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Canti per la Liturgia

“Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò” – Considerazioni sulla Missa Requiem

(Di Alessio Cervelli)

Erano già in preparazione, queste riflessioni, prima che la terra si scuotesse nei giorni scorsi: mi sembra opportuno condividerle oggi, quando l’Italia si ferma, in raccoglimento e in lacrime, con un grande senso di umiltà, di fronte all’immensa potenza della natura che, assieme a Giobbe, ci fa sussurrare: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!», ricordando altresì, contro ogni fatalismo e misticismo di bassalega, quel che aggiunge il versetto seguente: In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto. (Giobbe 1,21-22).

Di fronte alla morte, certamente l’uomo non rimane indifferente: si spaventa, si terrorizza, piange, tace, urla, si dispera… prega, e si abbandona con fiducia al suo Signore.

La struttura della Missa Requiem gregoriana è un meraviglioso amalgama del fremere umano con una sincera, sicura speranza nella misericordia infinita di Dio: in altre parole, il giusto equilibri tra il non presumere della salvezza, e il non disperare di essa. E’ sicuramente uno dei motivi che ha spinto molti grandi della musica (uno tra tutti, Lorenzo Perosi) a domandarne l’esecuzione per il giorno delle proprie esequie.

La grande poeticità di questa messa inizia già “in sacrestia”, cioè nei paramenti. Il paramento nero, in uso fino a prima della riforma liturgica che ha condotto al Novus Ordo, non veniva utilizzato per incutere terrore, oppure per sottolineare il dolore del lutto. Sicuramente il nero e in generale i colori scuri sono quei colori che nell’area mediterranea presso molte culture indicano una circostanza seria, di fronte alla quale è bene non essere frivoli né superficiali: si pensi, ad esempio, che il nero è il colore del tempo di Quaresima presso varie chiese di rito orientale. Nel rito latino, il nero per le esequie è un nero particolare: di norma non solo è un bel nero (cioè di un bel tessuto), ma è inoltre fregiato da disegni e galloni dai colori chiari, di solito in oro o in argento.

Il paramento nero con galloni e decorazioni lucenti intende trasmettere né più né meno che l’immagine dipinta dal prologo del vangelo secondo San Giovanni: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta” (Et lux in tenebris lucet et tenebrae eam non conprehenderunt). Siamo fin dai colori liturgici proiettati in questa profonda dinamica di equilibrio: il grano e la zizzania lasciati crescere insieme fino al momento della mietitura, le tenebre del peccato e la luce della grazia e della salvezza; il tutto posto di fronte all’uomo e alla sua libertà di scelta per la propria eternità, nel tempo del pellegrinaggio terreno, fino a comparire davanti al suo Dio, per ricevere il frutto eterno di tale scelta.

Veniamo alla messa gregoriana.

L’introitus è sereno, quieto, trasmette da subito il senso delle parole della liturgia: “requiem aeternam”, l’eterno riposo. Così come il Kyrie, semplice e solenne, senza slanci se non nell’ultima invocazione, ad indicare le mani che si levano verso il cielo con insistenza e fiducia.

Requiem aeternam: https://youtu.be/5D86N1yrzck

Kyrie: https://youtu.be/pzM7MGxHK6o

Il graduale, che segue la lettura dell’epistola, è struggente e sobrio ad un tempo, per lasciare il cuore libero di sciogliersi di getto nel tratto “Absolve”.

Graduale: https://youtu.be/-zpHs8bf4k4

Tratto: https://youtu.be/np_slIOn5Jk

Degno di sottolineatura è il lungo melisma finale del tratto, sull’ultima i delle parole “beatitudinem perfrui” (abbiano la gioia eterna): indica sia l’insistenza della preghiera al Signore perché i nostri cari defunti ottengano tale gioia (“la beatitudine, la luce e e la pace”, come dice il Canone Romano), sia la luminosa speranza nella misericordia divina nel volerla concedere. E da questa luce tenerissima e serena che volge lo sguardo alla misericordia celeste, si passa a contemplare l’immagine di Dio giudice giusto: è il momento della sequenza Dies Irae.

Su di essa già in passato ci siamo soffermati in abbondanza, rammentando come essa sia confluita nella missa requiem dalla sua originaria destinazione, la messa della prima domenica di Avvento. Di per sé, questo meraviglioso accostamento tra misericordia infinita e giustizia perfetta di Dio, che permea tutta la missa requiem, nella sequenza è perfettamente riassunto e compendiato: il Signore è giudice giusto, sì, che fa strage del peccato ma che dà speranza a tutti, perché ha assolto la peccatrice e il ladrone pentito.

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Per un approfondimento più specifico, invitiamo a consultare i due articoli in merito, del mese di dicembre us:

Parte Prima:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/09/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae/

Parte Seconda:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/14/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-2/

Parte Terza

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/17/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-3/

Parte Quarta (in quest’ultimo articolo, c’è il video con la sequenza:)

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/21/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-4-ultima/

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Giungiamo così alla liturgia eucaristica. L’antifona d’offertorio è una nitida esplicazione dei motivi per i quali si offre il sacrificio eucaristico per i defunti:

Domine Jesu Christe! Rex gloriae!

Libera animas omnium fidelium defunctorum

de poenis inferni et de profundo lacu!

Libera eas de ore leonis,

ne absorbeat eas Tartarus,

ne cadant in obscurum:

sed signifer sanctus Michael

repraesentet eas in lucem sanctam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Hostias et preces tibi, Domine,

laudis offerimus.

Tu suscipe pro animabus illis,

quarum hodie memoriam facimus:

fac eas, Domine, de morte transire ad vitam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Signore Gesù Cristo! Re di gloria!

Libera le anime di tutti i fedeli defunti

dalle pene dell’inferno e dalla fossa profonda!

Liberale dalla bocca del leone

affinché non vengano inghiottite dal Tartaro,

affinché non cadano nell’oscurità:

ma il difensore san Michele

le porti nella luce santa,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

A te, o Signore, sacrifici e preghiere

offriamo con lodi.

Tu ricevile in favore di quelle anime,

delle quali oggi facciamo memoria:

falle, o Signore, passare dalla morte alla vita,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

https://youtu.be/8SjzLy26xPA

Nel testo dell’offertorio troviamo contenuto tutto il senso del sacrificio eucaristico e la preziosità di tale offerta. Proprio oggi, 27 agosto, nell’ufficio di Santa Monica, la madre di Sant’Agostino, troviamo l’invito di questa santa ai due figli: “Non m’importa dove seppellirete il mio corpo. Ma ricordatevi di me all’altare del Signore”. L’intensità di questo testo eucologico è altissima: il canto gregoriano non poteva che trattarlo energicamente, un’energia che si moltiplica nella ripetizione responsoriale della sezione “quam olim Abrahae promisisti…”: non c’è bisogno di ricordare nulla al buon Dio, siamo noi che dobbiamo restare presenti a noi stessi, nella nostra preghiera, perché è la nostra natura incarnata nel tempo e nello spazio a richiederlo. Ci viene alla mente l’episodio del cieco al quale il Signore Gesù chiede: “Che vuoi che io faccia per te?” e lui: “Signore, che io riabbia la vista” (Luca 18,35-43). Così a noi, nella preghiera per i defunti, il Signore domanda: “Cosa volete che io vi faccia?”, e noi con fiduciosa insistenza Gli diciamo: “Signore, che i nostri cari abbiano la Tua pace, così come un tempo hai promesso ad Abramo e alla sua stirpe!”.

Il Sanctus e l’Agnus Dei confluiscono nella missa requiem da tempi immemori, in quanto esempi di canto gregoriano tra i più antichi.

L’antifona di comunione “Lux aeterna”, si riallaccia egregiamente sia al tratto che all’offertorio, riprendendo il tema della luce eterna dell’introito:

Lux aeterna luceat eis, Domine,

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Requiem aeternam dona eis, Domine,

et lux perpetua luceat eis

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Splenda ad essi la luce perpetua, Signore,

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

L’eterno riposo dona loro, Signore,

e splenda ad essi la luce perpetua

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

https://youtu.be/n0flKCY9ipA

Ampie e cariche di luce, le frasi gregoriane che la pongono in musica, ed è giusto che sia così specialmente nel momento di ricevere l’Eucaristia, di comunicarsi al Corpo e Sangue di Cristo, entrando nell’intimità di quel Dio che giustamente il beato papa Paolo VI chiamò “Dio della vita e della morte”, perché, per dirla con Sant’Angostino, “non perderà nessuno dei propri cari, solo chi i propri cari li ama in Colui che non si può perdere: Te” (Confess. 4, 9, 14).

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Per tutti i defunti del terremoto:

Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.
Requiescat in pace. Amen.

L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen.

L'immagine può contenere: una o più persone

Forse un luterano può esser preso da maestro pure per la musica della liturgia cattolica? (di Federico Cifelli)

Federico C.jpg

Relazione di Federico Cifelli

circa il saggio “Bach ieri, Bach oggi” (di A. Cervelli)

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Giovedì 19 maggio 2016

Oratorio di S. Niccolò del Ceppo (Firenze)

Presentazione dei saggi “Con i Sacramenti non si scherza” di Mons. Nicola Bux

e “Bach ieri, Bach oggi” di Alessio Cervelli.

Per aprire il pdf cliccare qui:

Intervento F Cifelli – 19 maggio 2016

SESTA NOVELLA – “IL GREGORIANO? BRUTTO, RIDICOLO E NOIOSO!” PAROLA DI UNA SCOUT!

Domenica mattina di un bel fine – settimana di maggio. Giornata ideale per celebrare la Messa festiva e chiudere l’anno pastorale. La processione d’ingresso varca la porta di quella piccola chiesa di campagna: turibolo e navicella, ceri e croce astile, accoliti e cerimoniere. A chiudere, il parroco, rivestito di una splendida pianeta dorata, con rifiniture in perle di fiume. Dal presbiterio s’ode una voce baritonale che intona ed è subito seguita dagli altri membri della schola: “Jesu, dulcis memoria, dans vera cordis gaudia”.

Gesù, dolce memoria,
che dona vera gioia al cuore:
sopra il miele ed ogni altra cosa
è dolce la Sua Presenza!

Niente si può cantare di più soave,
niente si può udire di più gioioso,
niente si può pensare di più dolce
di Gesù, Figlio di Dio.

Gesù, speranza per chi è pentito,
quanto sei compassionevole verso chi Ti rivolge preghiere!
Quanto sei buono con chi Ti cerca!
Ma cosa sei mai per chi Ti trova?

La lingua non ha forza sufficiente per dirlo,
né le parole scritte riescono ad esprimerlo:
solo chi l’ha provato può sapere cosa sia
amare ardentemente Gesù.

O Gesù, sii Tu la nostra gioia,
Tu che sei il premio dell’eternità futura!
In Te solo sia riposta la nostra gloria,
per gl’infiniti secoli. Amen.

Era stato proprio il parroco a chiedere ai cantori di eseguire quel bellissimo inno all’ingresso della Santa Messa. Fin dalla prima strofa, un profondissimo silenzio era sceso tra il popolo, compresi i bambini delle classi di catechismo; anzi, proprio questi ultimi tenevano fisso lo sguardo sui cantori, con gli occhi sgranati. Terminata la Messa, gli undicenni ragazzini accorrono a frotte da Manuel: «Che bello, il canto che avete fatto all’inizio della Messa! Non si era mai sentito… com’è, che faceva? Ce lo ricantate?». E l’organista ed i cantori sono ben lieti di esaudire questa richiesta dei bambini.
«Maestro, senti un po’», chiede il maggiore degli studenti d’organo di quella parrocchia, «tu e gli altri ce lo cantate quell’inno della Settimana Santa che ci avete fatto sentire tempo fa? E’ bellissimo! Il ritornello mi capita di canticchiarlo pure mentre sono sotto la doccia, tanto mi è rimasto impresso».
Il musicista estrae dalla borsa un quaderno, lo sfoglia e lo posa sopra il leggio dell’organo. I cantori cercano tra le pagine del loro repertorio, trovano quel che serve loro e fanno cenno all’organista: sono pronti: “O Redemptor, sume carmen temet concinentium”.

O Redentore, accogli il canto di coloro che a Te inneggiano.
Ascolta, o Giudice dei morti,
unica speranza dei mortali:
odi le voci di coloro che portano
qui innanzi a Te un dono, segno di pace.

Questi rami odorosi risplendenti di pura luce
vengono portati per essere benedetti:
li porta questa devota folla che è qui
e li presenta al Salvatore del Mondo.

Stando ai piedi dell’altare in atteggiamento supplice,
il Pontefice Infulato
scioglie l’intero debito antico
per mezzo dell’olio consacrato.

Degnati Tu di consacrare,
o Re della Patria Eterna del Cielo,
questo olivo ed il suo olio quali segni vivi,
esorcismo che fa fuggire gli angeli del Demonio!

Che sia rinnovato tutto l’essere umano
per mezzo dell’unzione crismale:
che sia finalmente risanata la gloria della dignità originale
ferita dall’antica colpa.

Dalla mente mondata al Sacro Fonte del Battesimo,
siano messi in fuga i crimini;
nella fronte così unta e consacrata,
penetrino i carismi celesti.

O Cuore nato dall’Eterno Padre,
Tu che riempi il grembo della Vergine,
prepara la Luce e serra le porte in faccia alla morte
in favore di coloro che nel Crisma hai reso Tuoi fratelli.

Sia per noi oggi giorno di festa
nei secoli dei secoli;
sia giorno consacrato con lode degna,
e non conosca mai il tramonto.

«Bello, bello, bello!», commenta il bambino che aveva chiesto l’esecuzione dell’inno. «Spero di impararlo presto: credo che lo suonerei fino alla noia (di chi ascolta; non di certo la mia)».

Proprio i piccoli e i pre-adolescenti erano i più affascinati dal canto gregoriano. Se ascoltavano un Kyrie, un Sanctus, un’antifona, lo sguardo si faceva ogni volta scintillante ed il commento era sempre lo stesso: “bello!”.
Al Venerdì di Passione, nella Settimana Santa, i cantori avevano proposto gli improperia, i lamenti del Signore, e l’antico inno Crux Fidelis. I bambini che avevano tenuto il servizio liturgico, tornati in sacrestia, avevano chiesto al parroco: «Don, ma perché gli anni scorsi non abbiamo mai fatto così, al Venerdì Santo? Hai sentito che bello?»; il presbitero non poteva che essere felice di queste reazioni positive dei suoi piccoli, lui che la Liturgia la amava sul serio.
«Sapeste quanto mi colpisce», aveva più volte commentato quel buon parroco, «quel che faceva sempre il Santo Curato d’Ars, ogni volta che celebrava la Santa Messa! Vi era un unico momento dove si soffermava molto: al Per Ipsum, il Per Cristo, con Cristo e in Cristo. Nel rito romano pre-conciliare, il sacerdote teneva il calice col Preziosissimo Sangue nella mano sinistra, mentre col Santissimo Corpo nella specie dell’Ostia grande tenuta tra il pollice e l’indice della mano destra tracciava tre segni di croce sopra il calice, due tra il calice ed il proprio petto, poi portava la mano destra con l’Ostia grande sopra il Calice e li elevava un pochino. Ecco, a questo punto San Giovanni Maria Vianney, si bloccava, restava lì, immobile, con lo sguardo fisso sulle sacre specie. Uno dei suoi più intimi amici, che più volte gli aveva servito la Messa un giorno vuole chiedergliene la spiegazione. Quel sant’uomo gli risponde che in quel momento si rendeva conto di tenere tra le mani quel Dio adorabile e Amore perfetto che, col peccato mortale, si rischia di perdere per sempre; proprio questo prolungava quel momento, che per lui anticipava l’intimità con Dio che godono i paradiso le anime beate. Se avesse potuto, non avrebbe mai più lasciato la presa dal quel Signore che, in quel momento, era tra le sue deboli, fragili mani.
Ecco perché amo così tanto la Liturgia: è il linguaggio sia divino che umano con cui a noi è permesso anticipare quaggiù, per mezzo del sacerdote, le cose stupende che ci attendono in Cielo. Chi pratica e studia la Liturgia senza avere questo concetto chiaro e nitido nella propria mente, è un sacrilego ed un povero disgraziato».

Pare sia una regola fissa e ampiamente comprovata quella secondo la quale ai buon preti capitano sempre ampi “giramenti di scatole”, spesso proprio a causa di qualcuna delle sue pecorelle che, per certa mentalità “moderna” (o forse sarebbe meglio dire “smania di un protagonismo quasi filoprotestante”), si sente in diritto di agire senza il consenso del parroco, di spargere velenose critiche come iniezioni di cianuro nelle orecchie delle altre “pecorelle”, di danneggiare il più possibile l’operato di un presbitero che altro non fa che obbedire alle norme di Santa Madre Chiesa con premura pastorale. Anche quel buon parroco di quella piccola parrocchia aveva la sua “paolina spina nella carne” , probabilmente tollerata dal buon Dio perché il suo servo non montasse in superbia, ma piuttosto progredisse spedito nel suo cammino di santità.
Poche persone, che si contano sulle dita di neppure due mani, lo criticavano talvolta aspramente. Paramenti nuovi per la parrocchia, paliotti per l’altare, fiori per le feste, addobbi per le solennità? Soldi buttati, perché occorre essere poveri. Un organo a canne per la chiesa, per l’acquisto del quale, una volta lanciata la proposta, la comunità parrocchiale aveva racimolato i soldi necessari in appena quindici giorni? Una spesa folle ed inutile: gli antichi cristiani mica suonavano l’organo! La Veglia pasquale con canto gregoriano, un serio e curato repertorio di canti per l’assemblea, incenso e ceri, dieci chierichetti, organista e violinista in servizio? Semplicemente ridicola: mica siamo in una cattedrale!
Terminate le celebrazioni della Settimana Santa, quel buon parroco ed il nostro Manuel si vedono arrivare una di queste pecorelle che stenta particolarmente ad obbedire con docilità al suo mite pastore.
«Senti, Don, io te lo voglio proprio dire: questo gregoriano che ci propinate è brutto, ridicolo e noioso. Quest’organo ci sta annoiando tutti! I bambini si annoiano, gli adulti sbuffano. Io ho fatto per anni la scout, e ti posso assicurare che è lì che si impara la vera fede: poche cose, messe semplici, canti gioiosi con chitarra alla mano e via. E poi questa Veglia Pasquale è stata proprio qualcosa di ridicolo, con quel violinista che faceva “il Paganini” della situazione. La cosa più assurda è stato il canto del salmo, dopo la lettura dall’Esodo del passaggio del Mar Rosso. Mi spiegate perché avete cambiato la versione di quel canto? Nel ritornello c’era l’Alleluia: voi invece, c’avete infilato quel “Cantiamo al Signor” che non sapeva proprio di nulla».
Prendendo un attimo di tempo per far silenzio e non cedere alla prima tentazione di sbranare quella pecorella come farebbe un lupo inferocito, il parroco le spiega con tono mansueto e calmo, ma sensibilmente segnato dall’irritazione:
«Ascoltami. Io ho l’impressione che il tuo eccessivo amor proprio ti porti a non voler vedere le cose che contrastano con la tua formazione giovanile, nella quale forse qualcuno dei tuoi educatori ha commesso qualche errore di non poco conto.
I bambini si annoiano? Non mi sembra affatto! Anzi, gli studenti d’organo di questa parrocchia – che sono bambini! – aumentano sempre di più. C’è stato addirittura qualche bimbo di soli otto anni che ha chiesto ai genitori di poter andare da un insegnante di pianoforte perché da grande gli piacerebbe imparare a suonare bene l’organo come lo suonano qui in parrocchia. Quando abbiamo cantato lo Jesu dulcis memoria, gli occhi dei nostri bimbi erano sgranati nel guardare la liturgia: non un fiato, non un rumore, non uno scricchiolio di panche».
La donna interrompe il parroco con spocchia: «Queste sono fisime mentali tue e di fanatici come te! Per i bambini ci vuole ritmo, gioia, movimento!».
«Ah, sì?» ribatte il sacerdote, che inizia ad essere un tantino irritato nel tono della voce. «Perché invece è ben diverso, quando voi pretendete di suonare alla Messa i vostri canti con queste chitarre, eh? Si prega bene, vero? Ma fammi il piacere! E’ un chiacchiericcio continuo, una distrazione perpetua, un movimento ed una smania in questi piccini che, lo confesso, in più d’una occasione mi ha dato veramente fastidio. E questo come mai? Perché, per loro natura, l’organo, il canto gregoriano, il buon canto di popolo, la musica sacra crea il silenzio, il raccoglimento, l’adorazione, che anche i più piccoli percepiscono ed anzi ne sono incuriositi tanto che poi vengono a fare mille domande».
«Certo!» interrompe di nuovo la cinquantenne «perché ai bambini, qui, state a fare il lavaggio del cervello! Ma gli adulti si annoiano! Me l’hanno detto tutti!» proclama quella, trionfante e con un sorriso di sfida odioso stampato in faccia.
«Gli adulti si annoiano?» chiede il prete, inclinando leggermente il capo di lato, fissando negli occhi quella donna, con tono di voce divenuto improvvisamente ingenuo e con un risolino amabile disegnato sulle labbra. «Strano… vuol dire che quelli che si annoiano vengono a dirlo soltanto a te, perché io ho ricevuto solo ringraziamenti, complimenti per la cura liturgica e lettere, biglietti e e-mail che mi invitano a proseguire per questa strada che, bada bene, non mi invento io: esiste già da più di mille anni.
Ne vuoi un esempio? Per quel paliotto con la sua cornice che abbiamo collocato dappresso l’altare per renderlo più bello e solenne, noi non abbiamo dovuto spendere niente. Sai Perché? Un falegname delle nostre zone era per caso presente alla Messa del Corpus Domini che abbiamo celebrato qui. Terminata la Messa è venuto ad esprimermi la sua commozione per il servizio liturgico, la cura nella celebrazione, la bellezza dei canti, la tenerezza nel vedere i bambini che suonano l’organo e si aiutano l’un l’altro: a tal punto era commosso ed impressionato che ha voluto regalare alla parrocchia paliotto e cornice per l’altare. Evidentemente quest’adulto è uno dei molti che non si annoia col gregoriano e l’organo. Non sarà forse che tu trasferisci negli altri i tuoi pareri personali, senza neppure appurare se in effetti l’opinione altrui è ben diversa dalla tua?», chiede il parroco, sempre con tono fintamente ingenuo ed un sorriso beffardo sulle labbra.
«La Veglia pasquale è stata una buffonata! E’ stata ridicola!» sbraita la donna, con voce sempre più concitata.
«La Veglia Pasquale ridicola? Cara figlia mia, allora significa che per te e per quelli come te è ridicola la stessa Liturgia della Chiesa, così come i documenti ed il messale ci comandano di celebrare! Se tu nella tua coscienza di battezzata sei a posto, tanto meglio per te: mi chiedo solo cosa ci venite a fare, qua, tu e i pochi altri che la pensano come te. Il mondo è tanto grande che un posto a voi più confacente ci sarà di certo. Per quanto riguarda il cantico dal libro dell’Esodo, vorrei che fosse il mio organista a dartene spiegazione», conclude il parroco, indicando Manuel alla sua destra, con mano aperta.
Con grande calma, il giovane comincia:
«Signora mia, il canto che abbiamo eseguito, e che lei mi dimostra di conoscere, è frutto del lavoro di un noto compositore di canti liturgici della diocesi di Roma. Ora, questo compositore è anche sacerdote e, in quanto tale, conosce abbastanza la liturgia da sapere che, se la sua composizione si eseguisse alla Veglia Pasquale in loco del Cantico dell’Esodo (di cui ne riprende esattamente le parole), non sarebbe possibile cantare l’Alleluia contenuta nel ritornello responsoriale; infatti egli stesso in partitura ha indicato l’opzione “Cantiamo al Signor”, prevedendo la possibilità di eseguire quel canto nella notte di Pasqua. Tutto ciò per il fatto che il solenne canto dell’Alleluia non può essere anticipato ai salmi della Notte Santa di Pasqua, dopo che siamo stati privati di esso per tutta la Quaresima. Le letture di quella notte sono strutturate in un crescendo che comprende il canto del Gloria in Excelsis per poi culminare nel grande Salmo dell’Alleluia prima della proclamazione del Vangelo. Questo è il linguaggio mistagogico proprio della liturgia pasquale: introdurci dalle tenebre della notte e del sepolcro verso l’alba e la luce nuova della risurrezione del Cristo, che vince la morte. Già che ci sono, volevo approfittarne per rispondere a qualche altra sua osservazione».
L’atteggiamento della signora scout lì presente diventa sempre più insofferente; ma il nostro organista, che l’ha notato, non se ne cura affatto e prosegue:
«Lei ha detto che il canto gregoriano è brutto, ridicolo e noioso. Ha mai letto la Divina Commedia di Dante Alighieri?».
«Certo! Che domande…», risponde con tono di sprezzante sufficienza la signora, «io sono un insegnante! Lavoro nella scuola da anni!».
«Ottimo», riprende l’organista. «Dunque non le saranno certamente sfuggiti quei versi sparsi per l’ottavo canto del Purgatorio, dove il padre della lingua italiana dice:

Anime stanno sul verde e in sui fiori,
cantando Salve alla dolce Regina…
E intanto fissa…una dell’alme,
surta, che l’ascoltar chiede con mano…
Te lucis ante sì devotamente
le uscì di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente.

Ma guarda un po’! Dante parla proprio del canto gregoriano. Così pure Sant’Agostino, che aveva udito il canto degli inni nelle assemblee liturgiche della chiesa ambrosiana, scrive:

Quante lacrime sparsi, sentendomi abbracciare il cuore dalla soave melodia degli inni e dei cantici risuonanti nella tua Chiesa! Quelle melodie mi entravano per le orecchie e la verità si versava nel cuore e si destava la fiamma dell’affetto. E piangevo di consolazione.

Se gli inni e i cantici risonanti nella Chiesa strappavano lacrime ad Agostino, se la Salve Regina e le dolci note dell’inno di Sant’Ambrogio Te lucis ante terminum, nella sua semplice, casta e nobilissima melodia, facevano uscir di mente Dante, di quale potenza immensa è mai dotato il canto gregoriano? Non è convinta? Allora potremmo prestare attenzione al pensiero di validissimi musicisti!
Alfredo Casella disse che “Il canto gregoriano: quel meraviglioso tesoro melodico che la Chiesa Cattolica ereditò dai greci e che forma oggi la base essenziale della musica italiana rinascente”. Gianfrancesco Malipiero commentò: “Il canto gregoriano è la vera fonte di tutta la musica occidentale. Tutta la musica discende dal canto gregoriano. Il canto gregoriano è la chiave che apre tutte le porte che introducono alla musica, alla vera musica”. Il grande compositore francese Charles Gounod lasciò scritto nel suo testamento che, per i suoi funerali, non voleva altra musica all’infuori di quella liturgica gregoriana. La stessa volontà è stata espressa da Lorenzo Perosi, maestro della Cappella Sistina, da altri musicisti e perfino da non musicisti, come Mobutu, il presidente del Congo. Per non parlare di Mozart, che disse più volte quanto avrebbe volentieri dato tutta la sua musica in cambio della gloria di aver composto la melodia gregoriana del Prefazio della Messa ».
«Gente vecchia, morta e sepolta! Sai a chi importa di ’sta gente stantia e putrefatta da secoli! A te piace solo la gente morta!» sentenzia con aria di sufficienza la donna.
Cercando di trattenersi dall’impulso di sbranarla sui due piedi, Manuel chiede con cortesia:
«Mi dica? Le piace Mina, la cantante?».
«Oh, finalmente rammenti una persona viva!» replica con tono di scherno la signora.
«Bene!» prosegue Manuel. «Allora lei saprà anche che Mina ha inciso il Veni Creator Spiritus e l’Omni Die per il suo album di musica sacra “Dalla terra” con arrangiamento e direzione orchestrale di Gianni Ferrio e la partecipazione della Schola Gregoriana del Duomo di Cremona, per la direzione di Massimo Lattanzi: un album che ha ottenuto recensioni estremamente positive da parte della critica italiana, tra l’altro per la scelta inusuale e anticommerciale, apprezzando la voce e l’interpretazione di Mina che, messa da parte la sua esperienza nel campo della musica “leggera”, ha voluto dedicarsi con questo album alla sfera spirituale. Evidentemente, neppure per una grande e famosa cantante come Mina il canto gregoriano è brutto, noioso e ridicolo».
Quell’insegnante dalla discutibile formazione è stranamente ammutolita. Manuel coglie la palla al balzo e sferra la stoccata:
«Sa cosa sono arrivato a capire, in questi non pochi anni in cui ho studiato musica e l’ho praticata nelle liturgie degli ambienti parrocchiali, signora mia? Che sono le persone non solo musicalmente ignoranti (il che non è una colpa), ma anche immensamente arroganti, superbe e profondamente ideologizzate dalle correnti sessantottine come lei, a non esser capaci di riconoscere la vera arte e la vera bellezza, quando capitano loro davanti. Siete persone cieche, che pretendono di esser guide di ciechi e che, quando si trovano ad avere a che fare con bravi preti fedeli alla Chiesa e al suo magistero, con musicisti che hanno sulle spalle anni di studi, con bimbi che nella loro innocenza riconoscono la bellezza con disarmante naturalezza, con adulti di buona volontà che desiderano il bello ed il buono per la loro parrocchia, vi comportate talmente da ignoranti per giunta incattiviti, che non solo non fate nulla, ma impedite anche a chi lo vuole di fare il bene del popolo di Dio! Avete un tale odio per la dottrina cattolica e l’autorità sacra della gerarchia che neanche riuscite a rendervene conto, tanto vi è entrato nelle ossa! Nessuno di voi in chiesa si inginocchia quando Cristo là, sull’altare, muore per noi! Anzi, c’è chi di voi si siede per terra a gambe incrociate quasi fosse ad una scampagnata o ad un pic-nic, invece che all’attuazione sacramentale degli eventi che operano la nostra salvezza e all’anticipazione in terra delle realtà celesti!».
«Ma come ti permetti, spocchioso giovinastro che non sei altro?» sbotta la signora. «Io sono stata negli scout per anni! La fede l’ho imparata, eccome!».
«Cara la mia scout» apostrofa Manuel, tirando le labbra in un sorriso di scherno, e con tono di voce fattosi leggermente nasale e da “presa di per i fondelli”, «nei boy-scout si imparerebbe la vera fede? Può essere, non lo metto in dubbio, anzi: ci credo. Io stesso suono di frequente per un gruppo scout che addirittura celebra la Messa in Latino, secondo il Motu Proprio Summorum Pontificum. Ho inoltre vari amici di penna che fanno parte di gruppi scout ottimi, dove la buona dottrina è trasmessa ai giovani, e dove gli organisti e gli amanti della musica non mancano. Ma lasci che le racconti un aneddoto.
Tempo fa ero ospite presso un convento di frati minori, in un’altra regione d’Italia. Presso la foresteria di quel convento erano alloggiati anche alcuni boy-scout col loro cappellano, scout anch’esso. Un pomeriggio mi affaccio dalla finestra del corridoio e vedo questi “grandi cattolici praticanti” seduti per terra, a gambe incrociate, col loro cappellano, in divisa scout, il cappello in testa ed una piccolissima stola da kit da campo sulle spalle. Davanti al prete, c’era una cassetta da frutta, come quelle dei mercati rionali, rovesciata, con su sopra un fazzoletto bianco, una candela accesa, un piccolo calice con patena, una piccola pisside con le particole.
Vado di corsa a chiamare il padre guardiano.
“Che c’è, figliolo?”, mi chiede.
“Padre, si affacci dalla finestra nel corridoio e guardi nel cortile, qui sotto”, gli dico.
Il frate si affaccia, sgrana gli occhi, si gira verso di me e mi chiede, sgomento:
“Ma cosa stanno facendo?”.
“Ho l’impressione che stiano celebrando la Messa, padre”, gli rispondo, con voce pacata.
“Cosa? Ma siamo matti?”, sbotta il sant’uomo, precipitandosi per le scale che immettono nel cortile.
Si avvicina a passo sostenuto al gruppetto, picchietta sulla spalla del cappellano, anch’esso seduto all’indiana per terra, e gli domanda:
“Scusate: cosa state facendo?”.
“Non vede, padre? Stiamo celebrando la Messa”, risponde il cappellano.
“Ah”, replica il guardiano; poi soggiunge:
“A che punto siete?”
“Stavo tenendo l’omelia”, spiega il prete.
“Quindi non avete ancora consacrato, giusto?”, si informa il frate.
“No, naturalmente, padre”, risponde il cappellano.
A quel punto, il padre guardiano del convento sferra un calcio a quella cassetta di frutta e la fa volare a qualche metro di distanza; quindi afferra per una spalla il cappellano, lo costringe ad alzarsi e lo ammonisce, in tono molto severo e perentorio:
“Mi ascolti bene. Abbiamo qui alle sue spalle una bella chiesa, con l’altare consacrato, i paramenti, i vasi sacri e tutto quel che occorre per celebrare la Messa come Dio e la Sua Chiesa comandano. Se volete celebrare, sono ben lieto di ospitarvi; se vi ostinate a voler fare scempi di tal genere, andare a raccogliere tutte le vostre carabattole, fate fagotto ed andatevene, perché io non tollero gente che compie tali atrocità sacrileghe nel mio convento!”.
Mi dica, signora: è per caso questa, la fede spontanea, semplice, gioiosa alla quale lei e quelli come lei siete stati educati?», conclude l’organista, con un sorrisetto sulle labbra che dà tutta l’impressione di voler sfottere a più non posso la sua, ormai paonazza, interlocutrice.
La donna, schiumante di rabbia, gira sui tacchi e se ne va, ovviamente con passo altezzoso, senza degnare neppure d’uno sguardo (figuriamoci d’una genuflessione) il tabernacolo e sbattendosi pure alle spalle la porta di chiesa.
Qualche giorno dopo, una persona incaricata delle pulizie della chiesa parrocchiale e della gestione e custodia degli ambienti della canonica, vicina per parentela e simpatia a questa cara educatrice scout di preclara dottrina cattolica, entra in sacrestia mentre il parroco sta spogliandosi dei sacri paramenti dopo aver celebrato la Messa feriale e, senza troppi complimenti, gli scaraventa sul bancone la copia delle chiavi della chiesa e della canonica.
«Queste sono le tue chiavi. Tienitele, che io me ne vado in vacanza per l’estate! D’ora in poi le pulizie fattele da solo!», dice con alterigia questa “mite” pecorella a quel pastore che il buon Dio aveva voluto darle.
«Va bene. Vorrà dire che le darò a qualcun altro che mi possa aiutare», risponde il parroco, col suo solito tono mansueto ed accogliente.
E la pecorella, per tutta risposta, senza neanche guardarlo in viso, senza salutarlo e voltandogli già le spalle per prendere la porta ed andarsene, taglia corto, con un secco e stizzito:
«Fa’ come ti pare».

Quella stessa sera, mentre il sacerdote è di fronte ad una pizza col suo organista, dopo avergli raccontato l’episodio, aggiunge:
«Lo sai, figlio mio, cos’è che mi rincresce?».
«Cosa?», risponde Manuel, infilandosi in bocca la forchetta con su un boccone fumante di pizza ai formaggi.
«La durezza del cuore di queste persone, che non accettano di voler ragionare, approfondire, riflettere e capire la bellezza e la preziosità del far bene tutto per il maggior vantaggio delle anime e la maggior gloria di Dio».
Il musicista fa cenno affermativo con la testa, mentre sta deglutendo il boccone.
«Vedi», prosegue quel buon prete, «se viene da me una donna, una ragazza, un’adolescente che mi dice di aver fatto la prostituta con cento e più individui, ma ora vi è da parte di questa persona il pentimento e la voglia di aprirsi all’amore e alla volontà di Dio, io non batto ciglio, assolvo questa persona, le do immediatamente la comunione e ci aggiungo una mia carezza personale. Ma il peccato che commette la gente che io e te abbiamo conosciuto, è un peccato ben più grave, lo sai? E’ un peccato contro lo Spirito Santo, è peccato d’impenitenza, di perseveranza nell’errore, addirittura di rifiuto della verità rivelata. Per questo peccato non può esserci perdono, perché una persona del genere che venisse al mio confessionale non potrebbe portarmi la materia alla quale io possa aggiungere le parole del Signore ed amministrargli il Sacramento del Perdono: non mi porta le sue lacrime di dolore, non mi consegna il pentimento per i peccati commessi, non l’umiltà di chi vuole ascoltare, non il desiderio di ravvedersi dalla propria condotta .
Rammenti quel che Gesù ci ha detto? “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli!”
A volte penso che sia proprio per casi come questi, che il Signore ha voluto donarci tale insegnamento».

Miserachs: “Spesso, più che in chiesa sembra di stare in osteria”

Dopo aver ricevuto commenti e considerazioni di vario genere su questo argomento, proponiamo di seguito un articolo edito da lafedequotidiana.it costituito da un’intervista realizzata da Bruno Volpe a Mons. Valentino Miserachs Grau, grande ed indiscusso esperto di musica liturgica.

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Monsignor Valentino Miserachs Grau è un grande musicista e soprattutto esperto di musica sacra e liturgica, maestro della Cappella Libeariana nella Basilica Santa Maria Maggiore di Roma ed ha presieduto il Pontificio Istituto di Musica Sacra. Con lui, la Fede Quotidiana parla della qualità della musica liturgica  nelle nostre chiese .

Monsignor Miserachs, secondo lei ascoltiamo in chiesa un buon “prodotto” ?

” Non mi piace fare delle generalizzazioni, perchè non è il caso. Tuttava, dico che spesso spacciano per liturgica qualla che tale non è.  Di più. Credo che alcune volte si arrivi a suonare  canzonette, inadatte sia nella musica che nei testi. Eppure il patrimonio della musica liturgica è smisurato”.

Da che cosa dipende questo?

” I fattori sono sicuramente molti. Uno di questi, non il solo, è il volontariato che va bene per l’ assistenza  sociale, non per la musica. Mi spiego. Nelle parrocchie, per comprensibili motivi di bilancio, si lascia campo libero ai volontari nella esecuzione e escelta delle musiche e questo inevitabilmente comporta dei rischi di scadimento o spontaneismo. Credo che  occorra una mano esperta, un professionista almeno nel dare lezioni ed avviare bene”.

Solo questo il problema?

“No. Un altro aspetto è quello di un clima liturgico, perchè musica e liturgia camminano di pari passo, molto rilassato  verso il basso, figlio di un certo pauperismo che va di moda. Oggi ci vuole  molta fede per mandare giù certe cose e alcune celebrazioni. La messa è cattolica in quanto universale e al contrario assistiamo a varie messe con cori e canti di varie etnie e luoghi. Siamo davanti alla conseguenza e anche ai problemi di quella che si chiama inculturazione, figlia dello spirito del Concilio Vaticano II. Intendiamoci, la colpa non è del Concilio, ma di interpretazioni errate che ne sono derivate. Il Vaticano II sulla liturgia è molto chiaro e netto”.

Lei parla di canzonette, per quale motivo?

” Perchè sia i testi musicali che le parole sono assimilabili a canzonette. Lo scopo è quello del piacere, del gradimento  che appunto rende il tutto simile a canzonette. In quella ottica l’ importante non è la qualità, quanto la ricerca dell’ attrazione e del consenso, ma non siamo al circo. Il risultato, è lo smarrimento progressivo del senso del sacro e così accade che non solo non si attirano i giovani, ma si perdono i fedeli legati alla tradizione e quelli che a messa andavano da tempo. Non si assicura un buon servizio quando si cerca di annacquare in qualunque campo la verità e la musica per attirare consensi”.

Gli applausi?

” Una cosa molto sbagliata. Ora vanno di moda al funerale, al matrimonio e così via in tante occasioni. Si dice che servano per allietare come fossimo in sede  mondana. Siamo alla messa va ricordato, non alla osteria. Come dico di no agli applausi, lo stesso valga per batteria, chitarra e altri strumenti durante le celebrazioni liturgiche. Andrebbe al contrario incentivato l’ uso dell’ organo”.

Esiste una sciatteria liturgica oggi?

” Le ripeto che generalizzare non serve e non è corretto. Certo, alcune liturgie sciatte dipendono dal fatto che talvolta si ha una visione del sacro ridotta, che limita la dimensione verticale a vantaggio di quella orizzzontale o sociale”.

FONTE:

http://www.lafedequotidiana.it/lesperto-di-musica-sacra-miserachs-spesso-piu-che-in-chiesa-sembra-di-stare-in-osteria/

Ai, Ei, Oi, Ui, che ragli in chiesa!

(di Bepi De Marzi, articolo uscito su ll giornale di Vicenza del 22.02.2012)

«Dio s’è fatto come noi per farci come lui». È cominciato così, a Roma — e finiva il Concilio — lo scialo da messa dei dittonghi tronchi: «Vieni, Gesù, resta con noi…» Tra il pubblico-assemblea, a curiosare, c’era anche la giornalista Camilla Cederna, che in quella primavera di cinquant’anni fa parlò di una Chiesa disposta a cedere agli imitatori dei Beatles, ma con una qualità molto lontana dalla poesia dell’ispirato quartetto di Liverpool. E confermò l’impossibilità di fare previsioni su un genere che avrebbe potuto mortificare secoli e secoli di musica sacra. Doveva essere il battesimo della «Messa beat», ma in ciò che è seguito, del nascente «beat» c’è stato ben poco.

S’è scatenato invece il mondo dei melodisti dilettanti e dei chierici verseggiatori. «Non avrò paura, sai… Mentre trascorre la vita, solo tu non sei mai…».

Ai, ei, oi, ui. «C’inviti alla tavola dei tuoi/ senza chiedere di quanti siamo noi./ Ci profumi, ci doni quanto puoi/ con il calice che non si vuota mai».

E l’ultima citazione è l’indecente manipolazione del Salmo 22, o 21, secondo le diverse numerazioni.

Ma consoliamoci con la poesia di Turoldo che recita: «Quale mensa per me tu prepari/ sotto gli occhi dei miei nemici,/ del tuo olio profumi il mio capo/ il mio calice è colmo di ebbrezza».

E LA MUSICA? Come percorrere qui, con le sole parole, con qualche desolante aggettivo, il vuoto melodico che ha spinto un celebre concertista contemporaneo a definire il genere che va sotto il nome di liturgichese come «un intruglio di melismi senza senso»?

Oltralpe, i bambini che frequentano le parrocchie imparano (ma leggendo anche la musica) i canti che li accompagneranno per tutta la vita di fede. Da noi, le sprovvedute (anche se volonterose) catechiste che preparano gli adolescenti alla prima comunione, schitarrano musichette che, ritenendole adatte alla bisogna, obbligano i bambini alle più atroci contorsioni lungo le «non melodie», con testi che verrebbero respinti anche dalle banalità dei dimenticabili Zecchini d’oro. E a Natale, soprattutto nelle scuole materne, si canta: «Gesù, Gesù, Gesù, disceso fin quaggiù, hai fatto tanta strada, riposati anche tu».

Nello spazio concesso incautamente dalla Chiesa alle musiche cosiddette giovanili si sono inseriti gli autori e soprattutto gli editori dei vari gruppi ecclesiali.

Ogni raggruppamento ha il suo esclusivo genere poetico-musicale, le sue coreografie, le sue sceneggiate, i suoi teatrini eucaristici con tanto di assistenti: preti o frati insoddisfatti, conquistati dalle più impensabili stramberie, dai simbolismi, dalle deambulazioni, dai girotondo. «Cammineremo insieme a te/ verso la libertà», recita un inqualificabile canto alla Madonna. E i funerali? Nei funerali ci si consola con «Quando bùssero allà tuà porta/ àvro fatto tanta strada…».

Oppure la recentissima, allucinante trovata: «Ora, fratello (sorella) sappiamo dove sei, mentre il tuo corpo è qui tra noi che giace nella pace». Ho fatto in tempo a marciare nel sabato fascista come figlio della lupa. Quando tornavo e mi toglievo le intricate bandoliere bianche con la M di Mussolini sul petto, mia mamma mi diceva dolcemente: «Dove sei stato, Beppino? e cosa ti hanno fatto fare?» Rispondevo quasi piangendo: «Su e zo per il paese col passo dei tamburi». Ora i bambini da messa possono dire di essere stati in chiesa «ad avvitare le lampadine». MONDO giovanile, oppure diversamente giovane (guai a dire anziano!), ma a rimetterci è anche la lingua italiana: «Aiutami tu, o Dio, a farmi chiaro nel pensiero mio». E le costanti: la strada, le mani, l’amicizia, la luce, la forza…

«Perché cantate e suonate queste sciocchezze?» ha osato chiedere un vescovo delle mie parti vicentine. «Perché piacciono al don», hanno risposto i cresimandi.

«Soffierà, soffierà il vento forte della vita, soffierà sulle vele e le gonfierà di te». Ermetismi. Metafore. Allegorie. Come le frasi che settimanalmente vengono stampate nelle sacre locandine appese qua e là. Ma chi le manda? Enigmistica da chiesa. Così siamo arrivati alla certezza che la musica in chiesa è appannaggio di pochi. Come al funerale del grande Dino Coltro, dove uno spaesato gruppetto di ragazzi zufolava in disparte, privatamente. Alla chiesa gremita di amici, di estimatori, di appassionati delle buone tradizioni, non è stato permesso neanche un «così sia». Ma ci sono stati interminabili discorsi autoelogiativi per dire «io con lui». Ah, la musica! La musica, in generale, è un disturbo.

Chi canta più? L’esempio vien dato ogni domenica dalla televisione. Chiamarle messe è quasi offensivo. Dicono però della caotica situazione generale in Italia, escludendo quella fortunata, dignitosa e bene organizzata porzione tra le montagne chiamata Alto Adige, meglio dire Sudtirolo. Le squadre di telecameristi da messa percorrono la penisola senza intenzioni apparenti. Dai piccoli paesi ai santuari, dalle collegiate di città alle cattedrali. La «scaletta» è consolidata: subito un poco di storia locale e qualche panoramica preregistrata; ma ecco la processione! Chiericoni spaesati, candelieri, croce astile, librone del Vangelo tenuto alto sulla testa del portatore. Finzioni. L’organo suona? Una voce commenta con argomenti turistici. Il coro canta? Una voce vi si sovrappone con qualche aneddoto. La musica in chiesa diventa così il sottofondo alle curiosità, alle fiabe locali, a qualche frase del Vangelo.  Del resto, l’esempio viene dalle messe da Piazza San Pietro. Canta la Cappella Sistina? Il celeberrimo gruppo corale che è stato di Lorenzo Perosi diventa la sfumata colonna sonora alla cronaca: quanti i muti presenti nella Piazza: trecentomila? chi sono le autorità schierate in prima fila; quanti sono i cardinali (che nemmeno fingono di pregare); poi le previsioni del tempo con il venticello chiamato per nome; la prefazione all’interminabile predica papale; i voli dei colombi; le statue; il riassunto della predica papale mentre si leggono le preghiere dell’offertorio; le citazioni dalla predica papale mentre la Cappella Sistina intona il Sanctus. Alla comunione, a coprire le voci del coro, si elencano i prossimi viaggi del papa.

POVERO PAPA, schiacciato dai paramenti, con sussiegosi scottolanti intorno a sorreggere lo sfinimento. Quando l’anno passato è venuto a dir messa a Mestre (con i politici veneti in prima fila, i difensori delle nordeste radici cristiane che non sapevano fare un segno di croce), c’erano mille cantori che si erano preparati a Padova per mesi, più un coro polifonico vicentino per alcuni interventi solistici; poi gli immancabili ottoni perché, e nessuno lo ha mai spiegato, quando si sposta il papa, l’organo, pur se bene evidenziato, viene coadiuvato dal complesso bandistico.  Mille cantori, quasi tutti molto giovani. I trecentocinquantamila fedeli (dichiarati) sotto il sole, stavano muti. A ogni intervento del grande coro, ecco le voci degli affabulatori (stavolta due) sovrapposte alla felicità di cantare. E alla comunione, quando il coro vicentino ha iniziato il suo mirabile mottetto, ecco il pertinente servizio sui vetri di Murano. Pubblicità. Così vanno quasi tutte le nostre messe. Così vanno le messe televisive. Tranne qualche nostalgico sospiro in gregoriano, è tutta un’accozzaglia di musiche strampalate, molte mai ascoltate prima. Non melodie, grotteschi recitativi chiamati cantillazioni: è la non musica per testi risibili. Poveri cori parrocchiali. Le cantatrici domenicali si addobbano con le sciarpe colorate; e i celebranti si pavoneggiano in casule dorate. I vescovi inanellati brillano di lapislazzuli con pastorali d’argento. Nelle prime file, tra la mestizia del pubblico-assemblea, collocano anche il maresciallo dei carabinieri. Nelle italiche navate nessuno prega, nessuno canta: assemblea muta ovunque, dal confine con Trento a Capo Passero. «La messa ha cominciato a commemorare se stessa», ha scritto l’indimenticabile Giovanni Testori. L’Italia da messa è un mortorio e una finzione. Un’avventura.

Quel “Gloria al Padre” che le vecchiette cantano durante il rosario… IL TONO REGALE!

Ogni tanto fa piacere indugiare su qualche curiosità che non solo ci fa sorridere, ma ci da anche il piacere di scoprire realtà grandi dietro a piccolezze apparentemente insignificanti.
In tante zone d’Italia, durante la recita del Rosario o durante le processioni, capita di sentire un modo particolare di cantare il “Gloria al Padre”. Magari cantilenato e “strascicato” da qualche pia e anziana signora, con voce non proprio ferma.

La melodia in questione è in realtà nientemeno che il “Magnificat Ton Royal” attribuito addirittura ad un sovrano francese, Luigi XIII.

Ciò non ci deve sorprendere.
La musica non solo faceva parte della formazione dei rampolli di reale famiglia, bensì era spesso parte integrante della loro vita quotidiana. In altre parole, re, principi, duchi ed affini erano, musicalmente, dei “dilettanti”, ma non nel senso di mediocrità che ha assunto presso di noi, oggi, questo termine: dilettanti, nel senso che il loro lavoro era un altro, ma per completare la propria vita emotivamente, culturalmente, spiritualmente praticavano regolarmente musica a livelli in genere piuttosto buoni.

E in questo, il buon Dio non cessa di sorprenderci: chi, tra il largo popolo delle assemblee liturgiche, saprebbe dire sui due piedi chi sia stato Luigi XIII? Ben pochi. Eppure molti, senza saperlo, conservano un frammento della sua umanità e della sua vita di fede.

Questo aspetto della vita di fede, d’altronde, non era affatto estraneo ad un suo predecessore sul trono di Francia, Re Luigi IX, venerato come santo.
Un aneddoto particolare della vita cristiana di questo sovrano riguarda la sua partecipazione alla Santa Messa.
Re Luigi IX, quando scendeva per la messa, vi andava vestito in abiti molto semplici e, quando si giungeva al canone della Consacrazione ed il celebrante levava il Corpo e il Sangue di Cristo, il sovrano si inginocchiava sul nudo pavimento. Una volta, un servo, riconosciuto che era il re e che si inginocchiava per terra, corse a portargli un inginocchiatoio foderato con cuscini. Il re, con gesto cortese, lo rifiutò dicendo: “No, amico mio. Quando il Signore dell’universo si degna di scendere dal cielo per noi e venire sull’altare, anche i re di questo mondo si inginocchiano a terra”.

CANTIAMO LA LITURGIA DEL NATALE

Ecco una serie di suggerimenti per i canti delle celebrazioni della Natività, da “Celebrare in Armonia”:

https://sites.google.com/site/celebrareinarmonia/anno-c/avvento-natalec/natale-c

CANTI PER LA IV DOMENICA DI AVVENTO -ANNO C

Da “Celebrare in Armonia”:

 

https://sites.google.com/site/celebrareinarmonia/anno-c/avvento-natalec/4-avvento-c

II Domenica di Avvento – Immacolata Concezione

(da “Celebrare in Armonia”)

Ecco i suggerimenti per i canti della Seconda Domenica di Avvento e per la Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima:

https://sites.google.com/site/celebrareinarmonia/anno-c

[Immagine: A. Cortina, Inmaculada Concepción]

 

 

 

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