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La bellezza salverà il mondo” – Convegno sulla bellezza nella Liturgia – Roma – 12 giugno 2014 – Intervento di Alessio Cervelli

Vorrei iniziare questo mio breve intervento con l’esprimere quanto io sia grato e sorpreso a un tempo del trovarmi qui.
Non è infatti prassi consueta l’invitare ad un convegno che si tiene nella Città Eterna un umile organista liturgico, titolare dell’organo di una piccola parrocchia di campagna, qual è la Chiesa di San Bartolomeo ad Ulignano.
Dunque, ho pensato di aprire il mio contributo col darvi lettura di uno scritto del quale, per ora, vi celo sia l’autore sia il periodo.

Non c’è cosa che faccia capire di più agli uomini se le Chiese sono mal guidate e mal governate dai Vescovi, quanto il vedere i Sacerdoti celebrare le sacre funzioni facendole male, oppure omettendo i gesti liturgici, portando paramenti indecenti, o non adatti assolutamente alla sacerdotale dignità, eseguendo ogni cosa con fretta e sciatteria. Queste cose cadono sotto gli sguardi di tutti (…) Scandalizzano specialmente coloro che provengono da territori dove i Sacerdoti portano abiti convenienti, e celebrano la Messa con la dovuta devozione. Il Cardinale Bellarmino, non senza lacrime si lamentava: “È pure causa di grande pianto che i sacrosanti Misteri siano trattati in modo così indecoroso, per l’incuria e l’empietà di alcuni Sacerdoti. Costoro che così fanno dimostrano di non credere che la Maestà del Signore è presente. Così alcuni celebrano Messa senza spirito, senza affetto, senza timore e tremore, con una precipitazione incredibile! Agiscono come se non credessero alla presenza di Cristo Signore, e come se non credessero che Cristo Signore li vede. (…) So che vi sono, nella Chiesa di Dio, molti ottimi e religiosissimi Sacerdoti, che celebrano i Divini Misteri con cuore puro, e con paramenti pulitissimi. Per questo tutti devono render grazie a Dio. Ma anche ve ne sono che fanno davvero piangere di disperazione, e non sono pochi, la cui sporcizia esteriore manifesta le turpitudini e l’impurità della loro anima”.

Sinceramente, appena lessi questo testo, mi chiesi: quando è stata messa per iscritto questa sacrosanta e – ahinoi – attualissima verità? Fine anni ’90? Prima decade del 2000?
No, niente di tutto ciò.
Quella che abbiamo ascoltato è la conclusione della Lettera Enciclica Annus Qui nunc di Papa Benedetto XIV, scritta nientemeno che nel 1749, alla vigilia di un anno giubilare. In questo documento del magistero troviamo il papa impegnato a redarguire alquanto animosamente i vescovi e i loro presbiteri circa le gravi mancanze che abitualmente si commettevano nella Chiesa, nei tempi in cui egli ne era il supremo pastore, in particolare circa tre ambiti:
1 – La pulizia ed il decoro delle chiese, dei paramenti, dei sacri arredi;
2 – La celebrazione delle Ore Canoniche;
3 – La musica sacra (canto ecclesiastico e suono dell’organo).
Il Papa non si trattiene dal riferire eventi deplorevoli, che si verificavano in varie diocesi, compresa quella dove, a suo tempo, era stato vescovo Antonio Michele Ghislieri, oggi a noi noto e caro ai nostri cuori col nome di San Pio V. Durante la Settimana Santa, nelle chiese si tenevano concerti talmente sontuosi e con musiche così spettacolari e sensuali che non solo distoglievano i fedeli dalle giusta disposizione d’animo per meditare con frutto la Passione del Signore Crocifisso, ma addirittura eccitavano al punto di indurre a varie forme di peccato legato al piacere dei sensi (gola e lussuria in primis).

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Facciamo un salto di un paio di secoli.
Nicola II Romanov, zar di tutte le Russie, venne a Racconigi in visita di stato nel 1909. Pur avendo al suo seguito un vescovo metropolita, aveva espresso il desiderio di assistere alla celebrazione della Santa Messa presso il Santuario Reale di Santa Maria delle Grazie, una chiesa naturalmente cattolica. L’arcivescovo di Torino, il cardinale Agostino Richelmy viene informato della cosa, si affretta a raggiungere lo zar a Racconigi e domanda al sovrano il motivo della sua richiesta. Nicola II gli risponde che la Messa della Chiesa di Roma è più antica e veneranda della Messa di rito orientale, indubbia creazione di grandi e santi padri della chiesa, ma non degli Apostoli; e che della liturgia latina gli ortodossi ammiravano la sobria asciuttezza, tanto da essere proverbiale presso di loro(1). Ben diverse, invece, erano le testimonianze circa le Messe pontificali latine che giungevano a Roma, nei sacri palazzi: Messe di vescovi il cui solo canto del Gloria in excelsis si protraeva per oltre un’ora; cardinali primati che, dopo mezz’ora di contrappunto da parte del coro sul testo del Credo laddove dice: e il Suo Regno non avrà fine, si toglievano di testa la mitra, scendevano dalla cattedra, andavano dal maestro del coro, gli picchiettavano sulla spalla e, in tono tanto perentorio quanto ironico, intimavano: “No, no, è bene che abbia fine, perché altrimenti qui ci facciamo notte!”.
A cosa ci servono episodi di questo genere?
Paradossalmente a spronarci ad alimentare la sana virtù teologale della speranza cristiana e a rassicurare un pochino i nostri cuori, pur mossi da una santa inquietudine verso il degrado attuale della Liturgia. Quanto ha ragione il libro del Qoélet nel ripetere più e più volte che non c’è niente di nuovo sotto il sole! In altre parole, non è intellettualmente corretto ragionare in termini come: “oggi tutto va male, mentre ieri tutto andava bene”.
La Annus qui nunc è la prova lampante che nei secoli passati, prima dell’ultimo concilio, c’è stato addirittura bisogno di un atto del magistero, di un intervento del papa, per richiamare i vescovi e i chierici alle buone norme basilari della pulizia, del decoro, della diligenza dei canonici e dei religiosi nella celebrazione della Liturgia delle Ore, di una più profondamente liturgica percezione del canto, del suono dell’organo e della musica sacra.
Episodi come quelli descritti, caratterizzati da esagerazioni o da cattivo gusto nella musica sacra, poi, costituiscono una parte della nostra storia liturgica, fino a tempi recenti, immediatamente precedenti le riforme operate in ambito liturgico dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Da un lato abbiamo grandi personalità dell’oriente cristiano che elogiavano la sobrietà del rito latino; dall’altro l’eccessivo fasto musicale che rendeva estenuanti le Messe pontificali, mentre un gusto scelleratamente profano corrompeva la musica dell’organo, trasformando la chiesa in un teatro.
Ottima risposta a tutto questo fu il Motu Proprio “Tra le Sollecitudini” del Santo Papa Pio X: certamente, col senno di poi, possiamo sollevare qualche perplessità e qualche critica circa la riforma dell’organo mutuata dal movimento ceciliano, certi interventi discutibili sugli organi nelle chiesa, sui repertori di canto, ecc. Tuttavia, gran parte dei risultati ottenuti furono positivi e spiritualmente proficui.
Come mai?
La risposta è semplice: perché siamo di fronte ad un caso di “magistero applicato”. Se leggessimo alcuni passaggi della Costituzione Sacrosanctum Concilium, cosa dovremmo dire?

Cap VI, § 116 – La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica.

Lo stiamo facendo?…

Cap VI, § 115 – Si curi molto la formazione e la pratica musicale nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche. Per raggiungere questa formazione si abbia cura di preparare i maestri destinati all’insegnamento della musica sacra. Si raccomanda, inoltre, dove è possibile, l’erezione di istituti superiori di musica sacra. Ai musicisti, ai cantori e in primo luogo ai fanciulli si dia anche una vera formazione liturgica.

Lo stiamo facendo?…

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Quante ore di insegnamento musicale troviamo nei seminari, oggi?
Quante diocesi possono gloriarsi di possedere istituti di Musica Sacra degni di questo nome, cioè adatti a formare i futuri musicisti di Chiesa? Anche perché – mi si permetta una piccola pennellata polemica – che prospettiva hanno davanti a sé quei giovani che sentono in cuore la vocazione di servire Cristo con la musica sacra? Quella di morire di fame, dato che, se per caso si azzardassero a chiedere un minimo di retribuzione ai rettori delle chiese per il proprio servizio musicale, verrebbero squadrati da capo a piedi e quasi additati come simoniaci! Dunque, è meglio lasciar spazio a dei bravi ragazzi chitarristi, i quali nel 90% dei casi non sanno neppure come si legge un rigo in chiave di violino, non hanno idea di come di concatenino gli accordi secondo le basi più semplici dell’armonia, ma va bene così perché, poverini, fanno quello che possono, e per puro volontariato, a gloria di Dio …
Ma ne siamo sicuri?
Provate a dire a quei volenterosi chitarristi che, siccome c’è un organista, allora è opportuno che suoni lui secondo quanto prescrive il Vaticano II, e che dunque sarebbe opportuno che loro si rendessero disponibili in altro modo, magari studiando come cantori i canti da fare con l’organista.
Sapete cosa succederebbe?
Tempo un mese – ma sto largo – e questi giovanotti manco andrebbero più in chiesa e, qualora ci andassero, lo farebbero perché hanno trovato un’altra parrocchia dove esibirsi nel loro spettacolino di “pianobar domenicale”. Questo perché non hanno la più pallida idea di cosa sia la Santa Messa, di cosa sia il Santo Sacrificio della Croce, la Presenza Reale e Sostanziale del Signore, e dunque in che cosa realmente consista il suonare nella Sacra Liturgia: l’adorazione di Dio. Nella Santa Messa stiamo infatti contemplando l’atto supremo dell’amore di Dio per noi. Quindi, di fronte al mistero della morte del Signore, che certo è morte gloriosa, ogni gaiosità festaiola è fuori luogo: l’atteggiamento opportuno è quello di chi si lascia commuovere dall’abisso dell’amore di Dio, e lo adora (adoratio, cioè “contatto bocca a bocca” “bacio” “abbraccio”; se ci pensiamo bene è quello che avviene alla Santa Comunione, quando cioè tocchiamo con le labbra e con la bocca lo stesso Signore Gesù Cristo, ricevendolo in noi). Nessuno di questi giovani “adora”; nessuno si inginocchia al canone della consacrazione, nessuno fa una genuflessione verso il tabernacolo. In definitiva, non hanno la più pallida idea di cosa ci stanno venendo a fare, in chiesa. E, in buona parte, non possiamo dar loro la colpa di questa ignoranza: altri dovrebbero in coscienza battersi il petto nel mea culpa, coloro cioè che hanno avuto la responsabilità della mancata formazione di questi ragazzi.

Nella mia miserrima e marginale esperienza di organista liturgico, quando ho fatto ascoltare e studiare organo ai bambini pre-adolescenti e agli adolescenti, quando ho spiegato e fatto cantare ad un gruppo di giovani e di adulti gli inni gregoriani, quando ho provato a far studiare una polifonia semplice e spigliata di Giovanni Carlo Maria Clari … ecco gli occhi che brillano, sorrisi che arrivano alle orecchie, i fanciulli del catechismo che assistono rapiti alla messa domenicale, giovanotti volenterosi che si accostano all’organista per studiare seriamente musica.
E alla base di tutto? Un buon insegnamento di catechismo minimo sui sacramenti e di comprensione del linguaggio liturgico.
Il risultato che più ha sorpreso me ed il mio parroco, sapete qual è stato?
Bambini di tredici, quattordici, quindici anni che, dopo aver sentito uno Jesu dulcis Memoria, un Kyrie de Angelis, una pagina di Bach o di Zipoli, vengono tutti infervorati e chiedono al parroco: “Don, ma come mai la Messa non la possiamo fare tutta in latino, e rivolti verso la croce, anziché verso la gente? Lo senti quanto è bello il latino quando si prega e com’è bello essere tutti rivolti verso Gesù?”. Non c’è stato bisogno di dir niente per influenzare il pensiero di questi piccoli: abbiamo solo dato loro la possibilità di vedere, per di più nel Novus Ordo, non nel Rito Antico. E, una volta visto che c’è molto di meglio, nel mondo della liturgia, indietro verso “chitarre grattugiate” e canzonette alla buona non vogliono tornare nemmeno per sogno! Davvero dalla bocca dei bambini e dei giovinetti esce sempre la verità, perché loro non hanno né ideologie né paraocchi o preconcetti nel cuore e nella mente.
C’è chi parla oggi del bisogno di fare un Concilio Vaticano III … Ora, senza entrare nel merito di critica esegetica dei documenti conciliari, mi permetto appena di osservare: vogliamo fare un Vaticano III senza aver ancora applicato il precedente, a partire dalla sua prima costituzione, cioè quella liturgica?
Preoccupiamoci piuttosto di non cadere nella tristezza, nell’amarezza, nello scoraggiamento, nell’ideologia: tiriamoci su le maniche, e facciamo quel che il Santo Padre Benedetto XVI, disse nella sua ultima omelia da cardinale, prima della sua elezione al Soglio di Pietro:

Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore(2).

Bella musica, degna di Dio.
Bei paramenti, degni dell’Altissimo.
Belle chiese, degne del Santo Sacrificio della Messa e dei divini misteri.
Bella Liturgia, all’altezza dei bisogni delle anime.

Bellezza, bellezza, dunque!
Certo, i paramenti diventano lisi, oppure vengono trascurati, e prima o poi vanno perduti; molte chiese, specie se abbandonate, crollano, gli affreschi si rovinano, gli arredi sacri deperiscono; moltissimi organi, nella storia dell’organaria, sono andati distrutti per calamità, incendi, sciagurate manomissioni oppure perché lasciati morire nella dimenticanza. Questa è la sorte della parte più materiale di questi “gesti di storia liturgica e di arte sacra”.
Ma se nel paramento, nell’edificio della chiesa, negli arredi, negli organi viene riposto e, per così dire, “infuso” il desiderio di testimoniare Dio e di donarlo alle anime, tutto cambia, anche se poi, nel tempo, l’oggetto materiale andasse perduto. E’ questo quello che le genti chiedono (più o meno consapevolmente … ma lo chiedono!) per la propria fame più profonda, quella del cuore: bellezza per alimentare l’anima e sorreggerla nel cammino terreno … altrimenti ci si perde, si smarrisce la via.
Che il Signore ci ispiri e ci conceda, col Suo aiuto, di dare alle anime ciò di cui esse hanno un disperato bisogno: quel gesto “bello e vero” capace di toccare il cuore e di aprirlo alla gioia del Signore. Di tante cose che ciascuno di noi potrebbe fare nella propria vita, ecco: queste sole saranno quelle “belle cose” che, come disse l’allora Cardinale Ratzinger, rimarranno per l’eternità.

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NOTE

(1) Da sempre gli orientali indicavano come la “Divina Liturgia del Santo Apostolo Pietro” il Rito della Messa in uso nella Chiesa Cattolica fino al 1965. Perfino grandi mistici dell’Oriente Cristiano come Giovanni di Kronstadt, Ignazio Brjancaninov e Silvano Aghiorita, pur non essendo così conformi al primato del Papa, tuttavia elogiavano il Rito Latino, nel quale a loro dire si era conserva l’antica eleganza apostolica dei primissimi secoli, una bellezza scevra da quella garrulità che spesso caratterizza il culto greco-bizantino e tutte le liturgie con esso imparentate.

(2) Cardinale Joseph Ratzinger, Omelia Missa pro eligendo Romano Pontifice, Patriarcale Basilica di San Pietro (Roma) Lunedì 18 aprile 2005.

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