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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

Mese

luglio 2016

QUANDO UN SEMPLICE HARMONIUM RISORGE, IN RICORDO DI UN VECCHIO, GRANDE PARROCO E DI UNA COMUNITA’ ORANTE…

(di Alessio Cervelli)

Non nascondiamocelo: viviamo giorni intensi e delicati, tra crisi politiche, golpi, uscite dall’Euro, paura di attentati terroristi e così via.

Capiterà a ciascuno di noi di pensare: “Ci vorrebbe un telegiornale delle cose belle”.

Il problema è che non fa notizia un giovane che dice di no alla droga, una coppia di fidanzati che giunge alle nozze dopo un cammino di reciproca santificazione, giovani che offrono a Dio la propria vita per diventare strumenti dell’amore del Padre per gli uomini, adolescenti che si lasciano sedurre dalla bellezza di qualcosa di semplice ma autentico e per la prima volta dicono sottovoce un “sì”.

Questo perché le buone notizie non fanno rumore, e spesso la santità quotidiana è altrettanto silenziosa, fatta di piccoli segni, che non suonano trombe davanti a sé, anzi, tante e tante volte restano nascosti.

Ciò non vuol dire però che le buone notizie, i semi del bene, i segni del cielo non ci siano.

Anzi, voglio presentarvene uno.

Senz’altro è, non semplice, ma semplicissimo, quasi banale, a prima vista. Eppure rientra in quella che Santa Teresa del Bambin Gesù chiamava la piccola via, la strada che, attraverso i piccoli segni, le piccole fatiche, le piccole scelte del quotidiano, edifica pazientemente in terra il Regno dei Cieli e passo dopo passo può condurci al Paradiso.

Negli adolescenti d’oggi, si sa, ben pochi ripongono speranza e fiducia: “generazione irrimediabilmente bruciata”, dicono tanti, “per via di internet, sballi, mancanza di educazione, famiglie devastate” e chi più ne ha più ne metta.

In verità sono proprio gli adolescenti che possono sorprenderci, quando, nelle mattinate di un grest estivo in una parrocchia, alcuni di loro si lasciano affascinare da qualcosa che di elettronico, di tecnologico non ha proprio nulla: un vecchio harmonium, sgangherato e abbandonato a polvere e oblio in un cantuccio, in un localetto fuori dalla navata della chiesa.

Chiesa Parrocchiale di San Giuseppe, consacrata e dedicata nei primi anni ’60 del secolo appena trascorso: ad appena quarant’anni ne diviene parroco l’ulignanese Don Aldo Ceccherini (foto seguente). Anima gioviale, freschissima e gioconda specialmente con bambini e giovani, Don Aldo è un grande musicista, lui, allievo negli anni di seminario (vissuto a Firenze) del grande compositore Francesco Bagnoli e di un compagno del seminario che sarebbe divenuto compositore altrettanto grande, Domenico Bartolucci.

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Appena fatto parroco di San Giuseppe, Don Aldo non esita a dotare la chiesa di un grazioso e funzionale harmonium Bozzetta, uno strumento degli anni ’50, dunque più anziano della chiesa stessa. E da quel momento fino ai primi anni ’90, quello strumento accompagna trent’anni di preghiere, canti e celebrazioni della comunità parrocchiale, con addirittura un piccolo coro che esegue messe di Picchi, di Oltrasi e qualche volta anche di Perosi.

Quando poi viene acquistato un grande elettrofono, che all’epoca veniva propugnato come il non plus ultra che avrebbe reso superati gli obsoleti organi a canne e i più piccoli harmonium, lo strumento viene trasferito prima nel teatro sottostante la chiesa per avere a disposizione uno strumento per accompagnare canti e spettacoli dei giovani della parrocchia. Poi viene spostato in una delle aule del catechismo, dove un ragazzino di undici anni, affascinato come non mai dal parroco Don Aldo che suonava alle messe della parrocchia, proprio da quel suo parroco riceve su quell’harmonium le prime lezioni di musica. Quel ragazzino ero io (nella foto, quando ero quattordicenne, insieme al mio primo, grande maestro).

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Dai miei 13 anni in poi, lo strumento cade nel completo disuso, non tanto per mio abbandono, quanto per una vera e propria “vandalizzazione” subita ad opera (inconsapevole ed innocente, certo) di vari giovincelli del catechismo parrocchiale, i quali si divertono a pedalare sui mantici e a picchiare letteralmente la tastiera per fare più baccano possibile (questo, va detto – ahimé – senza che catechisti e adulti della parrocchia li diffidassero da un simile, irriguardoso comportamento). Fatto sta che lo strumento smette di funzionare: il regime dell’aria non supporta più adeguatamente il somiere. L’harmonium resta muto nella sacrestia.

Tre anni fa, un incendio distrugge l’ufficio parrocchiale e affumica l’intera chiesa. In quel 2013, le pareti annerite della Chiesa di San Giuseppe accolgono per l’ultimo saluto il feretro di Don Aldo Ceccherini, Monsignore Canonico Onorario del Duomo di Siena e Parroco emerito di quella parrocchia.

La vecchia sacrestia viene ristrutturata e adibita a cappella del Santissimo Sacramento, e l’harmonium trasferito nella “stanza per le confessioni” realizzata in chiesa.

Lì resta fino a poche settimane fa, quando un gruppuscolo di giovanissimi, con l’appoggio dell’attuale parroco Don Giorgio Medda, decide di impiegare le proprie mattinate del grest estivo “Vacanze in Città” nel tentativo di recuperare il vecchio strumento liturgico della parrocchia (dato che l’elettrofono, allora non plus ultra dell’avanguardia elettronica, è già defunto da un pezzo).

“Cos’è?”. “Come funziona?”. “Che suono ha?”, mi chiedono questi ragazzi, sapendo che il sottoscritto è organista.

Si comincia!

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Viene smontato il mobile esterno, ripulita la tiranteria dei registri, ripristinati meccanismi bloccati o danneggiati, e soprattutto estratte e ripulite una ad una le oltre 120 ance in ottone dello strumento.

I ragazzi si danno da fare alacremente con pennelli, pennellini, cera da legno, olio da restauro, reidratante per il cuoio e le pelli conciate dei mantici.

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Tutto lentamente si risveglia, tutto lentamente torna in vita.

Tutto…tranne il danno causato ai pedali d’insufflazione dalla “vandalizzazione” della pargolanza a suo tempo mal custodita.

Ma non è questo che impedisce allo strumento di far comunque udire di nuovo la sua voce in quella chiesa dove aveva prestato per tanti anni il suo onorato servizio. Attraverso il foro di sfiato del mantice principale viene applicata una ventola in aspirazione e… eccolo!

Finalmente suona! Eccome, se suona! Ma non suona soltanto: suona di nuovo in quella chiesa.

Confesso che per me è stata un’emozione enorme poter suonare le prime note restaurate di uno strumento sul quale avevo vissuto le prime esperienze musicali, e suonarlo per la prima volta in vita mia in quella chiesa dalla quale era “uscito” ed ora nuovamente vi è rientrato. Quella chiesa di cui il mio primo, grande maestro Don Aldo era stato parroco; quell’harmonium che lui stesso aveva suonato tante volte in quella sua chiesa, la stessa chiesa in cui dalle mani di questo parroco ricevetti la Prima Comunione e venni accompagnato di fronte al Vescovo Gaetano Bonicelli per la Confermazione.

I ragazzini restano lì, tra la soddisfazione del risultato ottenuto e la meraviglia si sentir suonare un marchingegno che, a dirla proprio tutta, pareva talmente malmesso da dubitare di poterlo davvero recuperare: è un continuo chiedermi: “Ce lo suoni ancora?”.

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Ecco il ricordo che questi adolescenti si porteranno dietro.

Un ricordo che, in realtà, permette il riemergere ad una ben più grande memoria storica della vita di questa comunità parrocchiale.

Un semino di bene gettato nel terreno… sperando che a riceverlo sia terreno buono, non sassi indifferenti o spine irriconoscenti.

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I GRANDI FUNZIONANO SEMPRE! (Parte Prima: La “Messa d’organo” di Zipoli)

I mesi estivi sono solitamente il tempo per tirare le somme di annate accademiche, scolastiche ed anche pastorali, considerare ciò che è andato bene e ciò che va corretto, preparare buoni piani e qualche strategia, raccogliere idee nuove e prepararsi per le attività dell’anno venturo.

Quel che voglio condividere è semplicemente una riflessione che scaturisce dalle esperienze fatte in un cammino che è iniziato nel 2009 con la mia nomina ad organista di una semplice, bella chiesetta di campagna nel paese di Ulignano, a pochi chilometri dalla ben più celebre città di San Gimignano.

Quando arrivai presso questa comunità l’11 febbraio, per la memoria della Beata Vergine de Lourdes, la chiesa non disponeva più di uno strumento. Durante i decenni dell’ “adeguamento liturgico”, la chiesa era stata oggetto di radicali mutamenti, tra cui la demolizione della cantoria lignea che, a quanto mi è stato possibile ricostruire interrogando gli anziani, conteneva un harmonium artistico di notevole pregio col quale il coro degli Allievi Cantori della parrocchia eseguiva addirittura le messe del Perosi (dove sia finito questo strumento, non è dato sapere).

Col sopraggiungere del 2010, la Chiesa Parrocchiale si preparava a celebrare i cento anni dalla sua consacrazione e dedicazione a S. Bartolomeo Apostolo. Fu il parroco, Don Luigi Miggiano, a buttar lì un’idea: “E se come segno dei festeggiamenti per il Centenario della Chiesa proponessimo ai parrocchiani l’acquisto di un organo?”.

L’idea era chiaramente ottima e – com’è ovvio – di mio estremo gradimento. Era però la piega che rischiava di prendere sull’onda di certi pareri dei parrocchiani, che mi preoccupava. Cominciava a circolare il proposito di procurarsi un elettrofono di ultima generazione a suoni campionati.

Senza voler minimamente male a chi lavora in questo settore producendo risultati che posso spingermi a definire interessanti ed utili specialmente per lo studio, tuttavia come musicista e musicologo sacro sono e sarò sempre contrario agli elettrofoni, per due semplici ragioni: 1) la celebrazione della Sacra Liturgia è, come dice la Sacrosanctum Concilium, la fonte e il culmine della vita cristiana… di una vita autentica, però, non di una finzione digitale/computerizzata che, per quanto ben realizzata, resta comunque artefatta: l’organo è sostanzialmente metallo, legno, pelle d’agnello, aria, colla, chiodi, e ingegno e calcolo squisitamente umani; 2) ciò che manca ad un elettrofono è la perennità; se infatti ancora oggi noi possiamo manutenere, restaurare e custodire strumenti che hanno secoli di esistenza, ciò non è possibile per il mondo dell’elettronica, dove non è la memoria storica fondante il patrimonio di una comunità ciò che conta, bensì l’avanguardia scientifico/tecnica. Un elettrofono può sopravvivere un paio di decenni circa, per poi necessariamente “morire” per impossibilità di procedere alle necessarie riparazioni, un’impossibilità dettata dalla irreperibilità di componenti elettroniche e di software ormai tramontati.

Fu una provvidenziale occasione presentatasi in Germania a porre fine alla diatriba: una chiesa luterana non vendeva, ma “svendeva” un piccolo organo Buerkle del 1965, trasmissione meccanica, ventilazione motorizzata, quattro registri (Holtzgedack 8’, Rorhflote 4’, Prinzipal 2’, Rauschzimebl di due file). Viste le dimensioni della chiesa, era quanto di meglio non si potesse sperare ad un prezzo veramente conveniente.

Dopo aver presentato l’occasione al parroco, quest’ultimo aprì la colletta per la raccolta di fondi: tra parrocchiani, amici e prossimi della parrocchia, in tre settimane avvenne il piccolo miracolo di avere in mano la cifra per acquistare lo strumento, predisporre il trasporto, il rimontaggio e l’accordatura.

Lo strumento venne ufficialmente inaugurato al culto nella Messa Prefestiva del Corpus Domini del 2010, e la domenica sera seguente, venne celebrata la benedizione solenne con la partecipazione dell’organista della Con-Cattedrale di Colle Val d’Elsa, Mario Spinelli.

Dire che il nuovo arrivato abbia trovato il consenso di tutti, sarebbe mentire: gli ideologici del “cabaret liturgico” non mancarono di esprimere tutto il loro disappunto e di accusare il parroco di aver gettato dalla finestra soldi che – cito il solito, mellifluo, stomachevole ritornello – “potevano essere utilizzati per i poveri”.

Ciò che ha finito col dar ragione a Don Luigi, invece, sono stati i fatti, semplici e genuini: adulti e giovani che hanno iniziato a frequentare le liturgie della parrocchia perché considerate “belle liturgie”, bambini ed adolescenti che hanno vissuto delle belle e spontanee esperienze di vita cristiana e di approccio musicale perché attratti dall’organo che udivano alla messa domenicale (un esempio tra tutti è costituito dai i bambini che si vedono suonare proprio questo strumento nella quinta puntata del documentario “Questo è Bach, ragazzi!” di Elia Mori, Qui: https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2016/03/11/questo-e-bach-ragazzi-quinta-ed-ultima-parte/ ).

Ma qual è stata la strategia vincente nell’accattivare il popolo di Dio di tutte le età per iniziarlo ai tesori della musica organistica? E’ stato un piano strutturato su due cardini:

  • Offrire l’ascolto di grandi uomini dell’organo, grandi per musica e possibilmente anche per fede vissuta.
  • Non rifiutarsi di proporre pagine che per loro natura ovviamente richiederebbero strumenti di altro genere e dimensioni, ma che comunque potevano venir adattate ad un piccolo organo come questo ed egualmente attrarre per via della grandezza musicale e spirituale di quel linguaggio e di quei compositori.

Così i due autori che hanno risuonato fin da subito sotto le piccole volte della Chiesa di San Bartolomeo sono stati Zipoli e Bach.

Perché Zipoli? Perché Domenico è davvero “l’amico che invita all’organo”, per l’immediatezza, la freschezza e il brio delle sue musiche. Quante volte, a celebrazione terminata, mi è stato rivolto un apprezzamento perché il PostCommunio aveva fatto conquiste, l’Elevazione aveva fatto pregare bene, l’Offertorio aveva messo in cuore una gioia autentica!

E poi c’è Bach, “colui che attacca il cuore”, come lo chiamo io. Con Bach non si scherza, non si può restare indifferenti: o si ama o si odia. In questa chiesa lo si è amato, specialmente nei suoi corali per organo.

E’ chiaro che non tutto il repertorio bachiano può essere proposto con efficacia su un strumento modesto come questo. Sulle prime mi rincresceva di non poter proporre convenientemente gioielli come “Liebster Jesu” e struggenti poesie dello spirito come “Ich ruft zu dirr”… finché non ho fatto un azzardo: eseguire la melodia del soprano all’ottava superiore per farla spiccare rispetto alle altre voci, cercando di ottenere una sorta di effetto “a due tastiere”.

I risultati non si sono fatti attendere: c’è chi dice che il popolo di Dio è un ignorante branco di capre. Io non sono d’accordo: ho visto gente struggersi in lacrime mentre le note di “Ich ruft zu dirr” si diffondevano per la chiesa; ho visto persone raccogliersi in preghiera col sorriso sulle labbra mentre ascoltavano “Liebster Jesu”. E ho visto fedeli restare in chiesa assorti in profondi pensieri mentre una fantasia, una toccata, una fuga concludevano la celebrazione. E quando sono bambini ed adolescenti a venire lì da te organista a chiederti di risuonare ancora e ancora quella pagina di Zipoli o di Bach, tu puoi vedere quanta ragione avesse il Signore a dirci che è dalla bocca dei bimbi che Egli ha tratto la Sua lode.

E’ ciò che voglio condividere con chi abbia un pochino di tempo da perdere qui, cominciando dalla Messa d’organo di Zipoli dalle Sonate d’Intavolatura, pagine che hanno aiutato a pregare la gente di questa chiesa:

Al punto che mi sento in cuore di dire ai fratelli organisti (ben più abili, professionali e capaci di me): “Non temete di adattare! Non pensate neppure per un momento che una pagina eseguita su uno strumento modesto, o non filologico, sia sacrificata! Quando questa musica è riuscita a far pregare qualcuno, lo scopo dell’arte organistica è raggiunto e state tranquilli che porterà frutto, ma solo nella misura in cui saprete di nuovo rendere vivi questi tesori in mezzo al popolo di Dio, sapendovi spogliare della rigidità accademica e scientifica che, se nello studio è cosa buona, rischia di diventare una trappola che tarpa le ali del servizio che abbiamo da rendere ai nostri fratelli di fede, attorno all’altare”.

Alessio Cervelli

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