Dopo il colloquio-intervista di Umberto Nardi, ecco un secondo colloquio tra Alessio Cervelli (AC) e Carlo Cerratini (CC), chitarrista classico e attivo nella liturgia, e Antonella Menicucci (AM), madre di famiglia, catechista e appassionata bachista.

 

CC – Lei ha già spiegato al Sig. Nardi i motivi del suo affetto per Bach e le profonde convinzioni che la animano. Quando leggo i suoi lavori, ascolto quanto lei ha inciso in pratica parallelamente con la stesura dei suoi saggi, prendo visione dei suoi interventi nel documentario “Questo è Bach, ragazzi!”, vedo molto materiale, molti argomenti toccati, molti settori messi in dialogo tra loro. Tutto questo, fatto dalla stessa persona; la domanda che mi sorge è questa: Alessio, come inquadra se stesso dal punto di vista musicale – culturale?

AC – Sa, Carlo… quando mi fanno domande del genere, mi viene sempre in mente una frase del Cyrano de Bergerac, mentre il celebre personaggio detta il suo epitaffio:

Cyrano-de-Bergerac.gif“Qui giace un astronomo,

poeta niente male.

Filosofo eccellente.

Musico, spadaccino, 

del ciel viaggiatore,

gran mastro di tic-tac,

Amante — non per sè —

molto eloquente.

Qui riposa Cirano Ercole

Saviniano Signor di Bergerac,

Che in vita sua fu tutto

e non fu mai niente!”.

 Vale a dire: sono organista? No, ma suono l’organo.

Sono musicista di professione? No, perché “non vivo per lei”, come canta Bocelli, anche se pratico la musica da quando avevo dieci anni e la reputo un elemento di grande importanza nella mia vita.

Sono filologo? No, perché non concordo con buona parte dei risultati concretati brandendo la filologia, e questo proprio perché provengo da studi filologici.

Musicalmente sono uno della “vecchia scuola” di Germani, Walcha, Schweitzer? Sì, ma non al 100% perché capisco ed apprezzo le possibilità offerte dallo studio e dalla conoscenza dell’esecuzione storica e dalla lettura dei trattati e delle fonti musicologiche, credo nella tradizione e ho piena fiducia nelle potenzialità compositive e liturgiche future in fatto di cammino di rinnovamento e crescita.

Quindi, che posso dirle? Veda un po’ lei.

CC – Onestamente posso confidarle che, leggendola e ascoltandola, l’impressione di primo acchito è proprio questa: cosa ho davanti, e chi ho davanti? Non un musicologo in senso stretto, eppure  leggo di Bach, di Zipoli, di musica sacra: il tutto si miscela a tanti ambiti di conoscenza, si aprono tante porte, al punto che, anziché vedere un tratto della musicologia o un profilo di un musicista, si disegna un quadro più ampio, che abbraccia tanti aspetti…e non nego che alla fine ho ceduto al fascino di questa operazione …che lei però definisce divulgativa, non strettamente scientifica.

AC – Guardi, io per primo ascrivo i miei lavori al semplice ambito divulgativo, senza altra pretesa se non quella di voler proporre, informare, dare la possibilità di una prospettiva ulteriore rispetto a quelle istituzionali, prettamente accademiche. Credo però nella documentazione, nell’utilizzo abbondante delle fonti, nel proporre un punto di vista che si è formato in anni attraverso studio, letture, ascolti, tecnica, … ma anche – forse soprattutto – attraverso le esperienze vive del servizio liturgico, del contatto col popolo di Dio, dell’educazione parrocchiale e pastorale. Quando scrivo, personalmente non mi sento affatto un docente, uno scienziato, un accademico, perché non lo sono: sono soltanto un catechista; quando suono e affronto l’ambito esecutivo di una pagina d’organo, non mi sento un professionista, perché non lo sono, non pratico questa occupazione per la vita: sono soltanto un musicista liturgico per il servizio al culto. Un catechista che ha letto un po’, un organista liturgico che ha un po’ di esperienza e qualche studio di musica specifico alle spalle. Tutto qui. E quello che sono e che ho, ho scelto di condividerlo sperando che possa essere utile a qualcuno, far piacere a qualcuno: per questo ho inciso e scritto, pensando soprattutto a quei giovani e a quegli adulti che con buona volontà si applicano per la musica nelle loro parrocchie.

AM – Alesso, lei sa che sono una catechista, che ho a che fare con adulti e ragazzi, e posso confermare che, leggendola e ascoltandola, fin dall’inizio ho pensato: questo giovane è un catechista! Mi fa piacere che lei stesso si definisca principalmente così. Vorrei tanto parlare del bel documentario “Questo è Bach, ragazzi!”, che ho usato tantissimo con grandi e piccini: però rimandiamo, sperando di poter coinvolgere il principale artefice di quel bel lavoro, il regista Elia Mori. Qui vorrei parlare di un’altra cosa.

So che lei ha concluso nel settembre u.s. il suo lavoro di incisione “Note di letizia”, un CD col quale di fatto saluta la parrocchia di S. Bartolomeo ad Ulignano, dove lei è stato attivo per alcuni anni, dal 2009 al 2015 con diverse appendici nel 2016. Ho avuto il piacere e l’onore di ascoltarne le tracce in anteprima. Vorrei sapere quali sono le scelte che stanno a fondamento di questo lavoro.

AC – Prima di tutto, confesso che si tratta di un lavoro fatto veramente a spizzichi e bocconi e con non pochi salti mortali perché, sinceramente, non ho avuto a disposizione il tempo e il modo di potermici dedicare. Avendo scelto di intraprendere gli studi teologici come impegno per la mia vita, non c’è più il tempo perché la musica occupi il posto principale in questa mia vita: per poter mantenere e incrementare un repertorio simile, occorrono dedizione e tante ore per lo studio della pratica e prima ancora per l’esegesi. Per mia libera scelta, io oramai non dispongo più di questo tempo. Ed in effetti è propriamente un saluto: un saluto alla parrocchia che ho servito volentieri per questi bellissimi anni, per gli adulti e i giovani che hanno potuto accostarsi al mondo dell’organo per la prima volta attraverso lo strumento che si trova in questa chiesa. Così io e il parroco Don Luigi abbiamo pensato che fosse il caso di preparare qualcosa che potesse nutrire il ricordo di questa esperienza, negli anni che verranno, qualcosa che possa rimanere in mano a quelle persone che hanno vissuto tutto questo, e l’hanno accolto, tanto o poco.

Penso agli incontri di preghiera e di catechesi fatti attraverso la musica suonata con questo piccolo organo. Penso alle lezioni di musica e alle prime, intense emozioni vissute dai ragazzi che hanno voluto studiare con me in parrocchia e hanno pure prestato i loro primi timidi ed emozionanti servizi musicali alla comunità parrocchiale.

In definitiva, mi faceva piacere tentare di fissare tutto questo, “scattargli una foto” e mandarla in dono alle persone splendide che hanno davvero significato molto per me e per la mia esperienza di vita cristiana. Il risultato è questo. Un piccolo viaggio musicale di una quarantina di minuti che propone tutte le musiche che ho utilizzato di più nel servizio liturgico, nella catechesi musicale, nelle adorazioni eucaristiche e negli incontri di preghiera, nell’insegnamento ai bambini e agli adolescenti.

CC – Ritorna dunqCopertina.jpgue il tema del “suo Bach”…

AM – Giusto! Le tracce di questo CD non sono forse la concretizzazione plastica di quanto lei scrive nel suo ri – editato lavoro “Bach: un grido di dolore, un palpito d’amore, un sospiro di fede”? Ci può spiegare il suo punto di vista? Non certamente un lavoro scientifico né filologico, vero?

AC – Verissimo! Come per il mio primo saggio divulgativo, che avete rammentato, così è per questo piccolo CD: un semplice tentativo di porre in concreto “il mio Bach”, e potrei aggiungere – non dimentichiamolo – anche “il mio Zipoli”, altro compositore al quale sono molto legato. Ho amici e conoscenti musicisti e musicologi di grande spessore e competenza, studiosi e umanisti che professionalmente e cristianamente stimo. Sono di varie estrazioni: dalla musica antica e dall’esecuzione storico-filologica alla musica contemporanea, al rock che rivisita la classicità e ne attinge materiale, alla contaminazione, alla musica dal vivo, jazz e non. Ho voluto chiedere il loro parere per avere un’idea di ciò che stavo per offrire alla mia parrocchia.

Chiaramente sono emersi pareri diversi. Alcuni, perplessi, mi hanno confidato che avrebbero fatto scelte ben diverse, basate su priorità differenti. Altri, entusiasti, hanno condiviso l’obiettivo dell’adeguare ora pagine pensate per l’organo antico italiano ora monumenti della musica scritti per gli imponenti organi barocchi del nord a questo strumentino umile e senza pretese se non quelle del servizio liturgico. Ecco: direi che la mia scelta è stata quella di voler realizzare qualcosa senza pretesa se non una testimonianza e un servizio liturgico.

CC – Quali perplessità sono state sollevate, se possiamo saperlo, e da chi?

AC – Beh, non è difficile intuire che le perplessità stanno nel settore delle mie amicizie legate al mondo della filologia, della ricerca storico-critica, del mondo accademico classico legato alle “certezze” dello storicismo. E’ chiaro che chi è abituato a pensare Zipoli solo filologicamente, non riuscirà ad apprezzarlo se eseguito su un organo moderno, non italiano, e dalle risorse timbriche limitate qual è l’organo di questa chiesa. Stessa cosa per Bach. Mi è stato detto che i bassi non parlano, l’intonazione lascia a desiderare, certe pagine non funzionano correttamente. E, dal punto di vista filologico in senso stretto, posso dar loro ragione senza problemi: sentire Zipoli su uno Zefirini o su un Hermans, o Bach su un Sielbermann o su copie storiche di strumenti di questo genere chiaramente offre un altro risultato.

Idem con patate per quanto riguarda la conduzione dell’agogica, cioè il modo da me scelto per condurre la ritmica esecutiva, nonché per la fonica, cioè le scelte delle sonorità dei registri.

Specialmente nella mia interpretazione della Fuga BWV 542 è stato criticato un “cedimento ritmico”, mi è stato amichevolmente fatto notare che bisogna quasi usare uno sforzo di immaginazione per seguire il ritmo perché il metronomo è trattato un po’ troppo liberamente. Infine, anziché eseguire una grande fuga con il ripieno integrale declinandolo in tante microstrutture di diteggiatura. Osservazioni sincere, fatte da persone sincere che stimo e del cui parere chiaramente tengo conto, ci mancherebbe!

AM – Non posso dire di essere un’esperta barocchista, … ma a me non è saltato all’orecchio nulla di strano. Eppure di musica antica ne ascolto. Ho ascoltato Ghielmi, Imbruno, Koopman. Ma ciò che ho ascoltato più volte con autentico piacere è l’integrale per organo di Bach incisa da Helmut Walcha, il grande organista non vedente. Mi ha sempre colpito la sua affermazione: “Voi che avete l’uso degli occhi, vedete la musica come si guarda la bellissima fisionomia esterna di una cattedrale. Io invece la vedo da un’altra prospettiva: non la vedo dall’esterno, ma la scruto dall’interno. E vi racconto cosa vedo”.  Walcha-Helmut-02.jpg

AC – Ha detto tutto con un nome: Helmut Walcha (foto a lato). Ora, se prendiamo la sua BWV 542 così come l’ha pubblicata nell’integrale di Bach edita dalla Deutsche Grammophon, un orecchio filologico si accorgerà immediatamente dei cedimenti di metronomo, dei mutamenti di registri, eccetera eccetera. Figuriamoci se prendiamo in considerazione le incisioni superstiti di Schweitzer, che addirittura nel suo “Bach, il musicista poeta” prescrive pure per le esecuzioni su organi storici (da lui per primo prediletti) che si cambi la velocità esecutiva a seconda dei passaggi: più scorrevole e rapida nei passaggi più semplici e leggeri, come quando le parti si riducono a due voci, rallentata e ponderata quando il disegno armonico si fa più intricato e intenso, per dar modo all’orecchio di seguire, di capire. Si può essere o non essere d’accordo. Di qui l’intuizione che giustamente voi due avete colto: si tratta anche qui del “mio Bach”, che mescola cognizioni filologiche e storiche ad elementi che la filologia non prende mai in considerazione, cioè la necessità di utilizzare strumenti anche non adeguati per necessità pastorali, educative, catechetiche, oltre ad una concezione di una musica antica non resa per forza storicamente, ma già reinterpretata secondo la sensibilità e le necessità odierne del popolo di Dio. Intendiamoci: lungi da me il pensare le mie miserrime incisioni anche solo paragonabili a quelle di Walcha e di Schweitzer, a confronto delle quali sono appena una copia fatta a mano da una fotocopia riuscita male!

CC – Qual è allora la sua idea personale nel concepire le sue scelte esecutive, Alessio?

AC – Le riprendo pari pari dal mio primo lavoro su Bach, quello che è stato rieditato da poco, come avete ricordato.

Sarà capitato a ciascuno di noi di fare confronti tra le omelie di diversi sacerdoti celebranti che si sono avvicendati all’ambone durante il nostro servizio liturgico, no?

Non è forse vero che un’omelia declamata col medesimo tono di voce e con la stessa ritmica, senza momenti di pausa, finisce con lo sfinirci, specialmente se lunga?

Invece, un’omelia pronunciata, non coi toni da attore consumato (che per di più non sono mai opportuni in un contesto celebrativo, dove è Dio il protagonista, non di certo il celebrante), ma con la padronanza di un opportuno declamato, fatto di accelerazioni e decelerazioni nel ritmo della successione delle parole a seconda della complessità dei concetti esposti, ottiene il risultato di conquistare gli ascoltatori e trasmettere qualcosa di buono e salutare all’anima.

Mi chiedo se non potrebbe benissimo darsi che ciò possa riguardare anche la proposta di una lunga e complessa fuga bachiana, da vedersi non solo come una pagina musicale, ma come una vera e propria “orazione”, peraltro una musica caratterizzata sovente dall’impiego delle regole della retorica.

Non ritengo di avere le competenze adeguate per giudicare le scelte esecutive di Schweitzer rispetto ai moderni interpreti filologici, …però vorrei riferire un piccolo esperimento che ho svolto tante volte durante gli incontri di insegnamento in ambito ecclesiale, i cui esiti mi hanno sempre incuriosito, e alla fine persuaso.

Propongo a dei giovani, con una conoscenza musicale di base accettabile per quanto riguarda l’ascolto ma estranei alle grandi questioni di filologia organistica, l’ascolto di una fuga per organo di Bach eseguita da uno qualsiasi degli attuali, grandi interpreti filologici e poi la faccio seguire da un’esecuzione di Schweitzer del medesimo brano, ponendo infine la domanda: “Quale vi piacerebbe di più sentire in chiesa prima o dopo la Messa oppure ai Vespri?”.

La risposta è sempre stata: “L’ultima che ci hai fatto ascoltare”, cioè quella di Schweitzer.

Alla mia richiesta di una motivazione, mi è stato più volte detto: “Non saprei dirti il perché, ma riesco a seguirla così bene! È così profonda, così adatta alla preghiera e al raccoglimento… L’altra mi sembrava più da concerto, da palcoscenico. Bravissimo, l’esecutore, per carità! Ma in chiesa mi disturberebbe, anziché aiutarmi a pregare”.

Emerge dunque un’altra questione da discernere: il motivo per il quale “quel Bach”, nonostante oggi possa considerarsi “migliorabile” (se non “superato”) sotto il profilo filologico, eppure così sapientemente indagato da Schweitzer, tuttavia riesca a parlare così bene ed efficacemente all’intimo di tanti e tanti odierni ascoltatori che troviamo nelle nostre chiese, effondendo serenità e calore, secondo i più elevati affetti soprannaturali. Mi sto chiedendo se, con l’attuale “priorità filologica” che tende innegabilmente a specializzare sempre di più queste musiche, … non ci si trovi addirittura a “lottare contro il nostro Signore Gesù”, che benedice il Padre Suo, ringraziandoLo di aver nascosto tali cose ai sapienti e agli intelligenti, rivelandole invece ai semplici: «Sì, o Padre, perché così è piaciuto a Te!». Il punto è un altro, anzi: è questo!

Nel Bach di Schweitzer, seppur perfettibile, non vi è alcuna patina asettica, nessun accademismo, nessuna freddezza, seppur certamente si avverta ancora qualche tratto dell’influenza romantica.

No.

È “un Bach vivo”, caldo, umano, quello che queste mani callose, indurite dal lavoro e dal chinarsi sulle ferite degli altri riescono a proporci. E’ un Bach interpretato da un musicista missionario che rende “sue” quelle musiche meravigliose, infondendo in esse la propria vitalità artistica ed umana, che va ad assommarsi dunque a quella di Bach.

E’ davvero un Bach che ha lo scopo di render gloria a Dio e di recare sollievo e diletto alla mente, perché Albert Schweitzer, prima di tutto e soprattutto, non è un accademico o uno scienziato storico/critico dell’organo: è un medico dei corpi, un organista/teologo ed un credente.

AM – E paradossalmente, proprio i pareri provenienti dall’ambito contemporaneo della musica, proprio i “lontani” dall’organo e forse pure dalla Chiesa sono quelli che si sono espressi favorevolmente, entusiasticamente, e si sono detti affascinati dalle sue scelte esecutive e dalle sue incisioni.

AC – Eh, sì. Eppure si tratta di musicisti di professione, per nulla estranei al mondo classico e che, anzi, sul mondo classico hanno posto le fondamenta della loro pratica musicale per poi costruirvi sopra (jazz, rock, ethno). In pratica, come un albero: radici, tronco, rami, foglie, fiori, frutti. Non si sono fermati alle radici: hanno preso dalle radici e sono arrivati alle foglie, ai fiori, ai frutti. In piccolo, è quello che capita in parrocchia con chi incontra per la prima volta queste musiche: le incontrano in un ambiente familiare, le sentono praticate nella realtà della preghiera, le recepiscono tramite scelte esecutive che, evidentemente, funzionano per questo ambiente.

CC – C’è sicuramente un messaggio, una speranza, alla base del suo lavoro, Alessio: vuole dirci qual è?

La mia speranza è che nei conservatori e nelle accademie si torni massicciamente ad ascoltare e a guardare Schweitzer, Ricther, Walcha, Germani come a dei validissimi modelli per poterli poi serenamente superare, sommando all’acutezza della loro esperienza e sensibilità intellettuale e liturgica le conquiste valide, buone e giuste dell’attuale scienza filologica.

Altrimenti temo proprio che, allontanandosi sempre di più il mondo liturgico reale dal mondo dello studio iperspecialistico (ed elitario) della filologia barocca, quella musica finirà col cessare di parlare efficacemente al cuore della gente, perché sarà stata strappata del tutto alla concretezza della vita quotidiana, fatta di sensibilità che mutano continuamente e che dunque richiedono che qualcosa di antico, per rimanere attuale, sappia anche sganciarsi da rigidismi storicisti per declinarsi secondo i desideri profondi dell’oggi della Chiesa. Dunque la musica antica non sarà più riletta, non sarà più vivificata dalla sensibilità di nuovi, giovani artisti, perché essi finiranno inevitabilmente per prendere strade completamente sradicate dalla validità di questo prezioso passato: lo vedranno del tutto isterilito, museale…dunque, prima sbiadito, ed infine definitivamente morto.

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Bach: un grido di dolore, un sospiro d’amore, un palpito di fede“:

Ebook:

http://www.mondadoristore.it/Bach-grido-dolore-sospiro-Alessio-Cervelli/eai978882286368/

Edizione cartacea:

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Per consultare le tracce del CD “Note di letizia“:

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