(di Bepi De Marzi, articolo uscito su ll giornale di Vicenza del 22.02.2012)

«Dio s’è fatto come noi per farci come lui». È cominciato così, a Roma — e finiva il Concilio — lo scialo da messa dei dittonghi tronchi: «Vieni, Gesù, resta con noi…» Tra il pubblico-assemblea, a curiosare, c’era anche la giornalista Camilla Cederna, che in quella primavera di cinquant’anni fa parlò di una Chiesa disposta a cedere agli imitatori dei Beatles, ma con una qualità molto lontana dalla poesia dell’ispirato quartetto di Liverpool. E confermò l’impossibilità di fare previsioni su un genere che avrebbe potuto mortificare secoli e secoli di musica sacra. Doveva essere il battesimo della «Messa beat», ma in ciò che è seguito, del nascente «beat» c’è stato ben poco.

S’è scatenato invece il mondo dei melodisti dilettanti e dei chierici verseggiatori. «Non avrò paura, sai… Mentre trascorre la vita, solo tu non sei mai…».

Ai, ei, oi, ui. «C’inviti alla tavola dei tuoi/ senza chiedere di quanti siamo noi./ Ci profumi, ci doni quanto puoi/ con il calice che non si vuota mai».

E l’ultima citazione è l’indecente manipolazione del Salmo 22, o 21, secondo le diverse numerazioni.

Ma consoliamoci con la poesia di Turoldo che recita: «Quale mensa per me tu prepari/ sotto gli occhi dei miei nemici,/ del tuo olio profumi il mio capo/ il mio calice è colmo di ebbrezza».

E LA MUSICA? Come percorrere qui, con le sole parole, con qualche desolante aggettivo, il vuoto melodico che ha spinto un celebre concertista contemporaneo a definire il genere che va sotto il nome di liturgichese come «un intruglio di melismi senza senso»?

Oltralpe, i bambini che frequentano le parrocchie imparano (ma leggendo anche la musica) i canti che li accompagneranno per tutta la vita di fede. Da noi, le sprovvedute (anche se volonterose) catechiste che preparano gli adolescenti alla prima comunione, schitarrano musichette che, ritenendole adatte alla bisogna, obbligano i bambini alle più atroci contorsioni lungo le «non melodie», con testi che verrebbero respinti anche dalle banalità dei dimenticabili Zecchini d’oro. E a Natale, soprattutto nelle scuole materne, si canta: «Gesù, Gesù, Gesù, disceso fin quaggiù, hai fatto tanta strada, riposati anche tu».

Nello spazio concesso incautamente dalla Chiesa alle musiche cosiddette giovanili si sono inseriti gli autori e soprattutto gli editori dei vari gruppi ecclesiali.

Ogni raggruppamento ha il suo esclusivo genere poetico-musicale, le sue coreografie, le sue sceneggiate, i suoi teatrini eucaristici con tanto di assistenti: preti o frati insoddisfatti, conquistati dalle più impensabili stramberie, dai simbolismi, dalle deambulazioni, dai girotondo. «Cammineremo insieme a te/ verso la libertà», recita un inqualificabile canto alla Madonna. E i funerali? Nei funerali ci si consola con «Quando bùssero allà tuà porta/ àvro fatto tanta strada…».

Oppure la recentissima, allucinante trovata: «Ora, fratello (sorella) sappiamo dove sei, mentre il tuo corpo è qui tra noi che giace nella pace». Ho fatto in tempo a marciare nel sabato fascista come figlio della lupa. Quando tornavo e mi toglievo le intricate bandoliere bianche con la M di Mussolini sul petto, mia mamma mi diceva dolcemente: «Dove sei stato, Beppino? e cosa ti hanno fatto fare?» Rispondevo quasi piangendo: «Su e zo per il paese col passo dei tamburi». Ora i bambini da messa possono dire di essere stati in chiesa «ad avvitare le lampadine». MONDO giovanile, oppure diversamente giovane (guai a dire anziano!), ma a rimetterci è anche la lingua italiana: «Aiutami tu, o Dio, a farmi chiaro nel pensiero mio». E le costanti: la strada, le mani, l’amicizia, la luce, la forza…

«Perché cantate e suonate queste sciocchezze?» ha osato chiedere un vescovo delle mie parti vicentine. «Perché piacciono al don», hanno risposto i cresimandi.

«Soffierà, soffierà il vento forte della vita, soffierà sulle vele e le gonfierà di te». Ermetismi. Metafore. Allegorie. Come le frasi che settimanalmente vengono stampate nelle sacre locandine appese qua e là. Ma chi le manda? Enigmistica da chiesa. Così siamo arrivati alla certezza che la musica in chiesa è appannaggio di pochi. Come al funerale del grande Dino Coltro, dove uno spaesato gruppetto di ragazzi zufolava in disparte, privatamente. Alla chiesa gremita di amici, di estimatori, di appassionati delle buone tradizioni, non è stato permesso neanche un «così sia». Ma ci sono stati interminabili discorsi autoelogiativi per dire «io con lui». Ah, la musica! La musica, in generale, è un disturbo.

Chi canta più? L’esempio vien dato ogni domenica dalla televisione. Chiamarle messe è quasi offensivo. Dicono però della caotica situazione generale in Italia, escludendo quella fortunata, dignitosa e bene organizzata porzione tra le montagne chiamata Alto Adige, meglio dire Sudtirolo. Le squadre di telecameristi da messa percorrono la penisola senza intenzioni apparenti. Dai piccoli paesi ai santuari, dalle collegiate di città alle cattedrali. La «scaletta» è consolidata: subito un poco di storia locale e qualche panoramica preregistrata; ma ecco la processione! Chiericoni spaesati, candelieri, croce astile, librone del Vangelo tenuto alto sulla testa del portatore. Finzioni. L’organo suona? Una voce commenta con argomenti turistici. Il coro canta? Una voce vi si sovrappone con qualche aneddoto. La musica in chiesa diventa così il sottofondo alle curiosità, alle fiabe locali, a qualche frase del Vangelo.  Del resto, l’esempio viene dalle messe da Piazza San Pietro. Canta la Cappella Sistina? Il celeberrimo gruppo corale che è stato di Lorenzo Perosi diventa la sfumata colonna sonora alla cronaca: quanti i muti presenti nella Piazza: trecentomila? chi sono le autorità schierate in prima fila; quanti sono i cardinali (che nemmeno fingono di pregare); poi le previsioni del tempo con il venticello chiamato per nome; la prefazione all’interminabile predica papale; i voli dei colombi; le statue; il riassunto della predica papale mentre si leggono le preghiere dell’offertorio; le citazioni dalla predica papale mentre la Cappella Sistina intona il Sanctus. Alla comunione, a coprire le voci del coro, si elencano i prossimi viaggi del papa.

POVERO PAPA, schiacciato dai paramenti, con sussiegosi scottolanti intorno a sorreggere lo sfinimento. Quando l’anno passato è venuto a dir messa a Mestre (con i politici veneti in prima fila, i difensori delle nordeste radici cristiane che non sapevano fare un segno di croce), c’erano mille cantori che si erano preparati a Padova per mesi, più un coro polifonico vicentino per alcuni interventi solistici; poi gli immancabili ottoni perché, e nessuno lo ha mai spiegato, quando si sposta il papa, l’organo, pur se bene evidenziato, viene coadiuvato dal complesso bandistico.  Mille cantori, quasi tutti molto giovani. I trecentocinquantamila fedeli (dichiarati) sotto il sole, stavano muti. A ogni intervento del grande coro, ecco le voci degli affabulatori (stavolta due) sovrapposte alla felicità di cantare. E alla comunione, quando il coro vicentino ha iniziato il suo mirabile mottetto, ecco il pertinente servizio sui vetri di Murano. Pubblicità. Così vanno quasi tutte le nostre messe. Così vanno le messe televisive. Tranne qualche nostalgico sospiro in gregoriano, è tutta un’accozzaglia di musiche strampalate, molte mai ascoltate prima. Non melodie, grotteschi recitativi chiamati cantillazioni: è la non musica per testi risibili. Poveri cori parrocchiali. Le cantatrici domenicali si addobbano con le sciarpe colorate; e i celebranti si pavoneggiano in casule dorate. I vescovi inanellati brillano di lapislazzuli con pastorali d’argento. Nelle prime file, tra la mestizia del pubblico-assemblea, collocano anche il maresciallo dei carabinieri. Nelle italiche navate nessuno prega, nessuno canta: assemblea muta ovunque, dal confine con Trento a Capo Passero. «La messa ha cominciato a commemorare se stessa», ha scritto l’indimenticabile Giovanni Testori. L’Italia da messa è un mortorio e una finzione. Un’avventura.

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