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(Di Davide Campeggiani)

La bella cattedrale di Parigi, interessante esempio di un gotico ancora in qualche modo ancorato all’ormai morente romanico, non è soltanto una delle mete turistiche più visitate della Francia intera: è anche un importante luogo di fede e devozione grazie alla presenza, al suo interno, della venerata statua di Notre-Dame-de-Paris e soprattutto della Corona di Spine che avrebbe cinto il capo di Gesù nel suo cammino verso il Calvario.

Le liturgie della cattedrale di Notre-Dame, a parer mio, non vanno viste, ma soltanto ascoltate. Non che i nostri cugini d’Oltralpe curino poco la forma liturgica, anzi! Vi prestano grande attenzione. Ma a modo loro. E si sa, liturgia fa rima con fantasia, e a Notre-Dame non vogliono essere di meno rispetto a nessuno, neppure in questo campo, anche se più che di fantasia, si dovrebbe parlare di interpretazioni e riletture delle norme liturgiche, a mio parere, assai poco condivisibili. Un esempio per tutti è l’attuale sistemazione del coro, con ben tre altari (quello neogotico nell’abside, raramente utilizzato; uno cubico al centro del coro, impiegato per alcune celebrazioni feriali e come credenza del presbiterio festivo; l’attuale altare maggiore – in uno stile moderno assai discutibile – posto nella prima campata e utilizzato per le celebrazioni festive), dei quali solo l’altare maggiore è privo di candele (disposte simmetricamente a metri e metri di distanza, affiancate ai pilastri della crociera) e di crocifisso (intendono come croce quella in fondo all’abside, dietro la statua della Pietà, e nello spazio che la separa del presbiterio festivo ci sono i due altari succitati, ciascuno con la propria croce posta al centro della mensa…).

Nella cattedrale si trovano due organi a canne: quello principale è situato in controfacciata, mentre nel coro, sulla sinistra, ve n’è uno di minori dimensioni. Il primo, frutto di numerose modifiche e stratificazioni successive, conserva la cassa e parte del materiale fonico del grande strumento costruito da François Thierry nel 1733 (che a sua volta riutilizzò del materiale proveniente da organi precedenti); la sua configurazione attuale è dovuta all’imponente restauro-ricostruzione di Aristide Cavaillé-Coll (1863-1867) e ai successivi rifacimenti del 1931-1932 (su progetto di Louis Vierne), del 1990-1992 (su progetto di Pierre Cocherau) e del 2012-2013, con 121 registri (dei quali 110 reali) su cinque manuali e pedale, con un totale di circa 8000 canne. Gli organisti titolari sono tre: Olivier Latry, Philippe Lefebvre e Vincent Dubois. Questo strumento viene usato, oltre che per numerosi concerti, durante le celebrazioni festive per i brani di organo solo (prevalentemente improvvisazioni) e per l’accompagnamento delle parti in canto in cui interviene l’assemblea. L’organo del coro è opera di Joseph Merklin e risale al 1862; il suo organista titolare è Yves Castagnet e viene utilizzato da solo nei giorni feriali e, in quelli festivi, per l’accompagnamento delle parti in canto eseguite dai cantori.

Il canto è curato dalla Maîtrise Notre-Dame de Paris, i cui membri (bambini, ragazzi e adulti, sia maschi, sia femmine) sono caratterizzati dall’ampio camice che indossano, di colore blu elettrico in onore della Madonna, e che si collocano nel coro, nei pressi dell’organo Merklin.

Per diverso tempo, e lo faccio ancora ogni volta che ne capiti l’occasione, ho seguito in diretta streaming la Santa Messa celebrata a Notre-Dame alle 18.30 nei giorni di domenica, generalmente presieduta dal Cardinale Arcivescovo o da uno dei Vescovi ausiliari. E mi sento di consigliare ai lettori di fare altrettanto, perché sarebbero sicuramente edificati dal vedere – pardon, ascoltare – come intendono e fanno musica liturgica nella cattedrale parigina.

I cantori che prestano servizio la domenica sera sono generalmente quattro (un basso, un tenore, un contralto e un soprano), mentre solo raramente interviene un’intera sezione delle quattro che compongono la Maîtrise (Choeur d’Enfants, formato da bambini; Jeune Ensemble, formata da studenti; Choeur d’adultes, formato da adulti non professionisti; Ensemble vocal, formata da professionisti). Vi è sempre un cantore che guida il canto dell’assemblea stando nel presbiterio, nei pressi dell’ambone.

La scaletta musicale delle celebrazioni è sempre la stessa:

  • Improvvisazione dell’organo maggiore prima dell’inizio della Messa e mentre la processione percorre le navate laterali verso l’ingresso;
  • Canto in lingua vernacolare (francese, ovviamente) spesso e volentieri in forma responsoriale;
  • Kyrie polifonico cantato dalla Schola;
  • Gloria in latino (nel Tempo Ordinario viene cantato quello della Messa Orbis Factor, nel resto dell’anno liturgico e nelle solennità quello della Messa De Angelis) con alternati Schola e assemblea;
  • Breve intermezzo suonato all’organo maggiore (circa 30 secondi) mentre il celebrante principale raggiunge la sede (i riti di introduzione sono presieduti davanti l’altare maggiore) e il lettore l’ambone;
  • Salmo responsoriale in francese;
  • Acclamazione al Vangelo (che spesso viene proclamato in canto);
  • Breve intermezzo come sopra sia dopo il Vangelo, sia dopo l’omelia;
  • Credo in latino (valgono le stesse considerazioni che per il Gloria);
  • Brano suonato all’organo maggiore durante l’Offertorio;
  • Santo in francese;
  • Dossologia e Padre nostro, entrambi in francese;
  • Agnus Dei (talvolta in francese, talvolta in latino);
  • Mottetto eucaristico durante la Comunione, cantato dalla Schola non necessariamente in latino o in francese (mi è capitato di ascoltare brani in tedesco, o inglese, o italiano) – segue improvvisazione dell’organo maggiore;
  • Antifona mariana alla fine, in lingua latina;
  • Durante la processione finale, improvvisazione dell’organo maggiore.

Anzitutto vorrei sottolineare la naturale disinvoltura con la quale viene usata la lingua latina nel canto, e non solo in brani “d’ascolto”: seguendo le celebrazioni, si può notare che l’assemblea canta senza problemi tanto in lingua vernacolare, quanto in latino.

Interessante anche l’alternanza di brani il cui canto è anche per l’assemblea ed altri eseguiti dalla Schola: l’actuosa participatio non passa solo attraverso il fare, solo attraverso il cantare, ma anche l’ascoltare, specialmente in momenti “meditativi” quali la Comunione e l’atto penitenziale (quest’ultimo significativamente sottolineato dal fatto che, durante il canto del Kyrie, tutti coloro che stanno in presbiterio si girano verso il fondo dell’abside, dove si trova la statua della Pietà di Nicolas Coustou). Il Gloria e il Credo, in latino, come già accennato, sono cantati in alternanza tra l’assemblea e la Schola, mentre per facilitare il canto all’ingresso, vengono scelti solitamente brani con il ritornello, cosicché questo possa essere facilmente imparato e cantato dall’assemblea.

Altresì notevole la varietà di generi ed epoche di musica liturgica: dal gregoriano al barocco; dal romantico al contemporaneo. Il canto d’ingresso è tratto sempre dal repertorio francese contemporaneo che, a parer mio, attualmente è forse il non plus ultra nell’ambito della musica liturgica: riesce a coniugare perfettamente il senso del sacro con musicalità moderne che guardano con sapienza alle esperienze passate e al tempo presente, dando vita a brani tutt’altro che noiosi e scontati, ma al contempo non così complicati da risultare improponibili ad un’assemblea parrocchiale. In tal proposito, vorrei segnalare due canti spesso eseguiti nella cattedrale di Parigi, che potrete ascoltare ai link indicati al termine di questo articolo: il primo è Aujourd’hui c’est jour de fête (testo di Didier Rimaud e musica di Jean-Michel Dieuaide), la musica del cui ritornello è un’interessante rielaborazione delle prime battute della celeberrima sequenza di Pasqua, il Victimæ paschali; il secondo è Dieu règne, di Lucien Deiss. Aggiungo Peuple de Dieu, Cité de l’Emmanuel, la cui musica è una rielaborazione della sequenza di Adamo di San Vittore (1112-1192) Jerusalem et Sion filiæ, inno proprio della dedicazione della cattedrale di Notre-Dame.

Molto positivo è anche il ruolo solistico che è riservato all’organo maggiore: con uno strumento del genere in cantoria, valorizzarlo durante la liturgia è davvero il minimo! I brevi intermezzi che gli sono riservati durante la liturgia della parola, aiutano a scandire i vari momenti e, al contempo, a dare il tempo possibile affinché nel presbiterio tutti i movimenti possano essere fatti con calma, senza l’ansia di fare in fretta. Anche in questo ambito vediamo una sapiente alternanza di generi musicali (soprattutto nel brano all’Offertorio), con una spiccata predilezione per la musica contemporanea che comunque, attraverso le sue dissonanze, può realmente aiutare l’anima ad entrare nella dimensione sacrale propria della liturgia.

Non ho potuto, tuttavia, non registrare alcune note dolenti: la prima è che in Quaresima si fa comunque un uso smodato della musica organistica, mentre l’utilizzo degli strumenti è lecito solo per accompagnare il canto (anche se bisogna dire che vengono eseguiti brani di carattere meditativo-penitenziale). Inoltre ho potuto notare una certa assenza di comunicazione tra i tre organisti dell’organo maggiore: qualche anno fa, nel tempo di Natale, si alternarono alla consolle in ogni giorno festivo e riproposero, all’Offertorio, lo stesso identico brano; probabilmente, se si fossero messi d’accordo prima, avrebbero più saggiamente scelto ognuno un pezzo differente.

Altra nota dolente è il cantore-guida dell’assemblea, che generalmente si colloca nella parte anteriore del presbiterio, ad un apposito microfono posto nei pressi dell’ambone, e da lì canta insieme al popolo le parti che gli sono riservate; non che ve ne sia poi un gran bisogno, dato che i fedeli cantano comunque, facendo invidia a tante parrocchie nostrane dove la navata rimane muta anche quando si intona il Tu scendi dalle stelleCapita che il cantore-guida copra con la sua voce non solo quella l’assemblea, ma anche i ricami polifonici del coro; e più di una volta è successo che Schola e cantore non andassero a tempo, con un risultato a dir poco discutibile.

Ma alla fine, tutto sommato, credo che la cattedrale di Parigi possa essere presa, a pieno titolo, come esempio per la musica liturgica. Non tutte le chiese hanno a loro disposizione due organi a canne, tre organisti e quattro cori, e spesso ci si trova a che fare con un vecchio harmonium e il coretto degli irriducibili che fanno del loro meglio. Trovo che comunque ascoltare ciò che fanno nella chiesa più importante della Francia possa essere una buona occasione per trovare spunti per migliorarsi sempre più. E se nella nostra parrocchietta di campagna (o parrocchiona di città) non sarà stato possibile ricreare l’apparato musicale di Notre-Dame, sicuramente, guardando – pardon, ascoltando – all’Oltralpe, saranno sicuramente venute nuove idee per migliorarsi.

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