Commento di Marco Tognaccini

IN QUESTA QUARTA PARTE

  • La Fantasia in Sol minore: l’urlo di un uomo e di un credente (Elia Mori e Alessio Cervelli, Chiesa di San Bartolomeo Apostolo ad Ulignano)

È difficile riuscire anche solo a commentare gli eventi della vita di Bach, perché a stento se ne può non restare coinvolti: orfano ben presto, con un fratello non gentile, sposato e prematuramente vedovo, padre addolorato per la perdita di numerosi figli; sfido chiunque a non rimanere almeno colpito da una vicenda dolorosa come questa! Chissà lo strazio, chissà quanti «perché…?» nella testa di Johann Sebastian, chissà quanti momenti di sconforto… Eppure, una cosa colpisce: Bach non perde la fede; anzi, sembra che tutti questi nefasti eventi vengano incorporati nel suo cammino di cristiano.

Con tutta probabilità, a indirizzarlo è l’uso assiduo della Bibbia, da buon luterano qual era (e che del resto la sua stessa copia della Bibbia di Kalov ci dimostra, sia per l’usura che soprattutto per le centinaia di appunti autografi a lato): Johann Sebastian può infatti ritrovare situazioni simili alle sue all’interno dei libri della Scrittura.
Ecco che il fratello non troppo gentile lo incontra all’interno del libro della Genesi, in Giuseppe venduto dai fratelli per gelosia (Gen 37,2-28); il dramma della morte di Maria Barbara nella vicenda del profeta Ezechiele, cui il Signore toglie la moglie, perché possa essere segno efficace del volere di Dio (Ez 24,15-27): Bach può infatti vedervi la propria realtà di vedovo; in Giona e in Elia, profeti insoddisfatti che non desiderano altro che morire perché il progetto di Dio ha preso una piega diversa da come avrebbero desiderato loro (Gn 4 e 1Re 19,4-8), Bach può incontrare dei modelli di persone che, nelle avversità, nello sconforto, non esitano ad interrogare Dio.
Infine in Maria, figura a lui cara, può scorgere un modello di costanza speranzosa: ella, infatti, è sì ai piedi della croce (Gv 19,25), ma è anche nel cenacolo dopo la resurrezione, addirittura il giorno di Pentecoste (At 1,14 e 2,1).
Sicuramente poi Bach conosceva i salmi (che sono la risposta dell’uomo in forma di preghiera all’agire di Dio); uno fra tutti mi colpisce sempre, quando la Chiesa ci fa pregare attraverso di esso: si tratta del salmo 88/87, parte della Compieta del venerdì; tutto sembra andare male all’uomo: alla fine della settimana, magari stanchi, lamentandoci, con tutti i problemi ancora non risolti… la Chiesa ci fa mettere davanti a Dio, alla fine della giornata, con il peso dei giorni passati, le nostre paure, le nostre fatiche, i nostri problemi, le nostre insoddisfazioni, le nostre rimostranzeil salmo sembra concludersi senza una risposta del Signore, potrebbe sembrare quasi troncoproprio come la vita di Bach: apparentemente non c’è più un motivo per vivere.
Senonché il Signore, nella lettura breve di Compieta, ci risponde per bocca di Geremia: «Eppure tu sei in mezzo a noi Signore, […] non abbandonarci!» (Ger 14,9); e questo vale anche per Johann Sebastian: se infatti si fosse lasciato prendere dallo sconforto, dal peso dei propri lutti, sarebbe caduto probabilmente in depressione, avrebbe perso il senso della vita; invece è stato capace di prendere la propria croce (cfr.: Mt 16,24) e, attraverso la musica, fare della propria vita un salmo vivente, un costante e pungente interrogativo rivolto a Dio da un uomo la cui fede non si accontenta, ma che, anzi, innalza al cielo, attraverso le note pronunciate dall’organo, le domande che lo attanagliano. Bach riesce a mettere nelle sue composizioni tutta la propria vicenda, mescolando tratti burrascosi – quelli dei suoi «perché…?» – a frasi di una serena calma (il silenzio leggero di 1Re 19,12!), quasi fossero le risposte di Dio, come ad indicare che Lui sa esattamente quello che fa. Il risultato è una composizione umana, che “puzza” di uomo vero ma che guarda anche oltre, grazie agli occhi della fede, sempre interrogata dagli eventi.

Mi direte: questa è una lettura forzata! Boh, forse sì o forse no… Però resta il fatto che l’uomo e il musicista ferito dagli eventi della vita, ha sempre preferito marcare le sue opere non tanto col suo nome, ma con le lettere S.D.G.: Soli Deo Gloria, Gloria all’Unico Dio. E questo poteva farlo solo una persona che ha dato tutta se stessa al Signore, gettando in Lui i propri problemi, consapevole che «chi ha Dio nulla gli manca» (Nada te turbe, santa Teresa d’Avila) o, come dice il salmo 23/22, se faccio del Signore il mio pastore «non manco di nulla»: perché infatti quello che Gli hai voluto offrire ti ritorna centuplicato in bene.
E Bach questo ha fatto: ha costantemente presentato tutta la sua travagliata esistenza deponendola con fiducia nelle mani del Signore, mettendosi poi in ricettivo ascolto della Parola di Dio.
A noi, oggi, non resta che ascoltare il suo travaglio e la serena risposta che in Dio lui ha trovato e a noi ci viene trasmessa attraverso la sua musica; di qui il mio augurio, quello di ascoltare con la mente, certo…, ma soprattutto con il cuore:

Šema‘ Yiśrā’ēl ! Ascolta, Israele! (Dt 6,4)

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