Umberto Nardi (UN), appassionato di musicologia e di letteratura organistica, nonché fedele lettore del Blog, ha recensito su Mondadoristore la nuova edizione del primo lavoro di Alessio Cervelli (AC) su Bach (per leggere la recensione, cliccare sul link a fine articolo). In sede di corrispondenza privata, ha posto all’autore delle domande che, alla fine, su suo suggerimento e di comune accordo con Alessio, sono confluite in questo articolo-intervista che può offrire spunti di riflessione non solo musicologici, ma anche di testimonianza cristiana.

 

UN: Alessio, penso che la prima cosa che chi frequenta il blog vorrebbe chiederle è: come mai Bach?

AC: Bach è un artista che ha creato musiche talmente cariche e dense di energia da saper attaccare il cuore di chi ascolta e di chi lo suona. Quando si è adolescenti, si cercano sempre emozioni forti. Io trovai Bach, e in particolare il Bach della Fantasia e Fuga in Sol minore.

 

UN: Come mai lei è rimasto così legato proprio alla Fantasia e Fuga?

AC: Credo che capiti a molti di legare una musica a un ricordo, a un momento particolare della vita. Ecco, la Fantasia e Fuga per me è legata ad un momento particolare di quella che amo chiamare la “mia storia sacra”, ovvero il momento in cui è avvenuta la mia conversione del cuore.

 

UN: In che senso?

AC: Fin da piccolo sono andato in chiesa, sono stato a contatto con parroci in gamba, sono cresciuto all’ombra del campanile. Ma viene il momento – almeno per me è accaduto così – che dalla semplice abitudine presa da bambino occorre “scegliere Dio”, scegliere di stare con Lui, scegliere di amarLo e, se scegli di amarLo, allora scegli anche di servirLo, perché ti si accende dentro il desiderio di far scoprire anche agli altri quel tesoro nascosto, quella perla preziosa di cui parla il Vangelo.

 

UN: Come è avvenuta la sua conversione del cuore? Se posso chiederlo.

AC: Certo che può chiederlo. Prima di tutto è giusto che io ammetta un fatto. Dall’età di circa 15 anni fino ai 18, io non ho mai saltato una messa festiva, per cantarla e suonarla. Questo però lo facevo non per amore di Dio né per servizio al popolo, ma per pura superbia: avevo cioè trovato nella chiesa un palcoscenico sul quale esibirmi. Conoscevo già Bach, e lo studiavo per ore e ore… soltanto per avere “roba tosta” da sbandierare. Ma un giorno, verso i 18 anni, ricevetti una critica feroce e netta al mio comportamento superbo, per nulla cristallino in spontaneità e semplicità: questa critica mi colpì moltissimo, perché fu un ragazzo di 14 anni a ringhiarmela contro, a ragione. Fu un mescolarsi di eventi. Proprio di lì a poco, mentre ero rimasto turbato da quello che mi era stato detto e da quella cruda realtà che quel giovane mi aveva gettato in faccia, iniziai a scoprire l’umanità di Bach e venni a contatto con quella storia drammatica, dolorosa e assieme densa di un’immensa energia, che faceva da sfondo alla Fantasia e Fuga. Un grido di dolore frammisto a dolcezza celeste: la fantasia. Una ricerca, un rileggere la propria arta, un trasformare un motivetto olandese prima in un sospiro d’amore, poi in preghiera che elabora un grave lutto: la fuga. Non solo un grande artigiano, ma anche un uomo complesso nella sua storia, ed un marito premuroso, un padre affettuoso, un credente ferreo: Bach. Le parole di quella critica dolorosa ma sincera si miscelavano alle note di quel brano, al suo dolore, al suo gridare, al suo sperare, al suo credere. E da quella critica, da quella musica che infrangevano la chiusura della superbia, il mio sguardo si volse finalmente al tabernacolo, all’Eucaristia, al Signore Crocifisso, Immolato e Risorto, con quella spontaneità, con quella libertà, con quella gioia con cui l’avevo guardato da bambino quando facevo il chierichetto e sentivo nitidamente che lì, nella Messa, avveniva qualcosa di grande, di immenso. E non ho più smesso di guardare il tabernacolo, e di desiderare ardentemente che Colui che lì si trova, venga a trovarsi ogni giorno al centro della mia vita.

 

UN: In questa prospettiva, chiaramente, cambia anche il senso della musica…

AC: Certamente! Da palcoscenico per attirare gli sguardi diviene strumento di servizio al popolo e mezzo di lode al Signore nel culto. Del resto è quanto ci hanno insegnato sia la Sacrosanctum Concilium sia Papa Benedetto XVI: nel rito latino non c’è arte che faccia così integralmente parte della liturgia quanto la musica. La messa solenne è in canto. La musica d’organo non è un ornamento più o meno fastoso, bensì un’ardente orazione che eleva potentemente gli animi a contemplare le realtà celesti, al punto che quando si benedice l’organo, la preghiera di benedizione chiede che esso e l’esecutore che lo suona diventino capaci di unire la liturgia della terra a quella del cielo tramite la musica che vi si suona.

 

UN: Vorrei citarla dal suo libro: “L’organista liturgico ha un grande e gravoso compito, ben più oneroso del cercare consensi, bramare applausi e palcosce­nici che neppure competono al suo strumento. Deve afferrare una piccola porzione di Cielo e portarla quaggiù, a conforto di chi si trova ancora – lui compreso – nella fatica del pellegrinaggio terreno. Abbandoni dunque, senza timore, il suo povero cuore e la “carne” della propria anima tra le sante mani del Suo Eucaristico Signore e si lasci spezzare come il pane, perché quei piccoli, magari pure mediocri ed imperfetti frammenti di umanità, infiam­mati dalla Grazia, servano ad alimentare la preghiera di coloro che insieme a lui stanno rivolti all’altare” (Bach: un grido di dolore, un sospiro d’amore, un palpito di fede, pp. 162 – 163). Personalmente è la parte che sento come vero e proprio apice di questo suo primo libro su Bach… e forse in nessun altro suo lavoro mi sono sentito tanto emozionato: si avverte un cuore vibrante e partecipe. Mi chiedo: cosa può spingere un musicista a desiderare di sintonizzare la sua arte su questa lunghezza d’onda?

AC: E’ sicuramente la comprensione…ma più ancora che la comprensione, direi l’accettazione del dono che Dio ci fa della Sua Vita divina nel sacrificio della Croce di Cristo. E’ quello che ci dice la IV preghiera eucaristica: “perché non viviamo più per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi”, che poi è lo stesso immenso dono di cui ci parla San Paolo nella lettera ai Romani (14, 7-9). Cioè, non sono più io la priorità, ma quel rapporto di amore tra me e Colui che si è fatto uomo per offrire Se stesso anche per me, perché per Lui io sono una priorità, anche quando Lui non lo è per me, a causa della mia debolezza, della mia fragilità, del mio peccato. Sperimentare questo non può non cambiare completamente la vita… un passettino per volta, oppure tutto insieme, non importa: se è un’esperienza autentica, la vita cambia, non può non cambiare.

 

UN: Forse è una cosa banale o scontata da chiedere ad un abitante di Poggibonsi: si può dire che è un po’ l’esperienza vissuta dal vostro patrono, il beato Lucchese?

AC: Non mi sento assolutamente nella condizione di poter minimamente paragonare la mia piccola storia personale a quella di questo beato tanto caro alla gente delle mie terre. Però quel che posso dire è che sicuramente la vicenda della conversione di Lucchese mi è stata preziosissima per rileggere me stesso, specialmente negli anni della “mia” conversione. È bellissimo il racconto del mutamento di vita di Lucchese così come lo riferisce N. Benson, nel suo bel libretto “Due sposi santi: Lucchese e Bonadonna”.

Giunto al culmine della sua attività commerciale, Lucchese adocchiò un’altra opportunità. Nelle frequenti e disastrose guerre, in Italia, il grano generalmente scarseggiava, i raccolti erano depredati da soldati saccheggiatori o da nemici in ritirata. Colpì Lucchese il pensiero che un mercante che avesse la preveggenza di comprare tutte le riserve disponibili a buon mercato in tempo di abbondanza, potrebbe metter fuori gli altri venditori, e far pagare il prezzo che voleva in tempo di carestia. A Lucchese, arroccato nella ferrea torre del suo fatuo arricchirsi ad ogni costo, parve un’idea meravigliosa; e certo i futuri sviluppi, così familiari ai mestatori nazionali e internazionali, gli saltarono alla mente. Sì, tutto quel sistema disonesto di agire gli era almeno in parte visibile, mentre a passo deciso si avvicinava verso l’abisso. Fu a questo punto che Dio utilizzò mezzi umani per accaparrarsi una delle coppie più sante che la Chiesa abbia conosciuto (Lucchese e la moglie Bonadonna sono stati beatificati insieme) e – assai strano – una delle poche. La speculazione di Lucchese sui cereali con le conseguenti difficoltà per i poveri e danno per i mercanti locali, cominciò presto ad essere chiacchierata; prima in privato perché la vittima non può permettersi di offendere lo sfruttatore, poi con crescente risentimento e paura. Finché, una delle vittime la cui famiglia era alla fame, vide il mercante prosperoso venir giù per la strada, dopo Messa. Pieno di rabbia incontrollata e non avendo nulla da perdere, gli sbarrò la strada e gli ringhiò in faccia: “Tu credi di essere un uomo perbene, vero? Tu puoi inginocchiarti pieno di fiducia davanti al buon Dio, ma sei un assassino, perché mi hai messo alla fame!”. Il pover’uomo fece dietro-front e battendo i piedi prese la via di casa. Lucchese rimase come folgorato a seguirlo con lo sguardo. Questo impatto colla realtà gli mostrò in una bruciante illuminazione il sentiero lungo il quale mammona, cioè il denaro, lo stava menando. Ora, o mai, egli doveva tornare sui suoi passi. Per la prima volta in vita sua, Lucchese si accorse che servire Dio voleva dire di più che inginocchiarsi in chiesa ogni domenica per la Messa. Il minimo voleva dire essere giusti con le persone: anche per loro Gesù è morto. Voleva dire di più che baciare Cristo crocifisso il Venerdì Santo. Voleva dire riconoscere il Crocifisso in quella povera gente affamata, a causa dell’avidità di lui, Lucchese! Tutti sappiamo come ci si affolla ad una nuova pratica di devozione, com’è facile iscriversi per un pellegrinaggio parrocchiale, ed anche praticare qualche privazione in più durante la Quaresima; ma in che misura ripariamo le ingiustizie del passato, delle quali siamo pentiti, le parole offensive, le azioni volgari, i cattivi esempi dati? Eppure, a meno che le nostre pratiche di pietà ci spingano a ciò (in effetti esse sono appunto una preparazione dello spirito e della volontà), esse rimangono soltanto proiezioni sentimentali del nostro io, le quali difficilmente potranno realizzare qualcosa per l’eternità.

E Lucchese lo fa. Quasi fosse un novello Zaccheo, restituisce il maltolto, a cominciare proprio da colui che era stato lo strumento umano che Dio aveva usato per richiamarlo a Sé. Lucchese cambia perché quell’incontro terreno è stato l’incontro con quel “Dio nascosto” che pure ha cura e provvidenza di noi e che, attraverso la nostra storia, gli eventi, le persone che ci circondano, le musiche e gli artisti che le hanno composte, ci parla, ci interpella, addirittura ci provoca.

UN: Possiamo dire che, la sua, è una rilettura di Bach alla luce della sua esperienza? Possiamo dire che è “il suo Bach”, Alessio?

AC: In un certo senso, sì. Perché non ho voluto replicare l’asetticità di un manuale scolastico o la freddezza di un saggio scientifico, che pure sono mezzi utili, nulla da dire. Ciò non significa che io non abbia tenuto conto delle fonti, dei documenti, dei fatti riportati da cronisti e da storici contemporanei, degli studi dei grandi bachisti del nostro tempo… Soltanto ho scelto di non limitarmi ad un mero lavoro compilativo. Ho scelto di partire dal concreto ed oggettivo per poter andare al di là di esso ed entrare in un piano che non è meno reale, meno concreto: soltanto non è condiviso da tutti, ossia la dinamica della fede in relazione alle proprie vicende umane e alle proprie scelte. Quindi, sì: questo è “il mio Bach”, ma non per questo non è un Bach credibile o storico; è la proposta di una visuale che, come giustamente lei ha intuito nella sua recensione, non è così comune reperire. Secondo me era qualcosa che mancava nell’offerta formativa dei musicisti e ho voluto fare un tentativo per mettere in mano a studenti e appassionati un strumento agile e comodo da affiancare al materiale che già leggono e studiano. Un qualcosa in più, diciamo, ma un qualcosa che, se manca, non permette a mio avviso una conoscenza piena del grande maestro tedesco, che invece ha tanto da insegnare, anche sotto il profilo umano, ai giovani di oggi.

UN: Volendo concludere, che cosa si sentirebbe di dire agli organisti e ai musicologi di oggi, giovani e adulti?

AC: Prima di tutto sappiate relazionarvi alla musica che ascoltate, studiate, suonate. Lasciatevi emozionare. Non siate “mentalmente chiusi” dentro una sola stanza (tecnica, filologia, esegesi storica, organaria): la musica è un evento troppo più vasto, troppo più vivo di così. In questo mi trovo molto in sintonia con la cantante jazz Clizia Miglianti, che ha scritto la prefazione al libro: se la si intende come mero oggetto di studio, come mera materia d’esame o mezzo di lavoro professionale, la musica, specialmente quella antica, inevitabilmente muore, perché non trova più ragioni per toccare gli ascoltatori di oggi, così distratti dal caos del mondo, per potersi soffermare a spaccare il capello in quattro su cavilli accademici. Guardate sempre all’umanità del compositore, alla sua storia, a ciò che sappiamo del suo carattere. Non accontentatevi dei manuali scolastici quasi fossero la verità infusa…perché spesso non lo sono, oppure sono terribilmente asettici, al punto di non trasmettere nulla di autentico della complessa vicenda umana che sta dietro al nome di un compositore. Siate curiosi e siate aperti anche alla novità, alla riscoperta, all’adattabilità, alla sperimentazione che ringiovanisce il linguaggio antico per renderlo nuovo e godibile per le nostre attuali generazioni!

PER LEGGERE LA RECENSIONE DI U. NARDI:

http://www.mondadoristore.it/Bach-grido-dolore-sospiro-Alessio-Cervelli/eai978882286368/

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