Cerca

musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

Mese

aprile 2016

UN HARMONIUM DI CAMPAGNA – Un CD interamente dedicato all’harmonium

harmonium Galvan 001.jpg

L’harmonium è sempre stato considerato il fratellino povero dell’organo a canne. Questo giudizio inclemente deriva paradossalmente da un atto splendido del magistero della Chiesa: designare l’harmonium come valido sostituto per quei luoghi e quelle circostanze dove la mole e i costi dell’organo a canne fossero proibitivi. Il sostituire l’organo, però, non è segno di una scelta di qualità inferiore, anzi: l’harmonium, tanto quello artistico e storico, quanto quello più semplice e contenuto in fattura purché comunque realizzato a regola d’arte, presenta un’espressività calda ed efficace, grazie alla sua capacità di entrare in tutte le sfumature d’intensità e colore del suono, permettendo all’esecutore di agire direttamente sulla pressione del mantice tramite i due pedali d’insufflazione. L’harmonium ha un suono intimo e al contempo profondamente spirituale.

Tra le volte dell’antichissima Pieve di San Giovanni Battista a Pievescola, un harmonium Galvan ce ne offre un esempio: ecco dunque quel che si è potuto tirar fuori dal connubio tra le maestose pietre romaniche di questa splendida chiesa e le sonorità di uno strumento semplice, eppure costruito da coloro che all’epoca erano definiti “gli Stradivari dell’harmonium” italiano. Lo strumento ha “cantato” nel linguaggio romantico a lui congeniale (Mason, Boely), ma si è anche avventurato verso il repertorio barocco (Wesley, Zipoli, Pachelbel). Qualsiasi ascoltatore che non abbia familiarità con l’harmonium si chiederà come sia possibile cavar fuori questa musica da uno strumento che agli occhi di molti, oggi, appare “misero”, … ma che invece misero non è, per niente!

In un miscelarsi di note, piccoli rumori della meccanica dello strumento, il frinire estivo delle cicale e il canto delle rondini che vanno e vengono dai nidi posti nel sottotetto dell’abside (un tappeto di suoni di sottofondo che si è scelto di non eliminare per lasciare le incisioni “vive e concrete” come lo sarebbero durante la liturgia), quest’harmonium sfodera tutte le sue energie, fino a spingersi – con la Giga in Sol minore, per esempio – al limite estremo delle sue possibilità esecutive, in uno sforzo ardente che racconta ancora alle nostre parrocchie il motivo per il quale esso è stato costruito e collocato qui: servire il Signore Dio nostro con la più autentica dignità dell’arte, un’arte vera, che quanto a genuinità e calore supera di gran lunga quella di qualsiasi tastiera elettronica. Se poi alle sonorità dell’harmonium accoppiamo di tanto in tanto un buon clarinetto (*) che si ferma per un’amichevole visita in quest’antichissima chiesa, …che dire? Deo gratias!

Alessio Cervelli

Dedico questo piccolo lavoro al parroco Don Adrien, ai fedeli della parrocchia di Pievescola e alla cara memoria dei miei bisnonni, Lina e Libero, che in questi luoghi hanno vissuto, in questa chiesa hanno celebrato le loro nozze in Cristo e in questa terra adesso sono sepolti, dormendo il sonno della pace nella speranza della misericordia del Padre Altissimo.

(*) Leonardo Agnelli (Siena, 1992) è clarinettista diplomando presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali Rinaldo Franci di Siena ed allievo presso il Siena Jazz. E’ attivo come interprete in vari gruppi.

 

1 – D. Zipoli, Due Versetti in Do, dalle “Sonate d’Intavolatura per Organo” [01:31]

2 – D. Buxtehude, Chorale “Nun komm, der Heiden Heiland”, BuxWV 211 [02:09]

3 – Anonimo (sec. XVII), Ricercare & Ave Maris Stella Alternatim [04:07]

4 – S. Wesley, Voluntary F dur [02:56]

5 – O. Ravanello, Versetti d’harmonium per il Magnificat nel Tono Ottavo [03:34]

6 – D. Zipoli, Pastorale dalle “Sonate d’Intavolatura per Organo” [04:15]

7 – J. Pachelbel, Praeludium & Fuga d – moll [03:46]

8 – A. Boely, Communio e – moll [01:42]

9 – W. A. Mozart, Ave Verum Corpus [03:21]

10 – A. Marcello, Adagio dal “Concerto per Oboe in re minore” [04:02]

11 – L. Mason, Chorale “Nearer, my God, to Thee” [03:3]

 

Zipoli, Suite in sol minore dalle “Sonate d’Intavolatura per Cembalo”:

 

12 – Preludio [04:01]

13 – Corrente [02:08]

14 – Sarabanda [03:33]

15 – Giga [01:30]

________________________________________________

N° 2; 6: Pedalharmonium Mannborg (sec. XIX), collezione privata.

N° 9: Harmonium e Clarinetto

CREDITI:

Pieve di S. Giovanni Battista a Pievescola

Alessio Cervelli, harmonium ed esegesi

Con un contributo di Leonardo Agnelli, clarinetto

Registrazioni: luglio 2015

Pubblicazione: Shelve 2015

Licenza Creative Commons 4.0

Grafica: Andrea Verzeroli

 

 

LE TRACCE SONO LIBERAMENTE CONSULTABILI A QUESTO LINK:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLxMwdJD7cZkSg8luRGOsLxzz_30RgeuHQ

 

HARMONIUM GALVAN (1933 ca) – Pieve di San Giovanni Battista a Pievescola, Cappella del Cristo morto, in cornu Evangelii

 

Disposizione fonica:

Ottava Bassa

Forte I

Principale 8’ bassi

Principale 8’ soprani

Voce Celeste 8’

Forte II

Ottava acuta

harmonium Galvan 003.jpg

ZIPOLI: “AMO, DUNQUE SUONO” – IL GIOVANISSIMO ORGANISTA CHE SI FECE MISSIONARIO

Dedicato alla memoria di Don Alessandro Porciatti, presbitero poggibonsese trentunenne della Diocesi di Siena prematuramente tornato alla Casa del Padre, DOMENICO ZIPOLI: “AMO, DUNQUE SUONO” è un viaggio nella vita e nelle scelte profonde del giovanissimo musicista pratese che sparì d’improvviso dal panorama europeo per farsi missionario in America Latina. Da ora disponibile anche in edizione cartacea tradizionale. 

Per chi studia organo, Zipoli è semplicemente il compositore delle “Sonate d’Intavolatura” che poi se ne andò in America Latina; per molti musicologi è un compositore degno di nota, che curiosamente, all’esplodere della sua fama, abbandonò l’Europa e si fece missionario gesuita, forse più per dilettarsi di musica che per vivere da religioso. Per i nativi latino-americani, invece, è l’uomo che sconvolse in senso positivo la storia della loro arte musicale e il cui spirito, attraverso i secoli, ancora li assiste e li ispira. Chi è Domenico Zipoli? Con la prefazione di Giosué Berbenni, queste pagine non intendono svolgere in tono prettamente scientifico/accademico un’autorevole e completa ricapitolazione musicologica e storiografica che esaurisca ogni argomentazione su un musicista; è piuttosto una partecipe riflessione, un sereno tentativo di aggiungere – oggettivamente, senza intenti meramente agiografici – un elemento troppo trascurato ed adombrato nell’indagine circa Zipoli: la prospettiva delle ragioni della fede, che forse è proprio quel piccolo ingrediente che manca alla ricetta di una vita la quale, altrimenti, è destinata a rimanere un enigma, mentre invece potrebbe avere qualcosa di bello e di vivo da dire alla nostra Europa e alla vita pastorale della Chiesa del nostro tempo.

Il quadro tracciato in queste pagine è arricchito da due appendici:

  • Un contributo della psicologa psicoterapueta Claudia Rappuoli, che offre stuzzicanti elementi scientifici di riflessione a proposito del fatto che, in arte, cultura e musica, non è bello ciò che piace ma “è bello ciò che è bello!”.
  • Una didascalia pastorale di alcuni dei più celebri brani di Zipoli, secondo un’ottica di riutilizzo nell’attuale vita liturgica.

 

dando.jpg

Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di Sé:
li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come un olocausto.
(Sap. III, 1 – 7)

Alla cara memoria di Don Alessandro Porciatti, giovane sacerdote della Chiesa di Siena,
che, come Domenico Zipoli, si è addormentato nel Signore all’alba del suo ministero
sacerdotale.

Alessio Cervelli e Claudia Rappuoli

________________________

Edizione Cartacea Tradizionale (qui):

http://www.amazon.it/Domenico-Zipoli-Amo-dunque-suono/dp/8892599364/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1461677043&sr=8-1&keywords=domenico+zipoli+amo+dunque+suono

Edizione Ebook (qui):

http://www.amazon.it/DOMENICO-ZIPOLI-radicale-missioni-gesuitiche-ebook/dp/B016P966SY/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1461677043&sr=8-2&keywords=domenico+zipoli+amo+dunque+suono

“Mio dilettissimo Domenico…”: una lettera a Zipoli, oggi

«Illustrissimo maestro…».

Come dovrei rivolgermi ad un grande della musica non solo per “un mondo”, bensì per “due mondi”?

Già qui, probabilmente lei storcerebbe il naso pur con un sorriso, rammentandomi le parole del vangelo: «Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8); dunque niente “maestri” e niente “lei”, né “voi”.

Oserò allora prendermi la confidenza che conviene e inizierò così:

«Mio dilettissimo Domenico…».

A certi benpensanti del nostro tempo, scriverti una lettera potrà indubbiamente sembrare una romanticheria insipida, fuori d’ogni criterio scientifico moderno.

A costoro regalo volentieri alcuni versi del poeta latino Catullo:

il bofonchiare di certi vecchi intransigenti

stimiamolo appena del valore d’un soldo! (Carme V).

Vecchi intransigenti, vecchi non certo per l’età (nella mia vita ho conosciuto anziani con un’anima giovanissima e fresca), bensì vecchi nel cuore, un cuore avvizzito e stantio, che a colpi di asettico accademismo hanno preteso di “dire la verità”, ottenendo un solo risultato: rendere gli adolescenti e i giovani, musicisti e non, incapaci di andare oltre le lettere di un nome scritto sulla pagina di un libro o di una dispensa, senza saper più riconoscere l’essere umano che sta dietro quel nome, coi suoi drammi, le sue speranze, i suoi dolori, i suoi sogni, le sue angosce ed il suo coraggio.

Per lo più oggi, Domenico, ti conoscono gli addetti ai lavori, cioè gli studiosi e studenti d’organo: alcune delle pagine delle tue Sonate d’Intavolatura costituiscono per molti i primi approcci alla letteratura dello strumento.

Pochi, anzi pochissimi, ti conoscono per i motivi per cui varrebbe davvero la pena conoscerti: perché sei stato un giovane che ha detto di sì al Signore, con un coraggio enorme.

Sì, ragazzi” – vorrei dire ai giovani di oggi, che ti sentono nominare per la prima volta – “Domenico è davvero un modello grande da prendere per la propria vita.

Come mai?

Perché, nato da famiglia poverissima, fece tanti sacrifici per potersi formare e far valere come ottimo musicista quale era, e quando aveva conquistato la fama ed il successo che meritava, diventato il titolare dell’organo della chiesa generalizia dei gesuiti a Roma e avendo stampato le sue Sonate d’Intavolatura che lo stavano rendendo celebre in tutta Europa… Domenico molla tutto, rinuncia al denaro e al successo, si fa missionario e poco più che ventenne va in America Latina.

Pensateci un po’. Quanti di voi sognano di diventare grandi calciatori? Ecco: immaginate di essere diventati calciatori di successo, di aver appena conquistato un posto in nazionale e aver vinto il pallone d’oro. A questo punto, chi di voi pianterebbe baracca e burattini e per andare a fare il volontario nelle favelas, ad aprire lì una scuola di calcio per togliere i bambini dalla strada, dare loro un pasto caldo e insegnare i valori della solidarietà umana? Naturalmente senza avere né facebook, né blog né internet a disposizione per far vedere al mondo ciò che state facendo: rinunciare al successo e addirittura sparire da quel mondo che vi aveva dato gloria, soldi, successo.

Questo è quello che ha fatto Domenico, ragazzi!

E l’ha fatto per qualcosa di più del pur nobile valore della solidarietà umana: l’ha fatto perché ha sentito in cuor suo la chiamata del Signore alla vita religiosa e al sacerdozio”.

Più o meno è così che parlo di te ai ragazzi delle parrocchie, Domenico. E invito i giovani musicisti di chiesa a riflettere su un fatto. Ciò che più colpisce è che, a quasi trecento anni dalla fine dell’esperienza gesuitica delle reducciones e dalla tua allora prematura scomparsa, gli indios i cui antenati furono tuoi allievi non solo suonano la tua musica con abilità invidiabile: organizzano addirittura festival in tua memoria in luoghi dell’America Latina impensabili, sperduti in mezzo alla foresta pluviale, eppure frequentati perfino da grandi musicisti europei; i coristi e gli strumentisti indios vengono in Europa e sono capaci di sbalordire ed affascinare questo vecchio mondo, apatico e stanco delle proprie radici, proponendo la musica di un figlio europeo che ha attraversato l’oceano per offrire Cristo attraverso quella ricchezza che l’Europa pare sull’orlo di accantonare e dimenticare.

Mi viene da pensare, Domenico che Cartesio col suo cogito, ergo sum ha inteso esprimere la certezza indubitabile che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante; tu invece, con la tua vita dimostri di aver incarnato un motto nuovo, forse ancor più bello: diligo, ergo sono, “amo, dunque suono”. Solo chi ama con cuore puro suona, suona davvero, producendo un frutto musicale capace di sfidare i secoli e di irradiare di pura luce trascendente generazioni così lontane, al punto che chi ti vedesse oggi nella tua veste di missionario potrebbe a buon diritto esclamare:

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio (Is 52, 7 e ss).

Ma è la conclusione della tua vita che costituisce una vera provocazione per i giovani d’oggi in discernimento vocazionale.

Nel 1720 avevi concluso gli studi filosofici e, da quanto ci risulta dal cosiddetto registro dei “voti biennali”, nel 1724 eri al terzo anno degli studi teologici. Se teniamo conto che, di norma, i corsi si concludevano a novembre o al massimo dicembre, nulla avrebbe impedito che entro la fine dello stesso anno tu venissi ordinato presbitero.

Cosa mancava, dunque, per completare la formazione di un ragazzo tanto generoso da aver messo in pratica alla lettera il vangelo: “Chi non rinuncia ai suoi beni non può essere mio discepolo”?

Mancava il vescovo.

Tutto qui.

Infatti, Mons. Alonso de Pozo y Silva, aveva abbandonato la diocesi il 9 ottobre 1724 e il suo successore, Juan Sarricolea y Olea, ci avrebbe messo più di un anno a prendere possesso della cattedra del predecessore. A riprova di questo inconveniente, nelle Litterae annuae Provinciae paraquariensis (1720-1730) possiamo leggere a tuo riguardo: “terminato il quadriennio in Teologia, tuttavia non è stato ordinato a causa dell’assenza del Vescovo”.

Penso che, leggendo di te, non pochi giovani, oggi, potrebbero sentirti vicino come modello da un lato e come storia vissuta dall’altro, specie nel dramma che hai vissuto nell’ultima parte della tua breve vita: non poter essere ordinato sacerdote non solo perché mancava il vescovo, ma perché avevano già iniziato ad imperversare le rappresaglie che contro i gesuiti in seno ai quali avevi scelto la via della missione, creando così ritardi e dilazioni nelle nomine per le sedi episcopali.

Eccolo, il dramma, invero attualissimo per molti, ancora oggi.

La Chiesa che conoscevi ti deludeva; la Compagnia nella quale ti eri offerto a Dio era perseguitata. Quali sentimenti contrastanti non avranno albergato nel tuo cuore, mentre avvertivi il risentimento e la delusione per questo lato umano, troppo umano e peccatore della Sposa di Cristo che ti pareva seguire le mode dei “principi del mondo” e non più la verità del vangelo e della fede che avevi ricevuto nel tuo battesimo e avevi promesso di testimoniare nella tua vita fin dal sigillo della confermazione! E allo stesso tempo non cessavi di essere grato al buon Dio per la successione apostolica, il ministero petrino, i mezzi preclari con cui il Signore Gesù ci assicura ancora oggi la sua Vera, Viva, Reale ed Operante presenza tra di noi, che camminiamo nel cammino di questa storia; quale paradosso, amare la Sposa di Cristo, la Chiesa, e avvertire un’emotiva rabbia per quanto si dispiegava davanti ai tuoi occhi a causa degli uomini di Chiesa, incluso il papa, ora uomo troppo preoccupato di piacere al mondo, ora uomo di indole troppo debole e codarda per compiere scelte apostoliche coraggiose contro i regnanti d’Europa!

Ma cosa farci, Domenico?

Niente.

I sentimenti, le emozioni, i moti emotivi che avvertiamo in cuore, da tempo ho conosciuto e compreso che non sono peccati. Peccato è agire secondo quei moti. Si può perfino arrivare ad avvertire rabbia ed odio verso un uomo che ha l’ufficio di vescovo o di papa, eppure si può (e si deve) pregare ogni giorno, più volte al giorno per i nostri pastori, perché il Signore li renda davvero beati in terra, affinché cioè si comportino unicamente secondo verità e secondo il cuore di Dio, non secondo il capriccio del mondo, un capriccio che all’epoca voleva distrutta la tua amata Compagnia di Gesù.

Chissà quante volte, attendendo un sacerdozio che non arrivava mai, in una Chiesa che mutava così tanto, ti sarà sembrato di trovarti in mezzo alle acque tempestose di Tiberiade, col rischio di affondare e annegare, … e vedere il Signore che a prua dorme, apparentemente non curante. Quante volte gli avrai gridato nel segreto del tuo cuore: “Signore, dormi? Non t’importa che noi moriamo?” (cf Mc 4, 38). Ma il tuo cuore manteneva una certezza ferma: che il Signore Gesù si sarebbe alzato, avrebbe sgridato la bufera che scuoteva la Sua Chiesa, avrebbe fatto scendere la calma celeste, per poi rimproverarci tutti, ai tuoi tempi come ai nostri: “Uomini di poca fede! Perché avete dubitato?” (cf Mt 14, 31).

La Chiesa è ancora qui, Domenico.

Ha superato quella bufera, così come ne ha superate tante altre. Si trova oggi nella bufera per motivi e ragioni diverse da quelle del tuo tempo, eppure sempre e comunque per la fragilità umana dei suoi membri, laici e consacrati. Credimi, anche io, pur di vedere tornare la calma del cielo son disposto a beccarmi il rimprovero del Signore, anzi, a fare come Giacobbe che, pur di non lasciare il Signore e strappargli una benedizione, accettò di farsi percuotere fin quasi a essere ridotto in poltiglia. Credo sia quello che il Signore ci chiede, oggi come ai tuoi tempi: “Siete disposti a rinnegare voi stessi, prendere la vostra croce e seguirmi per questa via?” (cf. Lc 8, 1-2).

A ciascuno di noi, in ogni tempo della storia di questa nostra Madre e Maestra, spetta l’onere e l’onore di rispondere a quest’invito del nostro Crocifisso e Risorto Signore!

Proprio in questa macerazione, in questo disperato nulla che poteva sopraffarti fino al punto di mettere in crisi la tua fede nella Chiesa, tu, Domenico, hai trovato il tuo tutto, hai dato il tuo tutto, hai preso il tuo tutto e l’hai donato senza misura a fratelli con la pelle di un altro colore, servendo quella porzione di popolo di Dio con tutto il tuo cuore e nell’unico modo che ti era possibile: con la tua musica, suonandola e insegnandola, generando allievi ben degni del loro giovane e mite maestro.

Finalmente giungeva il nuovo vescovo, e si potevano già pronosticare i preparativi per la Solenne Messa Pontificale nella quale un successore degli apostoli ti avrebbe reso ministro e sacrificatore nella Persona di Cristo in favore dei vivi e dei morti. Proprio mentre tutti coloro che ti volevano bene, confratelli e indios, si rallegravano al pensiero che era così vicino quel traguardo così lungamente sospirato da quel generoso giovane che avevano conosciuto, … tu improvvisamente muori alla vigilia della tua ordinazione a presbitero.

Già dall’anno precedente (1725) erano iniziati i segni di un morbo maligno (probabilmente tubercolosi), che aveva iniziato ad affliggerti. Ti spegni il 2 gennaio del 1726, all’età di 37 anni. Non siamo neanche certi del luogo nel quale hai reso lo spirito: forse a Cordoba, oppure nella Estancia Santa Catalina, un luogo di riposo per i gesuiti, a circa 50 km da Cordoba, dove – chissà – magari eri stato trasportato per essere curato. In tal caso le tue spoglie mortali riposerebbero nel cimitero di Santa Catalina. Quel che è certo è che ancora oggi non abbiamo nemmeno una tomba tramite la quale poter venerare le ultime vestigia della tua umanità terrena: è andata dispera nella soppressione del tuo ordine e nella distruzione di tante, tante oasi di vangelo vissuto, quali erano le riduzioni. Così conclude Padre Pedro, nel suo necrologio a tuo riguardo:

Sfinito da una grave malattia, per la quale aveva sofferto un anno intero, con la tranquillità con cui aveva vissuto rese l’anima a Dio il 2 di gennaio.

Quale ingiustizia agli occhi del mondo appare una tale conclusione!

Chi ha fede, però, sa bene che la fine è stata un’altra, una conclusione che occhio umano ancora non può vedere, … non ancora; ma la può intuire con gli occhi della ragione uniti a quelli della speranza nel vincolo della carità, sotto la luce della fede.

Proprio per aiutare gli occhi di questo mondo a vedere laddove non sono più abituati a guardare, non trovo conclusione migliore di questa.

Generoso Domenico, c’è stato più amore sulla punta delle tue giovani dita di organista e cembalista, che nella vita intera di molti decantati e blasonati uomini di questo mondo. La loro gloria finisce nella tomba; il tuo fuoco, invece, brillerà all’alba dell’eternità come esempio di vera umanità e generosa fede, perché

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio,

nessun tormento le toccherà.

Agli occhi degli stolti parve che morissero;

la loro fine fu ritenuta una sciagura,

la loro dipartita da noi una rovina,

ma essi sono nella pace. (Sap 3, 1 e ss).

Che il Signore ti accolga nella Sua pace, Domenico, qualora ancora tu fossi in attesa di contemplare il Suo volto. E tu, fratello nostro, prega per tutti noi, specialmente per quei giovani che sono nel discernimento della loro vocazione, perché non si lascino sballottare qua e là dai venti della moda e del relativismo, ma seguano certi e sicuri la voce del Buon Pastore che li chiama ad imitarLo nel dare la vita per le pecore del Suo gregge.

Sinceramente tuo

Alessio

Domenica 17 aprile A. D. 2016, IV di Pasqua e del “Buon Pastore”

MUSICA LITURGICA A NOTRE-DAME-DE-PARIS

2016-04-01 19.25.51.png

(Di Davide Campeggiani)

La bella cattedrale di Parigi, interessante esempio di un gotico ancora in qualche modo ancorato all’ormai morente romanico, non è soltanto una delle mete turistiche più visitate della Francia intera: è anche un importante luogo di fede e devozione grazie alla presenza, al suo interno, della venerata statua di Notre-Dame-de-Paris e soprattutto della Corona di Spine che avrebbe cinto il capo di Gesù nel suo cammino verso il Calvario.

Le liturgie della cattedrale di Notre-Dame, a parer mio, non vanno viste, ma soltanto ascoltate. Non che i nostri cugini d’Oltralpe curino poco la forma liturgica, anzi! Vi prestano grande attenzione. Ma a modo loro. E si sa, liturgia fa rima con fantasia, e a Notre-Dame non vogliono essere di meno rispetto a nessuno, neppure in questo campo, anche se più che di fantasia, si dovrebbe parlare di interpretazioni e riletture delle norme liturgiche, a mio parere, assai poco condivisibili. Un esempio per tutti è l’attuale sistemazione del coro, con ben tre altari (quello neogotico nell’abside, raramente utilizzato; uno cubico al centro del coro, impiegato per alcune celebrazioni feriali e come credenza del presbiterio festivo; l’attuale altare maggiore – in uno stile moderno assai discutibile – posto nella prima campata e utilizzato per le celebrazioni festive), dei quali solo l’altare maggiore è privo di candele (disposte simmetricamente a metri e metri di distanza, affiancate ai pilastri della crociera) e di crocifisso (intendono come croce quella in fondo all’abside, dietro la statua della Pietà, e nello spazio che la separa del presbiterio festivo ci sono i due altari succitati, ciascuno con la propria croce posta al centro della mensa…).

Nella cattedrale si trovano due organi a canne: quello principale è situato in controfacciata, mentre nel coro, sulla sinistra, ve n’è uno di minori dimensioni. Il primo, frutto di numerose modifiche e stratificazioni successive, conserva la cassa e parte del materiale fonico del grande strumento costruito da François Thierry nel 1733 (che a sua volta riutilizzò del materiale proveniente da organi precedenti); la sua configurazione attuale è dovuta all’imponente restauro-ricostruzione di Aristide Cavaillé-Coll (1863-1867) e ai successivi rifacimenti del 1931-1932 (su progetto di Louis Vierne), del 1990-1992 (su progetto di Pierre Cocherau) e del 2012-2013, con 121 registri (dei quali 110 reali) su cinque manuali e pedale, con un totale di circa 8000 canne. Gli organisti titolari sono tre: Olivier Latry, Philippe Lefebvre e Vincent Dubois. Questo strumento viene usato, oltre che per numerosi concerti, durante le celebrazioni festive per i brani di organo solo (prevalentemente improvvisazioni) e per l’accompagnamento delle parti in canto in cui interviene l’assemblea. L’organo del coro è opera di Joseph Merklin e risale al 1862; il suo organista titolare è Yves Castagnet e viene utilizzato da solo nei giorni feriali e, in quelli festivi, per l’accompagnamento delle parti in canto eseguite dai cantori.

Il canto è curato dalla Maîtrise Notre-Dame de Paris, i cui membri (bambini, ragazzi e adulti, sia maschi, sia femmine) sono caratterizzati dall’ampio camice che indossano, di colore blu elettrico in onore della Madonna, e che si collocano nel coro, nei pressi dell’organo Merklin.

Per diverso tempo, e lo faccio ancora ogni volta che ne capiti l’occasione, ho seguito in diretta streaming la Santa Messa celebrata a Notre-Dame alle 18.30 nei giorni di domenica, generalmente presieduta dal Cardinale Arcivescovo o da uno dei Vescovi ausiliari. E mi sento di consigliare ai lettori di fare altrettanto, perché sarebbero sicuramente edificati dal vedere – pardon, ascoltare – come intendono e fanno musica liturgica nella cattedrale parigina.

I cantori che prestano servizio la domenica sera sono generalmente quattro (un basso, un tenore, un contralto e un soprano), mentre solo raramente interviene un’intera sezione delle quattro che compongono la Maîtrise (Choeur d’Enfants, formato da bambini; Jeune Ensemble, formata da studenti; Choeur d’adultes, formato da adulti non professionisti; Ensemble vocal, formata da professionisti). Vi è sempre un cantore che guida il canto dell’assemblea stando nel presbiterio, nei pressi dell’ambone.

La scaletta musicale delle celebrazioni è sempre la stessa:

  • Improvvisazione dell’organo maggiore prima dell’inizio della Messa e mentre la processione percorre le navate laterali verso l’ingresso;
  • Canto in lingua vernacolare (francese, ovviamente) spesso e volentieri in forma responsoriale;
  • Kyrie polifonico cantato dalla Schola;
  • Gloria in latino (nel Tempo Ordinario viene cantato quello della Messa Orbis Factor, nel resto dell’anno liturgico e nelle solennità quello della Messa De Angelis) con alternati Schola e assemblea;
  • Breve intermezzo suonato all’organo maggiore (circa 30 secondi) mentre il celebrante principale raggiunge la sede (i riti di introduzione sono presieduti davanti l’altare maggiore) e il lettore l’ambone;
  • Salmo responsoriale in francese;
  • Acclamazione al Vangelo (che spesso viene proclamato in canto);
  • Breve intermezzo come sopra sia dopo il Vangelo, sia dopo l’omelia;
  • Credo in latino (valgono le stesse considerazioni che per il Gloria);
  • Brano suonato all’organo maggiore durante l’Offertorio;
  • Santo in francese;
  • Dossologia e Padre nostro, entrambi in francese;
  • Agnus Dei (talvolta in francese, talvolta in latino);
  • Mottetto eucaristico durante la Comunione, cantato dalla Schola non necessariamente in latino o in francese (mi è capitato di ascoltare brani in tedesco, o inglese, o italiano) – segue improvvisazione dell’organo maggiore;
  • Antifona mariana alla fine, in lingua latina;
  • Durante la processione finale, improvvisazione dell’organo maggiore.

Anzitutto vorrei sottolineare la naturale disinvoltura con la quale viene usata la lingua latina nel canto, e non solo in brani “d’ascolto”: seguendo le celebrazioni, si può notare che l’assemblea canta senza problemi tanto in lingua vernacolare, quanto in latino.

Interessante anche l’alternanza di brani il cui canto è anche per l’assemblea ed altri eseguiti dalla Schola: l’actuosa participatio non passa solo attraverso il fare, solo attraverso il cantare, ma anche l’ascoltare, specialmente in momenti “meditativi” quali la Comunione e l’atto penitenziale (quest’ultimo significativamente sottolineato dal fatto che, durante il canto del Kyrie, tutti coloro che stanno in presbiterio si girano verso il fondo dell’abside, dove si trova la statua della Pietà di Nicolas Coustou). Il Gloria e il Credo, in latino, come già accennato, sono cantati in alternanza tra l’assemblea e la Schola, mentre per facilitare il canto all’ingresso, vengono scelti solitamente brani con il ritornello, cosicché questo possa essere facilmente imparato e cantato dall’assemblea.

Altresì notevole la varietà di generi ed epoche di musica liturgica: dal gregoriano al barocco; dal romantico al contemporaneo. Il canto d’ingresso è tratto sempre dal repertorio francese contemporaneo che, a parer mio, attualmente è forse il non plus ultra nell’ambito della musica liturgica: riesce a coniugare perfettamente il senso del sacro con musicalità moderne che guardano con sapienza alle esperienze passate e al tempo presente, dando vita a brani tutt’altro che noiosi e scontati, ma al contempo non così complicati da risultare improponibili ad un’assemblea parrocchiale. In tal proposito, vorrei segnalare due canti spesso eseguiti nella cattedrale di Parigi, che potrete ascoltare ai link indicati al termine di questo articolo: il primo è Aujourd’hui c’est jour de fête (testo di Didier Rimaud e musica di Jean-Michel Dieuaide), la musica del cui ritornello è un’interessante rielaborazione delle prime battute della celeberrima sequenza di Pasqua, il Victimæ paschali; il secondo è Dieu règne, di Lucien Deiss. Aggiungo Peuple de Dieu, Cité de l’Emmanuel, la cui musica è una rielaborazione della sequenza di Adamo di San Vittore (1112-1192) Jerusalem et Sion filiæ, inno proprio della dedicazione della cattedrale di Notre-Dame.

Molto positivo è anche il ruolo solistico che è riservato all’organo maggiore: con uno strumento del genere in cantoria, valorizzarlo durante la liturgia è davvero il minimo! I brevi intermezzi che gli sono riservati durante la liturgia della parola, aiutano a scandire i vari momenti e, al contempo, a dare il tempo possibile affinché nel presbiterio tutti i movimenti possano essere fatti con calma, senza l’ansia di fare in fretta. Anche in questo ambito vediamo una sapiente alternanza di generi musicali (soprattutto nel brano all’Offertorio), con una spiccata predilezione per la musica contemporanea che comunque, attraverso le sue dissonanze, può realmente aiutare l’anima ad entrare nella dimensione sacrale propria della liturgia.

Non ho potuto, tuttavia, non registrare alcune note dolenti: la prima è che in Quaresima si fa comunque un uso smodato della musica organistica, mentre l’utilizzo degli strumenti è lecito solo per accompagnare il canto (anche se bisogna dire che vengono eseguiti brani di carattere meditativo-penitenziale). Inoltre ho potuto notare una certa assenza di comunicazione tra i tre organisti dell’organo maggiore: qualche anno fa, nel tempo di Natale, si alternarono alla consolle in ogni giorno festivo e riproposero, all’Offertorio, lo stesso identico brano; probabilmente, se si fossero messi d’accordo prima, avrebbero più saggiamente scelto ognuno un pezzo differente.

Altra nota dolente è il cantore-guida dell’assemblea, che generalmente si colloca nella parte anteriore del presbiterio, ad un apposito microfono posto nei pressi dell’ambone, e da lì canta insieme al popolo le parti che gli sono riservate; non che ve ne sia poi un gran bisogno, dato che i fedeli cantano comunque, facendo invidia a tante parrocchie nostrane dove la navata rimane muta anche quando si intona il Tu scendi dalle stelleCapita che il cantore-guida copra con la sua voce non solo quella l’assemblea, ma anche i ricami polifonici del coro; e più di una volta è successo che Schola e cantore non andassero a tempo, con un risultato a dir poco discutibile.

Ma alla fine, tutto sommato, credo che la cattedrale di Parigi possa essere presa, a pieno titolo, come esempio per la musica liturgica. Non tutte le chiese hanno a loro disposizione due organi a canne, tre organisti e quattro cori, e spesso ci si trova a che fare con un vecchio harmonium e il coretto degli irriducibili che fanno del loro meglio. Trovo che comunque ascoltare ciò che fanno nella chiesa più importante della Francia possa essere una buona occasione per trovare spunti per migliorarsi sempre più. E se nella nostra parrocchietta di campagna (o parrocchiona di città) non sarà stato possibile ricreare l’apparato musicale di Notre-Dame, sicuramente, guardando – pardon, ascoltando – all’Oltralpe, saranno sicuramente venute nuove idee per migliorarsi.

Blog su WordPress.com.

Su ↑