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BLOG SULLA MUSICA SACRA

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Musica e scienza

LA MUSICA, IL CANTO E I PADRI DELLA CHIESA: USCITA L’EDIZIONE CARTACEA! (Il commento di Umberto Cerini)

Nell’annunciare l’uscita e messa in vendita dell’edizione a stampa tradizionale di questo piccolo saggio, dopo aver letto la bella e generosa prefazione del M° Alfonso Fedi, è ora il turno dello stimolante commento conclusivo del postfattore, il M° Umberto Cerini. Buona lettura!

 

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La ricchezza dei concetti e delle riflessioni espressi in questo lavoro di Alessio Cervelli può fornire molti spunti di riflessione sui perché della musica sacra, su quelle domande che, in maniera più o meno approfondita, si pongono (o dovrebbero porsi) coloro che operano in questo campo.

Che cos’è oggi la musica liturgica? Come si pone essa nella vita delle nostre comunità, nella nostra preghiera, nella vita della Chiesa stessa? Certamente la risposta a queste domande non può essere banale e sbrigativa, ma sorprendentemente alcune parole di Sant’Agostino possono essere assai attuali e mettere in luce problematiche e riflessioni del nostro tempo:

Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa ogni melodia delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici; e in quei momenti mi sembra più sicuro il sistema che ricordo di aver udito spesso attribuire al vescovo alessandrino Atanasio: questi faceva recitare al lettore i salmi con una flessione della voce così lieve da sembrare più vicina a una declamazione che a un canto. Quando però mi tornano alla mente le lacrime che versai udendo i canti della chiesa ai primordi nella mia fede riconquistata, e la commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica. Così oscillo fra il pericolo del piacere e la constatazione dei suoi effetti salutari, e sono piuttosto incline, pur non emettendo una sentenza irrevocabile, ad approvare l’uso del canto in Chiesa, così che lo spirito troppo debole assurga al sentimento della devozione attraverso il piacere dell’ascolto. Tuttavia, quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato! (Confessioni X, 33)

Leggiamo queste parole alla luce degli eventi storici degli ultimi decenni.

A seguito della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II è indiscutibile che il popolo cristiano sia stato maggiormente coinvolto nell’azione liturgica, dato che alcuni fattori (ad esempio l’uso delle lingue nazionali con la possibilità per tutti i fedeli di rispondere al sacerdote secondo il ruolo liturgico del popolo) consentivano una maggiore partecipazione al rito. All’interno di questo procedimento si inserisce anche il fatto che i fedeli si sono maggiormente impossessati della musica sacra, spesso in passato secondo alcuni liturgisti percepita come cosa extra-rito (ma siamo certi che fosse così?) e che scendeva sul popolo da lontane cantorie.

Eccoci dunque alla situazione attuale, dove l’Assemblea è attore fondamentale dell’aspetto della musica sacra. E, da questa assemblea, spesso si distinguono molteplici operatori (cantori, musicisti, direttori, ecc…) che, non sempre confortati da un’adeguata preparazione musicale, si mettono alla guida del canto sacro.

Osservando questo procedimento, mi pare che oggi sia necessario farci una domanda: nel nostro cantare e fare musica in Chiesa quali sono i sentimenti e le riflessioni protagoniste? Quanto il “mi piace” e il “non mi piace” la fanno da padroni? Quanto e come il “noi” e il “Lui” (con la L maiuscola) sono in equilibrio? Molto semplicemente Agostino ci dà un’indicazione su come atteggiarsi: è necessario trovare un equilibrio tra il piacere che dà la musica e la funzione di veicolo della Parola che la musica stessa deve avere.     Con severità, infine, Agostino ci dice che: “quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato!”. Mi verrebbe da dire: ecco il nostro stato! Quante volte le nostre Assemblee sono lanciate in travolgenti melodie, ritmi, che certamente piacciono, fanno cantare, ma forse sono quelle deviazioni dall’essenzialità del significato della musica sacra che Agostino giudica peccaminose? Troppo spesso forse il nostro sentire, il nostro volersi emozionare, ci fa perdere il vero significato del canto sacro: questo rischio lo conosceva anche Agostino, e sta a noi, tutt’oggi, porci le domande che egli stesso si poneva.

A certe riflessioni spesso si risponde adducendo come primaria necessità il fatto che la gente deve partecipare e cantare; perciò si accusa la musica sacra più colta (nella quale talvolta si inserisce indiscriminatamente ogni repertorio preconciliare) di essere ormai desueta, non più adatta al rito, in quanto con la sua esecuzione rischia di allontanare la musica sacra dal popolo, rendendo la liturgia piuttosto un concerto. Ci viene ancora in soccorso il pensiero di Agostino per riflettere su queste questioni. Quel suo aprire le porte allo jubilum (questione ampiamente documentata in questo libro) è un aprire le porte ad una musica che non ha testo di per se, ma che è essa stessa esplicazione di un sentimento, sia esso una gioia, una commozione, un dolore, un amore. Questo è significato dare il via libera, successivamente, anche all’uso degli strumenti musicali. In generale si tratta di un’apertura ad espressioni artistiche della musica sacra, dove (e lo stesso Agostino raccomanda che sia così) è fondamentale anche la qualità della musica stessa. Ecco dunque che, sulla base di Agostino, forse sarebbe opportuno da parte nostra rivalutare il ruolo necessario ed indispensabile di una musica sapiente e ben strutturata, di una musica che raccolga nel suo essere arte, nel suo essere bella e ben strutturata, l’essenza della vera Bellezza.

Nel parlare dello jubilum, Agostino lo definisce come quella melodia “con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole”. Se ben ci pensiamo, quanto questo concetto si sposa magnificamente con l’idea liturgica attuale! I sacerdoti di qualche decennio fa vivevano nel timore che la Messa “non fosse buona”, non fosse stata celebrata convenientemente allorquando vi fosse stata la dimenticanza di un minimo gesto, di una parola, di una frase. Questo legame così rigido alla parola detta, oltre che al gesto fatto, se forse è stato superato (anche troppo?) nell’ambito liturgico, sembra per assurdo insormontabile nella sfera del canto. Infatti sappiamo che in molte nostre comunità ci si scandalizza se alcune parti cantate e musicali della liturgia vengono affidate esclusivamente ad un coro oppure, ancor peggio, ad un cantore solista o allo strumento liturgico, all’organo: sembra quasi che si viva come un furto l’esser privati della possibilità di cantare un testo, come se fosse impoverita la nostra preghiera.

Ma forse potremmo interpretare diversamente l’affidare una musica liturgica ad un’esecuzione di maggior qualità, vedendo ciò come ricerca di una modalità di espressione ancor più alta e profonda della parola recitata. In tal senso, provocatoriamente, verrebbe da domandarsi se fosse mai possibile rivalutare la pratica organistica dell’alternatim tanto diffusa per secoli. In essa il popolo avrebbe la possibilità di cantare ed esprimere con le parole alcune parti dei testi liturgici, potendo semplicemente meditare ed assaporarne altre tramite una melodia che possa davvero effondere quanto il cuore non può esprimere a parole, ma può cantare con i suoni.

Certo, per fare ciò, si deve partire dal presupposto che si debba comprendere come anche ascolto, meditazione, riflessione, emozione siano forme di partecipazione tanto quanto cantare, fare gesti, parlare, ecc… E si deve avere anche l’umiltà di affidarsi a chi può creare quel contesto musicale di maggior valore (che, certamente, dovrà essere permeato comunque di autentica fede e religiosità) sul quale far sviluppare il nostro ascolto meditato.

Ci basterà anche a noi trovare due validi Paolo e Sila che cantino inni al Signore (con la voce, con l’organo, con gli strumenti appropriati), ed in quel momento, quasi inconsapevolmente, potremmo ritrovarci liberi da tanti lacci che stringono la nostra preghiera e, in definitiva, il nostro anelito verso l’Altissimo Padre.

Umberto Cerini

(“Spunti di riflessione sui perché della musica liturgica”, commento conclusivo al saggio)

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EDIZIONI EBOOK E A STAMPA TRADIZIONALE:

 

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BACH: UN GRIDO DI DOLORE, UN SOSPIRO D’AMORE, UN PALPITO DI FEDE! (Commento di Clizia Miglianti)

E’ questa la Seconda Edizione riveduta, corretta e restituita all’originale del precedente “Bach: tra amore e fede”. Perché una seconda edizione di questo saggio divulgativo sulla figura di Bach letta attraverso il prisma della Grande Fantasia e Fuga in Sol minore? Lo spiega direttamente l’Autore: “Dopo che i miei allievi, avendo prima letto le mie dispense, ebbero fatta una lettura della precedente edizione, mi dissero che il materiale originario si vedeva che era il mio, ma la forma era diventata pesante, quasi non sembrassi affatto il loro insegnante. Quella diversità era il risultato sia di pennellate (non mie) aggiunte qua e là in fase di correzione della bozza, sia della richiesta esplicita di rendere il tono più alto/scientifico e meno divulgativo. Rientrato in possesso dell’opera, ho proceduto a rivederla, correggerla e soprattutto restituirla a quello stile piano e divulgativo che mi è congeniale” (A. Cervelli). Con una corposa ed energica prefazione della cantante jazz Clizia Miglianti sulla vera e viva musica sacra nei tempi odierni, ripercorriamo questo cammino pensato per i giovani musicisti, al fine di far loro scoprire “il Bach” uomo, marito, padre e credente, per poterlo integrare a quanto già studiano sui manuali scolastici, che forse però trascurano questi aspetti tutt’altro che secondari della vita del grande compositore.

Prefazione di Clizia Migliani, cantante jazz

Molte volte non ci rendiamo conto di quanto la musica sia presente nella nostra vita: ne siamo completamente immersi, in modo più o meno consapevole. Ci accompagna nei momenti più significativi, ci spinge a riflettere, a svuotare la mente, ci aiuta a ricordare, a divertirci, è usata come mezzo di propaganda, ci spinge a comprare, consumare, proprio a causa del grande potere che esercita sulle nostre emozioni e sui nostri stati d’animo.

            Ma nessuna musica è potente come quella sacra. Essa, in qualsiasi contesto religioso, è ciò che ci porta ad avere un contatto profondo con noi stessi e con il divino. Di certo nel mondo cristiano pochi sono riusciti ad eguagliare la profondità dei lavori di Bach.

      https://www.goethe.de/resources/files/jpg329/z_musik_bach.jpg      In questo saggio, Alessio ci descrive “un Bach” e “una Fantasia e Fuga” non solo dal punto di vista meramente scientifico/musicale: ci parla del Bach uomo, marito, ci parla di come nei suoi lavori abbia perfettamente in testa l’obiettivo sacro – liturgico per il quale quella data opera è stata realizzata e sviscera in ogni sua parte quel lavoro. In ogni pausa, in ogni respiro troviamo l’uomo che prega, che si dispera, che dubita e che poi si mette nelle mani di Dio con estrema fiducia.

            Nella musica che ascoltiamo abitualmente nella liturgia, quanto c’è di questa consapevolezza? Quanto, ciò che sentiamo cantare e suonare in chiesa oggi, è minimamente vicino all’intimità e allo spessore delle opere di Bach o alla spensieratezza di Zipoli? Perché di certo la musica sacra non è solo “roba seria”. Quanto invece la musica antica è diventata lontana dal popolo di Dio, bella certo, ma percepita come fredda e distante, come qualcosa da ascoltare solo ai concerti e non nella vita di fede vera?

            Da musicista di certo non apprezzo molto le “schitarrate selvagge” che vengono proposte alla Messa; allo stesso tempo non posso accettare che la musica nata per la fede sia soffocata da musicisti e musicologi in nome di una filologia che sicuramente ha un’ottima e importantissima funzione storica, ma che rende questi capolavori sempre meno vivi e sempre più inaccessibili.

            Posso proporvi un esempio di cui ho diretta esperienza, dato che si tratta di una parrocchia di campagna (S. Bartolomeo ad Ulignano) dove con Alessio ho prestato molte volte servizio alla Messa. Scorrendo queste pagine, ci si imbatte in nomi come Schweitzer, Richter, Germani: “signori musicisti” di una volta, grandi studiosi ma soprattutto artisti che hanno saputo e voluto stare a contatto con la gente, sviluppando una profonda empatia con le persone. Ma se chiediamo ai “signori filologi”, la maggioranza ci dirà che sono superati, inadatti agli studi odierni: a loro dire, c’è Schweitzer che costringe ad uno sforzo di immaginazione per seguire il tempo esecutivo; c’è Richter che non aggiunge nulla alla partitura barocca, che quindi risulterebbe sterile esercizio di lettura, sia pure una lettura sanguigna ed energica; c’è Germani che, poverino, appassionato com’è di organi moderni a trasmissione elettrica, propone “un Bach” superatissimo, a volte disomogeneo come metronomo, con un tocco antiquato su strumenti inadatti.rosa musica.jpg

            Se leggiamo quello che scrive Alessio, invece, che pure ha familiarità con gli studi di filologia sia letteraria che musicale, non ci sfugge la sua preferenza per questa “vecchia” scuola, al punto di accettare di sentirsi dire da buoni interpreti filologici di non andare troppo a tempo quando suona la “sua” amata fuga BWV 542, così come di aver scelto per le sue incisioni strumenti inadeguati o imperfetti, quando avrebbe potuto cercare di meglio. Le ragioni delle sue scelte, Alessio ce le spiega nelle pagine che seguono, dunque non anticiperò nulla. Quello che mi preme dire, invece, è come questa scelta abbia funzionato e funzioni con la gente delle parrocchie, con gli adulti e soprattutto coi ragazzi. Se vi capita di trovare on line la sua interpretazione della BWV 542 o di qualsiasi altro pezzo di Bach realizzato col piccolo organo di questa piccola chiesa di Ulignano, può darsi che vi lasci sconcertati per un poco, se siete abituati agli interpreti attuali; d’altronde i giovani che studiano musica antica nelle accademie, hanno ormai un ascolto assuefatto ai soli, onnipotenti criteri filologici e al solo repertorio di studio: forse sono troppo impegnati a scervellarsi su come realizzare una fioritura, per poter andare in qualche locale o teatro dove si ascolta musica jazz, musica improvvisata, contemporanea, dove la contaminazione fra ciò che è suono, movimento ed immagine è pura magia. Addirittura sono così presi da studiare pagine e pagine di musica classica per il prossimo esame che si scordano di andarla a sentire suonata dal vero: quanti colleghi studiano solo sullo spartito senza considerare minimamente i dischi, i concerti…! Se si guardassero appena un poco attorno, si accorgerebbero che il mondo della musica viva, oggi, forse potrebbe essere un altro, un mondo che non perde certo tempo ad aspettarli; un mondo che pure è capace di ascoltare volentieri la musica antica, ma solo se essa si mostra viva, attuale, non una “cosa” sezionata fino a spaccare il capello in quattro per ottenere un arido risultato storicistico/archeologico che ha qualcosa da dire solo ad una sparuta élite di specialisti.

            Dunque, i “signori filologi” diranno che l’organo è piccolo, i bassi parlano poco, ci sono difetti di intonazione, lo sforzo è apprezzabile, ma forse per prestigio personale non ne sarebbe valsa la pena perché al massimo si tratta di un lavoretto che tuttalpiù ha valore divulgativo. Invece posso dirvi che in musica ne vale sempre la pena, e parecchio! Quelle esecuzioni sono musica viva, non corretta da alcun tecnico del suono, coi rumori meccanici tipici dello strumento, e con tutta la schiettezza propria di un episodio musicale vissuto. Ho visto tanti adulti e non pochi ragazzi avvicinarsi così a “questo” Bach e, con Bach, a Dio. Com’è capitato? Semplice! Chi ascoltava trovava un evento vivo, una musica viva, se vogliamo pure rivisitata per scelte pastorali e catechetiche, adattata alle necessità della comunità. E questo ha funzionato perfettamente.

            Non credo sia un peccato capitale suonare Bach su un harmonium o su un piccolo organo di campagna, come non credo sia terribile semplificare le parti per proporle ai giovani musicisti delle parrocchie.

            Ma qual è il vero problema?Bach 2 statua.png

            Eccolo: è proprio la mancanza di figure professionalmente valide che guidino i nostri ragazzi e il popolo di Dio a un equilibrio fra ciò che ora è vissuto nelle parrocchie e ciò che dovrebbe essere suonato veramente. Il problema è che i sacerdoti, molte volte, non sono preparati nemmeno alla liturgia e i musicisti, se ci sono, non conoscono in maniera adeguata il contesto liturgico nel quale il pezzo viene suonato. Non ha senso eseguire musica festosa durante la Quaresima, perché non è il momento giusto: possiamo discuterne quanto vogliamo, ma la cosa non cambia e non cambierà mai nonostante tutto. Se in chiesa ridiamo e giochiamo sempre, come possiamo capire il Sacrificio che si compie ogni domenica durante la Messa?

            Ecco, leggendo le pagine di Alessio, ho pensato che Bach era sì, un uomo, un musicista ma anche un abile artigiano, ed ora nel nostro mondo mancano proprio gli artigiani della fede, che si sporcano le mani, studiano, riflettono e suonano.

            Il mio augurio è che questo lavorBach occhi.pngo possa non solo essere un ottimo strumento di studio ma anche un mezzo di riflessione e cambiamento, per cui i nostri giovani “chitarristi” (e non solo) potranno apprezzare e pure suonare musica barocca, mentre i giovani organisti, magari, suoneranno anche canti più popolari ma con professionalità e coscienza, perché l’obiettivo più profondo della musica sacra è questo, a mio avviso: farci avvicinare a noi stessi, farci avvicinare e affidare a Dio, e non darci un modo più o meno divertente di passare il tempo, come neppure celebrare la nostra conoscenza e la nostra bravura.

PER INFO E ACQUISTO DELL’EBOOK:

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EDIZIONE CARTACEA:

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QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Terza Parte)

IN QUESTA TERZA PARTE:

  • Organo o chitarre? Una questione di linguaggio (colloquio tra Elia Mori, regista, ed Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro).
  • R. Fabbri, Preludio in La minore per chitarra (Filippo Marri, chitarrista classico).

Quando si tratta dell’annoso scontro organo/chitarre, molti – preti compresi – forse pensano che un organista non sia l’elemento migliore a cui chiedere un parere. E in parte, magari, hanno ragione. Chi ha scoperto le dolcezze del re degli strumenti, chi si è lasciato sconvolgere da Frescobaldi, rallegrare da Zipoli, travolgere da Bach, chi ha sentito il cuore fremergli per una pagina di Widor, di Vierne, di Boellman, è praticamente impossibile che faccia una scelta che “scenda di livello”.

Ho detto scendere di livello, ma non in senso dispregiativo.

Come ho spiegato con la mia stessa voce nell’esperienza di questo documentario, è una questione di linguaggio. E non c’è dubbio che il linguaggio dell’organo sia tremendamente “più immenso” di quello della musica che va per la maggiore nelle nostre liturgie domenicali: il paragone è quello di un pesciolino di laguna che si viene a trovare nell’oceano di cui non è neppure in grado di comprenderne l’immensità. Così scappa e decide di non volerne sapere nulla e torna alla sua piccola laguna. E’ una scelta libera e legittima, ci mancherebbe.

Come la mettiamo, però, nel caso in cui sia proprio un organista ad affermare che uno strumento antico come la chitarra, se ben suonato, è capace di immensità pari all’organo stesso? Quante sfumature di suono, quanta sublime polifonia, quanti timbri che variano, quanti umori che mutano come una stoffa dalla trama cangiante che riflette la luce che la irraggia…

Qual è dunque il problema? Il linguaggio, appunto. Il linguaggio di una musica vera, un ABC che i più che suonano nelle nostre parrocchie ignorano.

E non per colpa loro, che invece, spesso con generosità e buona volontà, offrono quel che sono in grado di offrire per la vita liturgica della comunità parrocchiale. Sono figli del loro tempo, il tempo del caos educativo, il tempo della nuova barbarie culturale, il tempo in cui si corre freneticamente, si ingurgitano nozioni usa e getta e non ci si sofferma mai ad approfondire ed assaporare realmente nulla.

“La buona volontà non basta!”, mi incalza Elia Mori, in questo colloquio; “non occorre forse far capire che c’è bisogno di ben più che della buona volontà?”. Certo che c’è bisogno di più: chi andrebbe a farsi curare da qualcuno che non ha studiato medicina? Chi si farebbe assistere in un processo da qualcuno che non ha studiato legge? Nessuno!
Così funziona – o meglio, dovrebbe funzionare – per la liturgia, il culmine e fonte della vita cristiana, un tesoro talmente prezioso da non meritarsi menomazioni dovute a pressapochismi alla buona!

Come uscirne, dunque?
Con la pazienza nel porsi accanto ai ragazzi da parte dell’organista, sforzandosi di capirli con umiltà, di mostrare prima di tutto un cuore fraterno che vuol loro bene e non li giudica né li biasima, per poterli quindi introdurre in quel linguaggio che essi non conoscono.
E da parte dei giovani, per contro, occorre la disponibilità all’ascolto e l’umiltà di sapersi mettere in discussione e di fare come il tralcio buono: perché porti frutto, è opportuno che accetti qualche sforbiciata di potatura.

Questa è la strada, una strada che non può prescindere dalla conoscenza e comprensione del passato musicale e liturgico che ci precede. Senza quel passato, siamo tralci recisi, destinati a seccarci. Ma con quel passato, potremmo pure essere dei nani, però che stanno sulle spalle di autentici giganti e dunque sono capaci di vedere un pochino più distante dei grandi maestri di un tempo.

Più di una volta l’ho affermato, e anche qui torno a ripeterlo: può benissimo darsi che la musica liturgica di domani presenti un linguaggio diverso da quello dell’organo barocco, ottocentesco e contemporaneo. Non sarebbe una novità nella storia della Chiesa. Accadrebbe quanto è già successo, dalla cantillazione arcaica al gregoriano melismatico ed evoluto, dalla polifonia dell’organum a Da Victoria e Palestrina, dal canto solo vocale all’adozione dell’organo liturgico e, gradualmente, di altri strumenti dell’orchestra. Chissà cosa può riservarci il domani, nella musica sacra.

Una cosa è certa: per essere davvero musica sacra, potrà e dovrà sviluppare certamente un linguaggio nuovo, ma in cui il senso del sacro, del raccoglimento, dell’intimità col Signore e della lode innalzata al Suo santo Nome sia lo stesso che si trasmette nell’innovazione della tradizione, non in uno pseudo-festival dell’emotività, della svenevolezza, del vuoto sentimentalismo che nulla ha a che vedere con il vero spirito della Liturgia.

Buona visione (e, magari, pure buon divertimento) a tutti voi!

Alessio Cervelli

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Prima e Seconda Parte)

UN DOCUMENTARIO DIRETTO E REALIZZATO DA ELIA MORI

IN QUESTE DUE PARTI:

  • Chi è Bach per me (Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro)
  • La musica di Bach, una musica che fa bene al cuore (Claudia Rappuoli, psicologa psicoterapeuta)
  • Il corale per organo: “Nun komm” dai Corali di Lipsia

“Questo è Bach, ragazzi!”… cosa significa per me questo video-documentario?
In effetti può sembrare una scelta pas à la mode che un giovane studioso di cinema, musica e spettacolo dedichi i suoi primi sforzi e le sue prime energie a qualcosa di superato, di antico, di “vecchio”, come sono sicuro alcuni penseranno. Le ragioni della mia scelta sono invece semplici, eppure belle.

Il cinema e la musica sono state, fin dagli anni dell’adolescenza, due arti che hanno esercitato su di me un fascino indiscusso, utili per rilassarmi, ma anche per pensare. Con gli anni del liceo, poi, questo iniziale fascino si è trasformato in passione, tale che oggi non saprei proprio come fare senza queste arti e senza i grandi nomi dei registi, montatori e fotografi con i quali mi confronto quotidianamente.

E poi c’è la musica.

Quanto sia importante la musica nel mondo del cinema e dello spettacolo, il cielo solo lo sa!
Questa è come il sale: non ci fai mai caso, ma se non c’è, ne senti subito la mancanza. La musica collega, amalgama, sostiene con incredibile leggerezza tutta la struttura del film e, non di rado, è lo strumento che più di tutti contribuisce alla catarsi dello spettatore. Avete mai provato a recitare le battute finali di un film che vi ha particolarmente colpito? Senza la colonna sonora di sottofondo, vi è sembrata la stessa cosa? Beh, io credo proprio di no.
Tutta la nostra vita ha una colonna sonora, oggi molto più che in passato: è difficile trovare un giovane o un ragazzo che cammina per strada senza le cuffie del lettore mp3 o del cellulare nelle orecchie. E’ una colonna sonora continua! Al bar, in discoteca, sul pullman, a scuola… e, naturalmente, in chiesa.
Ecco, quest’ultimo è uno dei luoghi più antichi ad aver compreso l’importanza della musica nella propria opera di relazione con la gente. E forse, oggi, questo luogo così antico, rischia un po’ di dimenticare l’indiscutibile ricchezza del proprio passato musicale.

Dal punto di vista della fede, dico di me stesso di essere un uomo in ricerca ed in ascolto. Una ricerca che qualche anno fa è nata proprio dall’ascolto della musica per organo di Bach che ha trovato il proprio tramite nelle mani di un organista liturgico, nelle chiese della mia terra natale, la Val d’Elsa senese.
Non so dove mi condurrà questa ricerca intima.
So solo che non le opporrò resistenze ideologiche né dogmatismi filosofici. La lascerò camminare libera, là dove vorrà condurmi.
Ciò che mi sta a cuore, invece, è tentare di riproporvi una parte dell’esperienza che ho vissuto, andando ad avvicinare quelle musiche grazie ad un musicista liturgico, e tornando ad ascoltarle proprio in quei luoghi dove io stesso le ho udite e ne è scaturito un cammino di serena riflessione.

Impagabili, le scene in cui si vedono giovani di dodici, tredici e quattordici anni che così, dal nulla, senza mai aver fatto studi appositi in precedenza, si avvicinano al mondo dell’organo unicamente perché lo hanno incontrato nella quotidianità delle loro domeniche: segno, questo, che ci interroga, ci provoca e ci invita a non trascurare mai i bambini e gli adolescenti bollandoli con le etichette della maleducazione e dell’insensibilità proprie della nostra società.
Anzi, sono forse i bambini di questo video, coloro che più di tutti ci invitano a riflettere su come vanno le cose nel mondo, e su come invece potrebbero e dovrebbero andare.

Buona visione a tutti!

Elia Mori

 

“E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO!”. LA BELLEZZA COME TERAPIA E COME PEDAGOGIA (Prima Parte)

(di CLAUDIA RAPPUOLI, psicologa psicoterapeuta)

1. ARTE E CERVELLO

“[…] non è […] nel cervello che tutto accade?
Adesso sappiamo che noi non vediamo con gli occhi,
né udiamo con le orecchie. Essi non sono che dei canali
per trasmettere con più o meno esattezza le impressioni dei sensi.
È dentro il cervello che il papavero è rosso
e la mela odora e l’allodola canta”.

O. Wilde, De profundis (1897)

“La cosa più bella … è ciò che uno ama”, scriveva nel VI sec. a C. la poetessa greca Saffo. “De gustibus non est disputandum” fanno eco i latini. E la psicologia ingenua conclude: “Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”.
Ma è proprio vero? Il piacere estetico è il regno della soggettività estrema o ci sono delle invarianti indipendenti dall’epoca, dalla personalità e dalla cultura? Che cosa succede nel nostro cervello quando facciamo esperienza della bellezza, in tutte le sue forme? E infine, è possibile sfruttare consapevolmente questi effetti a fini pedagogici o terapeutici? Queste sono solo alcune delle domande a cui la moderna psicologia, con il fondamentale apporto delle neuroscienze e delle tecniche di brain imaging, cerca di rispondere.

§ 1.1 Una disciplina nuova: la neuroestetica

La neuroestetica non è solo l’ennesimo neologismo cacofonico a cui le neuroscienze ci hanno ormai abituato, ma un nuovo, vasto e affascinante campo di studi che si colloca all’intersezione tra discipline diverse, quali arte, filosofia, estetica e soprattutto neurobiologia. Come ogni nuova disciplina che si rispetti, ha un padre fondatore, il neuroscienziato Semir Zeki, pioniere nello studio della funzione visiva del cervello e professore di Neurobiologia presso lo University College di Londra, e una data di nascita ufficiale: il 2001, anno in cui è stato fondato l’Institute of Neuroesthetics del London University College.
La neuroestetica si propone di spiegare le basi biologiche della percezione estetica e della creazione artistica. Attraverso metodiche di brain imaging, cerca di studiare le basi neurali del processo creativo nell’artista e l’attività cerebrale del semplice osservatore che trae piacere dalla contemplazione di un’opera d’arte. Quali sono i correlati biologici della creazione artistica e del godimento estetico? Per quale misterioso processo percettivo, psicologico e fisico-chimico la “Pietà” di Michelangelo o il “Cenacolo” di Leonardo da Vinci ci fanno emozionare, commuovere, provare un senso di completezza e di struggimento? È possibile in parte rispondere a queste domande grazie a delle tecniche generalmente utilizzate per la diagnostica clinica, come la Tomografia ad Emissione di Positroni (PET), la Risonanza Magnetica Funzionale (FMRI), la Spettroscopia ad Infrarossi (NIRSI) e la Tomografia a Emissione di Fotone Singolo (SPECT). Il funzionamento di queste metodiche, senza entrare in dettagli tecnici, si basa sulla rilevazione del flusso ematico e del consumo di glucosio in determinate aree del cervello. Quando l’attività neuronale in un’area cerebrale è particolarmente alta, aumentano in essa la circolazione del sangue e il metabolismo.
Pertanto le tecniche di brain imaging ci forniscono una indicazione delle aree cerebrali che si attivano quando il soggetto compie una certa azione o è esposto ad un determinato stimolo. Metaforicamente, è come se si accendessero delle “lampadine” nella mappa del cervello, che ci fanno stabilire una connessione tra emozioni, comportamenti e funzioni cognitive da una parte e substrato neuronale dall’altra.
Con queste metodiche, Zeki e la sua équipe sono riusciti a individuare specifiche aree cerebrali coinvolte nell’esperienza estetica. In primo luogo si tratta ovviamente delle aree visive, situate nel lobo occipitale. Ma la visione in sé non basta. Le moderne neuroscienze darebbero ragione al pittore Matisse, secondo il quale “vedere è già un’operazione creativa che richiede uno sforzo” .
La percezione è sempre un processo attivo: il cervello non è un semplice registratore fedele delle immagini, piuttosto gli stimoli visivi (così come quelli uditivi) vengono acquisiti, elaborati, confrontati con i dati e le conoscenze presenti in memoria, fino ad arrivare ad una interpretazione in termini di significato e di gradevolezza/sgradevolezza.
In questo processo giocano un ruolo fondamentale l’insula, il giro del cingolo, il sistema limbico e l’amigdala (coinvolti nei processi emozionali) e soprattutto la corteccia orbito-frontale mediale. In particolare sembra che l’attivazione di quest’ultima area, situata nella porzione anteriore del nostro cervello e considerata parte integrante del sistema di gratificazione, sia correlata con esperienze visive piacevoli, ovvero con la percezione di ciò che un soggetto considera bello, indipendentemente dalle caratteristiche dell’oggetto stesso. In questo senso Zeki ha affermato ad un convegno : “Una definizione comune di bellezza esiste e si trova nella corteccia orbito-frontale mediale”. Ha una base scientifica, dunque, il luogo comune che “la bellezza è negli occhi di guarda”; tuttavia sembra appurato che, ammesso che il concetto e i criteri di bellezza siano mutevoli e soggetti alle influenze culturali, almeno dal punto di vista neuroanatomico l’area cerebrale coinvolta è la stessa per tutti gli esseri umani.
La neuroestetica ha concentrato le ricerche sull’esperienza artistica fruita attraverso il canale visivo; ma esistono anche forme d’arte che non passano attraverso questo canale: prima fra tutte, la musica. Nel campo della neuromusicologia (che può definirsi una disciplina “sorella” della neuroestetica in campo musicale), recenti e affascinanti ricerche effettuate dagli studiosi del Montreal Neurological Institute della McGill University hanno dimostrato il coinvolgimento di specifiche aree cerebrali durante l’ascolto e il “godimento” di un brano musicale, tanto che è stato possibile predire il grado di piacere dell’ascoltatore in base all’attività di determinate aree del cervello: l’area striatale mesolimbica ed in particolare il nucleus accumbens (Salimpoor e coll., 2013). L’attività di queste aree, naturalmente, non è isolata, ma coinvolge, come era prevedibile, la corteccia uditiva, (che analizza le informazioni sui suoni), l’amigdala, (connessa alla risposta emozionale), e la corteccia prefrontale: nel corso dell’esperimento, si è verificato che quanto più l’ascolto del brano risultava gratificante, tanto più intensa era la comunicazione tra queste aree.
Questo risultato collima con l’opinione che la capacità di apprezzare la musica coinvolga non solo stati emotivi, ma anche valutazioni di tipo cognitivo. Sempre studiando le reazioni del cervello umano alla musica, alcuni ricercatori della Stanford University School of Medicine, (Abrams, Menon e coll., 2013), hanno dimostrato che, nonostante le differenze individuali, l’ascolto della musica classica elicita in soggetti diversi un unico schema coerente di attivazione in varie strutture cerebrali, in particolare nelle aree della corteccia fronto-parietale coinvolte nella pianificazione del movimento, della memoria e dell’attenzione. Il team ha confrontato l’attivazione delle diverse aree cerebrali di volontari in due condizioni: ascolto di brani di William Boyce, un compositore dell’epoca tardo-barocca inglese noto come “il Bach anglosassone”, oppure ascolto di brani “pseudo-musicali”, cioè successioni di stimoli uditivi ottenuti alterando i brani di Boyce con appositi algoritmi al computer, in modo da mantenerne intatta la struttura ritmica ma non quella melodica e armonica. È stato così verificato che l’attivazione era significativamente maggiore nel caso di ascolto della “vera” musica classica.
Cosa dimostrano nel loro insieme questi risultati? Che il nostro cervello è “predisposto” per attivarsi, riconoscere e godere di certe configurazioni di stimoli, che consideriamo arte: più semplicemente, potremmo dire che, indipendentemente dalle differenze tra persone, tutti, in quanto esseri umani, “rispondiamo” alla bellezza.

§ 1.2 L’universale nell’arte

“Un antico mito indiano narra che Brahma creò l’universo con tutte le belle montagne innevate, i fiumi, i fiori, gli uccelli, gli alberi … e l’uomo. Tuttavia, poco dopo si sedette su una sedia e si prese la testa tra le mani. Saraswati, la sua consorte, gli chiese: “Mio signore, perché tu, che hai creato l’intero, mirabile universo, popolato di uomini di grande valore e intelligenza che ti adorano, sei così avvilito?”. Brahma rispose: “Sì, quanto dici è vero, ma gli uomini che ho creato non apprezzano affatto la bellezza della mia creazione e, senza questo apprezzamento, tutta la loro intelligenza non significa niente”. Al che Saraswati lo rassicurò: “Darò all’umanità un dono chiamato arte”. Da quel momento gli esseri umani svilupparono il senso estetico, cominciarono a reagire alla bellezza e videro la scintilla divina in tutte le cose.”

[Da “L’uomo che credeva di essere morto e altri casi clinici sul mistero della natura umana”, Vilayanur S. Ramachandran, Mondadori, Milano 2012, pag. 212]

Questo suggestivo racconto è inserito da uno dei massimi neuroscienzati viventi, l’indiano Vilayanur S. Ramachandran, direttore del Center for Brain and Cognition e insegnante di psicologia e neuroscienze presso l’Università della California, in apertura ad una trattazione sui principi universali dell’arte. “Come Saraswati opera la sua magia?” si chiede Ramachandran. Non si tratta solo di capire quali siano le strutture cerebrali coinvolte, ma di individuare le leggi universali della bellezza. Può esistere “il Bello” come idea platonica, archetipo della bellezza, giudicato universalmente tale? Al di là della sterminata varietà di stili e di gusti individuali, potrebbero esserci dei principi estetici generali che superano la soggettività e trascendono ogni determinazione storica, geografica, culturale?
Le risposte date dagli artisti sono le più varie: tra le posizioni più estreme, possiamo ricordare quella del dadaismo, secondo cui la bellezza dipende dal contesto e dall’osservatore, per cui qualsiasi oggetto, in determinate condizioni, può assurgere a forma d’arte (coerentemente con questa impostazione, nel 1917 il celebre artista dadaista Marcel Duchamp realizzò la famosa opera “Fontana” ruotando di 180° un orinatoio!).
La risposta della scienza invece, secondo Ramachandran, è un netto sì. Il neuroscienziato indiano si spinge ancora oltre, affermando di aver individuato nove “leggi dell’estetica” che presiederebbero ai nostri gusti in fatto di bellezza:

legge del raggruppamento percettivo, per cui la mente tende automaticamente a raggruppare forme o colori simili e a trovare piacevoli gli insiemi in cui ricorrono somiglianze tra gli elementi (questo è il motivo per cui, ad esempio, le signore si affannano tanto ad abbinare borsa e scarpe coordinati oppure gonna e foulard dello stesso colore);

legge del peak shift (spostamento del picco) o dell’iperbole, per cui l’esagerazione di certi tratti, anche se irrealistica, rende una figura più attraente. Si pensi alle figure dai lunghi colli di Modigliani, oppure alle statue delle dee indiane, che hanno le caratteristiche femminili iperaccentuate, con fianchi e seni troppo grandi e vite sottilissime e flessuose: non le troviamo sproporzionate, ma al contrario eleganti, in quanto le strutture neurali che si sono evolute per rispondere a particolari stimoli sono attivate in modo ancora più intenso da una forma semplificata ed “archetipica” di quanto lo siano dallo stimolo come abitualmente si presenta in natura;

legge del contrasto, per cui tendiamo a ricercare i contrasti di colore o luminosità tra due aree spazialmente contigue (questo è ad esempio il motivo per cui apprezziamo i contrasti cromatici forti; il lettore può fare un semplice test personale chiedendosi se troverebbe visivamente più gradevole una macchia rosa su fondo blu o su fondo arancio);

legge dell’isolamento modulare, per cui, dal momento che le nostre limitate capacità attentive ci permettono di prestare attenzione conscia ad un solo aspetto per volta di un’immagine o di un’entità, troviamo più gradevoli ed efficaci delle immagini in cui l’artista ha enfatizzato solo una singola fonte di informazioni – colore, forma, movimento… -, minimizzando le altre (un po’ come fanno gli impressionisti quando sfumano i contorni per concentrare l’attenzione sul solo colore);

legge dell’ordine, per cui amiamo la prevedibilità, la regolarità e la ripetizione visiva, mentre siamo disturbati da elementi discrepanti (pensiamo a quante volte siamo andati a raddrizzare un quadro sulla parete perché l’inclinazione “sbagliata” ci infastidiva!);

legge dell’avversione per le coincidenze e le singolarità, per cui la mente rifugge dai punti di vista troppo singolari e trova riposanti quelli più comuni;

legge del problem solving percettivo, per cui apprezziamo l’occultamento di parti della figura, perché questo ci permette di “risolvere” un enigma percettivo completando con la nostra immaginazione i dati mancanti (motivo ad esempio per cui la bellezza in parte velata, suggerita ma non esposta, come pure l’effetto “vedo-non vedo”, generalmente ci appaiono esteticamente più piacevoli ed intriganti del nudo integrale);

legge della simmetria, per cui troviamo disturbante l’asimmetria e al contrario riposante e piacevole la simmetria (è provato che i volti più simmetrici sono anche quelli giudicati più gradevoli, probabilmente perché la simmetria è in genere indice di buona salute e quindi un compagno o una compagna “simmetrici” sono garanzia di maggiori chances riproduttive per i nostri geni!);

legge della metafora, per cui proviamo un senso di gratificazione nel rintracciare in un’immagine artistica una analogia tra due piani diversi di interpretazione, ad esempio fisica e spirituale.

Ancora una volta, le cosiddette “leggi” di Ramachandran fanno riferimento alla sfera delle arti visive, ma appare plausibile che almeno alcune di esse (raggruppamento, ordine …) siano estendibili anche alla sfera musicale. In ogni caso è verosimile che criteri di questo genere esistano nella nostra mente anche per la musica, e successive ricerche si incaricheranno probabilmente di indagarli.
Se è appurato che esistono criteri di bellezza universali ed un gusto per l’arte e il bello connaturato, per così dire, a tutti gli esseri umani, resta tuttavia inspiegato in questi studi il motivo per cui l’uomo ha sviluppato gusto e capacità artistiche. Perché la nostra specie – unica tra tutte – è un’appassionata creatrice e fruitrice di opere d’arte, che pure non hanno nessun valore per la sopravvivenza? Naturalmente è impossibile rispondere a una domanda del genere con degli esperimenti scientifici. Sono state tuttavia avanzate delle ipotesi, tutte ragionevoli ma in qualche misura insufficienti a spiegare la complessità e la ricchezza del comportamento umano.
Secondo una di queste, – prontamente ribattezzata teoria del “Vieni a vedere la mia collezione di incisioni”! – la creazione artistica negli esseri umani svolgerebbe un ruolo nella selezione sessuale (Miller, 2000, 2001). In altre parole, l’arte avrebbe una funzione analoga a quella della coda del pavone: mostrerebbe al potenziale partner che l’artista ha dei geni desiderabili, come dimostrato dalla sua creatività e coordinazione, ed è quindi ragionevole fare un investimento riproduttivo su di lui. Un’altra ipotesi, meno cinica, evidenzia la funzione di coesione sociale ed affettiva svolta dalle pratiche artistiche, suggerendo che queste si siano sviluppate come epifenomeno del rapporto madre-figlio (Dissanayake, 2000). Una terza, proposta da Ramachandran (2012, op.cit.), ipotizza che l’arte sia nata come “esercizio di comunicazione” dell’emisfero destro. È noto che gli emisferi cerebrali hanno funzioni e “linguaggi” diversi: razionale, verbale, analitico il sinistro, emotivo, non-verbale, olistico il destro. L’arte potrebbe facilitare la comunione tra queste due modalità di pensiero che altrimenti resterebbero reciprocamente impenetrabili, esprimendo in modo razionale ed emotivo insieme idealità e sentimenti troppo profondi e sfuggenti perché il linguaggio verbale ne possa rendere tutte le sfumature.

(Continua…)

[Tratto da C. Rappuoli, “E’ BELLO CIO’ CHE E’ BELLO!”. LA BELLEZZA COME TERAPIA E COME PEDAGOGIA, in A. Cervelli, Domenico Zipoli: “Amo, dunque suono”, Ebook StreetLib 2015, Prefazione del M° Giosuè Berbenni. (Vedere link seguente)]

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