Una domenica mattina, terminato il servizio alla Santa Messa festiva in quella parrocchia di cui Manuel è diventato organista, gli si avvicina una simpatica signora, nell’età dei quaranta. Subito il giovane le sorride e cerca di metterla a suo agio: “Chissà perché”, pensa pure stavolta tra sé, “la gente si trova in imbarazzo ad avvicinarmi per rivolgermi parola… Suono l’organo alla Messa, non sono mica il papa!”.
Vinta questa sorta di timidezza iniziale, la signora finalmente rivela il motivo della sua visita al musicista:
«So che lei, maestro, ha già qualche allievo tra i bambini della parrocchia; i genitori mi hanno detto che i loro figli si trovano stupendamente a studiare musica con lei, perché ridono, scherzano, si divertono; eppure imparano un po’ di musica, conoscono i compositori come persone, approfondiscono il catechismo, tanto che in un paio di occasioni hanno pure tacciato di ignoranza qualche loro catechista…».
Manuel le fa un cenno con la mano e con un dolce sorriso:
«Abbia pazienza se la interrompo, signora: guardi, qui di maestri c’è soltanto Colui che è stato inchiodato alla croce per la salvezza nostra. Mi dia del tu e, per carità, non mi chiami maestro!». Subentrato così questo clima di confidenza reciproca, la donna confida al musicista di essere la madre di uno dei chierichetti della parrocchia; il bimbo, di undici anni, da tempo guarda i suoi compagni che hanno intrapreso gli studi d’organo e già suonano piccoli pezzi ed interventi alla Messa; ora anche il giovanetto vorrebbe provare ad avvicinarsi al mondo della musica.
«Però, c’è una cosa che devi sapere», dice quella mamma all’organista. «Tra un paio di mesi ci trasferiremo in Germania, per motivi di lavoro. Non so, allora, se sia il caso di perderci tempo…».
Il nostro amico non ha dubbi e, senza un secondo d’esitazione, risponde: «Non ti preoccupare: non m’importa quel che riuscirà ad imparare il piccolo. Da parte mia cercherò di dargli tutto ciò che mi è possibile in questo tempo che abbiamo a disposizione; per il seguito, ci penserà la Provvidenza. Per me è già una grazia poter introdurre un altro bimbo nel mondo dell’organo e della preghiera liturgica. Si comincia martedì prossimo!».

Le lezioni d’organo, in quella piccola parrocchia di campagna, si avvicendano nel ritmo di due a settimana, e sono sempre “comunitarie”: un giovane allievo non si trova mai da solo, ma sempre coi compagni di servizio alla Messa e di catechismo.
Sono, queste, occasioni stupende per creare confronti vivaci e coltivare la sensibilità del vivere e crescere con gli altri, mediante lo sviluppo di un bel rapporto di amicizia. Qualcosa che salta subito agli occhi del popolo che partecipa alle liturgie, quando uno degli allievi suona un piccolo brano, il ritornello di un salmo, un atto penitenziale: accanto a lui c’è sempre un compagno che lo aiuta col cambio dei registri. Aiutandosi, i bimbi non si invidiano: crescono insieme e, se uno si attarda lungo il cammino, gli altri lo aspettano.
Gli stimoli sono tanti, e di vario genere. Una sera Manuel apre tutti i pannelli protettivi della meccanica interna dell’organo, e lo strumento liturgico mostra tutti i segreti del suo funzionamento: ventilabri, compendio, tiranti, leve, levette, mantici. Per i bambini è un tuffo nell’ignoto che li entusiasma.
Arriva poi la scoperta del canto gregoriano. Vengono preparate delle trascrizioni facilitate a due voci di un Kyrie diverso per ciascun allievo.
Ecco che il giovinetto al quale è toccato il Kyrie della Missa De Angelis, rimane conquistato dalla tenerezza e luminosità della melodia: l’ascolta, la canta, la suona. Già all’incontro successivo riesce a condurre il discorso musicale del primo verso con discreta scioltezza e, tutto soddisfatto, guarda il suo insegnante e i suoi compagni e, con tono sprezzante e deciso, quasi fosse un consumato critico di musica, esclama: <<Ci passa un po’ tra un pezzo così e gli strazi che fanno in chiesa quelli che “grattano sulle chitarrine”! Sentite che bellezza! Quando vedo qualcuno che viene in chiesa a grattare la chitarra, aspetto che si distragga e gliela nascondo: meglio il silenzio a quelle schifezze là!>>. I bimbi, si sa, sono spontanei: dicono sempre quel che pensano, senza peli sulla lingua.
Al secondo studente capita il Kyrie della Missa Cum jubilo, la Messa per le celebrazioni in onore della Beata Vergine Maria: solenne, austero, severo, eppure connotato da quella soavità che soltanto il canto gregoriano possiede. Per la seconda volta, è di nuovo amore a prima vista, anzi, “a primo orecchio”. Due lezioni, ed ecco che anche questo bambino sperimenta la gioia di sentire una piccola armonia di suoni che si crea tra le dita delle sue mani che scorrono serene sulla tastiera dello strumento della sua chiesa parrocchiale. «Accidenti, quanto è bello! Mi piace proprio tanto!», esclama con soddisfazione. Lo suona ancora una volta, poi, con lo sguardo un po’ “di sottecchi”, prende in disparte il suo insegnante e gli confida un suo grande desiderio:
«Maestro, senti: ho detto al mio professore di musica a scuola che da un po’ di tempo studio organo in parrocchia con te. Non è che potrei preparare questo Kyrie per eseguirlo agli esami di terza media, che ho tra poco? Il professore mi ha detto che sarebbe entusiasta, se poi spiegassi anche perché il gregoriano è importante per la storia della musica». Sinceramente colpito dalle parole del suo piccolo allievo, Manuel lo rassicura:
«Certo che ti aiuto a prepararlo. Sono davvero contento che ti piaccia così tanto il canto gregoriano, al punto da volerlo portare agli orali del tuo esame».
Di lì a poche settimane, il tredicenne apprendista espone alla commissione la sua piccola, succinta ma appassionata relazione circa il canto gregoriano, in quanto seme generante per tutta la musica occidentale; al termine del suo piccolo intervento, il giovinetto esegue il suo Kyrie; i membri di commissione, stupefatti per la passione, la sagacia ed il coraggio d’eloquenza con cui il piccolo ha esposto il suo lavoro, traducendolo anche in reale pratica musicale, applaudono e, sorridenti, si complimentano con lui.
Quanta “roba nuova” assaggiano i bambini durante questi incontri… e ciò che genera stupore ed incredulità è che più ne gustano, più ne vogliono. I bambini non sono ideologici, non portano i paraocchi di certi adulti che, anzi, in forza di certe ideologie piene di sciatteria, pretendono di ammorbare con la loro malerba la anime dei semplici e per giunta corrompere impunemente quelle più candide dei piccoli. Un bambino, invece, proprio per la limpidezza innocente del suo sguardo e della sua mente, sa riconoscere la bellezza non appena la incontra e, compreso tale meraviglioso linguaggio, la insegue e la desidera ardentemente, rifiutando col vigore proprio della giovinezza tutto ciò che è contrario al bello e al buono.
I pezzi per organo di Bach sono stati una delle scoperte più avvincenti. Una sera, mentre aspettava i suoi giovani allievi, il nostro amico si stava esercitando coi brani che doveva portare per il programma d’esame di strumento. Aveva da pochi secondi cominciato un’esecuzione quando entrano i bambini in chiesa; si avvicinano all’organo; si fermano, in silenzio; guardano e, senza un fiato, aspettano che il loro insegnante abbia terminato. Poi, tutti in coro, chiedono:
«Cos’è questo, maestro? Sembra difficile, ma è bellissimo!».
Il loro insegnante aveva appena terminato di suonare il corale Christ lag in todesbanden dell’Orgelbuchlein di J. S. Bach: i piccoli ne vollero sapere morte e miracoli. Così Manuel spiega che quel pezzo è un commento poetico alla Sequenza della Pasqua, Victimae Paschali:

Cristo giaceva nelle fasce della morte, procurategli dai nostri peccati. Egli è risorto e ci ha restituito la vita. Siamo lieti! Lodiamo Dio! Siamo a Lui riconoscenti e cantiamo: alleluia!.

«Vedete, piccoli miei? La melodia gregoriana è quasi impercettibile a causa del poderoso tessuto armonico che le gira attorno con altre tre voci», commenta il nostro amico; ma i piccoli lo guardano un po’ perplessi: hanno tutta l’aria di non aver capito molto di quanto detto loro.
Manuel allora fa ascoltare ai bimbi la parte del canto che dà il nome al corale; poi i bassi che si muovono attorno ad essa; infine ne spiega il senso. Il corpo del Signore, protagonista grandissimo dell’evento della risurrezione, è raffigurato dalla melodia, attorno alla quale, o meglio, dalla quale i lacci della sepoltura sono come strappati via, mentre le fasce della morte, indicate dai bassi del pedale, che letteralmente paiono fuggire e scivolare lontano, si sciolgono. E’ una sorta di battaglia, energica e vigorosa, che crea l’immagine di un uomo che, stretto in una morsa da legacci e catene, raccoglie tutte le sue forze e, con un colpo di braccia, spezza le catene e strappa i legacci. Insomma, tutto il corale appare come un efficace commento al passaggio della Sequenza originaria: “La vita e la morte si sono affrontate in un duello incredibile; il Signore della vita, che era morto, ora trionfa e regna perché è vivo” ».
Quattro piccole paia d’occhi scintillanti fissano il ragazzo.
Il proprietario di uno di queste paia di splendide torce d’innocenza, un biondino ricciolo, dall’aspetto d’un cherubino ma dal caratterino tutto pepe, sbattendo teneramente le ciglia sopra le iridi azzurre, in tono supplichevole dice:
«Ce lo risuoni tutto, per piacere?». E tutti e quattro i bambini se ne stanno ancora lì, stupiti e sereni, in compagnia di Bach.
Finito il corale, l’allievo che da più tempo di tutti studia musica, incarnato olivastro, capelli neri e occhi profondissimi, ha una domanda da fare:
«Senti, quel pezzo che hai fatto prima della Messa, domenica scorsa, cos’era?».
«Eh, se riuscissi a ricordarmelo…», risponde il nostro organista, stretto d’assedio dall’incalzante e vivace curiosità dei suoi studenti. «Aspetta: è questo?», chiede lui, suonando le prime battuta di Jesus bleibet, la conclusione della meravigliosa Cantata BWV 147.
«Sì!», esclama quel morettino, coi grandi occhi castani spalancati ed un sorriso che gli corre da un orecchio all’altro: «E’ questo! E’ stupendo. Cos’è?».

Gesù rimane la mia gioia, la speranza e la linfa del mio cuore. Gesù mi protegge da ogni dolore, è la forza della mia vita, la delizia e il sole dei miei occhi, il tesoro e la felicità della mia anima; non lascerò fuggire Gesù dal mio cuore e dalla mia vista.

Rapiti già dalla traduzione del testo della cantata, i bambini insistono: vogliono saperne di più. Vengono così a sapere che si tratta della trascrizione per organo di una delle più belle musiche composte da Bach per canto ed orchestra, il corale che conclude la magnifica Cantata BWV 147, atta a meditare la Visitazione di Maria Santissima. Johann Sebastian vi commenta la dolcezza vitale dell’esperienza di Cristo e con Cristo: sono proprio gli archi ad esprimere questa riverente tenerezza nella contemplazione dell’amore divino, con questa sorta di spirale che, viva e leggera, sfiora quasi come una carezza le parti destinate al canto. Nella trascrizione che il nostro musicista liturgico aveva tra le mani, la melodia corale è affidata al tenore nel registro di solo, mentre il tema proprio degli archi è consegnato alla mano destra in un timbro dolce, ma con piglio deciso e sciolto. Il pedale regge tutta l’impalcatura armonica, imitando il muoversi del violoncello e conferendo alla struttura armonica tutta la vibrante solennità, propria dell’organo.
E il piccolo in procinto di partire, anche lui un morettino dagli occhi tenerissimi, col fisico ben scolpito dagli allenamenti di calcio? Per lui una sfida ardua: il Kyrie della Missa Orbis Factor, la Messa gregoriana per la domeniche del tempo ordinario.
Come dice il proverbio: non c’è due senza tre!
Maestoso, forte di carattere, intenso ed incisivo, quel canto antico tocca e scuote l’intimo del ragazzino. In tre lezioni, quell’undicenne allievo impara a suonare a due voci non un versetto solamente, bensì l’intero brano, suscitando la meraviglia dei compagni e lo stupore compiaciuto dell’insegnante, il quale ha preso in cuor suo un’audace ma risoluta decisione: il piccolo apprendista avrebbe prestato servizio per la prima volta alla Santa Messa cantata nella sua parrocchia la mattina della Solennità del Corpus Domini, accompagnando il canto dell’atto penitenziale.
E così andò.
Il bambino se la cavò egregiamente, nonostante l’emozione, e godendosi i complimenti di vari adulti della sua comunità ecclesiale.

Tra scoperte meravigliose e scintillii d’occhi di fanciulli, il tempo passa. Giunge così l’ultima lezione per quel piccolo, tanto promettente. Il nostro giovane insegnante sta cenando col parroco, quando suona il cellulare del sacerdote.
E’ il nostro bambino:
«Don, sai mica a che ore arriva in chiesa il maestro?».
«E’ già qui», risponde il parroco, «è venuto a cena da me, stasera».
«Bene. Allora vengo prima, perché ho da riportargli la tastiera che mi ha prestato per studiare musica», dice al telefono il piccolo, con un’inconfondibile nota di tristezza nella sua voce ancora piuttosto cristallina per l’età.
Riferita la cosa, Manuel fa cenno di no con la testa: il piccolo può, anzi, deve tenere quella tastiera, portarla con sé e, se avrà piacere di farlo, proseguire nella sua esperienza musicale. Dall’altra parte dell’apparecchio telefonico, la gioia si mescola allo stupore…
«Davvero, Don, mi posso tenere la tastiera?», domanda incredulo il bimbo.
«Così ha detto il tuo insegnante. Io riferisco solamente», conclude il presbitero, sorridendo e scambiando uno sguardo d’intesa col suo organista.
Era troppo poco.
Una tastiera non è che un elettrodomestico: lascia il tempo che trova. Il giovane musicista voleva dare al piccolo un vero ricordo, di cui essere orgoglioso, al quale la sua mente ed il suo cuore avrebbero potuto aggrapparsi per ricordare quanto è bello stare nella casa del Signore, specie nei momenti difficili, duri, di prova che lo avrebbero atteso, proprio ora che partiva dalle terre della sua infanzia quando la sua vita si affacciava alle soglie del periodo delicatissimo dell’adolescenza.
Così, all’antivigilia della partenza verso i luoghi natali di Bach, in una grande basilica dove Manuel presta regolarmente servizio, il piccolo apprendista suona durante la Messa prefestiva della dodicesima domenica del tempo ordinario, sedendo alla panca di un bell’organo Mascioni. I genitori di quella creatura, venuti ad accompagnare il loro figlioletto, restano letteralmente basiti nel vederlo far scivolare le mani sulle tastiere dell’organo di una delle più insigni chiese di quella diocesi.
Sorridono. Si commuovono.
Il padre confessa: «Rimango davvero colpito da quel che mio figlio in così poco tempo ha imparato. Non solo per quel che riguarda il suonare, che è già stupefacente. Ci ha raccontato della dottrina che avete studiato insieme, dei compositori che ha conosciuto, di com’è fatto l’organo e come funziona… insomma: ci ha fatto capire che questi mesi sono stati per lui un’esperienza davvero bella. Grazie, maestro!».

Giunge il momento dei saluti. Nel salutare il suo piccolo allievo, il nostro Manuel, trattenendo, sì a fatica ma con successo, le esternazioni della propria commozione, porge al bimbo un pacchettino: dentro vi si trova un CD di musiche d’organo del grande Bach, eseguite da Helmut Walcha. Assieme al disco, poche righe per un ultimo insegnamento:

Il grande Walcha, organista straordinario, ha più volte affermato in vita sua che, se il buon Signore non lo avesse reso cieco, non avrebbe potuto ascoltare quel che di straordinario c’è nel cuore degli uomini, così come nelle profondità della musica; senza vedere, egli ha potuto guardare la musica di Bach così come si vede una cattedrale. Noi che abbiamo l’uso degli occhi, la vediamo dal di fuori; lui ha avuto il privilegio di guardarla da dentro, e vi ha trovato quanto di più straordinario vi possa essere nel cuore di un uomo.
Al mio piccolo, carissimo ed affezionato allievo,
con tutto l’affetto e la stima del suo indegno ed immeritevole insegnante.
Sii orgoglioso di quel che hai imparato.
Che il Signore ti custodisca e ti accompagni sempre.
A presto, fratellino mio, e studia che, quando torni per le vacanze, ti interrogo!
Un abbraccio.

Poche sere dopo, Manuel è nel giardino della canonica col parroco, che gli chiede:
«Secondo te, è valsa la pena iniziare un cammino praticamente alla vigilia dello scadere del tempo concesso?».
Il nostro organista, ancora profondamente commosso per l’esperienza vissuta, non ha dubbi: «Altroché, padre! Noi in fondo non siamo padroni del tempo che ci è dato; il Signore ci ha rammentato che non possiamo aggiungere un’ora sola alla nostra vita. A volte mi spaventa, quella pagina di Matteo, dove Gesù ci ricorda: “Anche i capelli del vostro capo sono contati”; sembra quasi volerci dire che non c’è nulla che possiamo tenerGli nascosto, in nulla possiamo sperare di farla franca ai Suoi occhi. Poi, però, dimostrandoci quanto Egli conosca la nostra fragilità e le nostre paure, aggiunge con un’amorevolezza sublime: “Non abbiate paura”. Lui, quello stesso Signore che rimproverò gli ottusi discepoli che volevano tenerGli lontani i bambini: “Lasciate che i bambini vengano a me: non glielo impedite”, ha voluto chiamarmi ad occuparmi di quella Sua creatura, perché iniziasse il suo cammino musicale. In coscienza, non potevo dire: “Non ho tempo. A che giova seminare, se poi non mi è dato di veder crescere e poi di raccogliere?”. Chi sono io, padre, per dire, fare o anche solo aver la presunzione di pensare una cosa del genere? Se non mi è concesso allungare un’ora di un solo secondo, mi è però permesso di lavorare in quell’ora.
Mi è stato chiesto di seminare? Ho cercato di farlo con entusiasmo, con la passione che mi è stato possibile nutrire in cuore. Ad altri spetterà di veder crescere. Altri ancora mieteranno ciò che noi abbiamo seminato. Uno dei miei grandi confessori degli anni dell’adolescenza, citandomi San Paolo, mi ripeteva spesso: “Quanto a noi, ciò che abbiamo e possiamo donare, doniamolo sempre tutto, senza riserve, perché il Signore ama chi dona con gioia”. Se ci crediamo, padre, cos’altro deve importaci, se tutto concorre al bene di coloro che amano Dio? ».
Il presbitero sorride, in silenzio.
«Sai qual è la cosa più straordinaria che ho imparato io, padre?».
«Quale?», chiede incuriosito il parroco.
«Quanto siano preziosi per Dio e da Lui amati i piccoli, i bambini, i fanciulli. Che il Signore conservi sempre la purezza e l’innocenza dei bambini: per un insegnante non c’è davvero gioia più grande di riconoscere il Cristo in quelle giovanissime creature e di servirLo in quei Suoi fratelli più piccoli».

Passano i mesi.
Passa quasi un anno. Ogni tanto maestro e allievo si sentono via internet.
Finché Manuel, un giorno, trova una E-mail che non si sarebbe mai aspettato. A scrivergli è quel suo piccolo amico, dalla Germania:

“Ciao, Manuel! Come stai? Lo sai che verrò da voi per fare la Cresima? Il catechismo l’avevo fatto tutto da voi e allora il Don ha detto ai miei di cresimarmi in parrocchia. Senti, ti vorrei chiedere una cosa. Ci tengo davvero tanto. Vorrei che a farmi da padrino per la cresima ci fossi tu. Non c’è persona che vorrei che mi portasse a cresimarmi quanto te. Ti prego: dimmi di sì. Ciao a presto!”.

“Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono. E la pace del Signore sia sempre con te!”. Parole forti, parole che imprimono un carattere indelebile e concedono un dono immenso. Parole che risuonano sotto le volte di quella chiesa di campagna.
E mentre il crisma sigilla la fronte e l’anima di quel piccolo, Manuel è accanto a lui, con la mano destra sulla spalla di quello che, adesso, non è più solo un suo allievo, ma un fratello minore da aiutare a crescere nell’amicizia di quel Signore verso il quale il piccolo ha rinnovato il “sì” del suo Battesimo.

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