Commento di Margherita Nannoni

IN QUESTA QUINTA PARTE:

  • Bach e il concorso di Amburgo (Margherita Nannoni e Alessio Cervelli)
  • Fuga G – moll BWV 542 (Organo Buerkle – Chiesa di S. Bartolomeo ad Ulignano)

Da dove cominciare?
Creiamo un’immagine, direi.
Un uomo (Bach) che si trova ad affrontare l’ennesima batosta della vita: tornare a casa e trovare la sua amata moglie (Maria Barbara) già morta e sepolta.
Voi che cosa pensereste? Molto probabilmente le domande che verrebbero in mente alla maggior parte di noi sarebbero: “perché a me?” e “cosa ho sbagliato?”.
In realtà possono anche essere domande legittime da parte di una persona che ha appena perso l’amore della sua vita, che ha perso un pezzo importante di sé, ma che nel corso di questa vita ha cercato di fare sempre del suo meglio cercando di mettersi completamente a servizio del Signore e provando a dare tutto ciò che poteva dare col lavoro delle proprie mani e della propria arte.

Ma guardiamo invece Bach.
Certo non pensiamo che lui non si sia disperato e che anzi abbia appreso la notizia di quanto era accaduto in sua assenza con estrema serenità (era uomo anche lui, e il dolore che provò fu enorme); ma Johann Sebastian non si butta giù, non getta tutto al vento. Prende in mano il suo amore per la moglie, lo unisce alla sua fede in Dio e cerca di dare un significato a tutto questo, a tutte le batoste, a tutto il dolore e anche un po’ alla propria esistenza.
Bach prende l’amore che lui provava per la moglie insieme al ricordo dell’amore che la moglie provava per lui, lo getta nell’amore che il Signore prova per noi uomini e lo trasforma in un grido di aiuto, in una richiesta di certezze, ma alla fine anche in un canto di lode, una lode per tutto quello che è la vita e che essa dà, per l’amore che il Signore ha in serbo per noi e che non ci trasmette soltanto, come si può dire, “spiritualmente”, ma che ha riversato su di noi concretamente: dalla croce del Suo Figlio sino al metterci accanto persone che darebbero la loro vita per noi, che piano piano diventano parte di noi e che, unite alla nostra persona, vanno oltre la morte e riescono a creare qualcosa di più: una storia sacra.

“E quando muoiono?”, vi starete chiedendo. “Non abbiamo risolto la questione! Bach doveva arrabbiarsi, forse aveva pure il diritto di smettere di fare ciò che stava facendo, di credere in ciò in cui credeva”.
Invece no, vi dico: non lo fa. Perché Bach, con questo suo GRIDO, non solo vuole comunicare che quel “pezzettino bruciante” di Dio vive ancora in lui, e quindi in ciascuno di noi, ma vuole anche che questo suo pezzettino sia visibile a tutti e che risplenda insieme a tutti gli altri pezzettini che fanno parte dell’enorme puzzle dell’amore di Dio.
Così facendo Bach porta la sua fede e il suo amore per Maria Barbara ad un livello diverso, immerge la sua vita proprio in questi due amori in modo che possano guidarlo e portare luce in tutti i momenti bui che gli si sono presentati e che sicuramente gli si presenteranno ancora. Solo così Maria Barbara sarà sempre con lui, anche quando nella vita di Johann Sebastian arriverà la consolazione dell’incontro con Anna Magdalena, una seconda moglie, fedele, affezionata tanto a lui quanto ai figli che Bach aveva avuto appunto dall’amata Maria Barbara. La preghiera in musica che Johann Sebastian dà l’impressione d’innalzare ad Amburgo, allora, ci pare proprio venir ascoltata nel dono di un amore nuziale che non cancella il precedente, ma che vi si aggiunge. Perché alla fine l’amore, quando è vero, è un po’ come l’energia: si trasforma, ma non si distrugge.

“La tua sinistra sotto la mia testa,
abbracciami con la tua destra.
Non risvegliate, non risvegliate
il mio amore, se non ne ha voglia.
Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
perché forte come la morte
è l’amore”.

(Cantico dei Cantici, II, 6. 7b; VIII, 6)

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