Alla prima domenica di Avvento, Manuel aveva ricevuto il mandato di organista titolare e maestro di cappella da parte del parroco di una piccola ma viva parrocchia di campagna.
La Messa della Notte di quel Natale era stata cantata con il generoso aiuto di un mezzo-soprano d’accademia, con ottoni e corde classiche, con la neonata schola di canto gregoriano della parrocchia che aveva eseguito le antifone proprie previste dal messale, col piccolo coro di volontari di quella comunità e, naturalmente, con Manuel all’organo. Niente di difficile o di particolarmente impegnativo: il risultato ottenuto fu semplice e decoroso. La gente che aveva partecipato a quella Messa, aveva proseguito per un mese ad andare a ringraziare il parroco per la bellezza della celebrazione.
C’era stata poi la Liturgia in azione di grazie del Te Deum al 31 dicembre. In tale occasione fu possibile preparare il canto con un piccolo ensemble in stile barocco: organo, clavicembalo, e la tromba suonata da un eccellente professionista. Tanta era l’attenzione e la partecipazione del popolo (giovani e bambini compresi) che, dopo il canto finale, mentre veniva eseguito il brano strumentale conclusivo, tutti i fedeli erano rimasti al loro posto, seduti, ad ascoltare: chi continuava a guardare l’altare, chi i musicisti tenendo gli occhi sgranati come se fossero arrivati degli extraterrestri, … chi si inginocchiava e faceva il suo devoto ringraziamento per l’Eucaristia celebrata e ricevuta.
L’indomani, primo giorno dell’anno, era stata la volta del Veni Creator Spiritus, eseguito sempre dai dilettanti gregorianisti della piccola schola, con gli interludi dell’organo tra una strofa e l’altra, a manifestare in modo percepibile l’alternanza corale del popolo di Dio con la risposta delle armonie senza parole della Liturgia del Cielo . Ancora una volta, ecco i fedeli accorrere dal parroco per farlo partecipe delle straordinarie impressioni vissute e di come fosse stato loro possibile pregare bene, a tal punto il Signore lo sentivano lì con loro.
Pochi giorni e, approfittando delle vacanza natalizie, alcuni dei giovanissimi di quella parrocchia, rimasti colpiti profondamente da quanto avevano visto e sentito, chiesero un’occasione per approfondire. Insieme a Manuel visitarono cinque organi della loro zona, suonando ed ascoltando musica organistica antica e barocca per almeno due ore. Vedere lo stupore, la meraviglia, gli occhi che brillano, l’ascolto attento e la passione per Bach, Zipoli, Frescobaldi, nei bambini e nei ragazzi appena adolescenti è quanto di più bello ci sia:
«Non c’è concerto, esibizione, audizione, ottima valutazione d’esame che possa dare ad un musicista quello che si può sperimentare quando i cuori e le menti dei ragazzi si aprono al mondo della Musica di Dio. Lì, in quello stupore, in quell’innamorarsi, in quello spalancarsi e brillare delle pupille come se l’eccitazione stessa dell’anima di quei piccoli fosse pienamente visibile, un organista sincero con se stesso non impiega molto a capire che non è lui a dare o fare bellezza: è la Bellezza di Dio, è la Grazia, che in quei momenti ha preso dolce possesso di quelle mani e le ha usate quale indegnissimo mezzo per concretizzare in atti semplici ed efficaci l’incontro di alcuni giovani con l’amore dell’Altissimo». Così pensava tra sé Manuel, enormemente grato al buon Dio per quei segni di benevolenza e di candida verità, sgorgati dagli occhi e dalle labbra dei bambini.

Come c’era da aspettarsi, il fronte dei modernisti filosessantottini non tardò a presentarsi al parroco per le rimostranze di rito:
«Oh, ma insomma non siamo in una cattedrale! La Bibbia parla di strumenti a corde e tamburi, non di organi! E poi c’è stato un concilio! Cos’è questo vecchiume, questo tornare indietro?».
Tali furono le reazioni di alcuni, per certi versi comprensibili: nei luoghi vicini alla loro realtà, difficilmente avevano potuto trovarvi liturgie celebrate con lo stesso linguaggio musicale e con la stessa cura nel servizio dei ministranti. Così, quei volenterosi attivisti ecclesiali avevano iniziato a domandarsi perché nella loro chiesa si dovesse “sdirazzare”.
Il nostro Manuel sapeva bene che coi litigi, il sangue amaro e la rabbia non si ottiene mai nulla di buono: l’organista continuerebbe a passare da un travaso di bile ad un altro, e queste schiette ed oneste persone lo guarderebbero come un sorpassato nostalgico, aggrappato a certo vecchiume al quale non vuole rinunciare perché non accetta di capire che “i tempi cambiano”. L’arma da impiegare in questi casi è tanto delicata da usare quanto tremendamente efficace, se ben usata: l’incontro educativo, basato su un quieto dialogo, su una serena esposizione di quei tanto contesi valori artistici, culturali e, in definitiva, spirituali.

Una sera immediatamente seguente a quel Natale, al nostro musicista capita di salire come di consueto sul pullman per tornare a casa dalle lezioni di musica col suo nuovo maestro. D’un tratto si vede salutare da una ragazza, alquanto più giovane di lui. Sulle prime, la saluta lui pure, senza però avvedersi di chi sia. Poi, siccome lei continuava a guardarlo, le ha confessato candidamente di non averla riconosciuta. E’ proprio una di quelle giovani attiviste parrocchiali. Senza troppo giri di parole anzi, quasi fosse un vero e proprio fiume in piena, coglie la palla al balzo e senza mezzi termini espone al povero Manuel, esausto dopo le lezioni di armonia e canto corale, tutte le perplessità dei suoi amici circa quel modo di “fare musica” nella Messa:
«Del resto», dice lei, «nella Bibbia non si parla di organi: c’è stato un concilio, i bambini si annoiano, bisogna adeguarsi ai tempi moderni».
Tirando un bel respiro profondo e supplicando il suo angelo custode di venirgli in aiuto coi doni della pazienza e della calma, il nostro amico le rivolge una prima domanda, di tutt’altro genere:
«Dimmi: è vero che ciò che avviene nella maggior parte delle realtà ecclesiali sia la cosa giusta? Tanto per citare un proverbio: se vediamo che la maggioranza va ad un burrone e si getta di sotto, è sufficiente che lo faccia la maggioranza per rendere una tal cosa giusta anziché insensata, per non dire stupida?».
«Questo che vuol dire?», replica la giovincella, con tono irritato.
«Semplicemente questo: “Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde”.Così recita il Salmo 97. Ed è vero: tu mi citi correttamente le Scritture.
Ora mi chiedo: coma mai tu e i tuoi amici non edificate anche gli altari di pietra sotto il cielo dove accendere il fuoco consacrato a Dio per il sacrificio, così come si faceva nell’antica alleanza?».
Sguardo perplesso e basito da parte di lei.
«Perché non portare gli animali da offrire in olocausto? Perché non chiedere al parroco, in quanto sacerdote, di sgozzarli in favore del popolo e di versate metà del sangue sull’altare e con l’altra metà aspergere i presenti per purificarli dalle loro? In fin dei conti, sono tutte cose raccontate e prescritte nei libri del Pentateuco».
Questa ragazza inizia a guardare Manuel un po’ attonita, forse chiedendosi se il ben dell’intelletto stia assistendo il suo interlocutore o se invece abbia fatto uso di qualche sostanza stupefacente prima di salire sul pullman. Non riuscendo a trattenere un po’ di ilarità, il giovane prosegue e spiega che la comprensione della Liturgia è ben altra cosa che non citare lo stichio di un Salmo, estrapolandolo dal suo intero contesto.
«Vedi, mia cara: tutto ciò non lo si fa perché la ritualità dell’Antica Alleanza era prefigurazione dell’unico, autentico sacrificio del vero Agnello: il Signore Gesù, Figlio di Dio, che offre tutto Se stesso sul legno della croce. E’ Gesù stesso, la sera dell’Ultima Cena, a dare mandato ai suoi apostoli di attuare costantemente nella Chiesa questo sacrificio di lode che è l’Eucaristia: “Fate questo!”. Tanto che S. Paolo può dire: “Ogni volta che voi mangiate di quel pane o bevete di quel calice, voi annunziate la morte del Signore fino al momento in cui Egli ritornerà”. In poche parole, come dice S. Tommaso d’Aquino nell’inno Pange Lingua: “l’antico rito lascia il posto al nuovo rito”. Il culto ebraico dell’Antico Testamento lascia il posto alla Nuova e Vera Liturgia: l’Eucaristia, la Santa Messa, le Ore Liturgiche, insomma la Liturgia della Chiesa, che è il nuovo Israele, il popolo della Nuova Alleanza».
«E questo che c’entra con gli strumenti da suonare a Messa, scusa?», replica lei, con perplessità sempre più crescente. Con pazienza e serenità, Manuel le spiega:
«Il Culto Nuovo, all’epoca degli Apostoli, non si poteva avvalere di strumenti musicali, proprio perché lo si celebrava di nascosto, a rischio della vita, in tempo di persecuzione. Così è stato fino al 313 d.C., quando con l’Editto di Milano, Costantino rese la religione cristiana libera di essere professata nell’impero. A questo punto furono i Padri della Chiesa – Ambrogio, Agostino – ad essere chiari: nessuno strumento poteva suonare nel culto del Signore, in quanto tutti gli strumenti esistenti provenivano o dal mondo pagano o, nel migliore dei casi, dall’Antica Alleanza, la cui liturgia è ormai svuotata di ogni senso. Fu così che si sviluppò la musica vocale della Chiesa, in modo speciale il Canto Gregoriano e la prima polifonia. Nel Culto Cattolico per secoli si cantò senza strumenti».
Lo sguardo della sua interlocutrice, da attonito, si è fatto assai più incuriosito. Quindi Manuel prosegue:
«Se, però, alla buona e semplice gente che si incontra per strada chiedessimo: “Qual è lo strumento tipico della Chiesa?”, tutti risponderebbero senza esitazione: “L’organo”. Lo so io e lo sai anche tu. Grande o piccolo, con la facciata monumentale o di linee estetiche essenziali, antico o contemporaneo, questo è lo strumento che incontriamo nella maggioranza delle nostre chiese. Ma perché lo strumento liturgico della Chiesa è proprio l’organo?».
Silenzio dall’altra parte, con una curiosità crescente.
«Nel Culto Cattolico per secoli si cantò senza strumenti. Nel 826 d.C., un sacerdote italiano, Padre Giorgio da Venezia, venne chiamato alla corte carolingia di Luigi II il Pio perché qui ricostruisse una copia di un antico strumento, di origine pre-cristiana, a canne, ad aria e ad acqua (l’hydraulòs), divenuto uno dei simboli della pompa e del prestigio della corte imperiale bizantina e che nel 757 era stato donato in segno di omaggio e deferente rispetto dall’imperatore Costantino V al re dei franchi Pipino il Breve. Lo strumento poi era andato perduto, perché nessuno alla corte carolingia (e neppure in tutta Europa) era in grado di conservarlo funzionante. Padre Giorgio aveva compiuto parte dei suoi studi ecclesiastici presso Santa Sofia a Costantinopoli e lì aveva avuto modo di studiare il funzionamento e la costruzione di quella particolare macchina musicale. Luigi il Pio ne approfittò per riavere quel simbolo dell’ “inchinarsi dell’impero bizantino alla potenza franca”, come scrissero le cronache dell’epoca. Divenuto qualche anno dopo abate di un monastero francese, Padre Giorgio e i suoi monaci ebbero un’idea davvero preziosa: recuperarono il principio di funzionamento dell’hydarulòs e realizzarono deliberatamente un nuovo strumento, l’unico che nascesse espressamente per la gloria di Dio, il servizio al Culto Divino e il bene delle anime del popolo cristiano. Fu chiamato inizialmente “pneumatico” per indicare, con la parola greca “pneuma”, sia l’aria che lo faceva respirare e quindi suonare, sia il fatto che si trattasse di uno strumento pensato per Dio e dedicato all’azione della Sua Grazia: il vento (pneuma) è infatti uno dei fenomeni con cui lo Spirito Santo manifesta in modo percettibile la sua presenza (come avvenne nel giorno di Pentecoste). Poiché però il nuovo strumento liturgico era sempre a contatto col coro polifonico gregoriano, chiamato “organum”, di cui ne raddoppiava o sostituiva alcune voci e, in assenza del coro, lo sostituiva integralmente, si finì col chiamare anche lo strumento con lo stesso nome del coro: organo …».
A questo punto, la giovincella lo interrompe e gli dice:
«Sì, tutto questo lo capisco e, sinceramente, io non ne sapevo nulla. Quello che mi chiedo è: perché si deve suonare l’organo in chiesa?».
Così il nostro amico le chiede se lei sappia cosa sia il Benedizionale… Risposta negativa. Dunque, le spiega in due parole che è il libro liturgico che contiene le preghiere di benedizione di persone e oggetti, secondo espressa volontà della Santa Chiesa.
«…e l’organo», prosegue il musicista, «fin dagli albori del suo servizio, veniva – e viene tutt’oggi – benedetto. La preghiera implora la benedizione del Signore sugli esecutori e sullo strumento affinché, tramite le armonie formate per mezzo di esso, la Chiesa pellegrina sulla terra si unisca al canto della Liturgia Eterna del Cielo: l’organo diviene quindi un Sacramentale , di cui è ministro l’organista stesso.
Per molti secoli l’organo addirittura omise di accompagnare le voci dei cantori per alternarsi con essi. Questa pratica era detta “alternatim” ed è perfino rammentata da Dante, nel Purgatorio:

Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e Te Deum Laudamus mi parea
udire in voce mista al dolce suono.
Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch’io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea,
ch’or sì, or no s’intendon le parole .

Tanto per capirsi, quando si cantava ad esempio un inno, il coro eseguiva le strofe dispari e l’organo, al posto delle strofe pari, eseguiva armonie di puri suoni. Questo strumento poteva sostituirsi alla parola pronunciata perché, in virtù della benedizione ricevuta che lo aveva reso un sacramentale, offriva all’umanità che cantava in terra la risposta dei cori angelici del Paradiso, dove le parole, così limitate ed imperfette, cedono il posto alla pura e sublime armonia dei cuori, delle menti e dei suoni in quella comunione piena tra le anime e le schiere celesti realizzata in virtù della perfetta amicizia in Dio e con Dio. Se oggi questa pratica liturgia di alternanza non è più in uso dopo la Riforma Liturgica del 1969, l’effetto sacramentale rimane il medesimo: quando l’organo propone pagine solistiche, anticipa e ci fa pregustare in terra quell’armonia sublime che è la regola suprema di bellezza e d’amore nel Regno dei Cieli, in Dio; e quando accompagna le voci dei fedeli, l’organo ci permette di percepire come il canto della Chiesa militante in terra si unisca alla Liturgia Celeste».
Lei, un po’ turbata da questa improvvisata lezione di musicologia sacra, gli dice:
«Questo forse andava bene un tempo, all’epoca delle nostre nonne. Oggi i tempi sono cambiati. I canti della messa devono essere più divertenti e coinvolgenti. I canti moderni piacciono, fanno emozionare».
A quest’osservazione, Manuel risponde che, al di là del gusto personale, esiste tanta musica per tante situazioni diverse della vita e che, forse, quella musica che a lei piace tanto non è il linguaggio musicale adatto a vivere bene la Liturgia.
Lei continua ad insistere che quella è la musica che piace ai giovani perché, in fondo, la Messa è una festa.
«Dici questo», le risponde lui, «perché i bambini e i ragazzi sentono cantare in Chiesa solo quella roba. Quando poi crescono, molti di loro la trovano infantile, banale; così smettono di cantarla e, cosa assai peggiore, spesso smettono anche di andare a Messa, perché, oltre alle difficoltà sociali, scolastiche e familiari del nostro tempo, c’è stato anche quel tipo di musica che ha trasmesso loro un’idea non veritiera di cosa sia la Liturgia: un’attività per bambini, per farli stare insieme, per intrattenerli un po’ con canzoncine orecchiabili per insegnar loro quanto è bello stare insieme. In altre parole, niente che faccia per loro, dato che ora si sentono diventati adulti. Per stare bene insieme, meglio andare in discoteca, o a mangiarsi una pizza…o a sballarsi con un po’ d’erba!».
A questo punto, da parte di lei, scatta la classica replica che tante volte il nostro amico si è sentito rifilare:
«Ti sbagli, perché c’è stato un concilio. Ed il Concilio ha abolito le cose vecchie come il latino, il gregoriano, certe lagne di polifonia, prescrivendo di partecipare attivamente suonando le chitarre e battendo le mani».
Dopo aver chiesto mentalmente ancora una volta l’aiuto del suo pazientissimo angelo custode, Manuel, secco, le chiede:
«Sentimi, tesoro: ma tu, prima di dire certe amenità, li hai mai letti i testi dei documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II? Rispondimi sinceramente. Non ti sbrano: tranquilla!».
Colta un po’ di sorpresa, lei risponde di no.
«Certo, c’è stato un Concilio!», esordisce lui, con tono deciso, «ma ha detto di introdurre chitarre folk, tamburelli e canti di gusto popolare nelle liturgie per renderle più vicine al mondo, alla gente, ai giovani? Per niente! Se vai a leggerti il Capitolo VI della Costituzione sulla Liturgia Sacrosanctum Concilium, ci trovi scritto che il canto gregoriano è il canto proprio della liturgia romana e che l’organo è lo strumento da tenere in sommo onore perché in grado di elevare efficacemente le anime alle cose del cielo. Proprio il beato Papa Paolo VI, il papa che proseguì e concluse il concilio, un papa considerato “moderno” dalle frange tradizionaliste, promulgò l’attuale documento legislativo in fatto di Musica Sacra, appunto l’Istruzione “Musicam Sacram”, dove non solo ribadì quanto espresso dai padri conciliari, ma aggiunse:

Gli strumenti che, secondo il giudizio e l’uso comune, sono propri della musica profana, siano tenuti completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai pii e sacri esercizi (n° 63).

Il papa stesso spiegò tale norma vincolante per tutta la Chiesa nei suoi discorsi:

Nella Liturgia, esercizio del Sacerdozio di Gesù Cristo, opera di Cristo sacerdote e del Suo Corpo che è la Chiesa, azione sacra per eccellenza, occorre quanto di più è appropriato a questo suo peculiare e sublime carattere. Per quanto riguarda la musica nella liturgia, non tutto è valido, non tutto è lecito, non tutto è buono. Qui il sacro deve congiungersi col bello, in una armoniosa e devota sintesi, (…) con la ricerca di forme nuove non indegne del passato, con la valorizzazione del patrimonio musicale antico .
Bisognerà quindi evitare ed impedire che siano ammesse nelle celebrazioni liturgiche forme musicali profane e, in particolare, quel canto che, per uno stile troppo concitato, aggressivo, chiassoso, disturba la serena pacatezza dell’azione liturgica e non può conciliarsi con i suoi fini spirituali e di santificazione .
La musica sacra non può indulgere a forme che siano in contrasto col messaggio divino, né assumere modi o toni che l’apparentino a qualsiasi superficiale espressione di evasione o di divertimento e distolgano l’animo dei fedeli dalla contemplazione delle verità celesti .

E il Beato Papa Giovanni Paolo II, così tanto amante dei giovani e del loro mondo? Cos’ha detto in merito?

La Chiesa ha insistito, ed insiste, nei suoi documenti sull’aggettivo ‘sacro’; applicandolo alla musica destinata alla Liturgia. Ciò vuol dire che essa, per la sua secolare esperienza, è convinta che tale qualificazione ha un suo importante valore. Non si può pertanto affermare che ogni musica diventi sacra per il fatto e nel momento in cui venga inserita nella Liturgia.
La comunità cristiana deve farsi un esame di coscienza perché ritorni sempre più nella Liturgia la bellezza della musica e del canto. Occorre purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti, e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra.

Allora, tesoro?», domanda retoricamente Manuel, fissando negli occhi la ragazza. «Abbiamo perso la favella, di fronte ai documenti di Madre Chiesa?», la incalza lui, stavolta non riuscendo a nascondere un pizzico di irritata esasperazione.
La sua povera, giovanissima interlocutrice ha cambiato colore in viso: è sospesa tra la fase del “mi stai prendendo in giro?” e quella del “cosa mi hanno insegnato gli educatori più grandi di me finora?”. A quel punto Manuel comprende che è il momento di sferrare con garbo il colpo di grazia e “giustiziare” la sua interlocutrice.
«Vedi, su una questione come questa si sono sprecati fiumi di inchiostro, da parte di uomini di chiesa, sacerdoti, musicisti, liturgisti… L’adeguatezza di un canto e di una musica per l’evento celebrativo in seno alla Divina Liturgia dipende, oltre che
dalla necessaria dottrina semplice ma chiara ed ortodossa espressa dal testo, anche dalla nobiltà della musica. Può benissimo essere nobile un pezzo in stile moderno (anche se purtroppo è raro trovarne) al pari di un pezzo in stile antico; può essere nobile un pezzo difficile, come può esserlo uno semplice. Il famosissimo Gloria di Marcello Giombini, ad esempio, così diffuso nei cori giovanili, è simpatico, allegro, divertente, e nessuno mette in dubbio che possa essere musica utile per un’ottima ricreazione durante un campo-scuola o per un momento gioviale a tema sacro durante un incontro in parrocchia… ma non corrisponde alla nobiltà necessaria, richiesta dalla Sacrosanctum Concilium e dai documenti di Madre Chiesa per la liturgia. Eppure è diffuso in molte parrocchie.
Come mai? Perché purtroppo sacerdoti e vescovi talvolta dimenticano i dettami che la chiesa stessa ha dato. Se accanto al Gloria di Giombini mettessimo un pezzo d’organo di Frescobaldi, di Pachelbel, di Buxtehude, di Franck, di Vierne, per non parlare di Bach, il risultato che otterremo sarebbe pressoché ridicolo: due mondi diversi che non hanno proprio nulla in comune tra sé, non perché Frescobaldi è autore del ‘600 e Giombini no: semplicemente Frescobaldi scrive ottima musica, dalle linee estremamente nobili, mentre il buon Piombini scrive musica povera sotto ogni profilo artistico. Niente di male nel dirlo o nel riconoscerlo: sarebbe come porre l’opera di un volenteroso studente di un istituto artistico, mosso magari da ottimi sentimenti ma di livello non superiore alla media, accanto alla Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci».
Lei resta in silenzio, ormai presa da un che di turbamento.
«Per dirtela in breve», prosegue lui, «come fecero gli Israeliti quando si costruirono il vitello d’oro, quando il Culto viene fatto di propria autorità, ecco che diventa una festa che la comunità si fa da sé. Celebrando in quel modo, la comunità non fa che confermare se stessa. Dall’adorazione di Dio si passa a un cerchio che gira attorno a se stesso: mangiare, bere, divertirsi. Lo stravolgimento del culto trascina con sé l’arte sacra – che diventa una caricatura del divino in sembianza bestiale – e la musica sacra, perché si canta e si balla in modo profano. La crisi che la Chiesa sta attraversando oggi in gran parte dipende proprio dal crollo della liturgia, che purtroppo viene addirittura concepita come se in essa non importasse più se Dio c’è, e se ci parla e ci ascolta. Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che alla fine ne valga la pena» .

Finalmente il pullman fa scalo alla fermata dove quella povera giovane deve scendere.
… Ma prima di lasciare Manuel, lo guarda un’ultima volta e gli dice, con tono misto tra sconcerto e malinconia:
«Sei riuscito a sconvolgermi».

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