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musica di dio, giubilo del cuore

MUSICA SACRA & ARTE MUSICALE

Categoria

Letteratura Organistica

BACH: UN GRIDO DI DOLORE, UN SOSPIRO D’AMORE, UN PALPITO DI FEDE! (Commento di Clizia Miglianti)

E’ questa la Seconda Edizione riveduta, corretta e restituita all’originale del precedente “Bach: tra amore e fede”. Perché una seconda edizione di questo saggio divulgativo sulla figura di Bach letta attraverso il prisma della Grande Fantasia e Fuga in Sol minore? Lo spiega direttamente l’Autore: “Dopo che i miei allievi, avendo prima letto le mie dispense, ebbero fatta una lettura della precedente edizione, mi dissero che il materiale originario si vedeva che era il mio, ma la forma era diventata pesante, quasi non sembrassi affatto il loro insegnante. Quella diversità era il risultato sia di pennellate (non mie) aggiunte qua e là in fase di correzione della bozza, sia della richiesta esplicita di rendere il tono più alto/scientifico e meno divulgativo. Rientrato in possesso dell’opera, ho proceduto a rivederla, correggerla e soprattutto restituirla a quello stile piano e divulgativo che mi è congeniale” (A. Cervelli). Con una corposa ed energica prefazione della cantante jazz Clizia Miglianti sulla vera e viva musica sacra nei tempi odierni, ripercorriamo questo cammino pensato per i giovani musicisti, al fine di far loro scoprire “il Bach” uomo, marito, padre e credente, per poterlo integrare a quanto già studiano sui manuali scolastici, che forse però trascurano questi aspetti tutt’altro che secondari della vita del grande compositore.

Prefazione di Clizia Migliani, cantante jazz

Molte volte non ci rendiamo conto di quanto la musica sia presente nella nostra vita: ne siamo completamente immersi, in modo più o meno consapevole. Ci accompagna nei momenti più significativi, ci spinge a riflettere, a svuotare la mente, ci aiuta a ricordare, a divertirci, è usata come mezzo di propaganda, ci spinge a comprare, consumare, proprio a causa del grande potere che esercita sulle nostre emozioni e sui nostri stati d’animo.

            Ma nessuna musica è potente come quella sacra. Essa, in qualsiasi contesto religioso, è ciò che ci porta ad avere un contatto profondo con noi stessi e con il divino. Di certo nel mondo cristiano pochi sono riusciti ad eguagliare la profondità dei lavori di Bach.

      https://www.goethe.de/resources/files/jpg329/z_musik_bach.jpg      In questo saggio, Alessio ci descrive “un Bach” e “una Fantasia e Fuga” non solo dal punto di vista meramente scientifico/musicale: ci parla del Bach uomo, marito, ci parla di come nei suoi lavori abbia perfettamente in testa l’obiettivo sacro – liturgico per il quale quella data opera è stata realizzata e sviscera in ogni sua parte quel lavoro. In ogni pausa, in ogni respiro troviamo l’uomo che prega, che si dispera, che dubita e che poi si mette nelle mani di Dio con estrema fiducia.

            Nella musica che ascoltiamo abitualmente nella liturgia, quanto c’è di questa consapevolezza? Quanto, ciò che sentiamo cantare e suonare in chiesa oggi, è minimamente vicino all’intimità e allo spessore delle opere di Bach o alla spensieratezza di Zipoli? Perché di certo la musica sacra non è solo “roba seria”. Quanto invece la musica antica è diventata lontana dal popolo di Dio, bella certo, ma percepita come fredda e distante, come qualcosa da ascoltare solo ai concerti e non nella vita di fede vera?

            Da musicista di certo non apprezzo molto le “schitarrate selvagge” che vengono proposte alla Messa; allo stesso tempo non posso accettare che la musica nata per la fede sia soffocata da musicisti e musicologi in nome di una filologia che sicuramente ha un’ottima e importantissima funzione storica, ma che rende questi capolavori sempre meno vivi e sempre più inaccessibili.

            Posso proporvi un esempio di cui ho diretta esperienza, dato che si tratta di una parrocchia di campagna (S. Bartolomeo ad Ulignano) dove con Alessio ho prestato molte volte servizio alla Messa. Scorrendo queste pagine, ci si imbatte in nomi come Schweitzer, Richter, Germani: “signori musicisti” di una volta, grandi studiosi ma soprattutto artisti che hanno saputo e voluto stare a contatto con la gente, sviluppando una profonda empatia con le persone. Ma se chiediamo ai “signori filologi”, la maggioranza ci dirà che sono superati, inadatti agli studi odierni: a loro dire, c’è Schweitzer che costringe ad uno sforzo di immaginazione per seguire il tempo esecutivo; c’è Richter che non aggiunge nulla alla partitura barocca, che quindi risulterebbe sterile esercizio di lettura, sia pure una lettura sanguigna ed energica; c’è Germani che, poverino, appassionato com’è di organi moderni a trasmissione elettrica, propone “un Bach” superatissimo, a volte disomogeneo come metronomo, con un tocco antiquato su strumenti inadatti.rosa musica.jpg

            Se leggiamo quello che scrive Alessio, invece, che pure ha familiarità con gli studi di filologia sia letteraria che musicale, non ci sfugge la sua preferenza per questa “vecchia” scuola, al punto di accettare di sentirsi dire da buoni interpreti filologici di non andare troppo a tempo quando suona la “sua” amata fuga BWV 542, così come di aver scelto per le sue incisioni strumenti inadeguati o imperfetti, quando avrebbe potuto cercare di meglio. Le ragioni delle sue scelte, Alessio ce le spiega nelle pagine che seguono, dunque non anticiperò nulla. Quello che mi preme dire, invece, è come questa scelta abbia funzionato e funzioni con la gente delle parrocchie, con gli adulti e soprattutto coi ragazzi. Se vi capita di trovare on line la sua interpretazione della BWV 542 o di qualsiasi altro pezzo di Bach realizzato col piccolo organo di questa piccola chiesa di Ulignano, può darsi che vi lasci sconcertati per un poco, se siete abituati agli interpreti attuali; d’altronde i giovani che studiano musica antica nelle accademie, hanno ormai un ascolto assuefatto ai soli, onnipotenti criteri filologici e al solo repertorio di studio: forse sono troppo impegnati a scervellarsi su come realizzare una fioritura, per poter andare in qualche locale o teatro dove si ascolta musica jazz, musica improvvisata, contemporanea, dove la contaminazione fra ciò che è suono, movimento ed immagine è pura magia. Addirittura sono così presi da studiare pagine e pagine di musica classica per il prossimo esame che si scordano di andarla a sentire suonata dal vero: quanti colleghi studiano solo sullo spartito senza considerare minimamente i dischi, i concerti…! Se si guardassero appena un poco attorno, si accorgerebbero che il mondo della musica viva, oggi, forse potrebbe essere un altro, un mondo che non perde certo tempo ad aspettarli; un mondo che pure è capace di ascoltare volentieri la musica antica, ma solo se essa si mostra viva, attuale, non una “cosa” sezionata fino a spaccare il capello in quattro per ottenere un arido risultato storicistico/archeologico che ha qualcosa da dire solo ad una sparuta élite di specialisti.

            Dunque, i “signori filologi” diranno che l’organo è piccolo, i bassi parlano poco, ci sono difetti di intonazione, lo sforzo è apprezzabile, ma forse per prestigio personale non ne sarebbe valsa la pena perché al massimo si tratta di un lavoretto che tuttalpiù ha valore divulgativo. Invece posso dirvi che in musica ne vale sempre la pena, e parecchio! Quelle esecuzioni sono musica viva, non corretta da alcun tecnico del suono, coi rumori meccanici tipici dello strumento, e con tutta la schiettezza propria di un episodio musicale vissuto. Ho visto tanti adulti e non pochi ragazzi avvicinarsi così a “questo” Bach e, con Bach, a Dio. Com’è capitato? Semplice! Chi ascoltava trovava un evento vivo, una musica viva, se vogliamo pure rivisitata per scelte pastorali e catechetiche, adattata alle necessità della comunità. E questo ha funzionato perfettamente.

            Non credo sia un peccato capitale suonare Bach su un harmonium o su un piccolo organo di campagna, come non credo sia terribile semplificare le parti per proporle ai giovani musicisti delle parrocchie.

            Ma qual è il vero problema?Bach 2 statua.png

            Eccolo: è proprio la mancanza di figure professionalmente valide che guidino i nostri ragazzi e il popolo di Dio a un equilibrio fra ciò che ora è vissuto nelle parrocchie e ciò che dovrebbe essere suonato veramente. Il problema è che i sacerdoti, molte volte, non sono preparati nemmeno alla liturgia e i musicisti, se ci sono, non conoscono in maniera adeguata il contesto liturgico nel quale il pezzo viene suonato. Non ha senso eseguire musica festosa durante la Quaresima, perché non è il momento giusto: possiamo discuterne quanto vogliamo, ma la cosa non cambia e non cambierà mai nonostante tutto. Se in chiesa ridiamo e giochiamo sempre, come possiamo capire il Sacrificio che si compie ogni domenica durante la Messa?

            Ecco, leggendo le pagine di Alessio, ho pensato che Bach era sì, un uomo, un musicista ma anche un abile artigiano, ed ora nel nostro mondo mancano proprio gli artigiani della fede, che si sporcano le mani, studiano, riflettono e suonano.

            Il mio augurio è che questo lavorBach occhi.pngo possa non solo essere un ottimo strumento di studio ma anche un mezzo di riflessione e cambiamento, per cui i nostri giovani “chitarristi” (e non solo) potranno apprezzare e pure suonare musica barocca, mentre i giovani organisti, magari, suoneranno anche canti più popolari ma con professionalità e coscienza, perché l’obiettivo più profondo della musica sacra è questo, a mio avviso: farci avvicinare a noi stessi, farci avvicinare e affidare a Dio, e non darci un modo più o meno divertente di passare il tempo, come neppure celebrare la nostra conoscenza e la nostra bravura.

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I GRANDI FUNZIONANO SEMPRE! (Parte Prima: La “Messa d’organo” di Zipoli)

I mesi estivi sono solitamente il tempo per tirare le somme di annate accademiche, scolastiche ed anche pastorali, considerare ciò che è andato bene e ciò che va corretto, preparare buoni piani e qualche strategia, raccogliere idee nuove e prepararsi per le attività dell’anno venturo.

Quel che voglio condividere è semplicemente una riflessione che scaturisce dalle esperienze fatte in un cammino che è iniziato nel 2009 con la mia nomina ad organista di una semplice, bella chiesetta di campagna nel paese di Ulignano, a pochi chilometri dalla ben più celebre città di San Gimignano.

Quando arrivai presso questa comunità l’11 febbraio, per la memoria della Beata Vergine de Lourdes, la chiesa non disponeva più di uno strumento. Durante i decenni dell’ “adeguamento liturgico”, la chiesa era stata oggetto di radicali mutamenti, tra cui la demolizione della cantoria lignea che, a quanto mi è stato possibile ricostruire interrogando gli anziani, conteneva un harmonium artistico di notevole pregio col quale il coro degli Allievi Cantori della parrocchia eseguiva addirittura le messe del Perosi (dove sia finito questo strumento, non è dato sapere).

Col sopraggiungere del 2010, la Chiesa Parrocchiale si preparava a celebrare i cento anni dalla sua consacrazione e dedicazione a S. Bartolomeo Apostolo. Fu il parroco, Don Luigi Miggiano, a buttar lì un’idea: “E se come segno dei festeggiamenti per il Centenario della Chiesa proponessimo ai parrocchiani l’acquisto di un organo?”.

L’idea era chiaramente ottima e – com’è ovvio – di mio estremo gradimento. Era però la piega che rischiava di prendere sull’onda di certi pareri dei parrocchiani, che mi preoccupava. Cominciava a circolare il proposito di procurarsi un elettrofono di ultima generazione a suoni campionati.

Senza voler minimamente male a chi lavora in questo settore producendo risultati che posso spingermi a definire interessanti ed utili specialmente per lo studio, tuttavia come musicista e musicologo sacro sono e sarò sempre contrario agli elettrofoni, per due semplici ragioni: 1) la celebrazione della Sacra Liturgia è, come dice la Sacrosanctum Concilium, la fonte e il culmine della vita cristiana… di una vita autentica, però, non di una finzione digitale/computerizzata che, per quanto ben realizzata, resta comunque artefatta: l’organo è sostanzialmente metallo, legno, pelle d’agnello, aria, colla, chiodi, e ingegno e calcolo squisitamente umani; 2) ciò che manca ad un elettrofono è la perennità; se infatti ancora oggi noi possiamo manutenere, restaurare e custodire strumenti che hanno secoli di esistenza, ciò non è possibile per il mondo dell’elettronica, dove non è la memoria storica fondante il patrimonio di una comunità ciò che conta, bensì l’avanguardia scientifico/tecnica. Un elettrofono può sopravvivere un paio di decenni circa, per poi necessariamente “morire” per impossibilità di procedere alle necessarie riparazioni, un’impossibilità dettata dalla irreperibilità di componenti elettroniche e di software ormai tramontati.

Fu una provvidenziale occasione presentatasi in Germania a porre fine alla diatriba: una chiesa luterana non vendeva, ma “svendeva” un piccolo organo Buerkle del 1965, trasmissione meccanica, ventilazione motorizzata, quattro registri (Holtzgedack 8’, Rorhflote 4’, Prinzipal 2’, Rauschzimebl di due file). Viste le dimensioni della chiesa, era quanto di meglio non si potesse sperare ad un prezzo veramente conveniente.

Dopo aver presentato l’occasione al parroco, quest’ultimo aprì la colletta per la raccolta di fondi: tra parrocchiani, amici e prossimi della parrocchia, in tre settimane avvenne il piccolo miracolo di avere in mano la cifra per acquistare lo strumento, predisporre il trasporto, il rimontaggio e l’accordatura.

Lo strumento venne ufficialmente inaugurato al culto nella Messa Prefestiva del Corpus Domini del 2010, e la domenica sera seguente, venne celebrata la benedizione solenne con la partecipazione dell’organista della Con-Cattedrale di Colle Val d’Elsa, Mario Spinelli.

Dire che il nuovo arrivato abbia trovato il consenso di tutti, sarebbe mentire: gli ideologici del “cabaret liturgico” non mancarono di esprimere tutto il loro disappunto e di accusare il parroco di aver gettato dalla finestra soldi che – cito il solito, mellifluo, stomachevole ritornello – “potevano essere utilizzati per i poveri”.

Ciò che ha finito col dar ragione a Don Luigi, invece, sono stati i fatti, semplici e genuini: adulti e giovani che hanno iniziato a frequentare le liturgie della parrocchia perché considerate “belle liturgie”, bambini ed adolescenti che hanno vissuto delle belle e spontanee esperienze di vita cristiana e di approccio musicale perché attratti dall’organo che udivano alla messa domenicale (un esempio tra tutti è costituito dai i bambini che si vedono suonare proprio questo strumento nella quinta puntata del documentario “Questo è Bach, ragazzi!” di Elia Mori, Qui: https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2016/03/11/questo-e-bach-ragazzi-quinta-ed-ultima-parte/ ).

Ma qual è stata la strategia vincente nell’accattivare il popolo di Dio di tutte le età per iniziarlo ai tesori della musica organistica? E’ stato un piano strutturato su due cardini:

  • Offrire l’ascolto di grandi uomini dell’organo, grandi per musica e possibilmente anche per fede vissuta.
  • Non rifiutarsi di proporre pagine che per loro natura ovviamente richiederebbero strumenti di altro genere e dimensioni, ma che comunque potevano venir adattate ad un piccolo organo come questo ed egualmente attrarre per via della grandezza musicale e spirituale di quel linguaggio e di quei compositori.

Così i due autori che hanno risuonato fin da subito sotto le piccole volte della Chiesa di San Bartolomeo sono stati Zipoli e Bach.

Perché Zipoli? Perché Domenico è davvero “l’amico che invita all’organo”, per l’immediatezza, la freschezza e il brio delle sue musiche. Quante volte, a celebrazione terminata, mi è stato rivolto un apprezzamento perché il PostCommunio aveva fatto conquiste, l’Elevazione aveva fatto pregare bene, l’Offertorio aveva messo in cuore una gioia autentica!

E poi c’è Bach, “colui che attacca il cuore”, come lo chiamo io. Con Bach non si scherza, non si può restare indifferenti: o si ama o si odia. In questa chiesa lo si è amato, specialmente nei suoi corali per organo.

E’ chiaro che non tutto il repertorio bachiano può essere proposto con efficacia su un strumento modesto come questo. Sulle prime mi rincresceva di non poter proporre convenientemente gioielli come “Liebster Jesu” e struggenti poesie dello spirito come “Ich ruft zu dirr”… finché non ho fatto un azzardo: eseguire la melodia del soprano all’ottava superiore per farla spiccare rispetto alle altre voci, cercando di ottenere una sorta di effetto “a due tastiere”.

I risultati non si sono fatti attendere: c’è chi dice che il popolo di Dio è un ignorante branco di capre. Io non sono d’accordo: ho visto gente struggersi in lacrime mentre le note di “Ich ruft zu dirr” si diffondevano per la chiesa; ho visto persone raccogliersi in preghiera col sorriso sulle labbra mentre ascoltavano “Liebster Jesu”. E ho visto fedeli restare in chiesa assorti in profondi pensieri mentre una fantasia, una toccata, una fuga concludevano la celebrazione. E quando sono bambini ed adolescenti a venire lì da te organista a chiederti di risuonare ancora e ancora quella pagina di Zipoli o di Bach, tu puoi vedere quanta ragione avesse il Signore a dirci che è dalla bocca dei bimbi che Egli ha tratto la Sua lode.

E’ ciò che voglio condividere con chi abbia un pochino di tempo da perdere qui, cominciando dalla Messa d’organo di Zipoli dalle Sonate d’Intavolatura, pagine che hanno aiutato a pregare la gente di questa chiesa:

Al punto che mi sento in cuore di dire ai fratelli organisti (ben più abili, professionali e capaci di me): “Non temete di adattare! Non pensate neppure per un momento che una pagina eseguita su uno strumento modesto, o non filologico, sia sacrificata! Quando questa musica è riuscita a far pregare qualcuno, lo scopo dell’arte organistica è raggiunto e state tranquilli che porterà frutto, ma solo nella misura in cui saprete di nuovo rendere vivi questi tesori in mezzo al popolo di Dio, sapendovi spogliare della rigidità accademica e scientifica che, se nello studio è cosa buona, rischia di diventare una trappola che tarpa le ali del servizio che abbiamo da rendere ai nostri fratelli di fede, attorno all’altare”.

Alessio Cervelli

Anonimo (sec. XVII) – Ricercare & Ave Maris Stella

Tante, troppe volte nelle soffitte, nelle cantine e nelle sacrestie delle parrocchie gli harmonium sono stati lasciati in pasto a tarli e topi. L’harmonium è sempre stato considerato il fratellino povero dell’organo a canne. Questo giudizio inclemente deriva paradossalmente da un atto splendido del magistero della Chiesa: designare l’harmonium come valido sostituto per quei luoghi e quelle circostanze dove la mole e i costi dell’organo a canne fossero proibitivi. Il sostituire l’organo, però, non è segno di una scelta di qualità inferiore, anzi. Indubbiamente, a paragone di raffinatissimi Alexandre, corposi Mustel o possenti Lindholm, i nostri strumenti italiani chinano il capo ossequiosi: eppure anche gli harmonium della nostra terra sono stati una ricchezza preziosa per la musica, lo studio e la liturgia, …e possono esserlo ancora! La ditta Galvan, ad esempio, realizzava harmonium con una tale cura e una tale passione che i suoi strumenti venivano definiti “gli Stradivari degli harmonium” italiani. Tra le millenarie pietre di un’antichissima pieve romanica della Montagnola Senese, con questo Ricercare e questi versetti per l’Ave Maris Stella, risuona di nuovo un piccolo harmonium Galvan dopo decenni di silenzio.

“NUN KOMM”: L’AVVENTO SECONDO BACH

 

Come preludio per la Messa nelle Domeniche di Avvento, possiamo scegliere il Corale Nun komm, der Heiden Heiland BWV 659, dai Corali del Manoscritto di Lipsia:

“Vieni, Salvatore delle genti, mostrati qual frutto del parto della Vergine! Sbalordisca tutto il creato: una nascita così spettava solo a Dio!”.

Con questo splendido inno d’Avvento (in origine composto da Sant’Ambrogio vescovo), Bach ci introduce subito in un mondo tutto mistico, il suo mondo preferito quando si raccoglie in se stesso. Si basa su una melodia ornata, cantata al soprano nel registro di solo, circondata dalle serene parti del contralto e del tenore, mentre il pedale si muove in lente e solenni scale. Se la melodia del corale e le voci mediane raffigurano la coralità umana che invoca la venuta del Salvatore, i bassi del pedale, che si muovono col ritmo cullante che fa addormentare il Bambin Gesù, indicano proprio i passi del Redentore che viene incontro all’umanità in attesa.
Bach qui si rende cantore dell’umanità sofferente e invoca con la forza della sua fede e di un bruciante amore quel Dio la cui Incarnazione avrebbe un giorno salvato le genti e la cui manifestazione gloriosa nella Parusia porterà il tempo dei nuovi cieli e della nuova terra. È una musica scritta da un poeta e da un credente, che mette tutta la sua arte al servizio della fede. È questa una delle pagine più profonde ed emotive della letteratura organistica mondiale (Cfr. E. DALLA LIBERA, G. S. Bach. Corali a commento dell’anno liturgico, Ed. S. A. T., Verona 1955).

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