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BLOG SULLA MUSICA SACRA

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Letteratura Organistica

BACH: UN GRIDO DI DOLORE, UN SOSPIRO D’AMORE, UN PALPITO DI FEDE! (Commento di Clizia Miglianti)

E’ questa la Seconda Edizione riveduta, corretta e restituita all’originale del precedente “Bach: tra amore e fede”. Perché una seconda edizione di questo saggio divulgativo sulla figura di Bach letta attraverso il prisma della Grande Fantasia e Fuga in Sol minore? Lo spiega direttamente l’Autore: “Dopo che i miei allievi, avendo prima letto le mie dispense, ebbero fatta una lettura della precedente edizione, mi dissero che il materiale originario si vedeva che era il mio, ma la forma era diventata pesante, quasi non sembrassi affatto il loro insegnante. Quella diversità era il risultato sia di pennellate (non mie) aggiunte qua e là in fase di correzione della bozza, sia della richiesta esplicita di rendere il tono più alto/scientifico e meno divulgativo. Rientrato in possesso dell’opera, ho proceduto a rivederla, correggerla e soprattutto restituirla a quello stile piano e divulgativo che mi è congeniale” (A. Cervelli). Con una corposa ed energica prefazione della cantante jazz Clizia Miglianti sulla vera e viva musica sacra nei tempi odierni, ripercorriamo questo cammino pensato per i giovani musicisti, al fine di far loro scoprire “il Bach” uomo, marito, padre e credente, per poterlo integrare a quanto già studiano sui manuali scolastici, che forse però trascurano questi aspetti tutt’altro che secondari della vita del grande compositore.

Prefazione di Clizia Migliani, cantante jazz

Molte volte non ci rendiamo conto di quanto la musica sia presente nella nostra vita: ne siamo completamente immersi, in modo più o meno consapevole. Ci accompagna nei momenti più significativi, ci spinge a riflettere, a svuotare la mente, ci aiuta a ricordare, a divertirci, è usata come mezzo di propaganda, ci spinge a comprare, consumare, proprio a causa del grande potere che esercita sulle nostre emozioni e sui nostri stati d’animo.

            Ma nessuna musica è potente come quella sacra. Essa, in qualsiasi contesto religioso, è ciò che ci porta ad avere un contatto profondo con noi stessi e con il divino. Di certo nel mondo cristiano pochi sono riusciti ad eguagliare la profondità dei lavori di Bach.

      https://www.goethe.de/resources/files/jpg329/z_musik_bach.jpg      In questo saggio, Alessio ci descrive “un Bach” e “una Fantasia e Fuga” non solo dal punto di vista meramente scientifico/musicale: ci parla del Bach uomo, marito, ci parla di come nei suoi lavori abbia perfettamente in testa l’obiettivo sacro – liturgico per il quale quella data opera è stata realizzata e sviscera in ogni sua parte quel lavoro. In ogni pausa, in ogni respiro troviamo l’uomo che prega, che si dispera, che dubita e che poi si mette nelle mani di Dio con estrema fiducia.

            Nella musica che ascoltiamo abitualmente nella liturgia, quanto c’è di questa consapevolezza? Quanto, ciò che sentiamo cantare e suonare in chiesa oggi, è minimamente vicino all’intimità e allo spessore delle opere di Bach o alla spensieratezza di Zipoli? Perché di certo la musica sacra non è solo “roba seria”. Quanto invece la musica antica è diventata lontana dal popolo di Dio, bella certo, ma percepita come fredda e distante, come qualcosa da ascoltare solo ai concerti e non nella vita di fede vera?

            Da musicista di certo non apprezzo molto le “schitarrate selvagge” che vengono proposte alla Messa; allo stesso tempo non posso accettare che la musica nata per la fede sia soffocata da musicisti e musicologi in nome di una filologia che sicuramente ha un’ottima e importantissima funzione storica, ma che rende questi capolavori sempre meno vivi e sempre più inaccessibili.

            Posso proporvi un esempio di cui ho diretta esperienza, dato che si tratta di una parrocchia di campagna (S. Bartolomeo ad Ulignano) dove con Alessio ho prestato molte volte servizio alla Messa. Scorrendo queste pagine, ci si imbatte in nomi come Schweitzer, Richter, Germani: “signori musicisti” di una volta, grandi studiosi ma soprattutto artisti che hanno saputo e voluto stare a contatto con la gente, sviluppando una profonda empatia con le persone. Ma se chiediamo ai “signori filologi”, la maggioranza ci dirà che sono superati, inadatti agli studi odierni: a loro dire, c’è Schweitzer che costringe ad uno sforzo di immaginazione per seguire il tempo esecutivo; c’è Richter che non aggiunge nulla alla partitura barocca, che quindi risulterebbe sterile esercizio di lettura, sia pure una lettura sanguigna ed energica; c’è Germani che, poverino, appassionato com’è di organi moderni a trasmissione elettrica, propone “un Bach” superatissimo, a volte disomogeneo come metronomo, con un tocco antiquato su strumenti inadatti.rosa musica.jpg

            Se leggiamo quello che scrive Alessio, invece, che pure ha familiarità con gli studi di filologia sia letteraria che musicale, non ci sfugge la sua preferenza per questa “vecchia” scuola, al punto di accettare di sentirsi dire da buoni interpreti filologici di non andare troppo a tempo quando suona la “sua” amata fuga BWV 542, così come di aver scelto per le sue incisioni strumenti inadeguati o imperfetti, quando avrebbe potuto cercare di meglio. Le ragioni delle sue scelte, Alessio ce le spiega nelle pagine che seguono, dunque non anticiperò nulla. Quello che mi preme dire, invece, è come questa scelta abbia funzionato e funzioni con la gente delle parrocchie, con gli adulti e soprattutto coi ragazzi. Se vi capita di trovare on line la sua interpretazione della BWV 542 o di qualsiasi altro pezzo di Bach realizzato col piccolo organo di questa piccola chiesa di Ulignano, può darsi che vi lasci sconcertati per un poco, se siete abituati agli interpreti attuali; d’altronde i giovani che studiano musica antica nelle accademie, hanno ormai un ascolto assuefatto ai soli, onnipotenti criteri filologici e al solo repertorio di studio: forse sono troppo impegnati a scervellarsi su come realizzare una fioritura, per poter andare in qualche locale o teatro dove si ascolta musica jazz, musica improvvisata, contemporanea, dove la contaminazione fra ciò che è suono, movimento ed immagine è pura magia. Addirittura sono così presi da studiare pagine e pagine di musica classica per il prossimo esame che si scordano di andarla a sentire suonata dal vero: quanti colleghi studiano solo sullo spartito senza considerare minimamente i dischi, i concerti…! Se si guardassero appena un poco attorno, si accorgerebbero che il mondo della musica viva, oggi, forse potrebbe essere un altro, un mondo che non perde certo tempo ad aspettarli; un mondo che pure è capace di ascoltare volentieri la musica antica, ma solo se essa si mostra viva, attuale, non una “cosa” sezionata fino a spaccare il capello in quattro per ottenere un arido risultato storicistico/archeologico che ha qualcosa da dire solo ad una sparuta élite di specialisti.

            Dunque, i “signori filologi” diranno che l’organo è piccolo, i bassi parlano poco, ci sono difetti di intonazione, lo sforzo è apprezzabile, ma forse per prestigio personale non ne sarebbe valsa la pena perché al massimo si tratta di un lavoretto che tuttalpiù ha valore divulgativo. Invece posso dirvi che in musica ne vale sempre la pena, e parecchio! Quelle esecuzioni sono musica viva, non corretta da alcun tecnico del suono, coi rumori meccanici tipici dello strumento, e con tutta la schiettezza propria di un episodio musicale vissuto. Ho visto tanti adulti e non pochi ragazzi avvicinarsi così a “questo” Bach e, con Bach, a Dio. Com’è capitato? Semplice! Chi ascoltava trovava un evento vivo, una musica viva, se vogliamo pure rivisitata per scelte pastorali e catechetiche, adattata alle necessità della comunità. E questo ha funzionato perfettamente.

            Non credo sia un peccato capitale suonare Bach su un harmonium o su un piccolo organo di campagna, come non credo sia terribile semplificare le parti per proporle ai giovani musicisti delle parrocchie.

            Ma qual è il vero problema?Bach 2 statua.png

            Eccolo: è proprio la mancanza di figure professionalmente valide che guidino i nostri ragazzi e il popolo di Dio a un equilibrio fra ciò che ora è vissuto nelle parrocchie e ciò che dovrebbe essere suonato veramente. Il problema è che i sacerdoti, molte volte, non sono preparati nemmeno alla liturgia e i musicisti, se ci sono, non conoscono in maniera adeguata il contesto liturgico nel quale il pezzo viene suonato. Non ha senso eseguire musica festosa durante la Quaresima, perché non è il momento giusto: possiamo discuterne quanto vogliamo, ma la cosa non cambia e non cambierà mai nonostante tutto. Se in chiesa ridiamo e giochiamo sempre, come possiamo capire il Sacrificio che si compie ogni domenica durante la Messa?

            Ecco, leggendo le pagine di Alessio, ho pensato che Bach era sì, un uomo, un musicista ma anche un abile artigiano, ed ora nel nostro mondo mancano proprio gli artigiani della fede, che si sporcano le mani, studiano, riflettono e suonano.

            Il mio augurio è che questo lavorBach occhi.pngo possa non solo essere un ottimo strumento di studio ma anche un mezzo di riflessione e cambiamento, per cui i nostri giovani “chitarristi” (e non solo) potranno apprezzare e pure suonare musica barocca, mentre i giovani organisti, magari, suoneranno anche canti più popolari ma con professionalità e coscienza, perché l’obiettivo più profondo della musica sacra è questo, a mio avviso: farci avvicinare a noi stessi, farci avvicinare e affidare a Dio, e non darci un modo più o meno divertente di passare il tempo, come neppure celebrare la nostra conoscenza e la nostra bravura.

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I GRANDI FUNZIONANO SEMPRE! (Parte Prima: La “Messa d’organo” di Zipoli)

I mesi estivi sono solitamente il tempo per tirare le somme di annate accademiche, scolastiche ed anche pastorali, considerare ciò che è andato bene e ciò che va corretto, preparare buoni piani e qualche strategia, raccogliere idee nuove e prepararsi per le attività dell’anno venturo.

Quel che voglio condividere è semplicemente una riflessione che scaturisce dalle esperienze fatte in un cammino che è iniziato nel 2009 con la mia nomina ad organista di una semplice, bella chiesetta di campagna nel paese di Ulignano, a pochi chilometri dalla ben più celebre città di San Gimignano.

Quando arrivai presso questa comunità l’11 febbraio, per la memoria della Beata Vergine de Lourdes, la chiesa non disponeva più di uno strumento. Durante i decenni dell’ “adeguamento liturgico”, la chiesa era stata oggetto di radicali mutamenti, tra cui la demolizione della cantoria lignea che, a quanto mi è stato possibile ricostruire interrogando gli anziani, conteneva un harmonium artistico di notevole pregio col quale il coro degli Allievi Cantori della parrocchia eseguiva addirittura le messe del Perosi (dove sia finito questo strumento, non è dato sapere).

Col sopraggiungere del 2010, la Chiesa Parrocchiale si preparava a celebrare i cento anni dalla sua consacrazione e dedicazione a S. Bartolomeo Apostolo. Fu il parroco, Don Luigi Miggiano, a buttar lì un’idea: “E se come segno dei festeggiamenti per il Centenario della Chiesa proponessimo ai parrocchiani l’acquisto di un organo?”.

L’idea era chiaramente ottima e – com’è ovvio – di mio estremo gradimento. Era però la piega che rischiava di prendere sull’onda di certi pareri dei parrocchiani, che mi preoccupava. Cominciava a circolare il proposito di procurarsi un elettrofono di ultima generazione a suoni campionati.

Senza voler minimamente male a chi lavora in questo settore producendo risultati che posso spingermi a definire interessanti ed utili specialmente per lo studio, tuttavia come musicista e musicologo sacro sono e sarò sempre contrario agli elettrofoni, per due semplici ragioni: 1) la celebrazione della Sacra Liturgia è, come dice la Sacrosanctum Concilium, la fonte e il culmine della vita cristiana… di una vita autentica, però, non di una finzione digitale/computerizzata che, per quanto ben realizzata, resta comunque artefatta: l’organo è sostanzialmente metallo, legno, pelle d’agnello, aria, colla, chiodi, e ingegno e calcolo squisitamente umani; 2) ciò che manca ad un elettrofono è la perennità; se infatti ancora oggi noi possiamo manutenere, restaurare e custodire strumenti che hanno secoli di esistenza, ciò non è possibile per il mondo dell’elettronica, dove non è la memoria storica fondante il patrimonio di una comunità ciò che conta, bensì l’avanguardia scientifico/tecnica. Un elettrofono può sopravvivere un paio di decenni circa, per poi necessariamente “morire” per impossibilità di procedere alle necessarie riparazioni, un’impossibilità dettata dalla irreperibilità di componenti elettroniche e di software ormai tramontati.

Fu una provvidenziale occasione presentatasi in Germania a porre fine alla diatriba: una chiesa luterana non vendeva, ma “svendeva” un piccolo organo Buerkle del 1965, trasmissione meccanica, ventilazione motorizzata, quattro registri (Holtzgedack 8’, Rorhflote 4’, Prinzipal 2’, Rauschzimebl di due file). Viste le dimensioni della chiesa, era quanto di meglio non si potesse sperare ad un prezzo veramente conveniente.

Dopo aver presentato l’occasione al parroco, quest’ultimo aprì la colletta per la raccolta di fondi: tra parrocchiani, amici e prossimi della parrocchia, in tre settimane avvenne il piccolo miracolo di avere in mano la cifra per acquistare lo strumento, predisporre il trasporto, il rimontaggio e l’accordatura.

Lo strumento venne ufficialmente inaugurato al culto nella Messa Prefestiva del Corpus Domini del 2010, e la domenica sera seguente, venne celebrata la benedizione solenne con la partecipazione dell’organista della Con-Cattedrale di Colle Val d’Elsa, Mario Spinelli.

Dire che il nuovo arrivato abbia trovato il consenso di tutti, sarebbe mentire: gli ideologici del “cabaret liturgico” non mancarono di esprimere tutto il loro disappunto e di accusare il parroco di aver gettato dalla finestra soldi che – cito il solito, mellifluo, stomachevole ritornello – “potevano essere utilizzati per i poveri”.

Ciò che ha finito col dar ragione a Don Luigi, invece, sono stati i fatti, semplici e genuini: adulti e giovani che hanno iniziato a frequentare le liturgie della parrocchia perché considerate “belle liturgie”, bambini ed adolescenti che hanno vissuto delle belle e spontanee esperienze di vita cristiana e di approccio musicale perché attratti dall’organo che udivano alla messa domenicale (un esempio tra tutti è costituito dai i bambini che si vedono suonare proprio questo strumento nella quinta puntata del documentario “Questo è Bach, ragazzi!” di Elia Mori, Qui: https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2016/03/11/questo-e-bach-ragazzi-quinta-ed-ultima-parte/ ).

Ma qual è stata la strategia vincente nell’accattivare il popolo di Dio di tutte le età per iniziarlo ai tesori della musica organistica? E’ stato un piano strutturato su due cardini:

  • Offrire l’ascolto di grandi uomini dell’organo, grandi per musica e possibilmente anche per fede vissuta.
  • Non rifiutarsi di proporre pagine che per loro natura ovviamente richiederebbero strumenti di altro genere e dimensioni, ma che comunque potevano venir adattate ad un piccolo organo come questo ed egualmente attrarre per via della grandezza musicale e spirituale di quel linguaggio e di quei compositori.

Così i due autori che hanno risuonato fin da subito sotto le piccole volte della Chiesa di San Bartolomeo sono stati Zipoli e Bach.

Perché Zipoli? Perché Domenico è davvero “l’amico che invita all’organo”, per l’immediatezza, la freschezza e il brio delle sue musiche. Quante volte, a celebrazione terminata, mi è stato rivolto un apprezzamento perché il PostCommunio aveva fatto conquiste, l’Elevazione aveva fatto pregare bene, l’Offertorio aveva messo in cuore una gioia autentica!

E poi c’è Bach, “colui che attacca il cuore”, come lo chiamo io. Con Bach non si scherza, non si può restare indifferenti: o si ama o si odia. In questa chiesa lo si è amato, specialmente nei suoi corali per organo.

E’ chiaro che non tutto il repertorio bachiano può essere proposto con efficacia su un strumento modesto come questo. Sulle prime mi rincresceva di non poter proporre convenientemente gioielli come “Liebster Jesu” e struggenti poesie dello spirito come “Ich ruft zu dirr”… finché non ho fatto un azzardo: eseguire la melodia del soprano all’ottava superiore per farla spiccare rispetto alle altre voci, cercando di ottenere una sorta di effetto “a due tastiere”.

I risultati non si sono fatti attendere: c’è chi dice che il popolo di Dio è un ignorante branco di capre. Io non sono d’accordo: ho visto gente struggersi in lacrime mentre le note di “Ich ruft zu dirr” si diffondevano per la chiesa; ho visto persone raccogliersi in preghiera col sorriso sulle labbra mentre ascoltavano “Liebster Jesu”. E ho visto fedeli restare in chiesa assorti in profondi pensieri mentre una fantasia, una toccata, una fuga concludevano la celebrazione. E quando sono bambini ed adolescenti a venire lì da te organista a chiederti di risuonare ancora e ancora quella pagina di Zipoli o di Bach, tu puoi vedere quanta ragione avesse il Signore a dirci che è dalla bocca dei bimbi che Egli ha tratto la Sua lode.

E’ ciò che voglio condividere con chi abbia un pochino di tempo da perdere qui, cominciando dalla Messa d’organo di Zipoli dalle Sonate d’Intavolatura, pagine che hanno aiutato a pregare la gente di questa chiesa:

Al punto che mi sento in cuore di dire ai fratelli organisti (ben più abili, professionali e capaci di me): “Non temete di adattare! Non pensate neppure per un momento che una pagina eseguita su uno strumento modesto, o non filologico, sia sacrificata! Quando questa musica è riuscita a far pregare qualcuno, lo scopo dell’arte organistica è raggiunto e state tranquilli che porterà frutto, ma solo nella misura in cui saprete di nuovo rendere vivi questi tesori in mezzo al popolo di Dio, sapendovi spogliare della rigidità accademica e scientifica che, se nello studio è cosa buona, rischia di diventare una trappola che tarpa le ali del servizio che abbiamo da rendere ai nostri fratelli di fede, attorno all’altare”.

Alessio Cervelli

ZIPOLI: “AMO, DUNQUE SUONO” – IL GIOVANISSIMO ORGANISTA CHE SI FECE MISSIONARIO

Dedicato alla memoria di Don Alessandro Porciatti, presbitero poggibonsese trentunenne della Diocesi di Siena prematuramente tornato alla Casa del Padre, DOMENICO ZIPOLI: “AMO, DUNQUE SUONO” è un viaggio nella vita e nelle scelte profonde del giovanissimo musicista pratese che sparì d’improvviso dal panorama europeo per farsi missionario in America Latina. Da ora disponibile anche in edizione cartacea tradizionale. 

Per chi studia organo, Zipoli è semplicemente il compositore delle “Sonate d’Intavolatura” che poi se ne andò in America Latina; per molti musicologi è un compositore degno di nota, che curiosamente, all’esplodere della sua fama, abbandonò l’Europa e si fece missionario gesuita, forse più per dilettarsi di musica che per vivere da religioso. Per i nativi latino-americani, invece, è l’uomo che sconvolse in senso positivo la storia della loro arte musicale e il cui spirito, attraverso i secoli, ancora li assiste e li ispira. Chi è Domenico Zipoli? Con la prefazione di Giosué Berbenni, queste pagine non intendono svolgere in tono prettamente scientifico/accademico un’autorevole e completa ricapitolazione musicologica e storiografica che esaurisca ogni argomentazione su un musicista; è piuttosto una partecipe riflessione, un sereno tentativo di aggiungere – oggettivamente, senza intenti meramente agiografici – un elemento troppo trascurato ed adombrato nell’indagine circa Zipoli: la prospettiva delle ragioni della fede, che forse è proprio quel piccolo ingrediente che manca alla ricetta di una vita la quale, altrimenti, è destinata a rimanere un enigma, mentre invece potrebbe avere qualcosa di bello e di vivo da dire alla nostra Europa e alla vita pastorale della Chiesa del nostro tempo.

Il quadro tracciato in queste pagine è arricchito da due appendici:

  • Un contributo della psicologa psicoterapueta Claudia Rappuoli, che offre stuzzicanti elementi scientifici di riflessione a proposito del fatto che, in arte, cultura e musica, non è bello ciò che piace ma “è bello ciò che è bello!”.
  • Una didascalia pastorale di alcuni dei più celebri brani di Zipoli, secondo un’ottica di riutilizzo nell’attuale vita liturgica.

 

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Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di Sé:
li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come un olocausto.
(Sap. III, 1 – 7)

Alla cara memoria di Don Alessandro Porciatti, giovane sacerdote della Chiesa di Siena,
che, come Domenico Zipoli, si è addormentato nel Signore all’alba del suo ministero
sacerdotale.

Alessio Cervelli e Claudia Rappuoli

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Edizione Cartacea Tradizionale (qui):

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Edizione Ebook (qui):

http://www.amazon.it/DOMENICO-ZIPOLI-radicale-missioni-gesuitiche-ebook/dp/B016P966SY/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1461677043&sr=8-2&keywords=domenico+zipoli+amo+dunque+suono

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Quarta Parte)

Commento di Marco Tognaccini

IN QUESTA QUARTA PARTE

  • La Fantasia in Sol minore: l’urlo di un uomo e di un credente (Elia Mori e Alessio Cervelli, Chiesa di San Bartolomeo Apostolo ad Ulignano)

È difficile riuscire anche solo a commentare gli eventi della vita di Bach, perché a stento se ne può non restare coinvolti: orfano ben presto, con un fratello non gentile, sposato e prematuramente vedovo, padre addolorato per la perdita di numerosi figli; sfido chiunque a non rimanere almeno colpito da una vicenda dolorosa come questa! Chissà lo strazio, chissà quanti «perché…?» nella testa di Johann Sebastian, chissà quanti momenti di sconforto… Eppure, una cosa colpisce: Bach non perde la fede; anzi, sembra che tutti questi nefasti eventi vengano incorporati nel suo cammino di cristiano.

Con tutta probabilità, a indirizzarlo è l’uso assiduo della Bibbia, da buon luterano qual era (e che del resto la sua stessa copia della Bibbia di Kalov ci dimostra, sia per l’usura che soprattutto per le centinaia di appunti autografi a lato): Johann Sebastian può infatti ritrovare situazioni simili alle sue all’interno dei libri della Scrittura.
Ecco che il fratello non troppo gentile lo incontra all’interno del libro della Genesi, in Giuseppe venduto dai fratelli per gelosia (Gen 37,2-28); il dramma della morte di Maria Barbara nella vicenda del profeta Ezechiele, cui il Signore toglie la moglie, perché possa essere segno efficace del volere di Dio (Ez 24,15-27): Bach può infatti vedervi la propria realtà di vedovo; in Giona e in Elia, profeti insoddisfatti che non desiderano altro che morire perché il progetto di Dio ha preso una piega diversa da come avrebbero desiderato loro (Gn 4 e 1Re 19,4-8), Bach può incontrare dei modelli di persone che, nelle avversità, nello sconforto, non esitano ad interrogare Dio.
Infine in Maria, figura a lui cara, può scorgere un modello di costanza speranzosa: ella, infatti, è sì ai piedi della croce (Gv 19,25), ma è anche nel cenacolo dopo la resurrezione, addirittura il giorno di Pentecoste (At 1,14 e 2,1).
Sicuramente poi Bach conosceva i salmi (che sono la risposta dell’uomo in forma di preghiera all’agire di Dio); uno fra tutti mi colpisce sempre, quando la Chiesa ci fa pregare attraverso di esso: si tratta del salmo 88/87, parte della Compieta del venerdì; tutto sembra andare male all’uomo: alla fine della settimana, magari stanchi, lamentandoci, con tutti i problemi ancora non risolti… la Chiesa ci fa mettere davanti a Dio, alla fine della giornata, con il peso dei giorni passati, le nostre paure, le nostre fatiche, i nostri problemi, le nostre insoddisfazioni, le nostre rimostranzeil salmo sembra concludersi senza una risposta del Signore, potrebbe sembrare quasi troncoproprio come la vita di Bach: apparentemente non c’è più un motivo per vivere.
Senonché il Signore, nella lettura breve di Compieta, ci risponde per bocca di Geremia: «Eppure tu sei in mezzo a noi Signore, […] non abbandonarci!» (Ger 14,9); e questo vale anche per Johann Sebastian: se infatti si fosse lasciato prendere dallo sconforto, dal peso dei propri lutti, sarebbe caduto probabilmente in depressione, avrebbe perso il senso della vita; invece è stato capace di prendere la propria croce (cfr.: Mt 16,24) e, attraverso la musica, fare della propria vita un salmo vivente, un costante e pungente interrogativo rivolto a Dio da un uomo la cui fede non si accontenta, ma che, anzi, innalza al cielo, attraverso le note pronunciate dall’organo, le domande che lo attanagliano. Bach riesce a mettere nelle sue composizioni tutta la propria vicenda, mescolando tratti burrascosi – quelli dei suoi «perché…?» – a frasi di una serena calma (il silenzio leggero di 1Re 19,12!), quasi fossero le risposte di Dio, come ad indicare che Lui sa esattamente quello che fa. Il risultato è una composizione umana, che “puzza” di uomo vero ma che guarda anche oltre, grazie agli occhi della fede, sempre interrogata dagli eventi.

Mi direte: questa è una lettura forzata! Boh, forse sì o forse no… Però resta il fatto che l’uomo e il musicista ferito dagli eventi della vita, ha sempre preferito marcare le sue opere non tanto col suo nome, ma con le lettere S.D.G.: Soli Deo Gloria, Gloria all’Unico Dio. E questo poteva farlo solo una persona che ha dato tutta se stessa al Signore, gettando in Lui i propri problemi, consapevole che «chi ha Dio nulla gli manca» (Nada te turbe, santa Teresa d’Avila) o, come dice il salmo 23/22, se faccio del Signore il mio pastore «non manco di nulla»: perché infatti quello che Gli hai voluto offrire ti ritorna centuplicato in bene.
E Bach questo ha fatto: ha costantemente presentato tutta la sua travagliata esistenza deponendola con fiducia nelle mani del Signore, mettendosi poi in ricettivo ascolto della Parola di Dio.
A noi, oggi, non resta che ascoltare il suo travaglio e la serena risposta che in Dio lui ha trovato e a noi ci viene trasmessa attraverso la sua musica; di qui il mio augurio, quello di ascoltare con la mente, certo…, ma soprattutto con il cuore:

Šema‘ Yiśrā’ēl ! Ascolta, Israele! (Dt 6,4)

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Prima e Seconda Parte)

UN DOCUMENTARIO DIRETTO E REALIZZATO DA ELIA MORI

IN QUESTE DUE PARTI:

  • Chi è Bach per me (Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro)
  • La musica di Bach, una musica che fa bene al cuore (Claudia Rappuoli, psicologa psicoterapeuta)
  • Il corale per organo: “Nun komm” dai Corali di Lipsia

“Questo è Bach, ragazzi!”… cosa significa per me questo video-documentario?
In effetti può sembrare una scelta pas à la mode che un giovane studioso di cinema, musica e spettacolo dedichi i suoi primi sforzi e le sue prime energie a qualcosa di superato, di antico, di “vecchio”, come sono sicuro alcuni penseranno. Le ragioni della mia scelta sono invece semplici, eppure belle.

Il cinema e la musica sono state, fin dagli anni dell’adolescenza, due arti che hanno esercitato su di me un fascino indiscusso, utili per rilassarmi, ma anche per pensare. Con gli anni del liceo, poi, questo iniziale fascino si è trasformato in passione, tale che oggi non saprei proprio come fare senza queste arti e senza i grandi nomi dei registi, montatori e fotografi con i quali mi confronto quotidianamente.

E poi c’è la musica.

Quanto sia importante la musica nel mondo del cinema e dello spettacolo, il cielo solo lo sa!
Questa è come il sale: non ci fai mai caso, ma se non c’è, ne senti subito la mancanza. La musica collega, amalgama, sostiene con incredibile leggerezza tutta la struttura del film e, non di rado, è lo strumento che più di tutti contribuisce alla catarsi dello spettatore. Avete mai provato a recitare le battute finali di un film che vi ha particolarmente colpito? Senza la colonna sonora di sottofondo, vi è sembrata la stessa cosa? Beh, io credo proprio di no.
Tutta la nostra vita ha una colonna sonora, oggi molto più che in passato: è difficile trovare un giovane o un ragazzo che cammina per strada senza le cuffie del lettore mp3 o del cellulare nelle orecchie. E’ una colonna sonora continua! Al bar, in discoteca, sul pullman, a scuola… e, naturalmente, in chiesa.
Ecco, quest’ultimo è uno dei luoghi più antichi ad aver compreso l’importanza della musica nella propria opera di relazione con la gente. E forse, oggi, questo luogo così antico, rischia un po’ di dimenticare l’indiscutibile ricchezza del proprio passato musicale.

Dal punto di vista della fede, dico di me stesso di essere un uomo in ricerca ed in ascolto. Una ricerca che qualche anno fa è nata proprio dall’ascolto della musica per organo di Bach che ha trovato il proprio tramite nelle mani di un organista liturgico, nelle chiese della mia terra natale, la Val d’Elsa senese.
Non so dove mi condurrà questa ricerca intima.
So solo che non le opporrò resistenze ideologiche né dogmatismi filosofici. La lascerò camminare libera, là dove vorrà condurmi.
Ciò che mi sta a cuore, invece, è tentare di riproporvi una parte dell’esperienza che ho vissuto, andando ad avvicinare quelle musiche grazie ad un musicista liturgico, e tornando ad ascoltarle proprio in quei luoghi dove io stesso le ho udite e ne è scaturito un cammino di serena riflessione.

Impagabili, le scene in cui si vedono giovani di dodici, tredici e quattordici anni che così, dal nulla, senza mai aver fatto studi appositi in precedenza, si avvicinano al mondo dell’organo unicamente perché lo hanno incontrato nella quotidianità delle loro domeniche: segno, questo, che ci interroga, ci provoca e ci invita a non trascurare mai i bambini e gli adolescenti bollandoli con le etichette della maleducazione e dell’insensibilità proprie della nostra società.
Anzi, sono forse i bambini di questo video, coloro che più di tutti ci invitano a riflettere su come vanno le cose nel mondo, e su come invece potrebbero e dovrebbero andare.

Buona visione a tutti!

Elia Mori

 

SINODI SULLA FAMIGLIA, DIVORZIATI, RISPOSATI & C? CON TUTTA UMILTA’, SEMPLICEMENTE…IO GUARDO BACH!

[Nell’immagine:

Morning Hymn at Sebastian Bachs’

Toby Edward Rosenthal, 1870]

In questi giorni è impossibile non incappare in argomenti tanto delicati quanto infiammati. Blog, media, chiacchiere da bar, stravolgimenti, indiscrezioni, giudizi d’ogni genere. Chi non è tentato di dire la sua? Tradizionalisti .. .o modernisti? A destra o a sinistra?
Io direi…Bach.
Sì, Bach, avete capito bene!
“Cosa c’entra?!”, mi direte!

Ebbene, vi propongo un ascolto. E’ il mio più intenso amore musicale: la Fuga in sol minore per organo BWV 542. Qualcuno l’avrà già ascoltata… qualcuno l’ascolterà per la prima volta. Pochi, anzi, pochissimi sanno che abisso d’umanità e d’amore stanno dietro ad essa…anzi, dentro ad essa!

Bach aveva vissuto il periodo di servizio a Weimar. Aveva litigato col duca, era stato perfino ingiustamente imprigionato per un mese.
Quindi il contratto di lavoro è sciolto.
Johann Sebastian si trasferisce alla corte di Coethen, una corte calvinista: il che significa che la musica sacra elaborata (come quella che scrive lui) non è affatto gradita. Bach qui si dedica soprattutto alla musica da camera.
Il che ci fa sorgere questa considerazione: chissà quanto deve avere sofferto a Weimar per accettare un posto di lavoro dove la sua tanto amata musica sacra non è richiesta! Moltissimo, sicuramente.
Comunque, Bach deve accompagnare il principe in un viaggio. Quindi saluta sua moglie (che stava benissimo), saluta i suoi figli, e parte tranquillo.

Durante queste due settimane, Maria Barbara improvvisamente muore.
Quando Johann Sebastian torna a casa, scopre che Maria Barbara è già stata sepolta da cinque giorni.
Suo Figlio Carl Philipp Emmanuel ci racconta così: “Ero appena un ragazzo, ma ricordo bene il dolore disperato di mio padre, quando tornò a casa e seppe che la mamma era già morta e seppellita”.
L’unica cosa che Bach può fare, è correre al cimitero e piangere Maria Barbara sulla tomba ancora fresca.

Una bella batosta! In quelle condizioni, Bach decide che non può e non vuole crescere i suoi figli in una corte calvinista. Quindi inizia a guardarsi attorno e si presenta un’occasione. Viene indetto il concorso per il vacante posto di organista della Chiesa di San Giacomo, ad Amburgo.
Amburgo! La patria della grande arte organistica del nord! Un luogo che Bach aveva visitato come allievo! Ora Johann Sebastian vi torna come professionista di prim’ordine.

Ci parrebbe ovvio intuire che Bach vinca il concorso…
Assolutamente no! E questo perché tutto il mondo – ahinoi – è paese, ieri come oggi … nel senso che uno dei candidati, che era più bravo a suonare coi soldi che con le dita, corrompe la commissione ed ottiene il posto.
Lo scandalo fu enorme! Al punto che un celebre pastore luterano, durante l’omelia del Natale immediatamente seguente, disse: “Se fosse sceso un angelo di quelli che avevano cantato la nascita del Signore a Betlemme e avesse concorso per il posto di organista a San Giacomo, sarebbe stato caldamente invitato a volarsene via!”.

Un’altra batosta per Bach, insomma…
Ma sono le scelte che Johann Sebastian ha fatto in occasione di questo concorso che personalmente mi colpiscono!
Bach ha perduto Maria Barbara da pochi mesi. Ora si trova ad Amburgo: è un po’ come un ripensamento della propria vita e della propria arte. Dalle cronache di Mattheson, contemporaneo agli eventi, noi capiamo che Bach ha eseguito questa Fuga in quella occasione.

Ora, il soggetto della Fuga è una riscrittura di una famosa melodia olandese, “Ik ben gegroet van”, cioè “Io ti saluto”.
Nel bel mezzo della fuga, proprio prima che il brano esploda in un vero e proprio tripudio [nel video, minuto 4:50], al pedale è affidato un inciso [minuto 04:36] che altro non è se non un’aria tratta dalla Cantata 147, l’aria “Hilf, Jesu, hilf!”, “Aiutami, Gesù, aiutami!”.
Quindi abbiamo “Io ti saluto” nel soggetto e una supplica di aiuto al Signore nel cuore della composizione.
Il passo successivo è sapere accanto a quale cantata Bach ha eseguito questa fuga, ad Amburgo: la Cantata 21, che si intitola “Il mio cuore ha molto sofferto, ma la Tua Consolazione, o Dio, ristora l’anima mia”.
Che ne possiamo concludere?
Sicuramente per Johann Sebastian, i giorni di Amburgo sono stati l’occasione per elaborare il lutto, per trasformare il proprio dolore in preghiera e in un nuovo abbandono a Dio. Come a dire: ”Io ti saluto, moglie mia, e invoco il Signore perché accolga te e conforti me”.

Bach, vivendo l’amore verso la propria moglie e la propria famiglia, ha saputo trasformare il dolore per la perdita dell’amata Maria Barbara in una testimonianza di fede talmente profonda e in una prova d’affetto e fedeltà sponsali talmente sinceri da sfidare i secoli per giungere fino ai giorni nostri e interpellarci, non a parole, ma con l’esempio. Personalmente credo che, come ai giorni difficili che precedettero l’uscita dell’Humanae Vitae, nulla sia cambiato: la vera urgenza, la vera necessità è riscoprire cosa sia realmente l’amore, l’amore paziente, fedele, sincero sin dal principio e sin dal principio dell’unione sponsale consapevolmente radicato sulla roccia che è Cristo. Se non c’è questo … su cosa si è inteso o si intenderebbe costruire?

A. Cervelli

Fuga BWV 542 (H. Walcha, organ):

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