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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

Mese

marzo 2017

LA MUSICA, IL CANTO E I PADRI DELLA CHIESA: USCITA L’EDIZIONE CARTACEA! (Il commento di Umberto Cerini)

Nell’annunciare l’uscita e messa in vendita dell’edizione a stampa tradizionale di questo piccolo saggio, dopo aver letto la bella e generosa prefazione del M° Alfonso Fedi, è ora il turno dello stimolante commento conclusivo del postfattore, il M° Umberto Cerini. Buona lettura!

 

Umberto Cerini.jpg

La ricchezza dei concetti e delle riflessioni espressi in questo lavoro di Alessio Cervelli può fornire molti spunti di riflessione sui perché della musica sacra, su quelle domande che, in maniera più o meno approfondita, si pongono (o dovrebbero porsi) coloro che operano in questo campo.

Che cos’è oggi la musica liturgica? Come si pone essa nella vita delle nostre comunità, nella nostra preghiera, nella vita della Chiesa stessa? Certamente la risposta a queste domande non può essere banale e sbrigativa, ma sorprendentemente alcune parole di Sant’Agostino possono essere assai attuali e mettere in luce problematiche e riflessioni del nostro tempo:

Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa ogni melodia delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici; e in quei momenti mi sembra più sicuro il sistema che ricordo di aver udito spesso attribuire al vescovo alessandrino Atanasio: questi faceva recitare al lettore i salmi con una flessione della voce così lieve da sembrare più vicina a una declamazione che a un canto. Quando però mi tornano alla mente le lacrime che versai udendo i canti della chiesa ai primordi nella mia fede riconquistata, e la commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica. Così oscillo fra il pericolo del piacere e la constatazione dei suoi effetti salutari, e sono piuttosto incline, pur non emettendo una sentenza irrevocabile, ad approvare l’uso del canto in Chiesa, così che lo spirito troppo debole assurga al sentimento della devozione attraverso il piacere dell’ascolto. Tuttavia, quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato! (Confessioni X, 33)

Leggiamo queste parole alla luce degli eventi storici degli ultimi decenni.

A seguito della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II è indiscutibile che il popolo cristiano sia stato maggiormente coinvolto nell’azione liturgica, dato che alcuni fattori (ad esempio l’uso delle lingue nazionali con la possibilità per tutti i fedeli di rispondere al sacerdote secondo il ruolo liturgico del popolo) consentivano una maggiore partecipazione al rito. All’interno di questo procedimento si inserisce anche il fatto che i fedeli si sono maggiormente impossessati della musica sacra, spesso in passato secondo alcuni liturgisti percepita come cosa extra-rito (ma siamo certi che fosse così?) e che scendeva sul popolo da lontane cantorie.

Eccoci dunque alla situazione attuale, dove l’Assemblea è attore fondamentale dell’aspetto della musica sacra. E, da questa assemblea, spesso si distinguono molteplici operatori (cantori, musicisti, direttori, ecc…) che, non sempre confortati da un’adeguata preparazione musicale, si mettono alla guida del canto sacro.

Osservando questo procedimento, mi pare che oggi sia necessario farci una domanda: nel nostro cantare e fare musica in Chiesa quali sono i sentimenti e le riflessioni protagoniste? Quanto il “mi piace” e il “non mi piace” la fanno da padroni? Quanto e come il “noi” e il “Lui” (con la L maiuscola) sono in equilibrio? Molto semplicemente Agostino ci dà un’indicazione su come atteggiarsi: è necessario trovare un equilibrio tra il piacere che dà la musica e la funzione di veicolo della Parola che la musica stessa deve avere.     Con severità, infine, Agostino ci dice che: “quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato!”. Mi verrebbe da dire: ecco il nostro stato! Quante volte le nostre Assemblee sono lanciate in travolgenti melodie, ritmi, che certamente piacciono, fanno cantare, ma forse sono quelle deviazioni dall’essenzialità del significato della musica sacra che Agostino giudica peccaminose? Troppo spesso forse il nostro sentire, il nostro volersi emozionare, ci fa perdere il vero significato del canto sacro: questo rischio lo conosceva anche Agostino, e sta a noi, tutt’oggi, porci le domande che egli stesso si poneva.

A certe riflessioni spesso si risponde adducendo come primaria necessità il fatto che la gente deve partecipare e cantare; perciò si accusa la musica sacra più colta (nella quale talvolta si inserisce indiscriminatamente ogni repertorio preconciliare) di essere ormai desueta, non più adatta al rito, in quanto con la sua esecuzione rischia di allontanare la musica sacra dal popolo, rendendo la liturgia piuttosto un concerto. Ci viene ancora in soccorso il pensiero di Agostino per riflettere su queste questioni. Quel suo aprire le porte allo jubilum (questione ampiamente documentata in questo libro) è un aprire le porte ad una musica che non ha testo di per se, ma che è essa stessa esplicazione di un sentimento, sia esso una gioia, una commozione, un dolore, un amore. Questo è significato dare il via libera, successivamente, anche all’uso degli strumenti musicali. In generale si tratta di un’apertura ad espressioni artistiche della musica sacra, dove (e lo stesso Agostino raccomanda che sia così) è fondamentale anche la qualità della musica stessa. Ecco dunque che, sulla base di Agostino, forse sarebbe opportuno da parte nostra rivalutare il ruolo necessario ed indispensabile di una musica sapiente e ben strutturata, di una musica che raccolga nel suo essere arte, nel suo essere bella e ben strutturata, l’essenza della vera Bellezza.

Nel parlare dello jubilum, Agostino lo definisce come quella melodia “con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole”. Se ben ci pensiamo, quanto questo concetto si sposa magnificamente con l’idea liturgica attuale! I sacerdoti di qualche decennio fa vivevano nel timore che la Messa “non fosse buona”, non fosse stata celebrata convenientemente allorquando vi fosse stata la dimenticanza di un minimo gesto, di una parola, di una frase. Questo legame così rigido alla parola detta, oltre che al gesto fatto, se forse è stato superato (anche troppo?) nell’ambito liturgico, sembra per assurdo insormontabile nella sfera del canto. Infatti sappiamo che in molte nostre comunità ci si scandalizza se alcune parti cantate e musicali della liturgia vengono affidate esclusivamente ad un coro oppure, ancor peggio, ad un cantore solista o allo strumento liturgico, all’organo: sembra quasi che si viva come un furto l’esser privati della possibilità di cantare un testo, come se fosse impoverita la nostra preghiera.

Ma forse potremmo interpretare diversamente l’affidare una musica liturgica ad un’esecuzione di maggior qualità, vedendo ciò come ricerca di una modalità di espressione ancor più alta e profonda della parola recitata. In tal senso, provocatoriamente, verrebbe da domandarsi se fosse mai possibile rivalutare la pratica organistica dell’alternatim tanto diffusa per secoli. In essa il popolo avrebbe la possibilità di cantare ed esprimere con le parole alcune parti dei testi liturgici, potendo semplicemente meditare ed assaporarne altre tramite una melodia che possa davvero effondere quanto il cuore non può esprimere a parole, ma può cantare con i suoni.

Certo, per fare ciò, si deve partire dal presupposto che si debba comprendere come anche ascolto, meditazione, riflessione, emozione siano forme di partecipazione tanto quanto cantare, fare gesti, parlare, ecc… E si deve avere anche l’umiltà di affidarsi a chi può creare quel contesto musicale di maggior valore (che, certamente, dovrà essere permeato comunque di autentica fede e religiosità) sul quale far sviluppare il nostro ascolto meditato.

Ci basterà anche a noi trovare due validi Paolo e Sila che cantino inni al Signore (con la voce, con l’organo, con gli strumenti appropriati), ed in quel momento, quasi inconsapevolmente, potremmo ritrovarci liberi da tanti lacci che stringono la nostra preghiera e, in definitiva, il nostro anelito verso l’Altissimo Padre.

Umberto Cerini

(“Spunti di riflessione sui perché della musica liturgica”, commento conclusivo al saggio)

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EDIZIONI EBOOK E A STAMPA TRADIZIONALE:

 

Un buon manuale, un’opera già “classica”, un ottimo libro su cui meditare: parola di Alfonso Fedi!

Il grande cembalista ed organista Alfonso Fedi ha accordato con grande cortesia e un entusiasmo tanto grande quanto – lo confesso candidamente – inatteso la sua prefazione a questo nuovo, piccolo saggio dove ho cercato di dire qualcosa di buono sul pensiero che i grandi Padri della Chiesa avevano circa il canto e la musica. Di tutto cuore lo ringrazio e condivido coi lettori le parole con cui il Maestro presenta questo libretto. (A. Cervelli)

Alfonso Fedi.jpgLa presente fatica letteraria di Alessio Cervelli getta nuova luce sul complesso rapporto che intercorre tra il linguaggio dei suoni e la sua contestualizzazione nell’ambito della tradizione giudaico – cristiana. In particolare, prende in esame alcuni aspetti, inediti o alquanto trascurati, dello stretto legame esistente tra Ars Musica e pensiero patristico.

        Se è vero, infatti, che sono stati versati fiumi d’inchiostro sul De Musica di Sant’Agostino e sulla sua attenzione al ruolo e all’importanza che il “ritmo musicale” riveste nelle Sacre Scritture, non si può certo affermare che ci si sia spesso soffermati a riflettere su analoghi scritti, ugualmente eloquenti e significativi, di San Girolamo o di Sant’Ambrogio. Troveremmo anche qui, come pure in San Giovanni Crisostomo, musica delle parole e musica dei suoni che si compenetrano, come ben risulta dalla non casuale coincidenza, nella lingua greca antica, di melos e rhytmos, entrambi insiti nella pronuncia stessa delle parole.

        Dalla nota espressione di Agostino “cantare nel giubilo”, prende avvio un percorso lungo il quale l’autore ci guida alla scoperta di quello che ritiene quasi essere, più che uno “strumento”, l’attuazione pratica del pensiero agostiniano: l’organo. Lo fa da par suo, tratteggiando, con la squisitezza letteraria che lo distingue ed evitando fastidiosi luoghi comuni, una linea che, tra alti e bassi, ci potrebbe condurre fino ai giorni nostri.

        Qui, forse per superare l’inevitabile senso di smarrimento causato dalla decadenza che la musica sacra sta vivendo ormai da troppi anni, il nostro οδηγός, con un colpo d’ala, ci risolleva fino al sommo Bach, suo grande e antico amore. In particolare, alla celebre versione organistica del Corale Nun komm, der Heiden Heiland, che riprende ed elabora mirabilmente l’inno ambrosiano Veni redémptor géntium.

        Così il cerchio si chiude, senza troppo rammarico…

        Credo che si possa leggere il presente saggio del Cervelli in due modi: come un agile manuale, grazie alla felice capacità di sintesi e alla dovizia di spunti interessanti, requisito fondamentale di ogni buon manuale, ma anche come un’opera già “classica”, considerandone la lucida e sicura trattazione, esente da rischi di future corrosioni. Certamente, un ottimo libro su cui meditare.

        L’equilibrato corredo di note al testo completa degnamente un lavoro al quale non si può che augurare un’ampia diffusione.

Alfonso Fedi

Fiesole, 23 febbraio 2017 – Memoria Liturgica di San Policarpo, vescovo e martire

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EDIZIONI EBOOK E CARTACEA TRADIZIONALE:

VACANZA PARIGINA DI UN MEDICO E “ORGANISTA DI CAMPAGNA” (di Fabrizio Peri)

Esce sul nostro blog il secondo articolo del Dott. Fabrizio Peri, medico di professione e organista per passione, che ci propone le sue riflessioni scaturite da una vacanza parigina svoltasi nel 2013. Ma queste riflessioni non sono certo “scadute”, anzi: sono piàù che attuali!

 

          Un recente viaggio a Parigi mi ha dato modo di ripensare prima, e confermare poi, alcune idee che, da organista di campagna, in parte mi sono state “suggerite” dal mio vecchio Maestro di Liturgia e in parte ho acquisito in oltre quarant’anni di esercizio attivo. Dico organista di campagna perché, oltre essere nato in un delizioso paese alle pendici dell’appennino parmense, la mia scelta del mestiere di vivere è stata profondamente influenzata da mio padre, musicista tanto provetto quanto deluso: se avessi chiesto di entrare in conservatorio mi avrebbe spaccato il pianoforte in testa, pezzo per pezzo. Per cui il liceo e l’università sono state uno “spintaneo” abbandono al… secondo amore, mai dimentico però della prima fiamma.

            Il vecchio Maestro – allora non comprendevo come mai – suggeriva di vestire il camice bianco quando andavo all’organo: e se non lo facevo per comodità o fretta almeno dovevo sapere che avrei dovuto. E notare bene: ho potuto sedere sulla panca dell’organo solo a dimostrazione avvenuta del possesso della pedaliera, altrimenti, via all’harmonium. La chiesa non era grande ma l’organo sì: specie dopo gli ultimi restauri: ben tre ance di cui un controfagotto 16 al pedale. E’ da lì che ho cominciato a covare l’idea che l’organo avesse la stessa dignità di figura liturgica così come l’hanno il lettore, la guida, il salmista.

            A Parigi ne ho avuto la conferma.

            Se il lettore proclama la Parola e il Salmista risponde con canto (se ne è capace); se il colore del paramento esprime un linguaggio estetico che rimanda a un preciso contenuto, ecco che anche l’organo esprime un linguaggio, rimanda in modo particolarissimo al contenuto che l’azione liturgica vuole rendere presente. La musica, il suono, l’armonia sono le parole che l’organista deve tessere per esprimere e tradurre il mistero che si celebra. E sia ben chiaro che anche il silenzio dell’organo è un linguaggio!

           Messa delle 11,30 a Notre Dame, con all’organo Jean-Pierre Leguay: robe da brivido! Un maestoso che non faceva presagire né tragedia né trionfalismo: metteva solo la voglia di partecipare, di respirare, di godere di quel qualcosa di grande che di lì a poco sarebbe successo. Il canto d’ingresso, che noi confondiamo con il canto che accompagna l’ingresso del celebrante, lì solo dopo che questo è alla sede è eseguito come incipit di tutto il seguito. Tant’è che il ritornello è scritto, sul rigo, nel foglio di partecipazione: e tutti cantano spinti da quel suono che non permette di stare in silenzio. La schola cantorum eventualmente esegue le strofe, ma l’assemblea canta, eccome: non come nella maggior parte delle liturgie che vedo celebrate il Italia in TV la domenica mattina, ove spesso presiede un Vescovo, e a cantare è solo una corale, che quasi sempre per di più musicalmente fa accapponare la pelle, sia per manifesta incapacità che per pessimo gusto nella scelta del canto (figurarsi che ho sentito un Kyrie sull’aria della sinfonia dal nuovo mondo di Dvorak!). Possibile che la messa debba ridursi, dal punto di vista musicale, a un concerto di corale? Possibile che mai venga un’indicazione autorevole su come applicare le norme della Costituzione sulla Liturgia in modo da non cadere in funambolismi o personalismi liturgici di dubbio gusto anche solamente estetico?

            La domenica mattina, per fare andare a messa mia moglie e trovare il pranzo pronto per i cinque figli, io mi fermo a cucinare (anche perché mi diverto molto e, poi, preferisco che siano gli organisti giovani a suonare assieme alle chitarre: io suono alla messa vespertina, là dove solo l’organo è di turno) e, tra una pentola e una padella, guardo la messa prima trasmessa dalla rete privata, poi dalla Rai. Sempre stessa impressione: canta la corale. E l’assemblea? Tacet. E l’organo? Se c’è e lo si suona (spesso ahimè si preferisce la pianola elettronica a uno strumento che fa solo bella mostra di sé), questo avviene per accompagnare i canti. Nulla di più riduttivo: l’organo non serve per sostenere il canto e basta: anche quello, ma non solo! L’organo deve parlare, suggerire, introdurre alle letture, esaltare un amen, sviluppare una risposta: ecco perché ribadisco che ha dignità di figura liturgica.

            A S. Sulpice, ad esempio, così come avviene per le letture festive che si ripetono in un ciclo triennale predefinito (anno A, anno B e anno C), l’organista stabilisce mesi prima cosa eseguire all’inizio, all’offertorio, alla comunione e al termine della celebrazione. E questo forse è eccessivo perché si cade nel medesimo errore: l’assemblea sempre…tacet! Però rende l’idea di che ruolo abbia lo strumento. Ancor più vero è che non abbiamo, noi, dei Cavaillé-Coll di fronte ai quali bisogna tremare; non sfigurano certo alcuni dei nostri strumenti: penso ai Mascioni, Tamburini, Serassi, Antegnati, Ruffatti, Balbiani, Formentelli, e tanti altri di cui andare giustamente fieri. Solo che bisogna saperli e poterli valorizzare. Forse è davvero necessaria una cultura nuova e antica nel medesimo tempo: nuova, per rimediare alle troppe storture di un “liturgismo di maniera” volto ad esaltare presunte innovazioni basate solo su vaghe e parziali intuizioni di imbonitori populisti; antica, perché deve tornare ad un’essenzialità che dia valore a ciò che conta davvero.

            Un esempio banale? Perché si canta un Gloria su musica spesso da circo equestre o un Santo su melodie da lavandaia e poi, quando sia arriva al termine della consacrazione, quando espressamente si dice “canteremo la Tua gloria” segue un sommesso, timido, stentato recitato: “per Cristo, con Cristo e in Cristo…?” E un amen a seguire degno del più bisbigliato (e confuso) tono da confessionale! Perché non si canta il Padre Nostro e si indugia su un canto d’offertorio, momento in cui si starebbe bene anche il silenzio a ripensare al modo di tradurre in momenti di vita una omelia magari “pressante”? Solo per la fretta? Perché bisogna stare dentro “l’ora canonica”? Alla domanda o considerazione che da giovane facevo al mio Maestro sulla lunghezza della messa, la risposta era sempre quella: “Non è per caso che la tua fede è troppo corta?”

            E, allora, il passo successivo: l’organista deve avere una intesa particolare con il celebrante. Deve bastare un’occhiata per intendersi sul “basta, smetti, continua, dammi la nota”; un sorriso, magari, per dire: “sì, così”. Quanti ricordi, quante belle sensazioni e poi convinzioni piantate nel cuore, come pilastri su cui formare la personalità dell’organista.

            A tale proposito, ecco ciò di cui si parla forse meno. Siamo abituati a pensare l’organista che suona, improvvisa, modula durante l’azione liturgica più comune: la Messa. Qui risalta meglio lo spessore del musicista, del traduttore in suono del mistero: specialmente le sue capacità di improvvisare. Ma a formare l’aspetto più importante, per me, dell’organista liturgico, è altro: bisogna aver accompagnato col suono la preghiera dei Vespri e delle Lodi, per anni, bisogna aver goduto dei salmi e dei cantici, averli amati come punto fermo di una giornata magari laboriosa e oscura di significato, fino alla luce della prima stella. Quanti anni di studio, di impegno nel lavoro sono sfociati nella rasserenante preghiera del Vespro nella cappellina delle suore! Quanti toni gregoriani sbagliati nelle doppie; quante desinenze latine confuse hanno fatto diventare Dio vittima e non autore di guerre o punizioni! O hanno chiesto a Gesù di mostrare chissà cosa (…et Iesus …ostende…). Ebbene: questo mi ha convinto che l’organista innanzitutto è un uomo di preghiera. Se non prega non può armonizzare un salmo, indovinare una risposta, comporre una melodia; oppure, se lo fa, non è come se lo facesse avendo pregato quella parola. E’ il dialogo col Totalmente Altro, l’intesa continua con l’Assoluto che lo fa diventare capace di enormità musicali.

            Penso a Bach: non si finisce mai d’ascoltarlo e di stupirsi! Penso a Molfino, Perosi, Palestrina, Lecot e tanti altri. L’organista liturgico, a mio parere, deve diventare o tornare ad essere un punto fermo della liturgia domenicale e feriale; se si pregasse ogni giorno, nelle chiese, il Vespro, forse non all’orario comodo per il prete ma accessibile a chi vuole; se l’organo fungesse da squilla di adunata, da segnale che impone di riflettere…, credo che non ci sarebbe tanta desolazione durante la settimana. Se, insomma, la preghiera diventasse finalmente cultura, allora potremmo dirlo in pace il nostro quotidiano Nunc dimittis.

            Un’ultima sottolineatura mi sia concessa: in uno scenario definito come sopra, anche l’annosa questione del compenso sarebbe risolta. Bach aveva una ventina di figli: nessuno morto per fame! Anche se lui stesso ebbe da far valere i suoi diritti di artigiano della musica.

            Tutte le parrocchie che conosco hanno, se non una, almeno due case come beneficio (a volte motivo di scandalo). Un povero prete di mia conoscenza, parroco per 52 anni in una parrocchia rossa come il fuoco, quindi potenzialmente atea (ma non era così) mi ha sempre detto che era gente generosissima a dispetto delle apparenze; che tutto gli poteva mancare ma non i soldi. E se succedeva lì… perché una parrocchia non deve avere un proprio organista mantenuto e stipendiato come conviene? Tanto più che, visti i tempi, le parrocchie diminuiranno sensibilmente di numero (o si accorperanno); i preti ancor di più, sperando che restino quelli “intonati”!

            Insomma: bisogna darsi da fare senza indugio. Dove abito, ora ci sono almeno cinque ragazzi che si alternano all’organo, la domenica; uno, poi, è una promessa di altissimo livello professionale. C’è voluto l’organo, però: prima una banale tastiera mai aveva coagulato tanti organisti; una volta costruito lo strumento… sono spuntati anche gli organisti. Questo a significare che spesso non è giustificata la paura di molti parroci che rinunciano a costruire l’organo perché manca chi lo suoni. E, per chi già suona, è più che mai necessaria una scuola diocesana di formazione liturgica.

            Bisogna avene il coraggio di osare, perché le cose si fanno avendo il coraggio di farle!

Fabrizio Peri

Collecchio, 16/ 07 / 2013

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