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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

Mese

marzo 2016

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (SESTA ED ULTIMA PARTE)

Commento di Don Luigi Miggiano

IN QUESTA ULTIMA PARTE:

  • La musica per organo e gli adolescenti delle parrocchie (Elia Mori ed Alessio Cervelli)
  • Incontriamo alcuni giovanissimi studenti d’organo liturgico (Francesco Marri, Edoardo Taddei, Pietro Scacciaferro)
  • Bach: l’esperienza di un ricordo, una preziosa alternativa (Don Luigi Miggiano)
  • Se non ci fosse stato Gesù, non ci sarebbe stato Bach (Alessio Cervelli)

Quando si parla di musica in chiesa, non si può parlare di una questione di gusto personale e basta. Non funziona così, e questo perché la Chiesa stessa non funziona così.
La Liturgia non è una questione di opinione, di gusto, di moda, un correre dietro all’ultima novità.La Liturgia è nelle nostre mani per essere custodita e trasmessa come quel “vaso” che ci trasmette e ci dona i tesori preziosissimi della grazia e dell’amore di Dio. Per questo il Concilio Vaticano II la definisce fonte e culmine: dalla Liturgia si prende l’energia per vivere la vita in Cristo nel mondo e alla liturgia si ritorna per offrire a Cristo questa nostra vita.
Ecco perché, alla domanda del regista Elia Mori, se l’attrazione manifestata dai bambini della mia parrocchia per l’organo e per Bach sia solo una questione di gusto, ho risposto: no, non lo è! E’ molto di più.

Certo, è chiaro che ad un bambino o ad un ragazzo che sceglie di essere allievo, si cerca sempre di far studiare qualcosa che gli piace.
E non è affatto detto che gli adolescenti e i giovani che studiano organo in parrocchia, poi, proseguano in questo cammino. Però io sono davvero convinto che questi ragazzi hanno incontrato una cosa importante: un’alternativa!
Anche se smetteranno di suonare e forse anche di andare alla Messa, quell’incontro con Bach ha formato in loro un ricordo.
E pensiamoci bene, quando ci lamentiamo del calo delle vocazioni. Molte delle ragioni vanno individuate nella crisi della Liturgia, della sua cura, del suo senso di sacro e della sua bellezza.
Da sempre la bellezza di un paramento, di un canto, di una musica, di un’immagine sacra stanno alla base del primo innamoramento nell’esperienza della fede. E’ chiaro che si tratta dell’inizio di un cammino che non si può fermare a questa prima tappa: altrimenti non abbiamo un’esperienza di fede, ma una psicosi feticista!
Però è altrettanto vero che è sempre il ricordo del primo innamoramento a risvegliare in noi quella fiamma che ci rianima e ci risveglia dai torpori che spesso nella vita ci aggrediscono.
Ecco perché è importantissimo curare bene la Liturgia! Perché, senza accorgercene, noi sacerdoti stiamo ponendo dei semi preziosi nelle anime e nelle vite dei nostri bambini, dei nostri ragazzi. E quando sperimenteranno le delusioni e i dolori della vita, forse sarà proprio il ricordo dell’esperienza fatta, come ad esempio l’incontro con l’arte di Bach, a far sentire la nostalgia della preghiera e della vita di fede: Bach avrà così dato loro una preziosa alternativa!

Domandiamoci, piuttosto: se la Sacrosanctum Concilium stessa, nel sesto capitolo, raccomanda la cura della formazione musicale di seminaristi e religiosi, se sprona all’erezione di Istituti Superiori di Musica Sacra per la formazione dei musicisti liturgici per il servizio della musica nelle nostre parrocchie, … perché i nostri giovani in seminario non ricevono anche un’adeguata istruzione musicale di base, utilissima quando un domani saranno parroci? Perché certe diocesi e metropolie non hanno ancora un Istituto di Musica Sacra? Allora è inutile lamentarsi se nelle chiese ci sono solo ragazzi che strimpellano chitarre, fanno balletti e propinano canzonette chiassose o sdolcinate!

La gente in chiesa non viene? Certo! Perché il nostro popolo ha un tremendo bisogno di sacro e di bello per poter nutrire il rapporto con Dio: così vivere la fede nel mondo che ci circonda diventa una fatica immane! Volete una prova di ciò che dico? Eccola! In questi giorno sto facendo il giro della parrocchia per la tradizionale benedizione pasquale alle famiglie: con grande stupore, ma anche con grande gioia, incontro persone di tutte le età che elogiano il nostro “celebrare” e mi dicono: “Don, a volte mi capita di andare a messa in altre parrocchie, ma non riesco mai a trovare una celebrazione ben curata come nella nostra. Soprattutto manca il silenzio. I nostri bambini a messa fanno silenzio. In altre chiese invece sembra di essere in un parco giochi”.

Cosa ci insegnano questi giovani che, senza altro scopo se non quello di offrire un servizio, ci fanno la proposta di Bach con questo video-documentario?
Che la bellezza è in grado di toccare la gioventù! Basterebbe che nelle nostre chiese ci fossero operatori in grado di farla incontrare!

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SESTA NOVELLA – “IL GREGORIANO? BRUTTO, RIDICOLO E NOIOSO!” PAROLA DI UNA SCOUT!

Domenica mattina di un bel fine – settimana di maggio. Giornata ideale per celebrare la Messa festiva e chiudere l’anno pastorale. La processione d’ingresso varca la porta di quella piccola chiesa di campagna: turibolo e navicella, ceri e croce astile, accoliti e cerimoniere. A chiudere, il parroco, rivestito di una splendida pianeta dorata, con rifiniture in perle di fiume. Dal presbiterio s’ode una voce baritonale che intona ed è subito seguita dagli altri membri della schola: “Jesu, dulcis memoria, dans vera cordis gaudia”.

Gesù, dolce memoria,
che dona vera gioia al cuore:
sopra il miele ed ogni altra cosa
è dolce la Sua Presenza!

Niente si può cantare di più soave,
niente si può udire di più gioioso,
niente si può pensare di più dolce
di Gesù, Figlio di Dio.

Gesù, speranza per chi è pentito,
quanto sei compassionevole verso chi Ti rivolge preghiere!
Quanto sei buono con chi Ti cerca!
Ma cosa sei mai per chi Ti trova?

La lingua non ha forza sufficiente per dirlo,
né le parole scritte riescono ad esprimerlo:
solo chi l’ha provato può sapere cosa sia
amare ardentemente Gesù.

O Gesù, sii Tu la nostra gioia,
Tu che sei il premio dell’eternità futura!
In Te solo sia riposta la nostra gloria,
per gl’infiniti secoli. Amen.

Era stato proprio il parroco a chiedere ai cantori di eseguire quel bellissimo inno all’ingresso della Santa Messa. Fin dalla prima strofa, un profondissimo silenzio era sceso tra il popolo, compresi i bambini delle classi di catechismo; anzi, proprio questi ultimi tenevano fisso lo sguardo sui cantori, con gli occhi sgranati. Terminata la Messa, gli undicenni ragazzini accorrono a frotte da Manuel: «Che bello, il canto che avete fatto all’inizio della Messa! Non si era mai sentito… com’è, che faceva? Ce lo ricantate?». E l’organista ed i cantori sono ben lieti di esaudire questa richiesta dei bambini.
«Maestro, senti un po’», chiede il maggiore degli studenti d’organo di quella parrocchia, «tu e gli altri ce lo cantate quell’inno della Settimana Santa che ci avete fatto sentire tempo fa? E’ bellissimo! Il ritornello mi capita di canticchiarlo pure mentre sono sotto la doccia, tanto mi è rimasto impresso».
Il musicista estrae dalla borsa un quaderno, lo sfoglia e lo posa sopra il leggio dell’organo. I cantori cercano tra le pagine del loro repertorio, trovano quel che serve loro e fanno cenno all’organista: sono pronti: “O Redemptor, sume carmen temet concinentium”.

O Redentore, accogli il canto di coloro che a Te inneggiano.
Ascolta, o Giudice dei morti,
unica speranza dei mortali:
odi le voci di coloro che portano
qui innanzi a Te un dono, segno di pace.

Questi rami odorosi risplendenti di pura luce
vengono portati per essere benedetti:
li porta questa devota folla che è qui
e li presenta al Salvatore del Mondo.

Stando ai piedi dell’altare in atteggiamento supplice,
il Pontefice Infulato
scioglie l’intero debito antico
per mezzo dell’olio consacrato.

Degnati Tu di consacrare,
o Re della Patria Eterna del Cielo,
questo olivo ed il suo olio quali segni vivi,
esorcismo che fa fuggire gli angeli del Demonio!

Che sia rinnovato tutto l’essere umano
per mezzo dell’unzione crismale:
che sia finalmente risanata la gloria della dignità originale
ferita dall’antica colpa.

Dalla mente mondata al Sacro Fonte del Battesimo,
siano messi in fuga i crimini;
nella fronte così unta e consacrata,
penetrino i carismi celesti.

O Cuore nato dall’Eterno Padre,
Tu che riempi il grembo della Vergine,
prepara la Luce e serra le porte in faccia alla morte
in favore di coloro che nel Crisma hai reso Tuoi fratelli.

Sia per noi oggi giorno di festa
nei secoli dei secoli;
sia giorno consacrato con lode degna,
e non conosca mai il tramonto.

«Bello, bello, bello!», commenta il bambino che aveva chiesto l’esecuzione dell’inno. «Spero di impararlo presto: credo che lo suonerei fino alla noia (di chi ascolta; non di certo la mia)».

Proprio i piccoli e i pre-adolescenti erano i più affascinati dal canto gregoriano. Se ascoltavano un Kyrie, un Sanctus, un’antifona, lo sguardo si faceva ogni volta scintillante ed il commento era sempre lo stesso: “bello!”.
Al Venerdì di Passione, nella Settimana Santa, i cantori avevano proposto gli improperia, i lamenti del Signore, e l’antico inno Crux Fidelis. I bambini che avevano tenuto il servizio liturgico, tornati in sacrestia, avevano chiesto al parroco: «Don, ma perché gli anni scorsi non abbiamo mai fatto così, al Venerdì Santo? Hai sentito che bello?»; il presbitero non poteva che essere felice di queste reazioni positive dei suoi piccoli, lui che la Liturgia la amava sul serio.
«Sapeste quanto mi colpisce», aveva più volte commentato quel buon parroco, «quel che faceva sempre il Santo Curato d’Ars, ogni volta che celebrava la Santa Messa! Vi era un unico momento dove si soffermava molto: al Per Ipsum, il Per Cristo, con Cristo e in Cristo. Nel rito romano pre-conciliare, il sacerdote teneva il calice col Preziosissimo Sangue nella mano sinistra, mentre col Santissimo Corpo nella specie dell’Ostia grande tenuta tra il pollice e l’indice della mano destra tracciava tre segni di croce sopra il calice, due tra il calice ed il proprio petto, poi portava la mano destra con l’Ostia grande sopra il Calice e li elevava un pochino. Ecco, a questo punto San Giovanni Maria Vianney, si bloccava, restava lì, immobile, con lo sguardo fisso sulle sacre specie. Uno dei suoi più intimi amici, che più volte gli aveva servito la Messa un giorno vuole chiedergliene la spiegazione. Quel sant’uomo gli risponde che in quel momento si rendeva conto di tenere tra le mani quel Dio adorabile e Amore perfetto che, col peccato mortale, si rischia di perdere per sempre; proprio questo prolungava quel momento, che per lui anticipava l’intimità con Dio che godono i paradiso le anime beate. Se avesse potuto, non avrebbe mai più lasciato la presa dal quel Signore che, in quel momento, era tra le sue deboli, fragili mani.
Ecco perché amo così tanto la Liturgia: è il linguaggio sia divino che umano con cui a noi è permesso anticipare quaggiù, per mezzo del sacerdote, le cose stupende che ci attendono in Cielo. Chi pratica e studia la Liturgia senza avere questo concetto chiaro e nitido nella propria mente, è un sacrilego ed un povero disgraziato».

Pare sia una regola fissa e ampiamente comprovata quella secondo la quale ai buon preti capitano sempre ampi “giramenti di scatole”, spesso proprio a causa di qualcuna delle sue pecorelle che, per certa mentalità “moderna” (o forse sarebbe meglio dire “smania di un protagonismo quasi filoprotestante”), si sente in diritto di agire senza il consenso del parroco, di spargere velenose critiche come iniezioni di cianuro nelle orecchie delle altre “pecorelle”, di danneggiare il più possibile l’operato di un presbitero che altro non fa che obbedire alle norme di Santa Madre Chiesa con premura pastorale. Anche quel buon parroco di quella piccola parrocchia aveva la sua “paolina spina nella carne” , probabilmente tollerata dal buon Dio perché il suo servo non montasse in superbia, ma piuttosto progredisse spedito nel suo cammino di santità.
Poche persone, che si contano sulle dita di neppure due mani, lo criticavano talvolta aspramente. Paramenti nuovi per la parrocchia, paliotti per l’altare, fiori per le feste, addobbi per le solennità? Soldi buttati, perché occorre essere poveri. Un organo a canne per la chiesa, per l’acquisto del quale, una volta lanciata la proposta, la comunità parrocchiale aveva racimolato i soldi necessari in appena quindici giorni? Una spesa folle ed inutile: gli antichi cristiani mica suonavano l’organo! La Veglia pasquale con canto gregoriano, un serio e curato repertorio di canti per l’assemblea, incenso e ceri, dieci chierichetti, organista e violinista in servizio? Semplicemente ridicola: mica siamo in una cattedrale!
Terminate le celebrazioni della Settimana Santa, quel buon parroco ed il nostro Manuel si vedono arrivare una di queste pecorelle che stenta particolarmente ad obbedire con docilità al suo mite pastore.
«Senti, Don, io te lo voglio proprio dire: questo gregoriano che ci propinate è brutto, ridicolo e noioso. Quest’organo ci sta annoiando tutti! I bambini si annoiano, gli adulti sbuffano. Io ho fatto per anni la scout, e ti posso assicurare che è lì che si impara la vera fede: poche cose, messe semplici, canti gioiosi con chitarra alla mano e via. E poi questa Veglia Pasquale è stata proprio qualcosa di ridicolo, con quel violinista che faceva “il Paganini” della situazione. La cosa più assurda è stato il canto del salmo, dopo la lettura dall’Esodo del passaggio del Mar Rosso. Mi spiegate perché avete cambiato la versione di quel canto? Nel ritornello c’era l’Alleluia: voi invece, c’avete infilato quel “Cantiamo al Signor” che non sapeva proprio di nulla».
Prendendo un attimo di tempo per far silenzio e non cedere alla prima tentazione di sbranare quella pecorella come farebbe un lupo inferocito, il parroco le spiega con tono mansueto e calmo, ma sensibilmente segnato dall’irritazione:
«Ascoltami. Io ho l’impressione che il tuo eccessivo amor proprio ti porti a non voler vedere le cose che contrastano con la tua formazione giovanile, nella quale forse qualcuno dei tuoi educatori ha commesso qualche errore di non poco conto.
I bambini si annoiano? Non mi sembra affatto! Anzi, gli studenti d’organo di questa parrocchia – che sono bambini! – aumentano sempre di più. C’è stato addirittura qualche bimbo di soli otto anni che ha chiesto ai genitori di poter andare da un insegnante di pianoforte perché da grande gli piacerebbe imparare a suonare bene l’organo come lo suonano qui in parrocchia. Quando abbiamo cantato lo Jesu dulcis memoria, gli occhi dei nostri bimbi erano sgranati nel guardare la liturgia: non un fiato, non un rumore, non uno scricchiolio di panche».
La donna interrompe il parroco con spocchia: «Queste sono fisime mentali tue e di fanatici come te! Per i bambini ci vuole ritmo, gioia, movimento!».
«Ah, sì?» ribatte il sacerdote, che inizia ad essere un tantino irritato nel tono della voce. «Perché invece è ben diverso, quando voi pretendete di suonare alla Messa i vostri canti con queste chitarre, eh? Si prega bene, vero? Ma fammi il piacere! E’ un chiacchiericcio continuo, una distrazione perpetua, un movimento ed una smania in questi piccini che, lo confesso, in più d’una occasione mi ha dato veramente fastidio. E questo come mai? Perché, per loro natura, l’organo, il canto gregoriano, il buon canto di popolo, la musica sacra crea il silenzio, il raccoglimento, l’adorazione, che anche i più piccoli percepiscono ed anzi ne sono incuriositi tanto che poi vengono a fare mille domande».
«Certo!» interrompe di nuovo la cinquantenne «perché ai bambini, qui, state a fare il lavaggio del cervello! Ma gli adulti si annoiano! Me l’hanno detto tutti!» proclama quella, trionfante e con un sorriso di sfida odioso stampato in faccia.
«Gli adulti si annoiano?» chiede il prete, inclinando leggermente il capo di lato, fissando negli occhi quella donna, con tono di voce divenuto improvvisamente ingenuo e con un risolino amabile disegnato sulle labbra. «Strano… vuol dire che quelli che si annoiano vengono a dirlo soltanto a te, perché io ho ricevuto solo ringraziamenti, complimenti per la cura liturgica e lettere, biglietti e e-mail che mi invitano a proseguire per questa strada che, bada bene, non mi invento io: esiste già da più di mille anni.
Ne vuoi un esempio? Per quel paliotto con la sua cornice che abbiamo collocato dappresso l’altare per renderlo più bello e solenne, noi non abbiamo dovuto spendere niente. Sai Perché? Un falegname delle nostre zone era per caso presente alla Messa del Corpus Domini che abbiamo celebrato qui. Terminata la Messa è venuto ad esprimermi la sua commozione per il servizio liturgico, la cura nella celebrazione, la bellezza dei canti, la tenerezza nel vedere i bambini che suonano l’organo e si aiutano l’un l’altro: a tal punto era commosso ed impressionato che ha voluto regalare alla parrocchia paliotto e cornice per l’altare. Evidentemente quest’adulto è uno dei molti che non si annoia col gregoriano e l’organo. Non sarà forse che tu trasferisci negli altri i tuoi pareri personali, senza neppure appurare se in effetti l’opinione altrui è ben diversa dalla tua?», chiede il parroco, sempre con tono fintamente ingenuo ed un sorriso beffardo sulle labbra.
«La Veglia pasquale è stata una buffonata! E’ stata ridicola!» sbraita la donna, con voce sempre più concitata.
«La Veglia Pasquale ridicola? Cara figlia mia, allora significa che per te e per quelli come te è ridicola la stessa Liturgia della Chiesa, così come i documenti ed il messale ci comandano di celebrare! Se tu nella tua coscienza di battezzata sei a posto, tanto meglio per te: mi chiedo solo cosa ci venite a fare, qua, tu e i pochi altri che la pensano come te. Il mondo è tanto grande che un posto a voi più confacente ci sarà di certo. Per quanto riguarda il cantico dal libro dell’Esodo, vorrei che fosse il mio organista a dartene spiegazione», conclude il parroco, indicando Manuel alla sua destra, con mano aperta.
Con grande calma, il giovane comincia:
«Signora mia, il canto che abbiamo eseguito, e che lei mi dimostra di conoscere, è frutto del lavoro di un noto compositore di canti liturgici della diocesi di Roma. Ora, questo compositore è anche sacerdote e, in quanto tale, conosce abbastanza la liturgia da sapere che, se la sua composizione si eseguisse alla Veglia Pasquale in loco del Cantico dell’Esodo (di cui ne riprende esattamente le parole), non sarebbe possibile cantare l’Alleluia contenuta nel ritornello responsoriale; infatti egli stesso in partitura ha indicato l’opzione “Cantiamo al Signor”, prevedendo la possibilità di eseguire quel canto nella notte di Pasqua. Tutto ciò per il fatto che il solenne canto dell’Alleluia non può essere anticipato ai salmi della Notte Santa di Pasqua, dopo che siamo stati privati di esso per tutta la Quaresima. Le letture di quella notte sono strutturate in un crescendo che comprende il canto del Gloria in Excelsis per poi culminare nel grande Salmo dell’Alleluia prima della proclamazione del Vangelo. Questo è il linguaggio mistagogico proprio della liturgia pasquale: introdurci dalle tenebre della notte e del sepolcro verso l’alba e la luce nuova della risurrezione del Cristo, che vince la morte. Già che ci sono, volevo approfittarne per rispondere a qualche altra sua osservazione».
L’atteggiamento della signora scout lì presente diventa sempre più insofferente; ma il nostro organista, che l’ha notato, non se ne cura affatto e prosegue:
«Lei ha detto che il canto gregoriano è brutto, ridicolo e noioso. Ha mai letto la Divina Commedia di Dante Alighieri?».
«Certo! Che domande…», risponde con tono di sprezzante sufficienza la signora, «io sono un insegnante! Lavoro nella scuola da anni!».
«Ottimo», riprende l’organista. «Dunque non le saranno certamente sfuggiti quei versi sparsi per l’ottavo canto del Purgatorio, dove il padre della lingua italiana dice:

Anime stanno sul verde e in sui fiori,
cantando Salve alla dolce Regina…
E intanto fissa…una dell’alme,
surta, che l’ascoltar chiede con mano…
Te lucis ante sì devotamente
le uscì di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente.

Ma guarda un po’! Dante parla proprio del canto gregoriano. Così pure Sant’Agostino, che aveva udito il canto degli inni nelle assemblee liturgiche della chiesa ambrosiana, scrive:

Quante lacrime sparsi, sentendomi abbracciare il cuore dalla soave melodia degli inni e dei cantici risuonanti nella tua Chiesa! Quelle melodie mi entravano per le orecchie e la verità si versava nel cuore e si destava la fiamma dell’affetto. E piangevo di consolazione.

Se gli inni e i cantici risonanti nella Chiesa strappavano lacrime ad Agostino, se la Salve Regina e le dolci note dell’inno di Sant’Ambrogio Te lucis ante terminum, nella sua semplice, casta e nobilissima melodia, facevano uscir di mente Dante, di quale potenza immensa è mai dotato il canto gregoriano? Non è convinta? Allora potremmo prestare attenzione al pensiero di validissimi musicisti!
Alfredo Casella disse che “Il canto gregoriano: quel meraviglioso tesoro melodico che la Chiesa Cattolica ereditò dai greci e che forma oggi la base essenziale della musica italiana rinascente”. Gianfrancesco Malipiero commentò: “Il canto gregoriano è la vera fonte di tutta la musica occidentale. Tutta la musica discende dal canto gregoriano. Il canto gregoriano è la chiave che apre tutte le porte che introducono alla musica, alla vera musica”. Il grande compositore francese Charles Gounod lasciò scritto nel suo testamento che, per i suoi funerali, non voleva altra musica all’infuori di quella liturgica gregoriana. La stessa volontà è stata espressa da Lorenzo Perosi, maestro della Cappella Sistina, da altri musicisti e perfino da non musicisti, come Mobutu, il presidente del Congo. Per non parlare di Mozart, che disse più volte quanto avrebbe volentieri dato tutta la sua musica in cambio della gloria di aver composto la melodia gregoriana del Prefazio della Messa ».
«Gente vecchia, morta e sepolta! Sai a chi importa di ’sta gente stantia e putrefatta da secoli! A te piace solo la gente morta!» sentenzia con aria di sufficienza la donna.
Cercando di trattenersi dall’impulso di sbranarla sui due piedi, Manuel chiede con cortesia:
«Mi dica? Le piace Mina, la cantante?».
«Oh, finalmente rammenti una persona viva!» replica con tono di scherno la signora.
«Bene!» prosegue Manuel. «Allora lei saprà anche che Mina ha inciso il Veni Creator Spiritus e l’Omni Die per il suo album di musica sacra “Dalla terra” con arrangiamento e direzione orchestrale di Gianni Ferrio e la partecipazione della Schola Gregoriana del Duomo di Cremona, per la direzione di Massimo Lattanzi: un album che ha ottenuto recensioni estremamente positive da parte della critica italiana, tra l’altro per la scelta inusuale e anticommerciale, apprezzando la voce e l’interpretazione di Mina che, messa da parte la sua esperienza nel campo della musica “leggera”, ha voluto dedicarsi con questo album alla sfera spirituale. Evidentemente, neppure per una grande e famosa cantante come Mina il canto gregoriano è brutto, noioso e ridicolo».
Quell’insegnante dalla discutibile formazione è stranamente ammutolita. Manuel coglie la palla al balzo e sferra la stoccata:
«Sa cosa sono arrivato a capire, in questi non pochi anni in cui ho studiato musica e l’ho praticata nelle liturgie degli ambienti parrocchiali, signora mia? Che sono le persone non solo musicalmente ignoranti (il che non è una colpa), ma anche immensamente arroganti, superbe e profondamente ideologizzate dalle correnti sessantottine come lei, a non esser capaci di riconoscere la vera arte e la vera bellezza, quando capitano loro davanti. Siete persone cieche, che pretendono di esser guide di ciechi e che, quando si trovano ad avere a che fare con bravi preti fedeli alla Chiesa e al suo magistero, con musicisti che hanno sulle spalle anni di studi, con bimbi che nella loro innocenza riconoscono la bellezza con disarmante naturalezza, con adulti di buona volontà che desiderano il bello ed il buono per la loro parrocchia, vi comportate talmente da ignoranti per giunta incattiviti, che non solo non fate nulla, ma impedite anche a chi lo vuole di fare il bene del popolo di Dio! Avete un tale odio per la dottrina cattolica e l’autorità sacra della gerarchia che neanche riuscite a rendervene conto, tanto vi è entrato nelle ossa! Nessuno di voi in chiesa si inginocchia quando Cristo là, sull’altare, muore per noi! Anzi, c’è chi di voi si siede per terra a gambe incrociate quasi fosse ad una scampagnata o ad un pic-nic, invece che all’attuazione sacramentale degli eventi che operano la nostra salvezza e all’anticipazione in terra delle realtà celesti!».
«Ma come ti permetti, spocchioso giovinastro che non sei altro?» sbotta la signora. «Io sono stata negli scout per anni! La fede l’ho imparata, eccome!».
«Cara la mia scout» apostrofa Manuel, tirando le labbra in un sorriso di scherno, e con tono di voce fattosi leggermente nasale e da “presa di per i fondelli”, «nei boy-scout si imparerebbe la vera fede? Può essere, non lo metto in dubbio, anzi: ci credo. Io stesso suono di frequente per un gruppo scout che addirittura celebra la Messa in Latino, secondo il Motu Proprio Summorum Pontificum. Ho inoltre vari amici di penna che fanno parte di gruppi scout ottimi, dove la buona dottrina è trasmessa ai giovani, e dove gli organisti e gli amanti della musica non mancano. Ma lasci che le racconti un aneddoto.
Tempo fa ero ospite presso un convento di frati minori, in un’altra regione d’Italia. Presso la foresteria di quel convento erano alloggiati anche alcuni boy-scout col loro cappellano, scout anch’esso. Un pomeriggio mi affaccio dalla finestra del corridoio e vedo questi “grandi cattolici praticanti” seduti per terra, a gambe incrociate, col loro cappellano, in divisa scout, il cappello in testa ed una piccolissima stola da kit da campo sulle spalle. Davanti al prete, c’era una cassetta da frutta, come quelle dei mercati rionali, rovesciata, con su sopra un fazzoletto bianco, una candela accesa, un piccolo calice con patena, una piccola pisside con le particole.
Vado di corsa a chiamare il padre guardiano.
“Che c’è, figliolo?”, mi chiede.
“Padre, si affacci dalla finestra nel corridoio e guardi nel cortile, qui sotto”, gli dico.
Il frate si affaccia, sgrana gli occhi, si gira verso di me e mi chiede, sgomento:
“Ma cosa stanno facendo?”.
“Ho l’impressione che stiano celebrando la Messa, padre”, gli rispondo, con voce pacata.
“Cosa? Ma siamo matti?”, sbotta il sant’uomo, precipitandosi per le scale che immettono nel cortile.
Si avvicina a passo sostenuto al gruppetto, picchietta sulla spalla del cappellano, anch’esso seduto all’indiana per terra, e gli domanda:
“Scusate: cosa state facendo?”.
“Non vede, padre? Stiamo celebrando la Messa”, risponde il cappellano.
“Ah”, replica il guardiano; poi soggiunge:
“A che punto siete?”
“Stavo tenendo l’omelia”, spiega il prete.
“Quindi non avete ancora consacrato, giusto?”, si informa il frate.
“No, naturalmente, padre”, risponde il cappellano.
A quel punto, il padre guardiano del convento sferra un calcio a quella cassetta di frutta e la fa volare a qualche metro di distanza; quindi afferra per una spalla il cappellano, lo costringe ad alzarsi e lo ammonisce, in tono molto severo e perentorio:
“Mi ascolti bene. Abbiamo qui alle sue spalle una bella chiesa, con l’altare consacrato, i paramenti, i vasi sacri e tutto quel che occorre per celebrare la Messa come Dio e la Sua Chiesa comandano. Se volete celebrare, sono ben lieto di ospitarvi; se vi ostinate a voler fare scempi di tal genere, andare a raccogliere tutte le vostre carabattole, fate fagotto ed andatevene, perché io non tollero gente che compie tali atrocità sacrileghe nel mio convento!”.
Mi dica, signora: è per caso questa, la fede spontanea, semplice, gioiosa alla quale lei e quelli come lei siete stati educati?», conclude l’organista, con un sorrisetto sulle labbra che dà tutta l’impressione di voler sfottere a più non posso la sua, ormai paonazza, interlocutrice.
La donna, schiumante di rabbia, gira sui tacchi e se ne va, ovviamente con passo altezzoso, senza degnare neppure d’uno sguardo (figuriamoci d’una genuflessione) il tabernacolo e sbattendosi pure alle spalle la porta di chiesa.
Qualche giorno dopo, una persona incaricata delle pulizie della chiesa parrocchiale e della gestione e custodia degli ambienti della canonica, vicina per parentela e simpatia a questa cara educatrice scout di preclara dottrina cattolica, entra in sacrestia mentre il parroco sta spogliandosi dei sacri paramenti dopo aver celebrato la Messa feriale e, senza troppi complimenti, gli scaraventa sul bancone la copia delle chiavi della chiesa e della canonica.
«Queste sono le tue chiavi. Tienitele, che io me ne vado in vacanza per l’estate! D’ora in poi le pulizie fattele da solo!», dice con alterigia questa “mite” pecorella a quel pastore che il buon Dio aveva voluto darle.
«Va bene. Vorrà dire che le darò a qualcun altro che mi possa aiutare», risponde il parroco, col suo solito tono mansueto ed accogliente.
E la pecorella, per tutta risposta, senza neanche guardarlo in viso, senza salutarlo e voltandogli già le spalle per prendere la porta ed andarsene, taglia corto, con un secco e stizzito:
«Fa’ come ti pare».

Quella stessa sera, mentre il sacerdote è di fronte ad una pizza col suo organista, dopo avergli raccontato l’episodio, aggiunge:
«Lo sai, figlio mio, cos’è che mi rincresce?».
«Cosa?», risponde Manuel, infilandosi in bocca la forchetta con su un boccone fumante di pizza ai formaggi.
«La durezza del cuore di queste persone, che non accettano di voler ragionare, approfondire, riflettere e capire la bellezza e la preziosità del far bene tutto per il maggior vantaggio delle anime e la maggior gloria di Dio».
Il musicista fa cenno affermativo con la testa, mentre sta deglutendo il boccone.
«Vedi», prosegue quel buon prete, «se viene da me una donna, una ragazza, un’adolescente che mi dice di aver fatto la prostituta con cento e più individui, ma ora vi è da parte di questa persona il pentimento e la voglia di aprirsi all’amore e alla volontà di Dio, io non batto ciglio, assolvo questa persona, le do immediatamente la comunione e ci aggiungo una mia carezza personale. Ma il peccato che commette la gente che io e te abbiamo conosciuto, è un peccato ben più grave, lo sai? E’ un peccato contro lo Spirito Santo, è peccato d’impenitenza, di perseveranza nell’errore, addirittura di rifiuto della verità rivelata. Per questo peccato non può esserci perdono, perché una persona del genere che venisse al mio confessionale non potrebbe portarmi la materia alla quale io possa aggiungere le parole del Signore ed amministrargli il Sacramento del Perdono: non mi porta le sue lacrime di dolore, non mi consegna il pentimento per i peccati commessi, non l’umiltà di chi vuole ascoltare, non il desiderio di ravvedersi dalla propria condotta .
Rammenti quel che Gesù ci ha detto? “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli!”
A volte penso che sia proprio per casi come questi, che il Signore ha voluto donarci tale insegnamento».

ANNA MAGDALENA WILCKE: PER 28 ANNI AL FIANCO DI BACH

(Un articolo di CAROLINE BECKER – 26 Febbraio 2016)

Anna Magdalena, tanto schiva quanto affettuosa. Seconda moglie di Johann Sebastian Bach, al quale diede 13 figli, fu per 28 anni l’ammirevole compagna del genio. Non sappiamo molto di lei, nonostante questo è molto amata dai melomani.

Crederemmo all’autobiografia di finzione scritta nel XX secolo La piccola cronaca di Anna Magdalena Bach, che la immagina mentre racconta la storia del marito, ci avvicina a lei e ci permette di vederla come l’essere in carne e ossa che è stata?

Probabilmente ci piacerebbe pensare che la vita dei Bach sia stata simile a quella del racconto: una vita familiare piena di gioie, di tristezze, di figli, d’amore. Un’autentica “colombaia”, come diceva suo figlio, in cui si mescolavano amici, studenti, musicisti di passaggio e ammiratori, ma soprattutto una vita di musica e di fede profonda… Soli Deo Gloria, come Bach amava scrivere per firmare le sue partiture.

Un volto dipinto mai trovato…

Anna Magdalena è colei che, senza volerlo, ha eclissato dalla nostra mente la prima moglie di Bach, sua cugina Maria Barbara, con la quale ha avuto sette figli durante i 12 anni di vita in comune, prima della sua morte improvvisa nel 1720.

Il volto di Anna ci rimane sconosciuto, e il suo ritratto non è mai stato recuperato. L’unica traccia reale che abbiamo è il piccolo libro di musica creato nel 1722 dal marito proprio per lei, una specie di diario che non ci mostra nulla della sua persona, ma che ci permette di capire tutto l’affetto che Bach nutriva per la moglie, di quindici anni più giovane di lui. Il quaderno include piccole composizioni scritte appositamente per lei e che le permettevano di esercitarsi al clavicembalo.

Un secondo quaderno di musica è stato scoperto nel 1725, e vi si trovano alcuni brani per pianoforte, dei passi copiati da altri compositori e anche melodie cantate, visto che Anna era musicista e aveva una bella voce.

Tra le canzoni ritrovate, c’è una breve ma splendida melodia di Gottfried Heinrich Stölzel, Bist du bei mir (per molto tempo attribuita erroneamente a Bach), una specie di piccolo messaggio che i coniugi sembravano inviarsi a vicenda: “Se stai con me, andrò con gioia verso la morte e il mio riposo. Ah! La mia fine sarebbe felice se fossero le tue belle mani a chiudere i miei occhi fedeli”.

Anche se gli storici e i musicologi hanno scritto numerose opere su Bach e la sua musica, pochi si sono soffermati ad approfondire il suo contesto familiare. Fa eccezione Philippe Lesage, germanista e appassionato di storia antica che ha pubblicato un libro intitolato Anna Magdalena et l’entourage féminin de J-S Bach (Anna Magdalena e la cerchia femminile di J.S. Bach), un lavoro notevole in cui l’autore, con grande rigore scientifico, è riuscito a raccogliere minuscoli frammenti di storia che ci permettono di scoprire un po’ meglio l’enigmatica figura di Anna Magdalena.

Una fede incrollabile in Dio

Come ha vissuto Anna questa vita dedicata interamente alla musica? Nessuno lo sa, ma si può immaginare facilmente la coppia mentre si godeva dei piaceri semplici, mostrandosi forte di fronte alle avversità e condividendo la passione per la musica che ha segnato il ritmo di ogni tappa della sua vita.

Come il marito, Anna possedeva una fede incrollabile in Dio. Il suo piccolo quaderno di musica le ha permesso di scoprire molte corali liturgiche, come esercizi di pietà domestici, del tipo che si praticava nel XVIII secolo nei Paesi germanici. Visto che la fede di Bach era parte integrante della sua vita, è questo il prisma essenziale in base al quale bisogna intendere la musica del compositore.

Attraverso la sua musica, Bach trasporta i nostri sensi alle porte dell’eternità, ci fa intravedere un pezzetto di paradiso, ci dà speranza e soprattutto ci invita a credere. Come diceva di lui lo scrittore Julien Green, “parla una lingua che si rivolge alle profondità dell’anima, una lingua che fa credere”.

Un’opera immensa ed eterna che il filosofo Emil Cioran riassumeva con questa frase: “Se c’è qualcuno che deve tutto a Bach è senz’altro Dio”.

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FONTE: aleteia.org

Conosci la donna che è stata per 28 anni la musa di Bach?

Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Quinta Parte)

Commento di Margherita Nannoni

IN QUESTA QUINTA PARTE:

  • Bach e il concorso di Amburgo (Margherita Nannoni e Alessio Cervelli)
  • Fuga G – moll BWV 542 (Organo Buerkle – Chiesa di S. Bartolomeo ad Ulignano)

Da dove cominciare?
Creiamo un’immagine, direi.
Un uomo (Bach) che si trova ad affrontare l’ennesima batosta della vita: tornare a casa e trovare la sua amata moglie (Maria Barbara) già morta e sepolta.
Voi che cosa pensereste? Molto probabilmente le domande che verrebbero in mente alla maggior parte di noi sarebbero: “perché a me?” e “cosa ho sbagliato?”.
In realtà possono anche essere domande legittime da parte di una persona che ha appena perso l’amore della sua vita, che ha perso un pezzo importante di sé, ma che nel corso di questa vita ha cercato di fare sempre del suo meglio cercando di mettersi completamente a servizio del Signore e provando a dare tutto ciò che poteva dare col lavoro delle proprie mani e della propria arte.

Ma guardiamo invece Bach.
Certo non pensiamo che lui non si sia disperato e che anzi abbia appreso la notizia di quanto era accaduto in sua assenza con estrema serenità (era uomo anche lui, e il dolore che provò fu enorme); ma Johann Sebastian non si butta giù, non getta tutto al vento. Prende in mano il suo amore per la moglie, lo unisce alla sua fede in Dio e cerca di dare un significato a tutto questo, a tutte le batoste, a tutto il dolore e anche un po’ alla propria esistenza.
Bach prende l’amore che lui provava per la moglie insieme al ricordo dell’amore che la moglie provava per lui, lo getta nell’amore che il Signore prova per noi uomini e lo trasforma in un grido di aiuto, in una richiesta di certezze, ma alla fine anche in un canto di lode, una lode per tutto quello che è la vita e che essa dà, per l’amore che il Signore ha in serbo per noi e che non ci trasmette soltanto, come si può dire, “spiritualmente”, ma che ha riversato su di noi concretamente: dalla croce del Suo Figlio sino al metterci accanto persone che darebbero la loro vita per noi, che piano piano diventano parte di noi e che, unite alla nostra persona, vanno oltre la morte e riescono a creare qualcosa di più: una storia sacra.

“E quando muoiono?”, vi starete chiedendo. “Non abbiamo risolto la questione! Bach doveva arrabbiarsi, forse aveva pure il diritto di smettere di fare ciò che stava facendo, di credere in ciò in cui credeva”.
Invece no, vi dico: non lo fa. Perché Bach, con questo suo GRIDO, non solo vuole comunicare che quel “pezzettino bruciante” di Dio vive ancora in lui, e quindi in ciascuno di noi, ma vuole anche che questo suo pezzettino sia visibile a tutti e che risplenda insieme a tutti gli altri pezzettini che fanno parte dell’enorme puzzle dell’amore di Dio.
Così facendo Bach porta la sua fede e il suo amore per Maria Barbara ad un livello diverso, immerge la sua vita proprio in questi due amori in modo che possano guidarlo e portare luce in tutti i momenti bui che gli si sono presentati e che sicuramente gli si presenteranno ancora. Solo così Maria Barbara sarà sempre con lui, anche quando nella vita di Johann Sebastian arriverà la consolazione dell’incontro con Anna Magdalena, una seconda moglie, fedele, affezionata tanto a lui quanto ai figli che Bach aveva avuto appunto dall’amata Maria Barbara. La preghiera in musica che Johann Sebastian dà l’impressione d’innalzare ad Amburgo, allora, ci pare proprio venir ascoltata nel dono di un amore nuziale che non cancella il precedente, ma che vi si aggiunge. Perché alla fine l’amore, quando è vero, è un po’ come l’energia: si trasforma, ma non si distrugge.

“La tua sinistra sotto la mia testa,
abbracciami con la tua destra.
Non risvegliate, non risvegliate
il mio amore, se non ne ha voglia.
Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
perché forte come la morte
è l’amore”.

(Cantico dei Cantici, II, 6. 7b; VIII, 6)

BELLEZZA NELLA LITURGIA: PRIMA TUTTO BENE, OGGI TUTTO MALE?

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La bellezza salverà il mondo” – Convegno sulla bellezza nella Liturgia – Roma – 12 giugno 2014 – Intervento di Alessio Cervelli

Vorrei iniziare questo mio breve intervento con l’esprimere quanto io sia grato e sorpreso a un tempo del trovarmi qui.
Non è infatti prassi consueta l’invitare ad un convegno che si tiene nella Città Eterna un umile organista liturgico, titolare dell’organo di una piccola parrocchia di campagna, qual è la Chiesa di San Bartolomeo ad Ulignano.
Dunque, ho pensato di aprire il mio contributo col darvi lettura di uno scritto del quale, per ora, vi celo sia l’autore sia il periodo.

Non c’è cosa che faccia capire di più agli uomini se le Chiese sono mal guidate e mal governate dai Vescovi, quanto il vedere i Sacerdoti celebrare le sacre funzioni facendole male, oppure omettendo i gesti liturgici, portando paramenti indecenti, o non adatti assolutamente alla sacerdotale dignità, eseguendo ogni cosa con fretta e sciatteria. Queste cose cadono sotto gli sguardi di tutti (…) Scandalizzano specialmente coloro che provengono da territori dove i Sacerdoti portano abiti convenienti, e celebrano la Messa con la dovuta devozione. Il Cardinale Bellarmino, non senza lacrime si lamentava: “È pure causa di grande pianto che i sacrosanti Misteri siano trattati in modo così indecoroso, per l’incuria e l’empietà di alcuni Sacerdoti. Costoro che così fanno dimostrano di non credere che la Maestà del Signore è presente. Così alcuni celebrano Messa senza spirito, senza affetto, senza timore e tremore, con una precipitazione incredibile! Agiscono come se non credessero alla presenza di Cristo Signore, e come se non credessero che Cristo Signore li vede. (…) So che vi sono, nella Chiesa di Dio, molti ottimi e religiosissimi Sacerdoti, che celebrano i Divini Misteri con cuore puro, e con paramenti pulitissimi. Per questo tutti devono render grazie a Dio. Ma anche ve ne sono che fanno davvero piangere di disperazione, e non sono pochi, la cui sporcizia esteriore manifesta le turpitudini e l’impurità della loro anima”.

Sinceramente, appena lessi questo testo, mi chiesi: quando è stata messa per iscritto questa sacrosanta e – ahinoi – attualissima verità? Fine anni ’90? Prima decade del 2000?
No, niente di tutto ciò.
Quella che abbiamo ascoltato è la conclusione della Lettera Enciclica Annus Qui nunc di Papa Benedetto XIV, scritta nientemeno che nel 1749, alla vigilia di un anno giubilare. In questo documento del magistero troviamo il papa impegnato a redarguire alquanto animosamente i vescovi e i loro presbiteri circa le gravi mancanze che abitualmente si commettevano nella Chiesa, nei tempi in cui egli ne era il supremo pastore, in particolare circa tre ambiti:
1 – La pulizia ed il decoro delle chiese, dei paramenti, dei sacri arredi;
2 – La celebrazione delle Ore Canoniche;
3 – La musica sacra (canto ecclesiastico e suono dell’organo).
Il Papa non si trattiene dal riferire eventi deplorevoli, che si verificavano in varie diocesi, compresa quella dove, a suo tempo, era stato vescovo Antonio Michele Ghislieri, oggi a noi noto e caro ai nostri cuori col nome di San Pio V. Durante la Settimana Santa, nelle chiese si tenevano concerti talmente sontuosi e con musiche così spettacolari e sensuali che non solo distoglievano i fedeli dalle giusta disposizione d’animo per meditare con frutto la Passione del Signore Crocifisso, ma addirittura eccitavano al punto di indurre a varie forme di peccato legato al piacere dei sensi (gola e lussuria in primis).

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Facciamo un salto di un paio di secoli.
Nicola II Romanov, zar di tutte le Russie, venne a Racconigi in visita di stato nel 1909. Pur avendo al suo seguito un vescovo metropolita, aveva espresso il desiderio di assistere alla celebrazione della Santa Messa presso il Santuario Reale di Santa Maria delle Grazie, una chiesa naturalmente cattolica. L’arcivescovo di Torino, il cardinale Agostino Richelmy viene informato della cosa, si affretta a raggiungere lo zar a Racconigi e domanda al sovrano il motivo della sua richiesta. Nicola II gli risponde che la Messa della Chiesa di Roma è più antica e veneranda della Messa di rito orientale, indubbia creazione di grandi e santi padri della chiesa, ma non degli Apostoli; e che della liturgia latina gli ortodossi ammiravano la sobria asciuttezza, tanto da essere proverbiale presso di loro(1). Ben diverse, invece, erano le testimonianze circa le Messe pontificali latine che giungevano a Roma, nei sacri palazzi: Messe di vescovi il cui solo canto del Gloria in excelsis si protraeva per oltre un’ora; cardinali primati che, dopo mezz’ora di contrappunto da parte del coro sul testo del Credo laddove dice: e il Suo Regno non avrà fine, si toglievano di testa la mitra, scendevano dalla cattedra, andavano dal maestro del coro, gli picchiettavano sulla spalla e, in tono tanto perentorio quanto ironico, intimavano: “No, no, è bene che abbia fine, perché altrimenti qui ci facciamo notte!”.
A cosa ci servono episodi di questo genere?
Paradossalmente a spronarci ad alimentare la sana virtù teologale della speranza cristiana e a rassicurare un pochino i nostri cuori, pur mossi da una santa inquietudine verso il degrado attuale della Liturgia. Quanto ha ragione il libro del Qoélet nel ripetere più e più volte che non c’è niente di nuovo sotto il sole! In altre parole, non è intellettualmente corretto ragionare in termini come: “oggi tutto va male, mentre ieri tutto andava bene”.
La Annus qui nunc è la prova lampante che nei secoli passati, prima dell’ultimo concilio, c’è stato addirittura bisogno di un atto del magistero, di un intervento del papa, per richiamare i vescovi e i chierici alle buone norme basilari della pulizia, del decoro, della diligenza dei canonici e dei religiosi nella celebrazione della Liturgia delle Ore, di una più profondamente liturgica percezione del canto, del suono dell’organo e della musica sacra.
Episodi come quelli descritti, caratterizzati da esagerazioni o da cattivo gusto nella musica sacra, poi, costituiscono una parte della nostra storia liturgica, fino a tempi recenti, immediatamente precedenti le riforme operate in ambito liturgico dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Da un lato abbiamo grandi personalità dell’oriente cristiano che elogiavano la sobrietà del rito latino; dall’altro l’eccessivo fasto musicale che rendeva estenuanti le Messe pontificali, mentre un gusto scelleratamente profano corrompeva la musica dell’organo, trasformando la chiesa in un teatro.
Ottima risposta a tutto questo fu il Motu Proprio “Tra le Sollecitudini” del Santo Papa Pio X: certamente, col senno di poi, possiamo sollevare qualche perplessità e qualche critica circa la riforma dell’organo mutuata dal movimento ceciliano, certi interventi discutibili sugli organi nelle chiesa, sui repertori di canto, ecc. Tuttavia, gran parte dei risultati ottenuti furono positivi e spiritualmente proficui.
Come mai?
La risposta è semplice: perché siamo di fronte ad un caso di “magistero applicato”. Se leggessimo alcuni passaggi della Costituzione Sacrosanctum Concilium, cosa dovremmo dire?

Cap VI, § 116 – La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica.

Lo stiamo facendo?…

Cap VI, § 115 – Si curi molto la formazione e la pratica musicale nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche. Per raggiungere questa formazione si abbia cura di preparare i maestri destinati all’insegnamento della musica sacra. Si raccomanda, inoltre, dove è possibile, l’erezione di istituti superiori di musica sacra. Ai musicisti, ai cantori e in primo luogo ai fanciulli si dia anche una vera formazione liturgica.

Lo stiamo facendo?…

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Quante ore di insegnamento musicale troviamo nei seminari, oggi?
Quante diocesi possono gloriarsi di possedere istituti di Musica Sacra degni di questo nome, cioè adatti a formare i futuri musicisti di Chiesa? Anche perché – mi si permetta una piccola pennellata polemica – che prospettiva hanno davanti a sé quei giovani che sentono in cuore la vocazione di servire Cristo con la musica sacra? Quella di morire di fame, dato che, se per caso si azzardassero a chiedere un minimo di retribuzione ai rettori delle chiese per il proprio servizio musicale, verrebbero squadrati da capo a piedi e quasi additati come simoniaci! Dunque, è meglio lasciar spazio a dei bravi ragazzi chitarristi, i quali nel 90% dei casi non sanno neppure come si legge un rigo in chiave di violino, non hanno idea di come di concatenino gli accordi secondo le basi più semplici dell’armonia, ma va bene così perché, poverini, fanno quello che possono, e per puro volontariato, a gloria di Dio …
Ma ne siamo sicuri?
Provate a dire a quei volenterosi chitarristi che, siccome c’è un organista, allora è opportuno che suoni lui secondo quanto prescrive il Vaticano II, e che dunque sarebbe opportuno che loro si rendessero disponibili in altro modo, magari studiando come cantori i canti da fare con l’organista.
Sapete cosa succederebbe?
Tempo un mese – ma sto largo – e questi giovanotti manco andrebbero più in chiesa e, qualora ci andassero, lo farebbero perché hanno trovato un’altra parrocchia dove esibirsi nel loro spettacolino di “pianobar domenicale”. Questo perché non hanno la più pallida idea di cosa sia la Santa Messa, di cosa sia il Santo Sacrificio della Croce, la Presenza Reale e Sostanziale del Signore, e dunque in che cosa realmente consista il suonare nella Sacra Liturgia: l’adorazione di Dio. Nella Santa Messa stiamo infatti contemplando l’atto supremo dell’amore di Dio per noi. Quindi, di fronte al mistero della morte del Signore, che certo è morte gloriosa, ogni gaiosità festaiola è fuori luogo: l’atteggiamento opportuno è quello di chi si lascia commuovere dall’abisso dell’amore di Dio, e lo adora (adoratio, cioè “contatto bocca a bocca” “bacio” “abbraccio”; se ci pensiamo bene è quello che avviene alla Santa Comunione, quando cioè tocchiamo con le labbra e con la bocca lo stesso Signore Gesù Cristo, ricevendolo in noi). Nessuno di questi giovani “adora”; nessuno si inginocchia al canone della consacrazione, nessuno fa una genuflessione verso il tabernacolo. In definitiva, non hanno la più pallida idea di cosa ci stanno venendo a fare, in chiesa. E, in buona parte, non possiamo dar loro la colpa di questa ignoranza: altri dovrebbero in coscienza battersi il petto nel mea culpa, coloro cioè che hanno avuto la responsabilità della mancata formazione di questi ragazzi.

Nella mia miserrima e marginale esperienza di organista liturgico, quando ho fatto ascoltare e studiare organo ai bambini pre-adolescenti e agli adolescenti, quando ho spiegato e fatto cantare ad un gruppo di giovani e di adulti gli inni gregoriani, quando ho provato a far studiare una polifonia semplice e spigliata di Giovanni Carlo Maria Clari … ecco gli occhi che brillano, sorrisi che arrivano alle orecchie, i fanciulli del catechismo che assistono rapiti alla messa domenicale, giovanotti volenterosi che si accostano all’organista per studiare seriamente musica.
E alla base di tutto? Un buon insegnamento di catechismo minimo sui sacramenti e di comprensione del linguaggio liturgico.
Il risultato che più ha sorpreso me ed il mio parroco, sapete qual è stato?
Bambini di tredici, quattordici, quindici anni che, dopo aver sentito uno Jesu dulcis Memoria, un Kyrie de Angelis, una pagina di Bach o di Zipoli, vengono tutti infervorati e chiedono al parroco: “Don, ma come mai la Messa non la possiamo fare tutta in latino, e rivolti verso la croce, anziché verso la gente? Lo senti quanto è bello il latino quando si prega e com’è bello essere tutti rivolti verso Gesù?”. Non c’è stato bisogno di dir niente per influenzare il pensiero di questi piccoli: abbiamo solo dato loro la possibilità di vedere, per di più nel Novus Ordo, non nel Rito Antico. E, una volta visto che c’è molto di meglio, nel mondo della liturgia, indietro verso “chitarre grattugiate” e canzonette alla buona non vogliono tornare nemmeno per sogno! Davvero dalla bocca dei bambini e dei giovinetti esce sempre la verità, perché loro non hanno né ideologie né paraocchi o preconcetti nel cuore e nella mente.
C’è chi parla oggi del bisogno di fare un Concilio Vaticano III … Ora, senza entrare nel merito di critica esegetica dei documenti conciliari, mi permetto appena di osservare: vogliamo fare un Vaticano III senza aver ancora applicato il precedente, a partire dalla sua prima costituzione, cioè quella liturgica?
Preoccupiamoci piuttosto di non cadere nella tristezza, nell’amarezza, nello scoraggiamento, nell’ideologia: tiriamoci su le maniche, e facciamo quel che il Santo Padre Benedetto XVI, disse nella sua ultima omelia da cardinale, prima della sua elezione al Soglio di Pietro:

Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore(2).

Bella musica, degna di Dio.
Bei paramenti, degni dell’Altissimo.
Belle chiese, degne del Santo Sacrificio della Messa e dei divini misteri.
Bella Liturgia, all’altezza dei bisogni delle anime.

Bellezza, bellezza, dunque!
Certo, i paramenti diventano lisi, oppure vengono trascurati, e prima o poi vanno perduti; molte chiese, specie se abbandonate, crollano, gli affreschi si rovinano, gli arredi sacri deperiscono; moltissimi organi, nella storia dell’organaria, sono andati distrutti per calamità, incendi, sciagurate manomissioni oppure perché lasciati morire nella dimenticanza. Questa è la sorte della parte più materiale di questi “gesti di storia liturgica e di arte sacra”.
Ma se nel paramento, nell’edificio della chiesa, negli arredi, negli organi viene riposto e, per così dire, “infuso” il desiderio di testimoniare Dio e di donarlo alle anime, tutto cambia, anche se poi, nel tempo, l’oggetto materiale andasse perduto. E’ questo quello che le genti chiedono (più o meno consapevolmente … ma lo chiedono!) per la propria fame più profonda, quella del cuore: bellezza per alimentare l’anima e sorreggerla nel cammino terreno … altrimenti ci si perde, si smarrisce la via.
Che il Signore ci ispiri e ci conceda, col Suo aiuto, di dare alle anime ciò di cui esse hanno un disperato bisogno: quel gesto “bello e vero” capace di toccare il cuore e di aprirlo alla gioia del Signore. Di tante cose che ciascuno di noi potrebbe fare nella propria vita, ecco: queste sole saranno quelle “belle cose” che, come disse l’allora Cardinale Ratzinger, rimarranno per l’eternità.

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NOTE

(1) Da sempre gli orientali indicavano come la “Divina Liturgia del Santo Apostolo Pietro” il Rito della Messa in uso nella Chiesa Cattolica fino al 1965. Perfino grandi mistici dell’Oriente Cristiano come Giovanni di Kronstadt, Ignazio Brjancaninov e Silvano Aghiorita, pur non essendo così conformi al primato del Papa, tuttavia elogiavano il Rito Latino, nel quale a loro dire si era conserva l’antica eleganza apostolica dei primissimi secoli, una bellezza scevra da quella garrulità che spesso caratterizza il culto greco-bizantino e tutte le liturgie con esso imparentate.

(2) Cardinale Joseph Ratzinger, Omelia Missa pro eligendo Romano Pontifice, Patriarcale Basilica di San Pietro (Roma) Lunedì 18 aprile 2005.

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QUINTA NOVELLA – UN PICCOLO ALLIEVO CHE “TRA DUE MESI VA IN GERMANIA”

Una domenica mattina, terminato il servizio alla Santa Messa festiva in quella parrocchia di cui Manuel è diventato organista, gli si avvicina una simpatica signora, nell’età dei quaranta. Subito il giovane le sorride e cerca di metterla a suo agio: “Chissà perché”, pensa pure stavolta tra sé, “la gente si trova in imbarazzo ad avvicinarmi per rivolgermi parola… Suono l’organo alla Messa, non sono mica il papa!”.
Vinta questa sorta di timidezza iniziale, la signora finalmente rivela il motivo della sua visita al musicista:
«So che lei, maestro, ha già qualche allievo tra i bambini della parrocchia; i genitori mi hanno detto che i loro figli si trovano stupendamente a studiare musica con lei, perché ridono, scherzano, si divertono; eppure imparano un po’ di musica, conoscono i compositori come persone, approfondiscono il catechismo, tanto che in un paio di occasioni hanno pure tacciato di ignoranza qualche loro catechista…».
Manuel le fa un cenno con la mano e con un dolce sorriso:
«Abbia pazienza se la interrompo, signora: guardi, qui di maestri c’è soltanto Colui che è stato inchiodato alla croce per la salvezza nostra. Mi dia del tu e, per carità, non mi chiami maestro!». Subentrato così questo clima di confidenza reciproca, la donna confida al musicista di essere la madre di uno dei chierichetti della parrocchia; il bimbo, di undici anni, da tempo guarda i suoi compagni che hanno intrapreso gli studi d’organo e già suonano piccoli pezzi ed interventi alla Messa; ora anche il giovanetto vorrebbe provare ad avvicinarsi al mondo della musica.
«Però, c’è una cosa che devi sapere», dice quella mamma all’organista. «Tra un paio di mesi ci trasferiremo in Germania, per motivi di lavoro. Non so, allora, se sia il caso di perderci tempo…».
Il nostro amico non ha dubbi e, senza un secondo d’esitazione, risponde: «Non ti preoccupare: non m’importa quel che riuscirà ad imparare il piccolo. Da parte mia cercherò di dargli tutto ciò che mi è possibile in questo tempo che abbiamo a disposizione; per il seguito, ci penserà la Provvidenza. Per me è già una grazia poter introdurre un altro bimbo nel mondo dell’organo e della preghiera liturgica. Si comincia martedì prossimo!».

Le lezioni d’organo, in quella piccola parrocchia di campagna, si avvicendano nel ritmo di due a settimana, e sono sempre “comunitarie”: un giovane allievo non si trova mai da solo, ma sempre coi compagni di servizio alla Messa e di catechismo.
Sono, queste, occasioni stupende per creare confronti vivaci e coltivare la sensibilità del vivere e crescere con gli altri, mediante lo sviluppo di un bel rapporto di amicizia. Qualcosa che salta subito agli occhi del popolo che partecipa alle liturgie, quando uno degli allievi suona un piccolo brano, il ritornello di un salmo, un atto penitenziale: accanto a lui c’è sempre un compagno che lo aiuta col cambio dei registri. Aiutandosi, i bimbi non si invidiano: crescono insieme e, se uno si attarda lungo il cammino, gli altri lo aspettano.
Gli stimoli sono tanti, e di vario genere. Una sera Manuel apre tutti i pannelli protettivi della meccanica interna dell’organo, e lo strumento liturgico mostra tutti i segreti del suo funzionamento: ventilabri, compendio, tiranti, leve, levette, mantici. Per i bambini è un tuffo nell’ignoto che li entusiasma.
Arriva poi la scoperta del canto gregoriano. Vengono preparate delle trascrizioni facilitate a due voci di un Kyrie diverso per ciascun allievo.
Ecco che il giovinetto al quale è toccato il Kyrie della Missa De Angelis, rimane conquistato dalla tenerezza e luminosità della melodia: l’ascolta, la canta, la suona. Già all’incontro successivo riesce a condurre il discorso musicale del primo verso con discreta scioltezza e, tutto soddisfatto, guarda il suo insegnante e i suoi compagni e, con tono sprezzante e deciso, quasi fosse un consumato critico di musica, esclama: <<Ci passa un po’ tra un pezzo così e gli strazi che fanno in chiesa quelli che “grattano sulle chitarrine”! Sentite che bellezza! Quando vedo qualcuno che viene in chiesa a grattare la chitarra, aspetto che si distragga e gliela nascondo: meglio il silenzio a quelle schifezze là!>>. I bimbi, si sa, sono spontanei: dicono sempre quel che pensano, senza peli sulla lingua.
Al secondo studente capita il Kyrie della Missa Cum jubilo, la Messa per le celebrazioni in onore della Beata Vergine Maria: solenne, austero, severo, eppure connotato da quella soavità che soltanto il canto gregoriano possiede. Per la seconda volta, è di nuovo amore a prima vista, anzi, “a primo orecchio”. Due lezioni, ed ecco che anche questo bambino sperimenta la gioia di sentire una piccola armonia di suoni che si crea tra le dita delle sue mani che scorrono serene sulla tastiera dello strumento della sua chiesa parrocchiale. «Accidenti, quanto è bello! Mi piace proprio tanto!», esclama con soddisfazione. Lo suona ancora una volta, poi, con lo sguardo un po’ “di sottecchi”, prende in disparte il suo insegnante e gli confida un suo grande desiderio:
«Maestro, senti: ho detto al mio professore di musica a scuola che da un po’ di tempo studio organo in parrocchia con te. Non è che potrei preparare questo Kyrie per eseguirlo agli esami di terza media, che ho tra poco? Il professore mi ha detto che sarebbe entusiasta, se poi spiegassi anche perché il gregoriano è importante per la storia della musica». Sinceramente colpito dalle parole del suo piccolo allievo, Manuel lo rassicura:
«Certo che ti aiuto a prepararlo. Sono davvero contento che ti piaccia così tanto il canto gregoriano, al punto da volerlo portare agli orali del tuo esame».
Di lì a poche settimane, il tredicenne apprendista espone alla commissione la sua piccola, succinta ma appassionata relazione circa il canto gregoriano, in quanto seme generante per tutta la musica occidentale; al termine del suo piccolo intervento, il giovinetto esegue il suo Kyrie; i membri di commissione, stupefatti per la passione, la sagacia ed il coraggio d’eloquenza con cui il piccolo ha esposto il suo lavoro, traducendolo anche in reale pratica musicale, applaudono e, sorridenti, si complimentano con lui.
Quanta “roba nuova” assaggiano i bambini durante questi incontri… e ciò che genera stupore ed incredulità è che più ne gustano, più ne vogliono. I bambini non sono ideologici, non portano i paraocchi di certi adulti che, anzi, in forza di certe ideologie piene di sciatteria, pretendono di ammorbare con la loro malerba la anime dei semplici e per giunta corrompere impunemente quelle più candide dei piccoli. Un bambino, invece, proprio per la limpidezza innocente del suo sguardo e della sua mente, sa riconoscere la bellezza non appena la incontra e, compreso tale meraviglioso linguaggio, la insegue e la desidera ardentemente, rifiutando col vigore proprio della giovinezza tutto ciò che è contrario al bello e al buono.
I pezzi per organo di Bach sono stati una delle scoperte più avvincenti. Una sera, mentre aspettava i suoi giovani allievi, il nostro amico si stava esercitando coi brani che doveva portare per il programma d’esame di strumento. Aveva da pochi secondi cominciato un’esecuzione quando entrano i bambini in chiesa; si avvicinano all’organo; si fermano, in silenzio; guardano e, senza un fiato, aspettano che il loro insegnante abbia terminato. Poi, tutti in coro, chiedono:
«Cos’è questo, maestro? Sembra difficile, ma è bellissimo!».
Il loro insegnante aveva appena terminato di suonare il corale Christ lag in todesbanden dell’Orgelbuchlein di J. S. Bach: i piccoli ne vollero sapere morte e miracoli. Così Manuel spiega che quel pezzo è un commento poetico alla Sequenza della Pasqua, Victimae Paschali:

Cristo giaceva nelle fasce della morte, procurategli dai nostri peccati. Egli è risorto e ci ha restituito la vita. Siamo lieti! Lodiamo Dio! Siamo a Lui riconoscenti e cantiamo: alleluia!.

«Vedete, piccoli miei? La melodia gregoriana è quasi impercettibile a causa del poderoso tessuto armonico che le gira attorno con altre tre voci», commenta il nostro amico; ma i piccoli lo guardano un po’ perplessi: hanno tutta l’aria di non aver capito molto di quanto detto loro.
Manuel allora fa ascoltare ai bimbi la parte del canto che dà il nome al corale; poi i bassi che si muovono attorno ad essa; infine ne spiega il senso. Il corpo del Signore, protagonista grandissimo dell’evento della risurrezione, è raffigurato dalla melodia, attorno alla quale, o meglio, dalla quale i lacci della sepoltura sono come strappati via, mentre le fasce della morte, indicate dai bassi del pedale, che letteralmente paiono fuggire e scivolare lontano, si sciolgono. E’ una sorta di battaglia, energica e vigorosa, che crea l’immagine di un uomo che, stretto in una morsa da legacci e catene, raccoglie tutte le sue forze e, con un colpo di braccia, spezza le catene e strappa i legacci. Insomma, tutto il corale appare come un efficace commento al passaggio della Sequenza originaria: “La vita e la morte si sono affrontate in un duello incredibile; il Signore della vita, che era morto, ora trionfa e regna perché è vivo” ».
Quattro piccole paia d’occhi scintillanti fissano il ragazzo.
Il proprietario di uno di queste paia di splendide torce d’innocenza, un biondino ricciolo, dall’aspetto d’un cherubino ma dal caratterino tutto pepe, sbattendo teneramente le ciglia sopra le iridi azzurre, in tono supplichevole dice:
«Ce lo risuoni tutto, per piacere?». E tutti e quattro i bambini se ne stanno ancora lì, stupiti e sereni, in compagnia di Bach.
Finito il corale, l’allievo che da più tempo di tutti studia musica, incarnato olivastro, capelli neri e occhi profondissimi, ha una domanda da fare:
«Senti, quel pezzo che hai fatto prima della Messa, domenica scorsa, cos’era?».
«Eh, se riuscissi a ricordarmelo…», risponde il nostro organista, stretto d’assedio dall’incalzante e vivace curiosità dei suoi studenti. «Aspetta: è questo?», chiede lui, suonando le prime battuta di Jesus bleibet, la conclusione della meravigliosa Cantata BWV 147.
«Sì!», esclama quel morettino, coi grandi occhi castani spalancati ed un sorriso che gli corre da un orecchio all’altro: «E’ questo! E’ stupendo. Cos’è?».

Gesù rimane la mia gioia, la speranza e la linfa del mio cuore. Gesù mi protegge da ogni dolore, è la forza della mia vita, la delizia e il sole dei miei occhi, il tesoro e la felicità della mia anima; non lascerò fuggire Gesù dal mio cuore e dalla mia vista.

Rapiti già dalla traduzione del testo della cantata, i bambini insistono: vogliono saperne di più. Vengono così a sapere che si tratta della trascrizione per organo di una delle più belle musiche composte da Bach per canto ed orchestra, il corale che conclude la magnifica Cantata BWV 147, atta a meditare la Visitazione di Maria Santissima. Johann Sebastian vi commenta la dolcezza vitale dell’esperienza di Cristo e con Cristo: sono proprio gli archi ad esprimere questa riverente tenerezza nella contemplazione dell’amore divino, con questa sorta di spirale che, viva e leggera, sfiora quasi come una carezza le parti destinate al canto. Nella trascrizione che il nostro musicista liturgico aveva tra le mani, la melodia corale è affidata al tenore nel registro di solo, mentre il tema proprio degli archi è consegnato alla mano destra in un timbro dolce, ma con piglio deciso e sciolto. Il pedale regge tutta l’impalcatura armonica, imitando il muoversi del violoncello e conferendo alla struttura armonica tutta la vibrante solennità, propria dell’organo.
E il piccolo in procinto di partire, anche lui un morettino dagli occhi tenerissimi, col fisico ben scolpito dagli allenamenti di calcio? Per lui una sfida ardua: il Kyrie della Missa Orbis Factor, la Messa gregoriana per la domeniche del tempo ordinario.
Come dice il proverbio: non c’è due senza tre!
Maestoso, forte di carattere, intenso ed incisivo, quel canto antico tocca e scuote l’intimo del ragazzino. In tre lezioni, quell’undicenne allievo impara a suonare a due voci non un versetto solamente, bensì l’intero brano, suscitando la meraviglia dei compagni e lo stupore compiaciuto dell’insegnante, il quale ha preso in cuor suo un’audace ma risoluta decisione: il piccolo apprendista avrebbe prestato servizio per la prima volta alla Santa Messa cantata nella sua parrocchia la mattina della Solennità del Corpus Domini, accompagnando il canto dell’atto penitenziale.
E così andò.
Il bambino se la cavò egregiamente, nonostante l’emozione, e godendosi i complimenti di vari adulti della sua comunità ecclesiale.

Tra scoperte meravigliose e scintillii d’occhi di fanciulli, il tempo passa. Giunge così l’ultima lezione per quel piccolo, tanto promettente. Il nostro giovane insegnante sta cenando col parroco, quando suona il cellulare del sacerdote.
E’ il nostro bambino:
«Don, sai mica a che ore arriva in chiesa il maestro?».
«E’ già qui», risponde il parroco, «è venuto a cena da me, stasera».
«Bene. Allora vengo prima, perché ho da riportargli la tastiera che mi ha prestato per studiare musica», dice al telefono il piccolo, con un’inconfondibile nota di tristezza nella sua voce ancora piuttosto cristallina per l’età.
Riferita la cosa, Manuel fa cenno di no con la testa: il piccolo può, anzi, deve tenere quella tastiera, portarla con sé e, se avrà piacere di farlo, proseguire nella sua esperienza musicale. Dall’altra parte dell’apparecchio telefonico, la gioia si mescola allo stupore…
«Davvero, Don, mi posso tenere la tastiera?», domanda incredulo il bimbo.
«Così ha detto il tuo insegnante. Io riferisco solamente», conclude il presbitero, sorridendo e scambiando uno sguardo d’intesa col suo organista.
Era troppo poco.
Una tastiera non è che un elettrodomestico: lascia il tempo che trova. Il giovane musicista voleva dare al piccolo un vero ricordo, di cui essere orgoglioso, al quale la sua mente ed il suo cuore avrebbero potuto aggrapparsi per ricordare quanto è bello stare nella casa del Signore, specie nei momenti difficili, duri, di prova che lo avrebbero atteso, proprio ora che partiva dalle terre della sua infanzia quando la sua vita si affacciava alle soglie del periodo delicatissimo dell’adolescenza.
Così, all’antivigilia della partenza verso i luoghi natali di Bach, in una grande basilica dove Manuel presta regolarmente servizio, il piccolo apprendista suona durante la Messa prefestiva della dodicesima domenica del tempo ordinario, sedendo alla panca di un bell’organo Mascioni. I genitori di quella creatura, venuti ad accompagnare il loro figlioletto, restano letteralmente basiti nel vederlo far scivolare le mani sulle tastiere dell’organo di una delle più insigni chiese di quella diocesi.
Sorridono. Si commuovono.
Il padre confessa: «Rimango davvero colpito da quel che mio figlio in così poco tempo ha imparato. Non solo per quel che riguarda il suonare, che è già stupefacente. Ci ha raccontato della dottrina che avete studiato insieme, dei compositori che ha conosciuto, di com’è fatto l’organo e come funziona… insomma: ci ha fatto capire che questi mesi sono stati per lui un’esperienza davvero bella. Grazie, maestro!».

Giunge il momento dei saluti. Nel salutare il suo piccolo allievo, il nostro Manuel, trattenendo, sì a fatica ma con successo, le esternazioni della propria commozione, porge al bimbo un pacchettino: dentro vi si trova un CD di musiche d’organo del grande Bach, eseguite da Helmut Walcha. Assieme al disco, poche righe per un ultimo insegnamento:

Il grande Walcha, organista straordinario, ha più volte affermato in vita sua che, se il buon Signore non lo avesse reso cieco, non avrebbe potuto ascoltare quel che di straordinario c’è nel cuore degli uomini, così come nelle profondità della musica; senza vedere, egli ha potuto guardare la musica di Bach così come si vede una cattedrale. Noi che abbiamo l’uso degli occhi, la vediamo dal di fuori; lui ha avuto il privilegio di guardarla da dentro, e vi ha trovato quanto di più straordinario vi possa essere nel cuore di un uomo.
Al mio piccolo, carissimo ed affezionato allievo,
con tutto l’affetto e la stima del suo indegno ed immeritevole insegnante.
Sii orgoglioso di quel che hai imparato.
Che il Signore ti custodisca e ti accompagni sempre.
A presto, fratellino mio, e studia che, quando torni per le vacanze, ti interrogo!
Un abbraccio.

Poche sere dopo, Manuel è nel giardino della canonica col parroco, che gli chiede:
«Secondo te, è valsa la pena iniziare un cammino praticamente alla vigilia dello scadere del tempo concesso?».
Il nostro organista, ancora profondamente commosso per l’esperienza vissuta, non ha dubbi: «Altroché, padre! Noi in fondo non siamo padroni del tempo che ci è dato; il Signore ci ha rammentato che non possiamo aggiungere un’ora sola alla nostra vita. A volte mi spaventa, quella pagina di Matteo, dove Gesù ci ricorda: “Anche i capelli del vostro capo sono contati”; sembra quasi volerci dire che non c’è nulla che possiamo tenerGli nascosto, in nulla possiamo sperare di farla franca ai Suoi occhi. Poi, però, dimostrandoci quanto Egli conosca la nostra fragilità e le nostre paure, aggiunge con un’amorevolezza sublime: “Non abbiate paura”. Lui, quello stesso Signore che rimproverò gli ottusi discepoli che volevano tenerGli lontani i bambini: “Lasciate che i bambini vengano a me: non glielo impedite”, ha voluto chiamarmi ad occuparmi di quella Sua creatura, perché iniziasse il suo cammino musicale. In coscienza, non potevo dire: “Non ho tempo. A che giova seminare, se poi non mi è dato di veder crescere e poi di raccogliere?”. Chi sono io, padre, per dire, fare o anche solo aver la presunzione di pensare una cosa del genere? Se non mi è concesso allungare un’ora di un solo secondo, mi è però permesso di lavorare in quell’ora.
Mi è stato chiesto di seminare? Ho cercato di farlo con entusiasmo, con la passione che mi è stato possibile nutrire in cuore. Ad altri spetterà di veder crescere. Altri ancora mieteranno ciò che noi abbiamo seminato. Uno dei miei grandi confessori degli anni dell’adolescenza, citandomi San Paolo, mi ripeteva spesso: “Quanto a noi, ciò che abbiamo e possiamo donare, doniamolo sempre tutto, senza riserve, perché il Signore ama chi dona con gioia”. Se ci crediamo, padre, cos’altro deve importaci, se tutto concorre al bene di coloro che amano Dio? ».
Il presbitero sorride, in silenzio.
«Sai qual è la cosa più straordinaria che ho imparato io, padre?».
«Quale?», chiede incuriosito il parroco.
«Quanto siano preziosi per Dio e da Lui amati i piccoli, i bambini, i fanciulli. Che il Signore conservi sempre la purezza e l’innocenza dei bambini: per un insegnante non c’è davvero gioia più grande di riconoscere il Cristo in quelle giovanissime creature e di servirLo in quei Suoi fratelli più piccoli».

Passano i mesi.
Passa quasi un anno. Ogni tanto maestro e allievo si sentono via internet.
Finché Manuel, un giorno, trova una E-mail che non si sarebbe mai aspettato. A scrivergli è quel suo piccolo amico, dalla Germania:

“Ciao, Manuel! Come stai? Lo sai che verrò da voi per fare la Cresima? Il catechismo l’avevo fatto tutto da voi e allora il Don ha detto ai miei di cresimarmi in parrocchia. Senti, ti vorrei chiedere una cosa. Ci tengo davvero tanto. Vorrei che a farmi da padrino per la cresima ci fossi tu. Non c’è persona che vorrei che mi portasse a cresimarmi quanto te. Ti prego: dimmi di sì. Ciao a presto!”.

“Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono. E la pace del Signore sia sempre con te!”. Parole forti, parole che imprimono un carattere indelebile e concedono un dono immenso. Parole che risuonano sotto le volte di quella chiesa di campagna.
E mentre il crisma sigilla la fronte e l’anima di quel piccolo, Manuel è accanto a lui, con la mano destra sulla spalla di quello che, adesso, non è più solo un suo allievo, ma un fratello minore da aiutare a crescere nell’amicizia di quel Signore verso il quale il piccolo ha rinnovato il “sì” del suo Battesimo.

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