Tempo fruttuoso e sovrabbondante di grazia, la quaresima è uno degli appuntamenti più intensi dell’anno liturgico. Non perché gli altri tempi della liturgia siano meno densi o meno “forti”: piuttosto perché, preparando (e ricordando) il battesimo, spronando alla penitenza e invitando al silenzio dell’ascolto, diviene tempo favorevole per farci meglio rendere conto di quanta a grazia il Signore costantemente riversa sulle umane creature. La quaresima ci aiuta a predisporci meglio ad accogliere i doni celesti.
Il primo spunto di riflessione lo prendiamo dal magistero di Papa Benedetto XVI, concentrandoci sulla pratica del digiuno.

Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una “terapia” per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a “non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e … anche a vivere per i fratelli” (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un’occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest’antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo. (…) Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un’arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d’origine, i cui effetti negativi investono l’intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: “Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia – Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”.

[Dal MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2009:

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/lent/documents/hf_ben-xvi_mes_20081211_lent-2009.html ]

L’altro spunto di riflessione riguarda la predisposizione del cuore all’ascolto, alla preghiera e ad una sincera umiltà di fronte al Signore. Non dimentichiamoci mai che, per il Signore Gesù, è il pubblicano penitente che si riconosce colpevole ed indegno a tornare a casa perdonato, non il fariseo che si sente giusto.
In quest’ottica, ancora una volta, è Bach a farci da maestro, con un suo splendido corale tratto dall’Orgelbuchlein, “Dall’abisso io t’invoco, o Signore Gesù” (Ich ruf zu dir, Her Jesu Christ – BWV 639).
E’ un’ardente preghiera, il cui testo corale recita così:

“Io t’invoco, o Signore Gesù Cristo,

e ti imploro:

ascolta il mio pianto.

Concedimi di vivere per Te

e di osservare fedelmente la tua parola”.

E’ un brano che potremmo definire “a cuor battente”. Questo perché in effetti è costruito sul basso pulsante del pedale che rammenta i battiti di un cuore orante. La mano sinistra stende un tappeto di semicrome che tracciano l’affetto della supplica e della contemplazione penitente, mentre alla mano destra, nel timbro dei soprani, spicca la melodia corale, mesta, raccolta, intensa.
Se l’effetto è straordinario di per sé, immaginiamoci come non debba esserlo su un organo del periodo di Bach, in cui l’accordatura ancora risente dei temperamenti antichi: per cui, la tonalità di fa minore – quella in cui è scritto questo corale – risulta ancora più tormentata e passionale.
Questa intensità di preghiera, bruciante e composta a un tempo, è un’ottima figura per comporre in noi quel rationabile obsequium, quell’amore razionale, coi cui dobbiamo metterci in ascolto di Dio in questi quaranta giorni che ci condurranno a vivere nell’oggi della Liturgia e nel tempo propizio della Chiesa la passione, morte e risurrezione del Signore.

Advertisements