Nello scorso mese di Marzo è uscito con StreetLib il piccolo saggio di un’ottantina di pagine “Il Canto, la Musica e i Padri della Chiesa”, ultimo cimento del nostro Alessio Cervelli. Abbiamo voluto fare con lui un’altra “chiacchierata virtuale”, per porgli qualche domanda ed approfondire ancora lo stretto rapporto che Alessio intende e vive tra musica, liturgia e senso pastorale della testimonianza e della vita cristiana.

Carlo (CC) – Come ti è venuto in mente, Alessio, di approfondire questo aspetto su quel che i Padri della Chiesa pensavano della musica e del canto?

Alessio (AC) – In realtà non mi è proprio venuto in mente. Se ti dicessi l’origine di questo lavoretto, ti metteresti a ridere…

CC – Allora fammi ridere!

AC – Sai cos’è questo? Semplicemente un elaborato per un esame di patrologia! La cosa doveva finire lì! Invece c’è chi è rimasto talmente entusiasta da dirmi che sarebbe stato opportuno pubblicarlo, possibilmente a breve tempo, per poterlo mettere a disposizione nel panorama di approfondimento teologico e liturgico, dato che sulla piazza non ci sarebbero attualmente lavori agili atti ad affrontare il tema di “teologia musicale” patristica. Allora ho mandato il mio lavoro al M° Fedi per avere un parere qualificato, se ne valesse davvero la pena. E Fedi, come sapete già, ne è rimasto entusiasta, e l’ha pure voluto scrivere nella prefazione che ne è rimasto entusiasta. Ecco qua l’apparire di ‘sto gran lavoro!

Antonella (AM) – Bè, in effetto è vero. Il M° Fedi ha espresso un entusiasmo fuori dall’ordinario: “un buon manuale, un’opera già classica, un ottimo libro su cui meditare”. Come te lo spieghi?

AC – Non di certo per la qualità dello scrivente, sia chiaro! Io penso che sia per l’ammirazione, lo stupore, la meraviglia che desta lo scoprire o riscoprire la bellezza e la profondità del pensiero dei Padri a proposito della musica, il grande valore che essi attribuivano al canto: perché, come dice Sant’Ambrogio nella sua lettera al vescovo ariano Aussenzio, “il canto è realmente un incanto”, cioè un incantesimo capace di persuadere alle verità della fede.

AM – Ma perché così tanto entusiasmo in chi ha letto queste pagine e le ha così caldamente promosse?

AC – Forse perché l’unico, vero pregio di questo lavoro è far letteralmente abbracciare musica e teologia, vedere come l’una nutra l’altra, come questo sia già avvenuto nella storia e nella vita della Chiesa e come soprattutto possa e debba avvenire ancora oggi, a fronte della crisi liturgica ed ecclesiale che stiamo affrontando ai nostri giorni.

CC – Anche tu sei convinto che tanta difficoltà nella vita cristiana di oggi sia dovuta allo sprofondare della liturgia, quindi…

AC – Più che una mia convinzione, direi che ho semplicemente fatto mio il parere dell’allora Cardinale Ratzinger, quando affermava già negli anni ’80 che è la crisi della liturgia il motore propulsivo dell’attuale crisi vocazionale e, in generale, ecclesiale.

AM – Ti ascrivi tra coloro che reputano un incondizionato ritorno alla tradizione l’unica soluzione possibile, allora?

AC – Che il crollo della liturgia, soprattutto della sua capacità di donare il senso sacro alla nostra vita, sia alla base della crisi attuale, è una mia irremovibile convinzione. Non credo, però, che il ritorno alla tradizione sia e debba essere “incondizionato”.

CC – Cioè? Non sei un fiero sostenitore del ritorno senza condizioni alla messa preconciliare?

AC – Dio solo sa quanto debito di riconoscenza ho verso la Messa del Summorum Pontificum! E’ stato il mezzo con cui il Signore ha voluto salvare la mia fede di adolescente mentre sguazzavo nel pantano e negli squallori di questa crisi ecclesiale che si era comprensibilmente declinata nella vita della mia parrocchia di origine. Ma se mi chiedi: la messa preconciliare basta a risolvere questa crisi? Allora la mia risposta è: no, assolutamente no! Questo perché l’immutabilità della liturgia nei suoi aspetti anche accidentali non è una posizione sostenibile, né dal punto di vista ecclesiale, né dal punto di vista storico. La liturgia è sempre stata oggetto di cambiamenti, perché la liturgia è un po’ anche la cassa di risonanza del cuore dell’uomo che si relaziona con Dio. Ed ovviamente ha i suoi intangibili elementi di divina istituzione che non possono tramontare, pena l’invalidità stessa del culto. Eppure nei suoi elementi accidentali, cioè di linguaggio con cui si esprimono queste verità eterne e si dona la grazia dei sacramenti, la liturgia è sempre mutata, sia nei secoli sia in base alle zone geografiche in cui nel mondo è stata vissuta e celebrata. Ed è conseguentemente chiaro che il messale del 1962 non può essere l’incondizionata, immutabile risposta ai bisogni ecclesiali odierni: tra il messale del Santo Papa Giovanni XXIII e noi c’è il ’68, c’è la frammentazione della famiglia e della società, c’è la progressiva distruzione dell’educazione artistica e musicale nella formazione dei giovani, c’è quasi un nuovo “secolo breve”, per dirla alla maniera di Hobsbawn.

AM – Insomma, tra noi e il Messale del Summorum Pontificum c’è uno sconvolgimento totale!

AC – Ma non soltanto questo! Ci sono papi, uomini e donne santi e beati. C’è la fede di miliardi di credenti, con le loro storie sacre di salvezza. E c’è un Concilio, un evento ecclesiale prezioso e che, ancora, non abbiamo secondo me né compreso né conseguentemente messo in atto, almeno dal punto di vista della disciplina che direttamente mi compete, cioè la musica sacra.

CC – Ad esempio?

AC – E’ il Concilio Vaticano II che auspica la riscoperta dei Padri della Chiesa, no? Benissimo. E non è forse il Concilio che raccomanda nel Cap VI della Sacrosanctum Concilium la formazione musicale e artistica dei fedeli e in particolare dei religiosi e di coloro che come seminaristi si preparano al sacerdozio ministeriale? Certo che lo è! E non è forse sempre il Concilio che raccomanda una presa di consapevolezza di ciò che si celebra, al punto di saper conservare e valorizzare la lingua latina, il canto gregoriano, la letteratura per organo e la tradizione polifonica, comandandoci non solo di custodire ma anche di incrementare tale patrimonio musicale della Chiesa? Certo che raccomanda tutto questo, come raccomanda l’erezione di Istituti di Musica Sacra atti alla formazione dei musicisti liturgici.

AM – Sì, certamente: la Sacrosanctum Concilium dice tutto questo.

AC – Bene… e allora mi spiegate dove sarebbe, di grazia, tutto questo nell’attuale vita della Chiesa? Quante ore di formazione artistica e musicale obbligatoria hanno i religiosi in formazione e i seminaristi? Nessuna! Quanta importanza attribuiamo all’erezione di Istituti di Musica Sacra? Nessuna, perché ci sono metropolie intere che sono completamente mancanti di strutture atte alla formazione musicale sacra. E che prospettive di vita offre attualmente la Chiesa a quei giovani che vorrebbero impegnarsi in anni e anni di studio, non solo musicale, ma anche teologico, per donare la propria vita alla Chiesa nel servizio della liturgia e dell’istruzione di giovani e adulti nelle nostre parrocchie? La prospettiva è una sola: la morte per fame! Lo so bene, perché io stesso ho vissuto questa esperienza. Abbiamo bisogno di microfonisti, campanari, architetti, elettricisti e idraulici, in una parrocchia, in una diocesi? Sì. Bene! Sono professionisti che si nutrono del frutto del lavoro delle loro mani. E i musicisti? Ah, no, quelli no! Perché è bene che i ragazzi della parrocchia possano esprimere se stessi, facciano quello che sono in gradi di fare anche se è poco (per non dire che è niente, dato che molto spesso non si sa neppure leggere un rigo di musica!), perché si deve cantare tutto tutti. Quindi, fatemi capire: si contatta e si paga giustamente un elettricista per far funzionare le luci in chiesa, e giustamente lo si retribuisce, … ma l’idea di un professionista della musica sacra che operi in quanto di più prezioso abbiamo, cioè la liturgia, la fonte e il culmine della vita cristiana, ci esce dagli occhi? Ci fa venire l’orticaria? Ci fa gridare allo scandalo? Mi spiegate dov’è la logica in tutto questo? Semplice: non c’è! Perché questa è un’idea distorta e malata di “pastorale”. Se un genitore ai propri figli non dà il meglio di cui è capace, non è un buon genitore. Così dovremmo dedurne che un presbitero, un vescovo, perfino un papa, che non abbiano cura di alimentare il popolo di Dio con le cose migliori che lo aiutino ad incontrare fruttuosamente Cristo nel culto non svolgano appieno il loro compito di pastori.

CC – Scusa, ma onestamente non ti capisco… Se davvero sei convinto di tutto questo (ed hai ragione ad esserlo, perché io stesso la penso così), …perché allora il ritorno incondizionato al passato non è per te la risposta giusta a questo problema?

AC – Perché, nel cammino della Chiesa, si va sempre avanti, in quanto è l’uomo stesso ad andare avanti. E’ una dimensione temporale, cronologica. Di fronte ai problemi, non si può dire: prendiamo la macchina del tempo e torniamo indietro. Perché, oltre a non essere possibile, non sarebbe neppure giusto! L’uomo è in cammino, e negli anni e nei decenni che ci separano dal recente “passato tradizionale” della Chiesa, sono accadute delle “enormità”, nel bene e nel male. E non possiamo non tenerne conto. Pena: mietere vittime numerose ed innocenti tra il popolo di Dio. Come pensare al ritorno ad una tradizione celebrativa “latina” assoluta ed universale quando oggi molti, troppi, non sanno più neppure che la Messa è il rinnovarsi del Sacrificio Redentore di Cristo sulla Croce? E questo perché è la stessa catechesi delle parrocchie in crisi d’ignoranza, un’ignoranza di cui gli attuali catechisti sono già le vittime, non i colpevoli. Come pensare a cantare messe polifoniche antiche o moderne, quando non siamo più neppure in grado di far silenzio e di ascoltare musica vera per trenta secondi di seguito? Sarebbe come prendere un bambino di due mesi e pretendere di alimentarlo a pollo ruspante arrosto, bistecca fiorentina, salmone norvegese affumicato, tiramisù e torta di mele con gelato. Tutta roba buona? Certo, ma il bambino lo ammazzo, così! La situazione ecclesiale attuale, per quanto riguarda la sensibilità catechetica, artistica, musicale e liturgica è pari a quella che un bambino ha verso il mondo che lo circonda: deve, cioè, scoprire tutto, tutto, tutto! Per carità, è un dono del cielo il Summorum Pontificum, così come lo sono i sacerdoti che celebrano con il Messale del Santo Padre Giovanni XXIII nel curare le anime che hanno bisogno di questo tesoro prezioso che è realmente patrimonio liturgico della Chiesa. Ma dobbiamo riconoscere che, allo stato attuale delle cose, è un tesoro che molti non sono affatto pronti ad accogliere, perché non lo saprebbero vivere: queste anime, se forzate in tal senso, farebbero la fine del bambino ingozzato col cibo sbagliato, anche se buono.

AM – Accidenti! Bè, certo…come darti torto? Lo vedo io stessa nelle parrocchie dove i miei figli vanno a catechismo e dove io stessa faccio la catechista. Allora, secondo te, cosa siamo chiamati a fare, oggi, noi che abbiamo avuto la grazia di incontrare la bellezza del canto, della musica, dell’arte, della grande cultura scaturita dalla fede in Cristo?

AC – Siamo semplicemente chiamati ad aiutare ad alfabettizzarsi, con grande umiltà e amore, i fratelli che il buon Dio ci pone accanto, in modo che questa Chiesa di oggi possa riscoprire i tesori che le appartengono, possa nuovamente prenderne coscienza e quindi riprendere il cammino giusto, la rinnovazione nella continuità della tradizione, perché questo è, secondo me, il vero ritorno alla tradizione di cui abbiamo bisogno, così come l’ha espresso il Santo Padre Benedetto XVI:

Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo “a casa”: incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica – il gregoriano o Bach o Mozart – è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa “passato”, ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere all’imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: “Cantate al Signore un canto nuovo”. Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono un’unica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi (BENEDETTO XVI, Udienza generale, 21 maggio 2008, Aula Paolo VI).

AM – Quindi è questo lo scopo principale che ti sei posto nel pubblicare un lavoro così breve ed agile? L’alfabetizzazione, giusto?

AC – E’ indubbiamente questo. Di sicuro dubito che un quattordicenne o anche un sedicenne si domanderanno cosa pensavano Ambrogio, Agostino e compagni padri sulla musica e il canto. Ma già gli adulti nelle parrocchie queste domande me le hanno rivolte in più d’una occasione. Così come chi studia teologia, scienze religiose e anche musica in conservatorio: in varie circostanze mi hanno chiesto le radici e i fondamenti della nostra storia musicale e liturgica. E’ uno degli strumenti possibili da utilizzare con rapidità per farsi qualche idea, che spero sia buona.

CC – Un’ultima domanda mi viene in mente, Alessio. Non pensi che i tanti problemi pratici che ci sono nel mondo, conflitti, ombre di guerra, massicce ondate di immigrazione, tanta povertà e crisi economiche, facciano passare molto in secondo, terzo, quarto piano le questioni musicali e liturgiche?

AC – Guarda, Carlo… Questa è la grande tentazione dell’ “attivismo cattolico” di stampo modernista. Ci si dà alla frenesia del fare, del correre, del farci sbranare dagli impegni, pure sacrosanti, ci mancherebbe! Ma se non preghiamo, se non torniamo alla fonte, alla sorgente della nostra vita spirituale, per ascoltare cosa realmente il Signore ci domanda e ci vuole sussurrare nel silenzio del cuore circa come meglio operare anche per il bene di tanti fratelli, …noi, restando scollegati dalla vera Sorgente, cosa possiamo mai fare di buono? Allora ha ragione il Santo Padre Francesco, quando nella sua prima omelia da neo-eletto romano pontefice disse:

Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG pietosa, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si cammina, ci si ferma. Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio (Cappella Sistina, 14 marzo 2013).

Questo per dire cosa? Che al mondo non esiste solo la povertà fisica, materiale… nel nostro Occidente esiste una immensa povertà interiore, una grande fame spirituale. Ecco: nell’arte, nella musica, nel culto come già lo intendevano i Padri c’è la risposta. Basta che qualcuno ce la proponga di nuovo per poterla riscoprire.

AM – Immagino già la risposta che mi darai a questa “obiezione” che ti muovo…ma adoro quando mi correggi con quelle parole! Per cui ti chiedo: e se nessuno volesse ascoltare o credere a questa verità…?

AC – Infatti sai bene cosa ti rispondo sempre quando mi domandi così. La mia risposta è sempre la stessa: a questa verità, tra i nostri adolescenti, i nostri giovani, tra coloro che edificheranno il futuro della Chiesa, qualcuno ci crede già! E’ un lento diffondersi, silenzioso ma operoso. Un sobbollire che, nei modi e nei tempi che il Signore vorrà, porterà i suoi frutti. Noi seminiamo, senza stancarci e senza l’impazienza di mietere. L’importante è non farci mai prendere dallo sconforto, dalla rabbia, dall’aggressività distruttiva di chi grida e scrive soltanto del male e dello sfacelo che ci circonda. Parlare in modo martellante di ciò che non va, di ciò che è male, è indice di un cuore che non crede, che non ha fede in Dio, ma confida solo in sé stesso, in modo narcisistico, egoista e psicotico. La nostra storia, pur affidata alla nostra libertà, è nelle mani del Signore. Noi preoccupiamoci di lavorare per Lui e con Lui, e poi comportiamoci come insegnava sant’Ignazio di Loyola: “Fa’ come se tutto dipendesse da te, ed aspettati come se tutto dipendesse da Dio”.

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Il saggio “IL CANTO, LA MUSICA E I PADRI DELLA CHIESA”  di Alessio Cervelli è reperibile qui:

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