«Illustrissimo maestro…».

Come dovrei rivolgermi ad un grande della musica non solo per “un mondo”, bensì per “due mondi”?

Già qui, probabilmente lei storcerebbe il naso pur con un sorriso, rammentandomi le parole del vangelo: «Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8); dunque niente “maestri” e niente “lei”, né “voi”.

Oserò allora prendermi la confidenza che conviene e inizierò così:

«Mio dilettissimo Domenico…».

A certi benpensanti del nostro tempo, scriverti una lettera potrà indubbiamente sembrare una romanticheria insipida, fuori d’ogni criterio scientifico moderno.

A costoro regalo volentieri alcuni versi del poeta latino Catullo:

il bofonchiare di certi vecchi intransigenti

stimiamolo appena del valore d’un soldo! (Carme V).

Vecchi intransigenti, vecchi non certo per l’età (nella mia vita ho conosciuto anziani con un’anima giovanissima e fresca), bensì vecchi nel cuore, un cuore avvizzito e stantio, che a colpi di asettico accademismo hanno preteso di “dire la verità”, ottenendo un solo risultato: rendere gli adolescenti e i giovani, musicisti e non, incapaci di andare oltre le lettere di un nome scritto sulla pagina di un libro o di una dispensa, senza saper più riconoscere l’essere umano che sta dietro quel nome, coi suoi drammi, le sue speranze, i suoi dolori, i suoi sogni, le sue angosce ed il suo coraggio.

Per lo più oggi, Domenico, ti conoscono gli addetti ai lavori, cioè gli studiosi e studenti d’organo: alcune delle pagine delle tue Sonate d’Intavolatura costituiscono per molti i primi approcci alla letteratura dello strumento.

Pochi, anzi pochissimi, ti conoscono per i motivi per cui varrebbe davvero la pena conoscerti: perché sei stato un giovane che ha detto di sì al Signore, con un coraggio enorme.

Sì, ragazzi” – vorrei dire ai giovani di oggi, che ti sentono nominare per la prima volta – “Domenico è davvero un modello grande da prendere per la propria vita.

Come mai?

Perché, nato da famiglia poverissima, fece tanti sacrifici per potersi formare e far valere come ottimo musicista quale era, e quando aveva conquistato la fama ed il successo che meritava, diventato il titolare dell’organo della chiesa generalizia dei gesuiti a Roma e avendo stampato le sue Sonate d’Intavolatura che lo stavano rendendo celebre in tutta Europa… Domenico molla tutto, rinuncia al denaro e al successo, si fa missionario e poco più che ventenne va in America Latina.

Pensateci un po’. Quanti di voi sognano di diventare grandi calciatori? Ecco: immaginate di essere diventati calciatori di successo, di aver appena conquistato un posto in nazionale e aver vinto il pallone d’oro. A questo punto, chi di voi pianterebbe baracca e burattini e per andare a fare il volontario nelle favelas, ad aprire lì una scuola di calcio per togliere i bambini dalla strada, dare loro un pasto caldo e insegnare i valori della solidarietà umana? Naturalmente senza avere né facebook, né blog né internet a disposizione per far vedere al mondo ciò che state facendo: rinunciare al successo e addirittura sparire da quel mondo che vi aveva dato gloria, soldi, successo.

Questo è quello che ha fatto Domenico, ragazzi!

E l’ha fatto per qualcosa di più del pur nobile valore della solidarietà umana: l’ha fatto perché ha sentito in cuor suo la chiamata del Signore alla vita religiosa e al sacerdozio”.

Più o meno è così che parlo di te ai ragazzi delle parrocchie, Domenico. E invito i giovani musicisti di chiesa a riflettere su un fatto. Ciò che più colpisce è che, a quasi trecento anni dalla fine dell’esperienza gesuitica delle reducciones e dalla tua allora prematura scomparsa, gli indios i cui antenati furono tuoi allievi non solo suonano la tua musica con abilità invidiabile: organizzano addirittura festival in tua memoria in luoghi dell’America Latina impensabili, sperduti in mezzo alla foresta pluviale, eppure frequentati perfino da grandi musicisti europei; i coristi e gli strumentisti indios vengono in Europa e sono capaci di sbalordire ed affascinare questo vecchio mondo, apatico e stanco delle proprie radici, proponendo la musica di un figlio europeo che ha attraversato l’oceano per offrire Cristo attraverso quella ricchezza che l’Europa pare sull’orlo di accantonare e dimenticare.

Mi viene da pensare, Domenico che Cartesio col suo cogito, ergo sum ha inteso esprimere la certezza indubitabile che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante; tu invece, con la tua vita dimostri di aver incarnato un motto nuovo, forse ancor più bello: diligo, ergo sono, “amo, dunque suono”. Solo chi ama con cuore puro suona, suona davvero, producendo un frutto musicale capace di sfidare i secoli e di irradiare di pura luce trascendente generazioni così lontane, al punto che chi ti vedesse oggi nella tua veste di missionario potrebbe a buon diritto esclamare:

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio (Is 52, 7 e ss).

Ma è la conclusione della tua vita che costituisce una vera provocazione per i giovani d’oggi in discernimento vocazionale.

Nel 1720 avevi concluso gli studi filosofici e, da quanto ci risulta dal cosiddetto registro dei “voti biennali”, nel 1724 eri al terzo anno degli studi teologici. Se teniamo conto che, di norma, i corsi si concludevano a novembre o al massimo dicembre, nulla avrebbe impedito che entro la fine dello stesso anno tu venissi ordinato presbitero.

Cosa mancava, dunque, per completare la formazione di un ragazzo tanto generoso da aver messo in pratica alla lettera il vangelo: “Chi non rinuncia ai suoi beni non può essere mio discepolo”?

Mancava il vescovo.

Tutto qui.

Infatti, Mons. Alonso de Pozo y Silva, aveva abbandonato la diocesi il 9 ottobre 1724 e il suo successore, Juan Sarricolea y Olea, ci avrebbe messo più di un anno a prendere possesso della cattedra del predecessore. A riprova di questo inconveniente, nelle Litterae annuae Provinciae paraquariensis (1720-1730) possiamo leggere a tuo riguardo: “terminato il quadriennio in Teologia, tuttavia non è stato ordinato a causa dell’assenza del Vescovo”.

Penso che, leggendo di te, non pochi giovani, oggi, potrebbero sentirti vicino come modello da un lato e come storia vissuta dall’altro, specie nel dramma che hai vissuto nell’ultima parte della tua breve vita: non poter essere ordinato sacerdote non solo perché mancava il vescovo, ma perché avevano già iniziato ad imperversare le rappresaglie che contro i gesuiti in seno ai quali avevi scelto la via della missione, creando così ritardi e dilazioni nelle nomine per le sedi episcopali.

Eccolo, il dramma, invero attualissimo per molti, ancora oggi.

La Chiesa che conoscevi ti deludeva; la Compagnia nella quale ti eri offerto a Dio era perseguitata. Quali sentimenti contrastanti non avranno albergato nel tuo cuore, mentre avvertivi il risentimento e la delusione per questo lato umano, troppo umano e peccatore della Sposa di Cristo che ti pareva seguire le mode dei “principi del mondo” e non più la verità del vangelo e della fede che avevi ricevuto nel tuo battesimo e avevi promesso di testimoniare nella tua vita fin dal sigillo della confermazione! E allo stesso tempo non cessavi di essere grato al buon Dio per la successione apostolica, il ministero petrino, i mezzi preclari con cui il Signore Gesù ci assicura ancora oggi la sua Vera, Viva, Reale ed Operante presenza tra di noi, che camminiamo nel cammino di questa storia; quale paradosso, amare la Sposa di Cristo, la Chiesa, e avvertire un’emotiva rabbia per quanto si dispiegava davanti ai tuoi occhi a causa degli uomini di Chiesa, incluso il papa, ora uomo troppo preoccupato di piacere al mondo, ora uomo di indole troppo debole e codarda per compiere scelte apostoliche coraggiose contro i regnanti d’Europa!

Ma cosa farci, Domenico?

Niente.

I sentimenti, le emozioni, i moti emotivi che avvertiamo in cuore, da tempo ho conosciuto e compreso che non sono peccati. Peccato è agire secondo quei moti. Si può perfino arrivare ad avvertire rabbia ed odio verso un uomo che ha l’ufficio di vescovo o di papa, eppure si può (e si deve) pregare ogni giorno, più volte al giorno per i nostri pastori, perché il Signore li renda davvero beati in terra, affinché cioè si comportino unicamente secondo verità e secondo il cuore di Dio, non secondo il capriccio del mondo, un capriccio che all’epoca voleva distrutta la tua amata Compagnia di Gesù.

Chissà quante volte, attendendo un sacerdozio che non arrivava mai, in una Chiesa che mutava così tanto, ti sarà sembrato di trovarti in mezzo alle acque tempestose di Tiberiade, col rischio di affondare e annegare, … e vedere il Signore che a prua dorme, apparentemente non curante. Quante volte gli avrai gridato nel segreto del tuo cuore: “Signore, dormi? Non t’importa che noi moriamo?” (cf Mc 4, 38). Ma il tuo cuore manteneva una certezza ferma: che il Signore Gesù si sarebbe alzato, avrebbe sgridato la bufera che scuoteva la Sua Chiesa, avrebbe fatto scendere la calma celeste, per poi rimproverarci tutti, ai tuoi tempi come ai nostri: “Uomini di poca fede! Perché avete dubitato?” (cf Mt 14, 31).

La Chiesa è ancora qui, Domenico.

Ha superato quella bufera, così come ne ha superate tante altre. Si trova oggi nella bufera per motivi e ragioni diverse da quelle del tuo tempo, eppure sempre e comunque per la fragilità umana dei suoi membri, laici e consacrati. Credimi, anche io, pur di vedere tornare la calma del cielo son disposto a beccarmi il rimprovero del Signore, anzi, a fare come Giacobbe che, pur di non lasciare il Signore e strappargli una benedizione, accettò di farsi percuotere fin quasi a essere ridotto in poltiglia. Credo sia quello che il Signore ci chiede, oggi come ai tuoi tempi: “Siete disposti a rinnegare voi stessi, prendere la vostra croce e seguirmi per questa via?” (cf. Lc 8, 1-2).

A ciascuno di noi, in ogni tempo della storia di questa nostra Madre e Maestra, spetta l’onere e l’onore di rispondere a quest’invito del nostro Crocifisso e Risorto Signore!

Proprio in questa macerazione, in questo disperato nulla che poteva sopraffarti fino al punto di mettere in crisi la tua fede nella Chiesa, tu, Domenico, hai trovato il tuo tutto, hai dato il tuo tutto, hai preso il tuo tutto e l’hai donato senza misura a fratelli con la pelle di un altro colore, servendo quella porzione di popolo di Dio con tutto il tuo cuore e nell’unico modo che ti era possibile: con la tua musica, suonandola e insegnandola, generando allievi ben degni del loro giovane e mite maestro.

Finalmente giungeva il nuovo vescovo, e si potevano già pronosticare i preparativi per la Solenne Messa Pontificale nella quale un successore degli apostoli ti avrebbe reso ministro e sacrificatore nella Persona di Cristo in favore dei vivi e dei morti. Proprio mentre tutti coloro che ti volevano bene, confratelli e indios, si rallegravano al pensiero che era così vicino quel traguardo così lungamente sospirato da quel generoso giovane che avevano conosciuto, … tu improvvisamente muori alla vigilia della tua ordinazione a presbitero.

Già dall’anno precedente (1725) erano iniziati i segni di un morbo maligno (probabilmente tubercolosi), che aveva iniziato ad affliggerti. Ti spegni il 2 gennaio del 1726, all’età di 37 anni. Non siamo neanche certi del luogo nel quale hai reso lo spirito: forse a Cordoba, oppure nella Estancia Santa Catalina, un luogo di riposo per i gesuiti, a circa 50 km da Cordoba, dove – chissà – magari eri stato trasportato per essere curato. In tal caso le tue spoglie mortali riposerebbero nel cimitero di Santa Catalina. Quel che è certo è che ancora oggi non abbiamo nemmeno una tomba tramite la quale poter venerare le ultime vestigia della tua umanità terrena: è andata dispera nella soppressione del tuo ordine e nella distruzione di tante, tante oasi di vangelo vissuto, quali erano le riduzioni. Così conclude Padre Pedro, nel suo necrologio a tuo riguardo:

Sfinito da una grave malattia, per la quale aveva sofferto un anno intero, con la tranquillità con cui aveva vissuto rese l’anima a Dio il 2 di gennaio.

Quale ingiustizia agli occhi del mondo appare una tale conclusione!

Chi ha fede, però, sa bene che la fine è stata un’altra, una conclusione che occhio umano ancora non può vedere, … non ancora; ma la può intuire con gli occhi della ragione uniti a quelli della speranza nel vincolo della carità, sotto la luce della fede.

Proprio per aiutare gli occhi di questo mondo a vedere laddove non sono più abituati a guardare, non trovo conclusione migliore di questa.

Generoso Domenico, c’è stato più amore sulla punta delle tue giovani dita di organista e cembalista, che nella vita intera di molti decantati e blasonati uomini di questo mondo. La loro gloria finisce nella tomba; il tuo fuoco, invece, brillerà all’alba dell’eternità come esempio di vera umanità e generosa fede, perché

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio,

nessun tormento le toccherà.

Agli occhi degli stolti parve che morissero;

la loro fine fu ritenuta una sciagura,

la loro dipartita da noi una rovina,

ma essi sono nella pace. (Sap 3, 1 e ss).

Che il Signore ti accolga nella Sua pace, Domenico, qualora ancora tu fossi in attesa di contemplare il Suo volto. E tu, fratello nostro, prega per tutti noi, specialmente per quei giovani che sono nel discernimento della loro vocazione, perché non si lascino sballottare qua e là dai venti della moda e del relativismo, ma seguano certi e sicuri la voce del Buon Pastore che li chiama ad imitarLo nel dare la vita per le pecore del Suo gregge.

Sinceramente tuo

Alessio

Domenica 17 aprile A. D. 2016, IV di Pasqua e del “Buon Pastore”

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