Esce sul nostro blog il secondo articolo del Dott. Fabrizio Peri, medico di professione e organista per passione, che ci propone le sue riflessioni scaturite da una vacanza parigina svoltasi nel 2013. Ma queste riflessioni non sono certo “scadute”, anzi: sono piàù che attuali!

 

          Un recente viaggio a Parigi mi ha dato modo di ripensare prima, e confermare poi, alcune idee che, da organista di campagna, in parte mi sono state “suggerite” dal mio vecchio Maestro di Liturgia e in parte ho acquisito in oltre quarant’anni di esercizio attivo. Dico organista di campagna perché, oltre essere nato in un delizioso paese alle pendici dell’appennino parmense, la mia scelta del mestiere di vivere è stata profondamente influenzata da mio padre, musicista tanto provetto quanto deluso: se avessi chiesto di entrare in conservatorio mi avrebbe spaccato il pianoforte in testa, pezzo per pezzo. Per cui il liceo e l’università sono state uno “spintaneo” abbandono al… secondo amore, mai dimentico però della prima fiamma.

            Il vecchio Maestro – allora non comprendevo come mai – suggeriva di vestire il camice bianco quando andavo all’organo: e se non lo facevo per comodità o fretta almeno dovevo sapere che avrei dovuto. E notare bene: ho potuto sedere sulla panca dell’organo solo a dimostrazione avvenuta del possesso della pedaliera, altrimenti, via all’harmonium. La chiesa non era grande ma l’organo sì: specie dopo gli ultimi restauri: ben tre ance di cui un controfagotto 16 al pedale. E’ da lì che ho cominciato a covare l’idea che l’organo avesse la stessa dignità di figura liturgica così come l’hanno il lettore, la guida, il salmista.

            A Parigi ne ho avuto la conferma.

            Se il lettore proclama la Parola e il Salmista risponde con canto (se ne è capace); se il colore del paramento esprime un linguaggio estetico che rimanda a un preciso contenuto, ecco che anche l’organo esprime un linguaggio, rimanda in modo particolarissimo al contenuto che l’azione liturgica vuole rendere presente. La musica, il suono, l’armonia sono le parole che l’organista deve tessere per esprimere e tradurre il mistero che si celebra. E sia ben chiaro che anche il silenzio dell’organo è un linguaggio!

           Messa delle 11,30 a Notre Dame, con all’organo Jean-Pierre Leguay: robe da brivido! Un maestoso che non faceva presagire né tragedia né trionfalismo: metteva solo la voglia di partecipare, di respirare, di godere di quel qualcosa di grande che di lì a poco sarebbe successo. Il canto d’ingresso, che noi confondiamo con il canto che accompagna l’ingresso del celebrante, lì solo dopo che questo è alla sede è eseguito come incipit di tutto il seguito. Tant’è che il ritornello è scritto, sul rigo, nel foglio di partecipazione: e tutti cantano spinti da quel suono che non permette di stare in silenzio. La schola cantorum eventualmente esegue le strofe, ma l’assemblea canta, eccome: non come nella maggior parte delle liturgie che vedo celebrate il Italia in TV la domenica mattina, ove spesso presiede un Vescovo, e a cantare è solo una corale, che quasi sempre per di più musicalmente fa accapponare la pelle, sia per manifesta incapacità che per pessimo gusto nella scelta del canto (figurarsi che ho sentito un Kyrie sull’aria della sinfonia dal nuovo mondo di Dvorak!). Possibile che la messa debba ridursi, dal punto di vista musicale, a un concerto di corale? Possibile che mai venga un’indicazione autorevole su come applicare le norme della Costituzione sulla Liturgia in modo da non cadere in funambolismi o personalismi liturgici di dubbio gusto anche solamente estetico?

            La domenica mattina, per fare andare a messa mia moglie e trovare il pranzo pronto per i cinque figli, io mi fermo a cucinare (anche perché mi diverto molto e, poi, preferisco che siano gli organisti giovani a suonare assieme alle chitarre: io suono alla messa vespertina, là dove solo l’organo è di turno) e, tra una pentola e una padella, guardo la messa prima trasmessa dalla rete privata, poi dalla Rai. Sempre stessa impressione: canta la corale. E l’assemblea? Tacet. E l’organo? Se c’è e lo si suona (spesso ahimè si preferisce la pianola elettronica a uno strumento che fa solo bella mostra di sé), questo avviene per accompagnare i canti. Nulla di più riduttivo: l’organo non serve per sostenere il canto e basta: anche quello, ma non solo! L’organo deve parlare, suggerire, introdurre alle letture, esaltare un amen, sviluppare una risposta: ecco perché ribadisco che ha dignità di figura liturgica.

            A S. Sulpice, ad esempio, così come avviene per le letture festive che si ripetono in un ciclo triennale predefinito (anno A, anno B e anno C), l’organista stabilisce mesi prima cosa eseguire all’inizio, all’offertorio, alla comunione e al termine della celebrazione. E questo forse è eccessivo perché si cade nel medesimo errore: l’assemblea sempre…tacet! Però rende l’idea di che ruolo abbia lo strumento. Ancor più vero è che non abbiamo, noi, dei Cavaillé-Coll di fronte ai quali bisogna tremare; non sfigurano certo alcuni dei nostri strumenti: penso ai Mascioni, Tamburini, Serassi, Antegnati, Ruffatti, Balbiani, Formentelli, e tanti altri di cui andare giustamente fieri. Solo che bisogna saperli e poterli valorizzare. Forse è davvero necessaria una cultura nuova e antica nel medesimo tempo: nuova, per rimediare alle troppe storture di un “liturgismo di maniera” volto ad esaltare presunte innovazioni basate solo su vaghe e parziali intuizioni di imbonitori populisti; antica, perché deve tornare ad un’essenzialità che dia valore a ciò che conta davvero.

            Un esempio banale? Perché si canta un Gloria su musica spesso da circo equestre o un Santo su melodie da lavandaia e poi, quando sia arriva al termine della consacrazione, quando espressamente si dice “canteremo la Tua gloria” segue un sommesso, timido, stentato recitato: “per Cristo, con Cristo e in Cristo…?” E un amen a seguire degno del più bisbigliato (e confuso) tono da confessionale! Perché non si canta il Padre Nostro e si indugia su un canto d’offertorio, momento in cui si starebbe bene anche il silenzio a ripensare al modo di tradurre in momenti di vita una omelia magari “pressante”? Solo per la fretta? Perché bisogna stare dentro “l’ora canonica”? Alla domanda o considerazione che da giovane facevo al mio Maestro sulla lunghezza della messa, la risposta era sempre quella: “Non è per caso che la tua fede è troppo corta?”

            E, allora, il passo successivo: l’organista deve avere una intesa particolare con il celebrante. Deve bastare un’occhiata per intendersi sul “basta, smetti, continua, dammi la nota”; un sorriso, magari, per dire: “sì, così”. Quanti ricordi, quante belle sensazioni e poi convinzioni piantate nel cuore, come pilastri su cui formare la personalità dell’organista.

            A tale proposito, ecco ciò di cui si parla forse meno. Siamo abituati a pensare l’organista che suona, improvvisa, modula durante l’azione liturgica più comune: la Messa. Qui risalta meglio lo spessore del musicista, del traduttore in suono del mistero: specialmente le sue capacità di improvvisare. Ma a formare l’aspetto più importante, per me, dell’organista liturgico, è altro: bisogna aver accompagnato col suono la preghiera dei Vespri e delle Lodi, per anni, bisogna aver goduto dei salmi e dei cantici, averli amati come punto fermo di una giornata magari laboriosa e oscura di significato, fino alla luce della prima stella. Quanti anni di studio, di impegno nel lavoro sono sfociati nella rasserenante preghiera del Vespro nella cappellina delle suore! Quanti toni gregoriani sbagliati nelle doppie; quante desinenze latine confuse hanno fatto diventare Dio vittima e non autore di guerre o punizioni! O hanno chiesto a Gesù di mostrare chissà cosa (…et Iesus …ostende…). Ebbene: questo mi ha convinto che l’organista innanzitutto è un uomo di preghiera. Se non prega non può armonizzare un salmo, indovinare una risposta, comporre una melodia; oppure, se lo fa, non è come se lo facesse avendo pregato quella parola. E’ il dialogo col Totalmente Altro, l’intesa continua con l’Assoluto che lo fa diventare capace di enormità musicali.

            Penso a Bach: non si finisce mai d’ascoltarlo e di stupirsi! Penso a Molfino, Perosi, Palestrina, Lecot e tanti altri. L’organista liturgico, a mio parere, deve diventare o tornare ad essere un punto fermo della liturgia domenicale e feriale; se si pregasse ogni giorno, nelle chiese, il Vespro, forse non all’orario comodo per il prete ma accessibile a chi vuole; se l’organo fungesse da squilla di adunata, da segnale che impone di riflettere…, credo che non ci sarebbe tanta desolazione durante la settimana. Se, insomma, la preghiera diventasse finalmente cultura, allora potremmo dirlo in pace il nostro quotidiano Nunc dimittis.

            Un’ultima sottolineatura mi sia concessa: in uno scenario definito come sopra, anche l’annosa questione del compenso sarebbe risolta. Bach aveva una ventina di figli: nessuno morto per fame! Anche se lui stesso ebbe da far valere i suoi diritti di artigiano della musica.

            Tutte le parrocchie che conosco hanno, se non una, almeno due case come beneficio (a volte motivo di scandalo). Un povero prete di mia conoscenza, parroco per 52 anni in una parrocchia rossa come il fuoco, quindi potenzialmente atea (ma non era così) mi ha sempre detto che era gente generosissima a dispetto delle apparenze; che tutto gli poteva mancare ma non i soldi. E se succedeva lì… perché una parrocchia non deve avere un proprio organista mantenuto e stipendiato come conviene? Tanto più che, visti i tempi, le parrocchie diminuiranno sensibilmente di numero (o si accorperanno); i preti ancor di più, sperando che restino quelli “intonati”!

            Insomma: bisogna darsi da fare senza indugio. Dove abito, ora ci sono almeno cinque ragazzi che si alternano all’organo, la domenica; uno, poi, è una promessa di altissimo livello professionale. C’è voluto l’organo, però: prima una banale tastiera mai aveva coagulato tanti organisti; una volta costruito lo strumento… sono spuntati anche gli organisti. Questo a significare che spesso non è giustificata la paura di molti parroci che rinunciano a costruire l’organo perché manca chi lo suoni. E, per chi già suona, è più che mai necessaria una scuola diocesana di formazione liturgica.

            Bisogna avene il coraggio di osare, perché le cose si fanno avendo il coraggio di farle!

Fabrizio Peri

Collecchio, 16/ 07 / 2013

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