo, vi è sembrata la stessa cosa? Beh, io credo proprio di no.
Tutta la nostra vita ha una colonna sonora, oggi molto più che in passato: è difficile trovare un giovane o un ragazzo che cammina per strada senza le cuffie del lettore mp3 o del cellulare nelle orecchie. E’ una colonna sonora continua! Al bar, in discoteca, sul pullman, a scuola… e, naturalmente, in chiesa.
Ecco, quest’ultimo è uno dei luoghi più antichi ad aver compreso l’importanza della musica nella propria opera di relazione con la gente. E forse, oggi, questo luogo così antico, rischia un po’ di dimenticare l’indiscutibile ricchezza del proprio passato musicale.

Dal punto di vista della fede, dico di me stesso di essere un uomo in ricerca ed in ascolto. Una ricerca che qualche anno fa è nata proprio dall’ascolto della musica per organo di Bach che ha trovato il proprio tramite nelle mani di un organista liturgico, nelle chiese della mia terra natale, la Val d’Elsa senese.
Non so dove mi condurrà questa ricerca intima.
So solo che non le opporrò resistenze ideologiche né dogmatismi filosofici. La lascerò camminare libera, là dove vorrà condurmi.
Ciò che mi sta a cuore, invece, è tentare di riproporvi una parte dell’esperienza che ho vissuto, andando ad avvicinare quelle musiche grazie ad un musicista liturgico, e tornando ad ascoltarle proprio in quei luoghi dove io stesso le ho udite e ne è scaturito un cammino di serena riflessione.

Impagabili, le scene in cui si vedono giovani di dodici, tredici e quattordici anni che così, dal nulla, senza mai aver fatto studi appositi in precedenza, si avvicinano al mondo dell’organo unicamente perché lo hanno incontrato nella quotidianità delle loro domeniche: segno, questo, che ci interroga, ci provoca e ci invita a non trascurare mai i bambini e gli adolescenti bollandoli con le etichette della maleducazione e dell’insensibilità proprie della nostra società.
Anzi, sono forse i bambini di questo video, coloro che più di tutti ci invitano a riflettere su come vanno le cose nel mondo, e su come invece potrebbero e dovrebbero andare.

Buona visione a tutti!

Elia Mori

 

NELLA QUARESIMA CON BENEDETTO XVI E BACH

Tempo fruttuoso e sovrabbondante di grazia, la quaresima è uno degli appuntamenti più intensi dell’anno liturgico. Non perché gli altri tempi della liturgia siano meno densi o meno “forti”: piuttosto perché, preparando (e ricordando) il battesimo, spronando alla penitenza e invitando al silenzio dell’ascolto, diviene tempo favorevole per farci meglio rendere conto di quanta a grazia il Signore costantemente riversa sulle umane creature. La quaresima ci aiuta a predisporci meglio ad accogliere i doni celesti.
Il primo spunto di riflessione lo prendiamo dal magistero di Papa Benedetto XVI, concentrandoci sulla pratica del digiuno.

Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una “terapia” per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a “non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e … anche a vivere per i fratelli” (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un’occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest’antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo. (…) Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un’arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d’origine, i cui effetti negativi investono l’intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: “Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia – Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”.

[Dal MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2009:

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/lent/documents/hf_ben-xvi_mes_20081211_lent-2009.html ]

L’altro spunto di riflessione riguarda la predisposizione del cuore all’ascolto, alla preghiera e ad una sincera umiltà di fronte al Signore. Non dimentichiamoci mai che, per il Signore Gesù, è il pubblicano penitente che si riconosce colpevole ed indegno a tornare a casa perdonato, non il fariseo che si sente giusto.
In quest’ottica, ancora una volta, è Bach a farci da maestro, con un suo splendido corale tratto dall’Orgelbuchlein, “Dall’abisso io t’invoco, o Signore Gesù” (Ich ruf zu dir, Her Jesu Christ – BWV 639).
E’ un’ardente preghiera, il cui testo corale recita così:

“Io t’invoco, o Signore Gesù Cristo,

e ti imploro:

ascolta il mio pianto.

Concedimi di vivere per Te

e di osservare fedelmente la tua parola”.

E’ un brano che potremmo definire “a cuor battente”. Questo perché in effetti è costruito sul basso pulsante del pedale che rammenta i battiti di un cuore orante. La mano sinistra stende un tappeto di semicrome che tracciano l’affetto della supplica e della contemplazione penitente, mentre alla mano destra, nel timbro dei soprani, spicca la melodia corale, mesta, raccolta, intensa.
Se l’effetto è straordinario di per sé, immaginiamoci come non debba esserlo su un organo del periodo di Bach, in cui l’accordatura ancora risente dei temperamenti antichi: per cui, la tonalità di fa minore – quella in cui è scritto questo corale – risulta ancora più tormentata e passionale.
Questa intensità di preghiera, bruciante e composta a un tempo, è un’ottima figura per comporre in noi quel rationabile obsequium, quell’amore razionale, coi cui dobbiamo metterci in ascolto di Dio in questi quaranta giorni che ci condurranno a vivere nell’oggi della Liturgia e nel tempo propizio della Chiesa la passione, morte e risurrezione del Signore.

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