Domenica mattina di un bel fine – settimana di maggio. Giornata ideale per celebrare la Messa festiva e chiudere l’anno pastorale. La processione d’ingresso varca la porta di quella piccola chiesa di campagna: turibolo e navicella, ceri e croce astile, accoliti e cerimoniere. A chiudere, il parroco, rivestito di una splendida pianeta dorata, con rifiniture in perle di fiume. Dal presbiterio s’ode una voce baritonale che intona ed è subito seguita dagli altri membri della schola: “Jesu, dulcis memoria, dans vera cordis gaudia”.

Gesù, dolce memoria,
che dona vera gioia al cuore:
sopra il miele ed ogni altra cosa
è dolce la Sua Presenza!

Niente si può cantare di più soave,
niente si può udire di più gioioso,
niente si può pensare di più dolce
di Gesù, Figlio di Dio.

Gesù, speranza per chi è pentito,
quanto sei compassionevole verso chi Ti rivolge preghiere!
Quanto sei buono con chi Ti cerca!
Ma cosa sei mai per chi Ti trova?

La lingua non ha forza sufficiente per dirlo,
né le parole scritte riescono ad esprimerlo:
solo chi l’ha provato può sapere cosa sia
amare ardentemente Gesù.

O Gesù, sii Tu la nostra gioia,
Tu che sei il premio dell’eternità futura!
In Te solo sia riposta la nostra gloria,
per gl’infiniti secoli. Amen.

Era stato proprio il parroco a chiedere ai cantori di eseguire quel bellissimo inno all’ingresso della Santa Messa. Fin dalla prima strofa, un profondissimo silenzio era sceso tra il popolo, compresi i bambini delle classi di catechismo; anzi, proprio questi ultimi tenevano fisso lo sguardo sui cantori, con gli occhi sgranati. Terminata la Messa, gli undicenni ragazzini accorrono a frotte da Manuel: «Che bello, il canto che avete fatto all’inizio della Messa! Non si era mai sentito… com’è, che faceva? Ce lo ricantate?». E l’organista ed i cantori sono ben lieti di esaudire questa richiesta dei bambini.
«Maestro, senti un po’», chiede il maggiore degli studenti d’organo di quella parrocchia, «tu e gli altri ce lo cantate quell’inno della Settimana Santa che ci avete fatto sentire tempo fa? E’ bellissimo! Il ritornello mi capita di canticchiarlo pure mentre sono sotto la doccia, tanto mi è rimasto impresso».
Il musicista estrae dalla borsa un quaderno, lo sfoglia e lo posa sopra il leggio dell’organo. I cantori cercano tra le pagine del loro repertorio, trovano quel che serve loro e fanno cenno all’organista: sono pronti: “O Redemptor, sume carmen temet concinentium”.

O Redentore, accogli il canto di coloro che a Te inneggiano.
Ascolta, o Giudice dei morti,
unica speranza dei mortali:
odi le voci di coloro che portano
qui innanzi a Te un dono, segno di pace.

Questi rami odorosi risplendenti di pura luce
vengono portati per essere benedetti:
li porta questa devota folla che è qui
e li presenta al Salvatore del Mondo.

Stando ai piedi dell’altare in atteggiamento supplice,
il Pontefice Infulato
scioglie l’intero debito antico
per mezzo dell’olio consacrato.

Degnati Tu di consacrare,
o Re della Patria Eterna del Cielo,
questo olivo ed il suo olio quali segni vivi,
esorcismo che fa fuggire gli angeli del Demonio!

Che sia rinnovato tutto l’essere umano
per mezzo dell’unzione crismale:
che sia finalmente risanata la gloria della dignità originale
ferita dall’antica colpa.

Dalla mente mondata al Sacro Fonte del Battesimo,
siano messi in fuga i crimini;
nella fronte così unta e consacrata,
penetrino i carismi celesti.

O Cuore nato dall’Eterno Padre,
Tu che riempi il grembo della Vergine,
prepara la Luce e serra le porte in faccia alla morte
in favore di coloro che nel Crisma hai reso Tuoi fratelli.

Sia per noi oggi giorno di festa
nei secoli dei secoli;
sia giorno consacrato con lode degna,
e non conosca mai il tramonto.

«Bello, bello, bello!», commenta il bambino che aveva chiesto l’esecuzione dell’inno. «Spero di impararlo presto: credo che lo suonerei fino alla noia (di chi ascolta; non di certo la mia)».

Proprio i piccoli e i pre-adolescenti erano i più affascinati dal canto gregoriano. Se ascoltavano un Kyrie, un Sanctus, un’antifona, lo sguardo si faceva ogni volta scintillante ed il commento era sempre lo stesso: “bello!”.
Al Venerdì di Passione, nella Settimana Santa, i cantori avevano proposto gli improperia, i lamenti del Signore, e l’antico inno Crux Fidelis. I bambini che avevano tenuto il servizio liturgico, tornati in sacrestia, avevano chiesto al parroco: «Don, ma perché gli anni scorsi non abbiamo mai fatto così, al Venerdì Santo? Hai sentito che bello?»; il presbitero non poteva che essere felice di queste reazioni positive dei suoi piccoli, lui che la Liturgia la amava sul serio.
«Sapeste quanto mi colpisce», aveva più volte commentato quel buon parroco, «quel che faceva sempre il Santo Curato d’Ars, ogni volta che celebrava la Santa Messa! Vi era un unico momento dove si soffermava molto: al Per Ipsum, il Per Cristo, con Cristo e in Cristo. Nel rito romano pre-conciliare, il sacerdote teneva il calice col Preziosissimo Sangue nella mano sinistra, mentre col Santissimo Corpo nella specie dell’Ostia grande tenuta tra il pollice e l’indice della mano destra tracciava tre segni di croce sopra il calice, due tra il calice ed il proprio petto, poi portava la mano destra con l’Ostia grande sopra il Calice e li elevava un pochino. Ecco, a questo punto San Giovanni Maria Vianney, si bloccava, restava lì, immobile, con lo sguardo fisso sulle sacre specie. Uno dei suoi più intimi amici, che più volte gli aveva servito la Messa un giorno vuole chiedergliene la spiegazione. Quel sant’uomo gli risponde che in quel momento si rendeva conto di tenere tra le mani quel Dio adorabile e Amore perfetto che, col peccato mortale, si rischia di perdere per sempre; proprio questo prolungava quel momento, che per lui anticipava l’intimità con Dio che godono i paradiso le anime beate. Se avesse potuto, non avrebbe mai più lasciato la presa dal quel Signore che, in quel momento, era tra le sue deboli, fragili mani.
Ecco perché amo così tanto la Liturgia: è il linguaggio sia divino che umano con cui a noi è permesso anticipare quaggiù, per mezzo del sacerdote, le cose stupende che ci attendono in Cielo. Chi pratica e studia la Liturgia senza avere questo concetto chiaro e nitido nella propria mente, è un sacrilego ed un povero disgraziato».

Pare sia una regola fissa e ampiamente comprovata quella secondo la quale ai buon preti capitano sempre ampi “giramenti di scatole”, spesso proprio a causa di qualcuna delle sue pecorelle che, per certa mentalità “moderna” (o forse sarebbe meglio dire “smania di un protagonismo quasi filoprotestante”), si sente in diritto di agire senza il consenso del parroco, di spargere velenose critiche come iniezioni di cianuro nelle orecchie delle altre “pecorelle”, di danneggiare il più possibile l’operato di un presbitero che altro non fa che obbedire alle norme di Santa Madre Chiesa con premura pastorale. Anche quel buon parroco di quella piccola parrocchia aveva la sua “paolina spina nella carne” , probabilmente tollerata dal buon Dio perché il suo servo non montasse in superbia, ma piuttosto progredisse spedito nel suo cammino di santità.
Poche persone, che si contano sulle dita di neppure due mani, lo criticavano talvolta aspramente. Paramenti nuovi per la parrocchia, paliotti per l’altare, fiori per le feste, addobbi per le solennità? Soldi buttati, perché occorre essere poveri. Un organo a canne per la chiesa, per l’acquisto del quale, una volta lanciata la proposta, la comunità parrocchiale aveva racimolato i soldi necessari in appena quindici giorni? Una spesa folle ed inutile: gli antichi cristiani mica suonavano l’organo! La Veglia pasquale con canto gregoriano, un serio e curato repertorio di canti per l’assemblea, incenso e ceri, dieci chierichetti, organista e violinista in servizio? Semplicemente ridicola: mica siamo in una cattedrale!
Terminate le celebrazioni della Settimana Santa, quel buon parroco ed il nostro Manuel si vedono arrivare una di queste pecorelle che stenta particolarmente ad obbedire con docilità al suo mite pastore.
«Senti, Don, io te lo voglio proprio dire: questo gregoriano che ci propinate è brutto, ridicolo e noioso. Quest’organo ci sta annoiando tutti! I bambini si annoiano, gli adulti sbuffano. Io ho fatto per anni la scout, e ti posso assicurare che è lì che si impara la vera fede: poche cose, messe semplici, canti gioiosi con chitarra alla mano e via. E poi questa Veglia Pasquale è stata proprio qualcosa di ridicolo, con quel violinista che faceva “il Paganini” della situazione. La cosa più assurda è stato il canto del salmo, dopo la lettura dall’Esodo del passaggio del Mar Rosso. Mi spiegate perché avete cambiato la versione di quel canto? Nel ritornello c’era l’Alleluia: voi invece, c’avete infilato quel “Cantiamo al Signor” che non sapeva proprio di nulla».
Prendendo un attimo di tempo per far silenzio e non cedere alla prima tentazione di sbranare quella pecorella come farebbe un lupo inferocito, il parroco le spiega con tono mansueto e calmo, ma sensibilmente segnato dall’irritazione:
«Ascoltami. Io ho l’impressione che il tuo eccessivo amor proprio ti porti a non voler vedere le cose che contrastano con la tua formazione giovanile, nella quale forse qualcuno dei tuoi educatori ha commesso qualche errore di non poco conto.
I bambini si annoiano? Non mi sembra affatto! Anzi, gli studenti d’organo di questa parrocchia – che sono bambini! – aumentano sempre di più. C’è stato addirittura qualche bimbo di soli otto anni che ha chiesto ai genitori di poter andare da un insegnante di pianoforte perché da grande gli piacerebbe imparare a suonare bene l’organo come lo suonano qui in parrocchia. Quando abbiamo cantato lo Jesu dulcis memoria, gli occhi dei nostri bimbi erano sgranati nel guardare la liturgia: non un fiato, non un rumore, non uno scricchiolio di panche».
La donna interrompe il parroco con spocchia: «Queste sono fisime mentali tue e di fanatici come te! Per i bambini ci vuole ritmo, gioia, movimento!».
«Ah, sì?» ribatte il sacerdote, che inizia ad essere un tantino irritato nel tono della voce. «Perché invece è ben diverso, quando voi pretendete di suonare alla Messa i vostri canti con queste chitarre, eh? Si prega bene, vero? Ma fammi il piacere! E’ un chiacchiericcio continuo, una distrazione perpetua, un movimento ed una smania in questi piccini che, lo confesso, in più d’una occasione mi ha dato veramente fastidio. E questo come mai? Perché, per loro natura, l’organo, il canto gregoriano, il buon canto di popolo, la musica sacra crea il silenzio, il raccoglimento, l’adorazione, che anche i più piccoli percepiscono ed anzi ne sono incuriositi tanto che poi vengono a fare mille domande».
«Certo!» interrompe di nuovo la cinquantenne «perché ai bambini, qui, state a fare il lavaggio del cervello! Ma gli adulti si annoiano! Me l’hanno detto tutti!» proclama quella, trionfante e con un sorriso di sfida odioso stampato in faccia.
«Gli adulti si annoiano?» chiede il prete, inclinando leggermente il capo di lato, fissando negli occhi quella donna, con tono di voce divenuto improvvisamente ingenuo e con un risolino amabile disegnato sulle labbra. «Strano… vuol dire che quelli che si annoiano vengono a dirlo soltanto a te, perché io ho ricevuto solo ringraziamenti, complimenti per la cura liturgica e lettere, biglietti e e-mail che mi invitano a proseguire per questa strada che, bada bene, non mi invento io: esiste già da più di mille anni.
Ne vuoi un esempio? Per quel paliotto con la sua cornice che abbiamo collocato dappresso l’altare per renderlo più bello e solenne, noi non abbiamo dovuto spendere niente. Sai Perché? Un falegname delle nostre zone era per caso presente alla Messa del Corpus Domini che abbiamo celebrato qui. Terminata la Messa è venuto ad esprimermi la sua commozione per il servizio liturgico, la cura nella celebrazione, la bellezza dei canti, la tenerezza nel vedere i bambini che suonano l’organo e si aiutano l’un l’altro: a tal punto era commosso ed impressionato che ha voluto regalare alla parrocchia paliotto e cornice per l’altare. Evidentemente quest’adulto è uno dei molti che non si annoia col gregoriano e l’organo. Non sarà forse che tu trasferisci negli altri i tuoi pareri personali, senza neppure appurare se in effetti l’opinione altrui è ben diversa dalla tua?», chiede il parroco, sempre con tono fintamente ingenuo ed un sorriso beffardo sulle labbra.
«La Veglia pasquale è stata una buffonata! E’ stata ridicola!» sbraita la donna, con voce sempre più concitata.
«La Veglia Pasquale ridicola? Cara figlia mia, allora significa che per te e per quelli come te è ridicola la stessa Liturgia della Chiesa, così come i documenti ed il messale ci comandano di celebrare! Se tu nella tua coscienza di battezzata sei a posto, tanto meglio per te: mi chiedo solo cosa ci venite a fare, qua, tu e i pochi altri che la pensano come te. Il mondo è tanto grande che un posto a voi più confacente ci sarà di certo. Per quanto riguarda il cantico dal libro dell’Esodo, vorrei che fosse il mio organista a dartene spiegazione», conclude il parroco, indicando Manuel alla sua destra, con mano aperta.
Con grande calma, il giovane comincia:
«Signora mia, il canto che abbiamo eseguito, e che lei mi dimostra di conoscere, è frutto del lavoro di un noto compositore di canti liturgici della diocesi di Roma. Ora, questo compositore è anche sacerdote e, in quanto tale, conosce abbastanza la liturgia da sapere che, se la sua composizione si eseguisse alla Veglia Pasquale in loco del Cantico dell’Esodo (di cui ne riprende esattamente le parole), non sarebbe possibile cantare l’Alleluia contenuta nel ritornello responsoriale; infatti egli stesso in partitura ha indicato l’opzione “Cantiamo al Signor”, prevedendo la possibilità di eseguire quel canto nella notte di Pasqua. Tutto ciò per il fatto che il solenne canto dell’Alleluia non può essere anticipato ai salmi della Notte Santa di Pasqua, dopo che siamo stati privati di esso per tutta la Quaresima. Le letture di quella notte sono strutturate in un crescendo che comprende il canto del Gloria in Excelsis per poi culminare nel grande Salmo dell’Alleluia prima della proclamazione del Vangelo. Questo è il linguaggio mistagogico proprio della liturgia pasquale: introdurci dalle tenebre della notte e del sepolcro verso l’alba e la luce nuova della risurrezione del Cristo, che vince la morte. Già che ci sono, volevo approfittarne per rispondere a qualche altra sua osservazione».
L’atteggiamento della signora scout lì presente diventa sempre più insofferente; ma il nostro organista, che l’ha notato, non se ne cura affatto e prosegue:
«Lei ha detto che il canto gregoriano è brutto, ridicolo e noioso. Ha mai letto la Divina Commedia di Dante Alighieri?».
«Certo! Che domande…», risponde con tono di sprezzante sufficienza la signora, «io sono un insegnante! Lavoro nella scuola da anni!».
«Ottimo», riprende l’organista. «Dunque non le saranno certamente sfuggiti quei versi sparsi per l’ottavo canto del Purgatorio, dove il padre della lingua italiana dice:

Anime stanno sul verde e in sui fiori,
cantando Salve alla dolce Regina…
E intanto fissa…una dell’alme,
surta, che l’ascoltar chiede con mano…
Te lucis ante sì devotamente
le uscì di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente.

Ma guarda un po’! Dante parla proprio del canto gregoriano. Così pure Sant’Agostino, che aveva udito il canto degli inni nelle assemblee liturgiche della chiesa ambrosiana, scrive:

Quante lacrime sparsi, sentendomi abbracciare il cuore dalla soave melodia degli inni e dei cantici risuonanti nella tua Chiesa! Quelle melodie mi entravano per le orecchie e la verità si versava nel cuore e si destava la fiamma dell’affetto. E piangevo di consolazione.

Se gli inni e i cantici risonanti nella Chiesa strappavano lacrime ad Agostino, se la Salve Regina e le dolci note dell’inno di Sant’Ambrogio Te lucis ante terminum, nella sua semplice, casta e nobilissima melodia, facevano uscir di mente Dante, di quale potenza immensa è mai dotato il canto gregoriano? Non è convinta? Allora potremmo prestare attenzione al pensiero di validissimi musicisti!
Alfredo Casella disse che “Il canto gregoriano: quel meraviglioso tesoro melodico che la Chiesa Cattolica ereditò dai greci e che forma oggi la base essenziale della musica italiana rinascente”. Gianfrancesco Malipiero commentò: “Il canto gregoriano è la vera fonte di tutta la musica occidentale. Tutta la musica discende dal canto gregoriano. Il canto gregoriano è la chiave che apre tutte le porte che introducono alla musica, alla vera musica”. Il grande compositore francese Charles Gounod lasciò scritto nel suo testamento che, per i suoi funerali, non voleva altra musica all’infuori di quella liturgica gregoriana. La stessa volontà è stata espressa da Lorenzo Perosi, maestro della Cappella Sistina, da altri musicisti e perfino da non musicisti, come Mobutu, il presidente del Congo. Per non parlare di Mozart, che disse più volte quanto avrebbe volentieri dato tutta la sua musica in cambio della gloria di aver composto la melodia gregoriana del Prefazio della Messa ».
«Gente vecchia, morta e sepolta! Sai a chi importa di ’sta gente stantia e putrefatta da secoli! A te piace solo la gente morta!» sentenzia con aria di sufficienza la donna.
Cercando di trattenersi dall’impulso di sbranarla sui due piedi, Manuel chiede con cortesia:
«Mi dica? Le piace Mina, la cantante?».
«Oh, finalmente rammenti una persona viva!» replica con tono di scherno la signora.
«Bene!» prosegue Manuel. «Allora lei saprà anche che Mina ha inciso il Veni Creator Spiritus e l’Omni Die per il suo album di musica sacra “Dalla terra” con arrangiamento e direzione orchestrale di Gianni Ferrio e la partecipazione della Schola Gregoriana del Duomo di Cremona, per la direzione di Massimo Lattanzi: un album che ha ottenuto recensioni estremamente positive da parte della critica italiana, tra l’altro per la scelta inusuale e anticommerciale, apprezzando la voce e l’interpretazione di Mina che, messa da parte la sua esperienza nel campo della musica “leggera”, ha voluto dedicarsi con questo album alla sfera spirituale. Evidentemente, neppure per una grande e famosa cantante come Mina il canto gregoriano è brutto, noioso e ridicolo».
Quell’insegnante dalla discutibile formazione è stranamente ammutolita. Manuel coglie la palla al balzo e sferra la stoccata:
«Sa cosa sono arrivato a capire, in questi non pochi anni in cui ho studiato musica e l’ho praticata nelle liturgie degli ambienti parrocchiali, signora mia? Che sono le persone non solo musicalmente ignoranti (il che non è una colpa), ma anche immensamente arroganti, superbe e profondamente ideologizzate dalle correnti sessantottine come lei, a non esser capaci di riconoscere la vera arte e la vera bellezza, quando capitano loro davanti. Siete persone cieche, che pretendono di esser guide di ciechi e che, quando si trovano ad avere a che fare con bravi preti fedeli alla Chiesa e al suo magistero, con musicisti che hanno sulle spalle anni di studi, con bimbi che nella loro innocenza riconoscono la bellezza con disarmante naturalezza, con adulti di buona volontà che desiderano il bello ed il buono per la loro parrocchia, vi comportate talmente da ignoranti per giunta incattiviti, che non solo non fate nulla, ma impedite anche a chi lo vuole di fare il bene del popolo di Dio! Avete un tale odio per la dottrina cattolica e l’autorità sacra della gerarchia che neanche riuscite a rendervene conto, tanto vi è entrato nelle ossa! Nessuno di voi in chiesa si inginocchia quando Cristo là, sull’altare, muore per noi! Anzi, c’è chi di voi si siede per terra a gambe incrociate quasi fosse ad una scampagnata o ad un pic-nic, invece che all’attuazione sacramentale degli eventi che operano la nostra salvezza e all’anticipazione in terra delle realtà celesti!».
«Ma come ti permetti, spocchioso giovinastro che non sei altro?» sbotta la signora. «Io sono stata negli scout per anni! La fede l’ho imparata, eccome!».
«Cara la mia scout» apostrofa Manuel, tirando le labbra in un sorriso di scherno, e con tono di voce fattosi leggermente nasale e da “presa di per i fondelli”, «nei boy-scout si imparerebbe la vera fede? Può essere, non lo metto in dubbio, anzi: ci credo. Io stesso suono di frequente per un gruppo scout che addirittura celebra la Messa in Latino, secondo il Motu Proprio Summorum Pontificum. Ho inoltre vari amici di penna che fanno parte di gruppi scout ottimi, dove la buona dottrina è trasmessa ai giovani, e dove gli organisti e gli amanti della musica non mancano. Ma lasci che le racconti un aneddoto.
Tempo fa ero ospite presso un convento di frati minori, in un’altra regione d’Italia. Presso la foresteria di quel convento erano alloggiati anche alcuni boy-scout col loro cappellano, scout anch’esso. Un pomeriggio mi affaccio dalla finestra del corridoio e vedo questi “grandi cattolici praticanti” seduti per terra, a gambe incrociate, col loro cappellano, in divisa scout, il cappello in testa ed una piccolissima stola da kit da campo sulle spalle. Davanti al prete, c’era una cassetta da frutta, come quelle dei mercati rionali, rovesciata, con su sopra un fazzoletto bianco, una candela accesa, un piccolo calice con patena, una piccola pisside con le particole.
Vado di corsa a chiamare il padre guardiano.
“Che c’è, figliolo?”, mi chiede.
“Padre, si affacci dalla finestra nel corridoio e guardi nel cortile, qui sotto”, gli dico.
Il frate si affaccia, sgrana gli occhi, si gira verso di me e mi chiede, sgomento:
“Ma cosa stanno facendo?”.
“Ho l’impressione che stiano celebrando la Messa, padre”, gli rispondo, con voce pacata.
“Cosa? Ma siamo matti?”, sbotta il sant’uomo, precipitandosi per le scale che immettono nel cortile.
Si avvicina a passo sostenuto al gruppetto, picchietta sulla spalla del cappellano, anch’esso seduto all’indiana per terra, e gli domanda:
“Scusate: cosa state facendo?”.
“Non vede, padre? Stiamo celebrando la Messa”, risponde il cappellano.
“Ah”, replica il guardiano; poi soggiunge:
“A che punto siete?”
“Stavo tenendo l’omelia”, spiega il prete.
“Quindi non avete ancora consacrato, giusto?”, si informa il frate.
“No, naturalmente, padre”, risponde il cappellano.
A quel punto, il padre guardiano del convento sferra un calcio a quella cassetta di frutta e la fa volare a qualche metro di distanza; quindi afferra per una spalla il cappellano, lo costringe ad alzarsi e lo ammonisce, in tono molto severo e perentorio:
“Mi ascolti bene. Abbiamo qui alle sue spalle una bella chiesa, con l’altare consacrato, i paramenti, i vasi sacri e tutto quel che occorre per celebrare la Messa come Dio e la Sua Chiesa comandano. Se volete celebrare, sono ben lieto di ospitarvi; se vi ostinate a voler fare scempi di tal genere, andare a raccogliere tutte le vostre carabattole, fate fagotto ed andatevene, perché io non tollero gente che compie tali atrocità sacrileghe nel mio convento!”.
Mi dica, signora: è per caso questa, la fede spontanea, semplice, gioiosa alla quale lei e quelli come lei siete stati educati?», conclude l’organista, con un sorrisetto sulle labbra che dà tutta l’impressione di voler sfottere a più non posso la sua, ormai paonazza, interlocutrice.
La donna, schiumante di rabbia, gira sui tacchi e se ne va, ovviamente con passo altezzoso, senza degnare neppure d’uno sguardo (figuriamoci d’una genuflessione) il tabernacolo e sbattendosi pure alle spalle la porta di chiesa.
Qualche giorno dopo, una persona incaricata delle pulizie della chiesa parrocchiale e della gestione e custodia degli ambienti della canonica, vicina per parentela e simpatia a questa cara educatrice scout di preclara dottrina cattolica, entra in sacrestia mentre il parroco sta spogliandosi dei sacri paramenti dopo aver celebrato la Messa feriale e, senza troppi complimenti, gli scaraventa sul bancone la copia delle chiavi della chiesa e della canonica.
«Queste sono le tue chiavi. Tienitele, che io me ne vado in vacanza per l’estate! D’ora in poi le pulizie fattele da solo!», dice con alterigia questa “mite” pecorella a quel pastore che il buon Dio aveva voluto darle.
«Va bene. Vorrà dire che le darò a qualcun altro che mi possa aiutare», risponde il parroco, col suo solito tono mansueto ed accogliente.
E la pecorella, per tutta risposta, senza neanche guardarlo in viso, senza salutarlo e voltandogli già le spalle per prendere la porta ed andarsene, taglia corto, con un secco e stizzito:
«Fa’ come ti pare».

Quella stessa sera, mentre il sacerdote è di fronte ad una pizza col suo organista, dopo avergli raccontato l’episodio, aggiunge:
«Lo sai, figlio mio, cos’è che mi rincresce?».
«Cosa?», risponde Manuel, infilandosi in bocca la forchetta con su un boccone fumante di pizza ai formaggi.
«La durezza del cuore di queste persone, che non accettano di voler ragionare, approfondire, riflettere e capire la bellezza e la preziosità del far bene tutto per il maggior vantaggio delle anime e la maggior gloria di Dio».
Il musicista fa cenno affermativo con la testa, mentre sta deglutendo il boccone.
«Vedi», prosegue quel buon prete, «se viene da me una donna, una ragazza, un’adolescente che mi dice di aver fatto la prostituta con cento e più individui, ma ora vi è da parte di questa persona il pentimento e la voglia di aprirsi all’amore e alla volontà di Dio, io non batto ciglio, assolvo questa persona, le do immediatamente la comunione e ci aggiungo una mia carezza personale. Ma il peccato che commette la gente che io e te abbiamo conosciuto, è un peccato ben più grave, lo sai? E’ un peccato contro lo Spirito Santo, è peccato d’impenitenza, di perseveranza nell’errore, addirittura di rifiuto della verità rivelata. Per questo peccato non può esserci perdono, perché una persona del genere che venisse al mio confessionale non potrebbe portarmi la materia alla quale io possa aggiungere le parole del Signore ed amministrargli il Sacramento del Perdono: non mi porta le sue lacrime di dolore, non mi consegna il pentimento per i peccati commessi, non l’umiltà di chi vuole ascoltare, non il desiderio di ravvedersi dalla propria condotta .
Rammenti quel che Gesù ci ha detto? “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli!”
A volte penso che sia proprio per casi come questi, che il Signore ha voluto donarci tale insegnamento».

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