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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

Mese

agosto 2016

“Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò” – Considerazioni sulla Missa Requiem

(Di Alessio Cervelli)

Erano già in preparazione, queste riflessioni, prima che la terra si scuotesse nei giorni scorsi: mi sembra opportuno condividerle oggi, quando l’Italia si ferma, in raccoglimento e in lacrime, con un grande senso di umiltà, di fronte all’immensa potenza della natura che, assieme a Giobbe, ci fa sussurrare: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!», ricordando altresì, contro ogni fatalismo e misticismo di bassalega, quel che aggiunge il versetto seguente: In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto. (Giobbe 1,21-22).

Di fronte alla morte, certamente l’uomo non rimane indifferente: si spaventa, si terrorizza, piange, tace, urla, si dispera… prega, e si abbandona con fiducia al suo Signore.

La struttura della Missa Requiem gregoriana è un meraviglioso amalgama del fremere umano con una sincera, sicura speranza nella misericordia infinita di Dio: in altre parole, il giusto equilibri tra il non presumere della salvezza, e il non disperare di essa. E’ sicuramente uno dei motivi che ha spinto molti grandi della musica (uno tra tutti, Lorenzo Perosi) a domandarne l’esecuzione per il giorno delle proprie esequie.

La grande poeticità di questa messa inizia già “in sacrestia”, cioè nei paramenti. Il paramento nero, in uso fino a prima della riforma liturgica che ha condotto al Novus Ordo, non veniva utilizzato per incutere terrore, oppure per sottolineare il dolore del lutto. Sicuramente il nero e in generale i colori scuri sono quei colori che nell’area mediterranea presso molte culture indicano una circostanza seria, di fronte alla quale è bene non essere frivoli né superficiali: si pensi, ad esempio, che il nero è il colore del tempo di Quaresima presso varie chiese di rito orientale. Nel rito latino, il nero per le esequie è un nero particolare: di norma non solo è un bel nero (cioè di un bel tessuto), ma è inoltre fregiato da disegni e galloni dai colori chiari, di solito in oro o in argento.

Il paramento nero con galloni e decorazioni lucenti intende trasmettere né più né meno che l’immagine dipinta dal prologo del vangelo secondo San Giovanni: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta” (Et lux in tenebris lucet et tenebrae eam non conprehenderunt). Siamo fin dai colori liturgici proiettati in questa profonda dinamica di equilibrio: il grano e la zizzania lasciati crescere insieme fino al momento della mietitura, le tenebre del peccato e la luce della grazia e della salvezza; il tutto posto di fronte all’uomo e alla sua libertà di scelta per la propria eternità, nel tempo del pellegrinaggio terreno, fino a comparire davanti al suo Dio, per ricevere il frutto eterno di tale scelta.

Veniamo alla messa gregoriana.

L’introitus è sereno, quieto, trasmette da subito il senso delle parole della liturgia: “requiem aeternam”, l’eterno riposo. Così come il Kyrie, semplice e solenne, senza slanci se non nell’ultima invocazione, ad indicare le mani che si levano verso il cielo con insistenza e fiducia.

Requiem aeternam: https://youtu.be/5D86N1yrzck

Kyrie: https://youtu.be/pzM7MGxHK6o

Il graduale, che segue la lettura dell’epistola, è struggente e sobrio ad un tempo, per lasciare il cuore libero di sciogliersi di getto nel tratto “Absolve”.

Graduale: https://youtu.be/-zpHs8bf4k4

Tratto: https://youtu.be/np_slIOn5Jk

Degno di sottolineatura è il lungo melisma finale del tratto, sull’ultima i delle parole “beatitudinem perfrui” (abbiano la gioia eterna): indica sia l’insistenza della preghiera al Signore perché i nostri cari defunti ottengano tale gioia (“la beatitudine, la luce e e la pace”, come dice il Canone Romano), sia la luminosa speranza nella misericordia divina nel volerla concedere. E da questa luce tenerissima e serena che volge lo sguardo alla misericordia celeste, si passa a contemplare l’immagine di Dio giudice giusto: è il momento della sequenza Dies Irae.

Su di essa già in passato ci siamo soffermati in abbondanza, rammentando come essa sia confluita nella missa requiem dalla sua originaria destinazione, la messa della prima domenica di Avvento. Di per sé, questo meraviglioso accostamento tra misericordia infinita e giustizia perfetta di Dio, che permea tutta la missa requiem, nella sequenza è perfettamente riassunto e compendiato: il Signore è giudice giusto, sì, che fa strage del peccato ma che dà speranza a tutti, perché ha assolto la peccatrice e il ladrone pentito.

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Per un approfondimento più specifico, invitiamo a consultare i due articoli in merito, del mese di dicembre us:

Parte Prima:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/09/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae/

Parte Seconda:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/14/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-2/

Parte Terza

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/17/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-3/

Parte Quarta (in quest’ultimo articolo, c’è il video con la sequenza:)

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/21/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-4-ultima/

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Giungiamo così alla liturgia eucaristica. L’antifona d’offertorio è una nitida esplicazione dei motivi per i quali si offre il sacrificio eucaristico per i defunti:

Domine Jesu Christe! Rex gloriae!

Libera animas omnium fidelium defunctorum

de poenis inferni et de profundo lacu!

Libera eas de ore leonis,

ne absorbeat eas Tartarus,

ne cadant in obscurum:

sed signifer sanctus Michael

repraesentet eas in lucem sanctam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Hostias et preces tibi, Domine,

laudis offerimus.

Tu suscipe pro animabus illis,

quarum hodie memoriam facimus:

fac eas, Domine, de morte transire ad vitam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Signore Gesù Cristo! Re di gloria!

Libera le anime di tutti i fedeli defunti

dalle pene dell’inferno e dalla fossa profonda!

Liberale dalla bocca del leone

affinché non vengano inghiottite dal Tartaro,

affinché non cadano nell’oscurità:

ma il difensore san Michele

le porti nella luce santa,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

A te, o Signore, sacrifici e preghiere

offriamo con lodi.

Tu ricevile in favore di quelle anime,

delle quali oggi facciamo memoria:

falle, o Signore, passare dalla morte alla vita,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

https://youtu.be/8SjzLy26xPA

Nel testo dell’offertorio troviamo contenuto tutto il senso del sacrificio eucaristico e la preziosità di tale offerta. Proprio oggi, 27 agosto, nell’ufficio di Santa Monica, la madre di Sant’Agostino, troviamo l’invito di questa santa ai due figli: “Non m’importa dove seppellirete il mio corpo. Ma ricordatevi di me all’altare del Signore”. L’intensità di questo testo eucologico è altissima: il canto gregoriano non poteva che trattarlo energicamente, un’energia che si moltiplica nella ripetizione responsoriale della sezione “quam olim Abrahae promisisti…”: non c’è bisogno di ricordare nulla al buon Dio, siamo noi che dobbiamo restare presenti a noi stessi, nella nostra preghiera, perché è la nostra natura incarnata nel tempo e nello spazio a richiederlo. Ci viene alla mente l’episodio del cieco al quale il Signore Gesù chiede: “Che vuoi che io faccia per te?” e lui: “Signore, che io riabbia la vista” (Luca 18,35-43). Così a noi, nella preghiera per i defunti, il Signore domanda: “Cosa volete che io vi faccia?”, e noi con fiduciosa insistenza Gli diciamo: “Signore, che i nostri cari abbiano la Tua pace, così come un tempo hai promesso ad Abramo e alla sua stirpe!”.

Il Sanctus e l’Agnus Dei confluiscono nella missa requiem da tempi immemori, in quanto esempi di canto gregoriano tra i più antichi.

L’antifona di comunione “Lux aeterna”, si riallaccia egregiamente sia al tratto che all’offertorio, riprendendo il tema della luce eterna dell’introito:

Lux aeterna luceat eis, Domine,

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Requiem aeternam dona eis, Domine,

et lux perpetua luceat eis

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Splenda ad essi la luce perpetua, Signore,

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

L’eterno riposo dona loro, Signore,

e splenda ad essi la luce perpetua

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

https://youtu.be/n0flKCY9ipA

Ampie e cariche di luce, le frasi gregoriane che la pongono in musica, ed è giusto che sia così specialmente nel momento di ricevere l’Eucaristia, di comunicarsi al Corpo e Sangue di Cristo, entrando nell’intimità di quel Dio che giustamente il beato papa Paolo VI chiamò “Dio della vita e della morte”, perché, per dirla con Sant’Angostino, “non perderà nessuno dei propri cari, solo chi i propri cari li ama in Colui che non si può perdere: Te” (Confess. 4, 9, 14).

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Per tutti i defunti del terremoto:

Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.
Requiescat in pace. Amen.

L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen.

L'immagine può contenere: una o più persone

I GRANDI FUNZIONANO SEMPRE! (Parte Seconda: i Corali di Bach)

(di Alessio Cervelli)

“Ah, se tutti quei soldi che avete buttato nell’organo fossero stati spesi per i poveri…!!! Questo è essere davvero cristiani!!!”

Questa fu l’uscita di una persona, per di più laureata, che si sentì in dovere di apostrofare il parroco di Ulignano, Don Luigi Miggiano, appena due settimane dopo che l’organo era stato istallato nella chiesa e si era tenuta la celebrazione della benedizione con la partecipazione dell’organista del Duomo di Colle Val d’Elsa, Mario Spinelli.

Non occorreva rispondere per le rime a questa persona (anche perché chiunque è libero di avere l’opinione che vuole, per giusta o sbagliata che sia).

E’ sufficiente saper attendere, cominciare a lavorare con semplicità e stare a vedere cosa succede.

Già Zipoli destava tutte le simpatie possibili, così come canti popolati alternati a pezzi semplici di gregoriano funzionavano benissimo, con giovani e adulti; basti pensare che lo Jesu dulcis memoria lasciava i bambini del catechismo immobili e completamente assorbiti nell’ascolto di un latino di cui – a rigor di logica – non capivano nulla: eppure rimanevano lì, senza muovere un muscolo (si può forse dire che la stessa cosa accada con canti ben più chiassosi e burrascosi?).

Ragazzi di dieci, undici e dodici anni non tardarono ad avvicinarsi all’organo, incuriositi, affascinati,e alla fine desiderosi di voler provare ad imparare qualcosa da suonare alla Messa.

L’unico cruccio era non poter proporre in modo più adeguato delle pagine che avrebbero funzionato altrettanto bene (specialmente con adolescenti e adulti), ma che richiedevano almeno un pedale più robusto della semplice unione alla tastiera manuale: stiamo parlando di Bach.

Quanto è vero che la Provvidenza provvede!

Passano pochi anni e l’organaro che si era occupato dell’arrivo e rimontaggio dell’organo, oramai divenuto amico della parrocchia e manutentore di fiducia dello strumento, ci contatta e ci dice che in una chiesa del Sud Italia dove si trova a ripulire un grande organo degli anni ’60 giacciono inutilizzate in attesa di essere portate alla discarica per sgombero locali (!!!) le canne lignee di un registro di Basso dell’organaro Morettini (il resto dell’organo originario era stato svenduto negli anni per restauri ed ampliamenti). L’organaro ci chiede: “Per caso lo vorreste? Con poca spesa si potrebbe applicarlo al vostro organo”.

Non ce lo facemmo ripetere due volte!

organo ulignano 002.jpg

La spesa fu davvero minima per un lavoro realizzato veramente bene, con un pedale che finalmente era divenuto davvero una presenza sonora significativa nello strumento. Il “nuovo” registro venne istallato sul retro dello strumento, naturalmente con trasmissione meccanica, come per tutti gli altri registri (nella foto: l’organo della Chiesa di S. Bartolomeo ad Ulignano, così come si presenta attualmente).

Ricordo ancora il primo “Liebster Jesu” eseguito durante la distribuzione della Santa Comunione.

Ce ne fu almeno una decina di persone che vennero a chiedere cosa era successo all’organo: lo sentivano “diverso”, più profondo, più robusto, … più penetrante, specialmente con una musica come quella.

Così con “Ich ruft zu dirr”: silenzio assoluto durante la celebrazione, e commenti commossi dopo di essa, incontri ed occasioni per crescere, cristianamente e culturalmente.

Tutto questo per dire cosa? Che i grandi funzionano! Niente di più, niente di meno che questo!

Ed è la maniera con cui i nostri giovanissimi riscopriranno il nostro passato, con una sensibilità pastorale e non accademica, che potrà creare gli elementi per il proseguimento di un cammino di rinnovamento nella continuità della vita ecclesiale, nella musica sacra, nella liturgia così come anche nella testimonianza cristiana.

Per questo quella persona che brandiva tanto impropriamente “i poveri” si sbagliava, con sua buona pace: esistono poveri e poveri, nel nostro occidente. Ci sono i poveri di cibo e di beni di prima necessità… ma ci sono anche coloro che non hanno da lottare con la fame del corpo, bensì con quella della mente e dell’anima, e molti di questi poveri sono proprio i genitori e soprattutto i loro giovanissimi figli, letteralmente bisognosi di cose autentiche, spezzate con la semplicità dell’accoglienza e di un calore che nelle nostre parrocchie deve assolutamente rinascere.

(Per approfondire, ecco la quinta puntata del Documentario “Questo è Bach, ragazzi!”, di Elia Mori)

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