IN QUESTA TERZA PARTE:

  • Organo o chitarre? Una questione di linguaggio (colloquio tra Elia Mori, regista, ed Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro).
  • R. Fabbri, Preludio in La minore per chitarra (Filippo Marri, chitarrista classico).

Quando si tratta dell’annoso scontro organo/chitarre, molti – preti compresi – forse pensano che un organista non sia l’elemento migliore a cui chiedere un parere. E in parte, magari, hanno ragione. Chi ha scoperto le dolcezze del re degli strumenti, chi si è lasciato sconvolgere da Frescobaldi, rallegrare da Zipoli, travolgere da Bach, chi ha sentito il cuore fremergli per una pagina di Widor, di Vierne, di Boellman, è praticamente impossibile che faccia una scelta che “scenda di livello”.

Ho detto scendere di livello, ma non in senso dispregiativo.

Come ho spiegato con la mia stessa voce nell’esperienza di questo documentario, è una questione di linguaggio. E non c’è dubbio che il linguaggio dell’organo sia tremendamente “più immenso” di quello della musica che va per la maggiore nelle nostre liturgie domenicali: il paragone è quello di un pesciolino di laguna che si viene a trovare nell’oceano di cui non è neppure in grado di comprenderne l’immensità. Così scappa e decide di non volerne sapere nulla e torna alla sua piccola laguna. E’ una scelta libera e legittima, ci mancherebbe.

Come la mettiamo, però, nel caso in cui sia proprio un organista ad affermare che uno strumento antico come la chitarra, se ben suonato, è capace di immensità pari all’organo stesso? Quante sfumature di suono, quanta sublime polifonia, quanti timbri che variano, quanti umori che mutano come una stoffa dalla trama cangiante che riflette la luce che la irraggia…

Qual è dunque il problema? Il linguaggio, appunto. Il linguaggio di una musica vera, un ABC che i più che suonano nelle nostre parrocchie ignorano.

E non per colpa loro, che invece, spesso con generosità e buona volontà, offrono quel che sono in grado di offrire per la vita liturgica della comunità parrocchiale. Sono figli del loro tempo, il tempo del caos educativo, il tempo della nuova barbarie culturale, il tempo in cui si corre freneticamente, si ingurgitano nozioni usa e getta e non ci si sofferma mai ad approfondire ed assaporare realmente nulla.

“La buona volontà non basta!”, mi incalza Elia Mori, in questo colloquio; “non occorre forse far capire che c’è bisogno di ben più che della buona volontà?”. Certo che c’è bisogno di più: chi andrebbe a farsi curare da qualcuno che non ha studiato medicina? Chi si farebbe assistere in un processo da qualcuno che non ha studiato legge? Nessuno!
Così funziona – o meglio, dovrebbe funzionare – per la liturgia, il culmine e fonte della vita cristiana, un tesoro talmente prezioso da non meritarsi menomazioni dovute a pressapochismi alla buona!

Come uscirne, dunque?
Con la pazienza nel porsi accanto ai ragazzi da parte dell’organista, sforzandosi di capirli con umiltà, di mostrare prima di tutto un cuore fraterno che vuol loro bene e non li giudica né li biasima, per poterli quindi introdurre in quel linguaggio che essi non conoscono.
E da parte dei giovani, per contro, occorre la disponibilità all’ascolto e l’umiltà di sapersi mettere in discussione e di fare come il tralcio buono: perché porti frutto, è opportuno che accetti qualche sforbiciata di potatura.

Questa è la strada, una strada che non può prescindere dalla conoscenza e comprensione del passato musicale e liturgico che ci precede. Senza quel passato, siamo tralci recisi, destinati a seccarci. Ma con quel passato, potremmo pure essere dei nani, però che stanno sulle spalle di autentici giganti e dunque sono capaci di vedere un pochino più distante dei grandi maestri di un tempo.

Più di una volta l’ho affermato, e anche qui torno a ripeterlo: può benissimo darsi che la musica liturgica di domani presenti un linguaggio diverso da quello dell’organo barocco, ottocentesco e contemporaneo. Non sarebbe una novità nella storia della Chiesa. Accadrebbe quanto è già successo, dalla cantillazione arcaica al gregoriano melismatico ed evoluto, dalla polifonia dell’organum a Da Victoria e Palestrina, dal canto solo vocale all’adozione dell’organo liturgico e, gradualmente, di altri strumenti dell’orchestra. Chissà cosa può riservarci il domani, nella musica sacra.

Una cosa è certa: per essere davvero musica sacra, potrà e dovrà sviluppare certamente un linguaggio nuovo, ma in cui il senso del sacro, del raccoglimento, dell’intimità col Signore e della lode innalzata al Suo santo Nome sia lo stesso che si trasmette nell’innovazione della tradizione, non in uno pseudo-festival dell’emotività, della svenevolezza, del vuoto sentimentalismo che nulla ha a che vedere con il vero spirito della Liturgia.

Buona visione (e, magari, pure buon divertimento) a tutti voi!

Alessio Cervelli

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