(Di Alessio Cervelli)

Erano già in preparazione, queste riflessioni, prima che la terra si scuotesse nei giorni scorsi: mi sembra opportuno condividerle oggi, quando l’Italia si ferma, in raccoglimento e in lacrime, con un grande senso di umiltà, di fronte all’immensa potenza della natura che, assieme a Giobbe, ci fa sussurrare: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!», ricordando altresì, contro ogni fatalismo e misticismo di bassalega, quel che aggiunge il versetto seguente: In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto. (Giobbe 1,21-22).

Di fronte alla morte, certamente l’uomo non rimane indifferente: si spaventa, si terrorizza, piange, tace, urla, si dispera… prega, e si abbandona con fiducia al suo Signore.

La struttura della Missa Requiem gregoriana è un meraviglioso amalgama del fremere umano con una sincera, sicura speranza nella misericordia infinita di Dio: in altre parole, il giusto equilibri tra il non presumere della salvezza, e il non disperare di essa. E’ sicuramente uno dei motivi che ha spinto molti grandi della musica (uno tra tutti, Lorenzo Perosi) a domandarne l’esecuzione per il giorno delle proprie esequie.

La grande poeticità di questa messa inizia già “in sacrestia”, cioè nei paramenti. Il paramento nero, in uso fino a prima della riforma liturgica che ha condotto al Novus Ordo, non veniva utilizzato per incutere terrore, oppure per sottolineare il dolore del lutto. Sicuramente il nero e in generale i colori scuri sono quei colori che nell’area mediterranea presso molte culture indicano una circostanza seria, di fronte alla quale è bene non essere frivoli né superficiali: si pensi, ad esempio, che il nero è il colore del tempo di Quaresima presso varie chiese di rito orientale. Nel rito latino, il nero per le esequie è un nero particolare: di norma non solo è un bel nero (cioè di un bel tessuto), ma è inoltre fregiato da disegni e galloni dai colori chiari, di solito in oro o in argento.

Il paramento nero con galloni e decorazioni lucenti intende trasmettere né più né meno che l’immagine dipinta dal prologo del vangelo secondo San Giovanni: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta” (Et lux in tenebris lucet et tenebrae eam non conprehenderunt). Siamo fin dai colori liturgici proiettati in questa profonda dinamica di equilibrio: il grano e la zizzania lasciati crescere insieme fino al momento della mietitura, le tenebre del peccato e la luce della grazia e della salvezza; il tutto posto di fronte all’uomo e alla sua libertà di scelta per la propria eternità, nel tempo del pellegrinaggio terreno, fino a comparire davanti al suo Dio, per ricevere il frutto eterno di tale scelta.

Veniamo alla messa gregoriana.

L’introitus è sereno, quieto, trasmette da subito il senso delle parole della liturgia: “requiem aeternam”, l’eterno riposo. Così come il Kyrie, semplice e solenne, senza slanci se non nell’ultima invocazione, ad indicare le mani che si levano verso il cielo con insistenza e fiducia.

Requiem aeternam: https://youtu.be/5D86N1yrzck

Kyrie: https://youtu.be/pzM7MGxHK6o

Il graduale, che segue la lettura dell’epistola, è struggente e sobrio ad un tempo, per lasciare il cuore libero di sciogliersi di getto nel tratto “Absolve”.

Graduale: https://youtu.be/-zpHs8bf4k4

Tratto: https://youtu.be/np_slIOn5Jk

Degno di sottolineatura è il lungo melisma finale del tratto, sull’ultima i delle parole “beatitudinem perfrui” (abbiano la gioia eterna): indica sia l’insistenza della preghiera al Signore perché i nostri cari defunti ottengano tale gioia (“la beatitudine, la luce e e la pace”, come dice il Canone Romano), sia la luminosa speranza nella misericordia divina nel volerla concedere. E da questa luce tenerissima e serena che volge lo sguardo alla misericordia celeste, si passa a contemplare l’immagine di Dio giudice giusto: è il momento della sequenza Dies Irae.

Su di essa già in passato ci siamo soffermati in abbondanza, rammentando come essa sia confluita nella missa requiem dalla sua originaria destinazione, la messa della prima domenica di Avvento. Di per sé, questo meraviglioso accostamento tra misericordia infinita e giustizia perfetta di Dio, che permea tutta la missa requiem, nella sequenza è perfettamente riassunto e compendiato: il Signore è giudice giusto, sì, che fa strage del peccato ma che dà speranza a tutti, perché ha assolto la peccatrice e il ladrone pentito.

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Per un approfondimento più specifico, invitiamo a consultare i due articoli in merito, del mese di dicembre us:

Parte Prima:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/09/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae/

Parte Seconda:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/14/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-2/

Parte Terza

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/17/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-3/

Parte Quarta (in quest’ultimo articolo, c’è il video con la sequenza:)

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/21/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-4-ultima/

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Giungiamo così alla liturgia eucaristica. L’antifona d’offertorio è una nitida esplicazione dei motivi per i quali si offre il sacrificio eucaristico per i defunti:

Domine Jesu Christe! Rex gloriae!

Libera animas omnium fidelium defunctorum

de poenis inferni et de profundo lacu!

Libera eas de ore leonis,

ne absorbeat eas Tartarus,

ne cadant in obscurum:

sed signifer sanctus Michael

repraesentet eas in lucem sanctam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Hostias et preces tibi, Domine,

laudis offerimus.

Tu suscipe pro animabus illis,

quarum hodie memoriam facimus:

fac eas, Domine, de morte transire ad vitam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Signore Gesù Cristo! Re di gloria!

Libera le anime di tutti i fedeli defunti

dalle pene dell’inferno e dalla fossa profonda!

Liberale dalla bocca del leone

affinché non vengano inghiottite dal Tartaro,

affinché non cadano nell’oscurità:

ma il difensore san Michele

le porti nella luce santa,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

A te, o Signore, sacrifici e preghiere

offriamo con lodi.

Tu ricevile in favore di quelle anime,

delle quali oggi facciamo memoria:

falle, o Signore, passare dalla morte alla vita,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

https://youtu.be/8SjzLy26xPA

Nel testo dell’offertorio troviamo contenuto tutto il senso del sacrificio eucaristico e la preziosità di tale offerta. Proprio oggi, 27 agosto, nell’ufficio di Santa Monica, la madre di Sant’Agostino, troviamo l’invito di questa santa ai due figli: “Non m’importa dove seppellirete il mio corpo. Ma ricordatevi di me all’altare del Signore”. L’intensità di questo testo eucologico è altissima: il canto gregoriano non poteva che trattarlo energicamente, un’energia che si moltiplica nella ripetizione responsoriale della sezione “quam olim Abrahae promisisti…”: non c’è bisogno di ricordare nulla al buon Dio, siamo noi che dobbiamo restare presenti a noi stessi, nella nostra preghiera, perché è la nostra natura incarnata nel tempo e nello spazio a richiederlo. Ci viene alla mente l’episodio del cieco al quale il Signore Gesù chiede: “Che vuoi che io faccia per te?” e lui: “Signore, che io riabbia la vista” (Luca 18,35-43). Così a noi, nella preghiera per i defunti, il Signore domanda: “Cosa volete che io vi faccia?”, e noi con fiduciosa insistenza Gli diciamo: “Signore, che i nostri cari abbiano la Tua pace, così come un tempo hai promesso ad Abramo e alla sua stirpe!”.

Il Sanctus e l’Agnus Dei confluiscono nella missa requiem da tempi immemori, in quanto esempi di canto gregoriano tra i più antichi.

L’antifona di comunione “Lux aeterna”, si riallaccia egregiamente sia al tratto che all’offertorio, riprendendo il tema della luce eterna dell’introito:

Lux aeterna luceat eis, Domine,

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Requiem aeternam dona eis, Domine,

et lux perpetua luceat eis

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Splenda ad essi la luce perpetua, Signore,

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

L’eterno riposo dona loro, Signore,

e splenda ad essi la luce perpetua

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

https://youtu.be/n0flKCY9ipA

Ampie e cariche di luce, le frasi gregoriane che la pongono in musica, ed è giusto che sia così specialmente nel momento di ricevere l’Eucaristia, di comunicarsi al Corpo e Sangue di Cristo, entrando nell’intimità di quel Dio che giustamente il beato papa Paolo VI chiamò “Dio della vita e della morte”, perché, per dirla con Sant’Angostino, “non perderà nessuno dei propri cari, solo chi i propri cari li ama in Colui che non si può perdere: Te” (Confess. 4, 9, 14).

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Per tutti i defunti del terremoto:

Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.
Requiescat in pace. Amen.

L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen.

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