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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

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Musica e Teologia

LA MUSICA, IL CANTO E I PADRI DELLA CHIESA: USCITA L’EDIZIONE CARTACEA! (Il commento di Umberto Cerini)

Nell’annunciare l’uscita e messa in vendita dell’edizione a stampa tradizionale di questo piccolo saggio, dopo aver letto la bella e generosa prefazione del M° Alfonso Fedi, è ora il turno dello stimolante commento conclusivo del postfattore, il M° Umberto Cerini. Buona lettura!

 

Umberto Cerini.jpg

La ricchezza dei concetti e delle riflessioni espressi in questo lavoro di Alessio Cervelli può fornire molti spunti di riflessione sui perché della musica sacra, su quelle domande che, in maniera più o meno approfondita, si pongono (o dovrebbero porsi) coloro che operano in questo campo.

Che cos’è oggi la musica liturgica? Come si pone essa nella vita delle nostre comunità, nella nostra preghiera, nella vita della Chiesa stessa? Certamente la risposta a queste domande non può essere banale e sbrigativa, ma sorprendentemente alcune parole di Sant’Agostino possono essere assai attuali e mettere in luce problematiche e riflessioni del nostro tempo:

Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa ogni melodia delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici; e in quei momenti mi sembra più sicuro il sistema che ricordo di aver udito spesso attribuire al vescovo alessandrino Atanasio: questi faceva recitare al lettore i salmi con una flessione della voce così lieve da sembrare più vicina a una declamazione che a un canto. Quando però mi tornano alla mente le lacrime che versai udendo i canti della chiesa ai primordi nella mia fede riconquistata, e la commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica. Così oscillo fra il pericolo del piacere e la constatazione dei suoi effetti salutari, e sono piuttosto incline, pur non emettendo una sentenza irrevocabile, ad approvare l’uso del canto in Chiesa, così che lo spirito troppo debole assurga al sentimento della devozione attraverso il piacere dell’ascolto. Tuttavia, quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato! (Confessioni X, 33)

Leggiamo queste parole alla luce degli eventi storici degli ultimi decenni.

A seguito della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II è indiscutibile che il popolo cristiano sia stato maggiormente coinvolto nell’azione liturgica, dato che alcuni fattori (ad esempio l’uso delle lingue nazionali con la possibilità per tutti i fedeli di rispondere al sacerdote secondo il ruolo liturgico del popolo) consentivano una maggiore partecipazione al rito. All’interno di questo procedimento si inserisce anche il fatto che i fedeli si sono maggiormente impossessati della musica sacra, spesso in passato secondo alcuni liturgisti percepita come cosa extra-rito (ma siamo certi che fosse così?) e che scendeva sul popolo da lontane cantorie.

Eccoci dunque alla situazione attuale, dove l’Assemblea è attore fondamentale dell’aspetto della musica sacra. E, da questa assemblea, spesso si distinguono molteplici operatori (cantori, musicisti, direttori, ecc…) che, non sempre confortati da un’adeguata preparazione musicale, si mettono alla guida del canto sacro.

Osservando questo procedimento, mi pare che oggi sia necessario farci una domanda: nel nostro cantare e fare musica in Chiesa quali sono i sentimenti e le riflessioni protagoniste? Quanto il “mi piace” e il “non mi piace” la fanno da padroni? Quanto e come il “noi” e il “Lui” (con la L maiuscola) sono in equilibrio? Molto semplicemente Agostino ci dà un’indicazione su come atteggiarsi: è necessario trovare un equilibrio tra il piacere che dà la musica e la funzione di veicolo della Parola che la musica stessa deve avere.     Con severità, infine, Agostino ci dice che: “quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato!”. Mi verrebbe da dire: ecco il nostro stato! Quante volte le nostre Assemblee sono lanciate in travolgenti melodie, ritmi, che certamente piacciono, fanno cantare, ma forse sono quelle deviazioni dall’essenzialità del significato della musica sacra che Agostino giudica peccaminose? Troppo spesso forse il nostro sentire, il nostro volersi emozionare, ci fa perdere il vero significato del canto sacro: questo rischio lo conosceva anche Agostino, e sta a noi, tutt’oggi, porci le domande che egli stesso si poneva.

A certe riflessioni spesso si risponde adducendo come primaria necessità il fatto che la gente deve partecipare e cantare; perciò si accusa la musica sacra più colta (nella quale talvolta si inserisce indiscriminatamente ogni repertorio preconciliare) di essere ormai desueta, non più adatta al rito, in quanto con la sua esecuzione rischia di allontanare la musica sacra dal popolo, rendendo la liturgia piuttosto un concerto. Ci viene ancora in soccorso il pensiero di Agostino per riflettere su queste questioni. Quel suo aprire le porte allo jubilum (questione ampiamente documentata in questo libro) è un aprire le porte ad una musica che non ha testo di per se, ma che è essa stessa esplicazione di un sentimento, sia esso una gioia, una commozione, un dolore, un amore. Questo è significato dare il via libera, successivamente, anche all’uso degli strumenti musicali. In generale si tratta di un’apertura ad espressioni artistiche della musica sacra, dove (e lo stesso Agostino raccomanda che sia così) è fondamentale anche la qualità della musica stessa. Ecco dunque che, sulla base di Agostino, forse sarebbe opportuno da parte nostra rivalutare il ruolo necessario ed indispensabile di una musica sapiente e ben strutturata, di una musica che raccolga nel suo essere arte, nel suo essere bella e ben strutturata, l’essenza della vera Bellezza.

Nel parlare dello jubilum, Agostino lo definisce come quella melodia “con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole”. Se ben ci pensiamo, quanto questo concetto si sposa magnificamente con l’idea liturgica attuale! I sacerdoti di qualche decennio fa vivevano nel timore che la Messa “non fosse buona”, non fosse stata celebrata convenientemente allorquando vi fosse stata la dimenticanza di un minimo gesto, di una parola, di una frase. Questo legame così rigido alla parola detta, oltre che al gesto fatto, se forse è stato superato (anche troppo?) nell’ambito liturgico, sembra per assurdo insormontabile nella sfera del canto. Infatti sappiamo che in molte nostre comunità ci si scandalizza se alcune parti cantate e musicali della liturgia vengono affidate esclusivamente ad un coro oppure, ancor peggio, ad un cantore solista o allo strumento liturgico, all’organo: sembra quasi che si viva come un furto l’esser privati della possibilità di cantare un testo, come se fosse impoverita la nostra preghiera.

Ma forse potremmo interpretare diversamente l’affidare una musica liturgica ad un’esecuzione di maggior qualità, vedendo ciò come ricerca di una modalità di espressione ancor più alta e profonda della parola recitata. In tal senso, provocatoriamente, verrebbe da domandarsi se fosse mai possibile rivalutare la pratica organistica dell’alternatim tanto diffusa per secoli. In essa il popolo avrebbe la possibilità di cantare ed esprimere con le parole alcune parti dei testi liturgici, potendo semplicemente meditare ed assaporarne altre tramite una melodia che possa davvero effondere quanto il cuore non può esprimere a parole, ma può cantare con i suoni.

Certo, per fare ciò, si deve partire dal presupposto che si debba comprendere come anche ascolto, meditazione, riflessione, emozione siano forme di partecipazione tanto quanto cantare, fare gesti, parlare, ecc… E si deve avere anche l’umiltà di affidarsi a chi può creare quel contesto musicale di maggior valore (che, certamente, dovrà essere permeato comunque di autentica fede e religiosità) sul quale far sviluppare il nostro ascolto meditato.

Ci basterà anche a noi trovare due validi Paolo e Sila che cantino inni al Signore (con la voce, con l’organo, con gli strumenti appropriati), ed in quel momento, quasi inconsapevolmente, potremmo ritrovarci liberi da tanti lacci che stringono la nostra preghiera e, in definitiva, il nostro anelito verso l’Altissimo Padre.

Umberto Cerini

(“Spunti di riflessione sui perché della musica liturgica”, commento conclusivo al saggio)

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EDIZIONI EBOOK E A STAMPA TRADIZIONALE:

 

Un buon manuale, un’opera già “classica”, un ottimo libro su cui meditare: parola di Alfonso Fedi!

Il grande cembalista ed organista Alfonso Fedi ha accordato con grande cortesia e un entusiasmo tanto grande quanto – lo confesso candidamente – inatteso la sua prefazione a questo nuovo, piccolo saggio dove ho cercato di dire qualcosa di buono sul pensiero che i grandi Padri della Chiesa avevano circa il canto e la musica. Di tutto cuore lo ringrazio e condivido coi lettori le parole con cui il Maestro presenta questo libretto. (A. Cervelli)

Alfonso Fedi.jpgLa presente fatica letteraria di Alessio Cervelli getta nuova luce sul complesso rapporto che intercorre tra il linguaggio dei suoni e la sua contestualizzazione nell’ambito della tradizione giudaico – cristiana. In particolare, prende in esame alcuni aspetti, inediti o alquanto trascurati, dello stretto legame esistente tra Ars Musica e pensiero patristico.

        Se è vero, infatti, che sono stati versati fiumi d’inchiostro sul De Musica di Sant’Agostino e sulla sua attenzione al ruolo e all’importanza che il “ritmo musicale” riveste nelle Sacre Scritture, non si può certo affermare che ci si sia spesso soffermati a riflettere su analoghi scritti, ugualmente eloquenti e significativi, di San Girolamo o di Sant’Ambrogio. Troveremmo anche qui, come pure in San Giovanni Crisostomo, musica delle parole e musica dei suoni che si compenetrano, come ben risulta dalla non casuale coincidenza, nella lingua greca antica, di melos e rhytmos, entrambi insiti nella pronuncia stessa delle parole.

        Dalla nota espressione di Agostino “cantare nel giubilo”, prende avvio un percorso lungo il quale l’autore ci guida alla scoperta di quello che ritiene quasi essere, più che uno “strumento”, l’attuazione pratica del pensiero agostiniano: l’organo. Lo fa da par suo, tratteggiando, con la squisitezza letteraria che lo distingue ed evitando fastidiosi luoghi comuni, una linea che, tra alti e bassi, ci potrebbe condurre fino ai giorni nostri.

        Qui, forse per superare l’inevitabile senso di smarrimento causato dalla decadenza che la musica sacra sta vivendo ormai da troppi anni, il nostro οδηγός, con un colpo d’ala, ci risolleva fino al sommo Bach, suo grande e antico amore. In particolare, alla celebre versione organistica del Corale Nun komm, der Heiden Heiland, che riprende ed elabora mirabilmente l’inno ambrosiano Veni redémptor géntium.

        Così il cerchio si chiude, senza troppo rammarico…

        Credo che si possa leggere il presente saggio del Cervelli in due modi: come un agile manuale, grazie alla felice capacità di sintesi e alla dovizia di spunti interessanti, requisito fondamentale di ogni buon manuale, ma anche come un’opera già “classica”, considerandone la lucida e sicura trattazione, esente da rischi di future corrosioni. Certamente, un ottimo libro su cui meditare.

        L’equilibrato corredo di note al testo completa degnamente un lavoro al quale non si può che augurare un’ampia diffusione.

Alfonso Fedi

Fiesole, 23 febbraio 2017 – Memoria Liturgica di San Policarpo, vescovo e martire

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EDIZIONI EBOOK E CARTACEA TRADIZIONALE:

VACANZA PARIGINA DI UN MEDICO E “ORGANISTA DI CAMPAGNA” (di Fabrizio Peri)

Esce sul nostro blog il secondo articolo del Dott. Fabrizio Peri, medico di professione e organista per passione, che ci propone le sue riflessioni scaturite da una vacanza parigina svoltasi nel 2013. Ma queste riflessioni non sono certo “scadute”, anzi: sono piàù che attuali!

 

          Un recente viaggio a Parigi mi ha dato modo di ripensare prima, e confermare poi, alcune idee che, da organista di campagna, in parte mi sono state “suggerite” dal mio vecchio Maestro di Liturgia e in parte ho acquisito in oltre quarant’anni di esercizio attivo. Dico organista di campagna perché, oltre essere nato in un delizioso paese alle pendici dell’appennino parmense, la mia scelta del mestiere di vivere è stata profondamente influenzata da mio padre, musicista tanto provetto quanto deluso: se avessi chiesto di entrare in conservatorio mi avrebbe spaccato il pianoforte in testa, pezzo per pezzo. Per cui il liceo e l’università sono state uno “spintaneo” abbandono al… secondo amore, mai dimentico però della prima fiamma.

            Il vecchio Maestro – allora non comprendevo come mai – suggeriva di vestire il camice bianco quando andavo all’organo: e se non lo facevo per comodità o fretta almeno dovevo sapere che avrei dovuto. E notare bene: ho potuto sedere sulla panca dell’organo solo a dimostrazione avvenuta del possesso della pedaliera, altrimenti, via all’harmonium. La chiesa non era grande ma l’organo sì: specie dopo gli ultimi restauri: ben tre ance di cui un controfagotto 16 al pedale. E’ da lì che ho cominciato a covare l’idea che l’organo avesse la stessa dignità di figura liturgica così come l’hanno il lettore, la guida, il salmista.

            A Parigi ne ho avuto la conferma.

            Se il lettore proclama la Parola e il Salmista risponde con canto (se ne è capace); se il colore del paramento esprime un linguaggio estetico che rimanda a un preciso contenuto, ecco che anche l’organo esprime un linguaggio, rimanda in modo particolarissimo al contenuto che l’azione liturgica vuole rendere presente. La musica, il suono, l’armonia sono le parole che l’organista deve tessere per esprimere e tradurre il mistero che si celebra. E sia ben chiaro che anche il silenzio dell’organo è un linguaggio!

           Messa delle 11,30 a Notre Dame, con all’organo Jean-Pierre Leguay: robe da brivido! Un maestoso che non faceva presagire né tragedia né trionfalismo: metteva solo la voglia di partecipare, di respirare, di godere di quel qualcosa di grande che di lì a poco sarebbe successo. Il canto d’ingresso, che noi confondiamo con il canto che accompagna l’ingresso del celebrante, lì solo dopo che questo è alla sede è eseguito come incipit di tutto il seguito. Tant’è che il ritornello è scritto, sul rigo, nel foglio di partecipazione: e tutti cantano spinti da quel suono che non permette di stare in silenzio. La schola cantorum eventualmente esegue le strofe, ma l’assemblea canta, eccome: non come nella maggior parte delle liturgie che vedo celebrate il Italia in TV la domenica mattina, ove spesso presiede un Vescovo, e a cantare è solo una corale, che quasi sempre per di più musicalmente fa accapponare la pelle, sia per manifesta incapacità che per pessimo gusto nella scelta del canto (figurarsi che ho sentito un Kyrie sull’aria della sinfonia dal nuovo mondo di Dvorak!). Possibile che la messa debba ridursi, dal punto di vista musicale, a un concerto di corale? Possibile che mai venga un’indicazione autorevole su come applicare le norme della Costituzione sulla Liturgia in modo da non cadere in funambolismi o personalismi liturgici di dubbio gusto anche solamente estetico?

            La domenica mattina, per fare andare a messa mia moglie e trovare il pranzo pronto per i cinque figli, io mi fermo a cucinare (anche perché mi diverto molto e, poi, preferisco che siano gli organisti giovani a suonare assieme alle chitarre: io suono alla messa vespertina, là dove solo l’organo è di turno) e, tra una pentola e una padella, guardo la messa prima trasmessa dalla rete privata, poi dalla Rai. Sempre stessa impressione: canta la corale. E l’assemblea? Tacet. E l’organo? Se c’è e lo si suona (spesso ahimè si preferisce la pianola elettronica a uno strumento che fa solo bella mostra di sé), questo avviene per accompagnare i canti. Nulla di più riduttivo: l’organo non serve per sostenere il canto e basta: anche quello, ma non solo! L’organo deve parlare, suggerire, introdurre alle letture, esaltare un amen, sviluppare una risposta: ecco perché ribadisco che ha dignità di figura liturgica.

            A S. Sulpice, ad esempio, così come avviene per le letture festive che si ripetono in un ciclo triennale predefinito (anno A, anno B e anno C), l’organista stabilisce mesi prima cosa eseguire all’inizio, all’offertorio, alla comunione e al termine della celebrazione. E questo forse è eccessivo perché si cade nel medesimo errore: l’assemblea sempre…tacet! Però rende l’idea di che ruolo abbia lo strumento. Ancor più vero è che non abbiamo, noi, dei Cavaillé-Coll di fronte ai quali bisogna tremare; non sfigurano certo alcuni dei nostri strumenti: penso ai Mascioni, Tamburini, Serassi, Antegnati, Ruffatti, Balbiani, Formentelli, e tanti altri di cui andare giustamente fieri. Solo che bisogna saperli e poterli valorizzare. Forse è davvero necessaria una cultura nuova e antica nel medesimo tempo: nuova, per rimediare alle troppe storture di un “liturgismo di maniera” volto ad esaltare presunte innovazioni basate solo su vaghe e parziali intuizioni di imbonitori populisti; antica, perché deve tornare ad un’essenzialità che dia valore a ciò che conta davvero.

            Un esempio banale? Perché si canta un Gloria su musica spesso da circo equestre o un Santo su melodie da lavandaia e poi, quando sia arriva al termine della consacrazione, quando espressamente si dice “canteremo la Tua gloria” segue un sommesso, timido, stentato recitato: “per Cristo, con Cristo e in Cristo…?” E un amen a seguire degno del più bisbigliato (e confuso) tono da confessionale! Perché non si canta il Padre Nostro e si indugia su un canto d’offertorio, momento in cui si starebbe bene anche il silenzio a ripensare al modo di tradurre in momenti di vita una omelia magari “pressante”? Solo per la fretta? Perché bisogna stare dentro “l’ora canonica”? Alla domanda o considerazione che da giovane facevo al mio Maestro sulla lunghezza della messa, la risposta era sempre quella: “Non è per caso che la tua fede è troppo corta?”

            E, allora, il passo successivo: l’organista deve avere una intesa particolare con il celebrante. Deve bastare un’occhiata per intendersi sul “basta, smetti, continua, dammi la nota”; un sorriso, magari, per dire: “sì, così”. Quanti ricordi, quante belle sensazioni e poi convinzioni piantate nel cuore, come pilastri su cui formare la personalità dell’organista.

            A tale proposito, ecco ciò di cui si parla forse meno. Siamo abituati a pensare l’organista che suona, improvvisa, modula durante l’azione liturgica più comune: la Messa. Qui risalta meglio lo spessore del musicista, del traduttore in suono del mistero: specialmente le sue capacità di improvvisare. Ma a formare l’aspetto più importante, per me, dell’organista liturgico, è altro: bisogna aver accompagnato col suono la preghiera dei Vespri e delle Lodi, per anni, bisogna aver goduto dei salmi e dei cantici, averli amati come punto fermo di una giornata magari laboriosa e oscura di significato, fino alla luce della prima stella. Quanti anni di studio, di impegno nel lavoro sono sfociati nella rasserenante preghiera del Vespro nella cappellina delle suore! Quanti toni gregoriani sbagliati nelle doppie; quante desinenze latine confuse hanno fatto diventare Dio vittima e non autore di guerre o punizioni! O hanno chiesto a Gesù di mostrare chissà cosa (…et Iesus …ostende…). Ebbene: questo mi ha convinto che l’organista innanzitutto è un uomo di preghiera. Se non prega non può armonizzare un salmo, indovinare una risposta, comporre una melodia; oppure, se lo fa, non è come se lo facesse avendo pregato quella parola. E’ il dialogo col Totalmente Altro, l’intesa continua con l’Assoluto che lo fa diventare capace di enormità musicali.

            Penso a Bach: non si finisce mai d’ascoltarlo e di stupirsi! Penso a Molfino, Perosi, Palestrina, Lecot e tanti altri. L’organista liturgico, a mio parere, deve diventare o tornare ad essere un punto fermo della liturgia domenicale e feriale; se si pregasse ogni giorno, nelle chiese, il Vespro, forse non all’orario comodo per il prete ma accessibile a chi vuole; se l’organo fungesse da squilla di adunata, da segnale che impone di riflettere…, credo che non ci sarebbe tanta desolazione durante la settimana. Se, insomma, la preghiera diventasse finalmente cultura, allora potremmo dirlo in pace il nostro quotidiano Nunc dimittis.

            Un’ultima sottolineatura mi sia concessa: in uno scenario definito come sopra, anche l’annosa questione del compenso sarebbe risolta. Bach aveva una ventina di figli: nessuno morto per fame! Anche se lui stesso ebbe da far valere i suoi diritti di artigiano della musica.

            Tutte le parrocchie che conosco hanno, se non una, almeno due case come beneficio (a volte motivo di scandalo). Un povero prete di mia conoscenza, parroco per 52 anni in una parrocchia rossa come il fuoco, quindi potenzialmente atea (ma non era così) mi ha sempre detto che era gente generosissima a dispetto delle apparenze; che tutto gli poteva mancare ma non i soldi. E se succedeva lì… perché una parrocchia non deve avere un proprio organista mantenuto e stipendiato come conviene? Tanto più che, visti i tempi, le parrocchie diminuiranno sensibilmente di numero (o si accorperanno); i preti ancor di più, sperando che restino quelli “intonati”!

            Insomma: bisogna darsi da fare senza indugio. Dove abito, ora ci sono almeno cinque ragazzi che si alternano all’organo, la domenica; uno, poi, è una promessa di altissimo livello professionale. C’è voluto l’organo, però: prima una banale tastiera mai aveva coagulato tanti organisti; una volta costruito lo strumento… sono spuntati anche gli organisti. Questo a significare che spesso non è giustificata la paura di molti parroci che rinunciano a costruire l’organo perché manca chi lo suoni. E, per chi già suona, è più che mai necessaria una scuola diocesana di formazione liturgica.

            Bisogna avene il coraggio di osare, perché le cose si fanno avendo il coraggio di farle!

Fabrizio Peri

Collecchio, 16/ 07 / 2013

BACH: UN GRIDO DI DOLORE, UN SOSPIRO D’AMORE, UN PALPITO DI FEDE! (Commento di Clizia Miglianti)

E’ questa la Seconda Edizione riveduta, corretta e restituita all’originale del precedente “Bach: tra amore e fede”. Perché una seconda edizione di questo saggio divulgativo sulla figura di Bach letta attraverso il prisma della Grande Fantasia e Fuga in Sol minore? Lo spiega direttamente l’Autore: “Dopo che i miei allievi, avendo prima letto le mie dispense, ebbero fatta una lettura della precedente edizione, mi dissero che il materiale originario si vedeva che era il mio, ma la forma era diventata pesante, quasi non sembrassi affatto il loro insegnante. Quella diversità era il risultato sia di pennellate (non mie) aggiunte qua e là in fase di correzione della bozza, sia della richiesta esplicita di rendere il tono più alto/scientifico e meno divulgativo. Rientrato in possesso dell’opera, ho proceduto a rivederla, correggerla e soprattutto restituirla a quello stile piano e divulgativo che mi è congeniale” (A. Cervelli). Con una corposa ed energica prefazione della cantante jazz Clizia Miglianti sulla vera e viva musica sacra nei tempi odierni, ripercorriamo questo cammino pensato per i giovani musicisti, al fine di far loro scoprire “il Bach” uomo, marito, padre e credente, per poterlo integrare a quanto già studiano sui manuali scolastici, che forse però trascurano questi aspetti tutt’altro che secondari della vita del grande compositore.

Prefazione di Clizia Migliani, cantante jazz

Molte volte non ci rendiamo conto di quanto la musica sia presente nella nostra vita: ne siamo completamente immersi, in modo più o meno consapevole. Ci accompagna nei momenti più significativi, ci spinge a riflettere, a svuotare la mente, ci aiuta a ricordare, a divertirci, è usata come mezzo di propaganda, ci spinge a comprare, consumare, proprio a causa del grande potere che esercita sulle nostre emozioni e sui nostri stati d’animo.

            Ma nessuna musica è potente come quella sacra. Essa, in qualsiasi contesto religioso, è ciò che ci porta ad avere un contatto profondo con noi stessi e con il divino. Di certo nel mondo cristiano pochi sono riusciti ad eguagliare la profondità dei lavori di Bach.

      https://www.goethe.de/resources/files/jpg329/z_musik_bach.jpg      In questo saggio, Alessio ci descrive “un Bach” e “una Fantasia e Fuga” non solo dal punto di vista meramente scientifico/musicale: ci parla del Bach uomo, marito, ci parla di come nei suoi lavori abbia perfettamente in testa l’obiettivo sacro – liturgico per il quale quella data opera è stata realizzata e sviscera in ogni sua parte quel lavoro. In ogni pausa, in ogni respiro troviamo l’uomo che prega, che si dispera, che dubita e che poi si mette nelle mani di Dio con estrema fiducia.

            Nella musica che ascoltiamo abitualmente nella liturgia, quanto c’è di questa consapevolezza? Quanto, ciò che sentiamo cantare e suonare in chiesa oggi, è minimamente vicino all’intimità e allo spessore delle opere di Bach o alla spensieratezza di Zipoli? Perché di certo la musica sacra non è solo “roba seria”. Quanto invece la musica antica è diventata lontana dal popolo di Dio, bella certo, ma percepita come fredda e distante, come qualcosa da ascoltare solo ai concerti e non nella vita di fede vera?

            Da musicista di certo non apprezzo molto le “schitarrate selvagge” che vengono proposte alla Messa; allo stesso tempo non posso accettare che la musica nata per la fede sia soffocata da musicisti e musicologi in nome di una filologia che sicuramente ha un’ottima e importantissima funzione storica, ma che rende questi capolavori sempre meno vivi e sempre più inaccessibili.

            Posso proporvi un esempio di cui ho diretta esperienza, dato che si tratta di una parrocchia di campagna (S. Bartolomeo ad Ulignano) dove con Alessio ho prestato molte volte servizio alla Messa. Scorrendo queste pagine, ci si imbatte in nomi come Schweitzer, Richter, Germani: “signori musicisti” di una volta, grandi studiosi ma soprattutto artisti che hanno saputo e voluto stare a contatto con la gente, sviluppando una profonda empatia con le persone. Ma se chiediamo ai “signori filologi”, la maggioranza ci dirà che sono superati, inadatti agli studi odierni: a loro dire, c’è Schweitzer che costringe ad uno sforzo di immaginazione per seguire il tempo esecutivo; c’è Richter che non aggiunge nulla alla partitura barocca, che quindi risulterebbe sterile esercizio di lettura, sia pure una lettura sanguigna ed energica; c’è Germani che, poverino, appassionato com’è di organi moderni a trasmissione elettrica, propone “un Bach” superatissimo, a volte disomogeneo come metronomo, con un tocco antiquato su strumenti inadatti.rosa musica.jpg

            Se leggiamo quello che scrive Alessio, invece, che pure ha familiarità con gli studi di filologia sia letteraria che musicale, non ci sfugge la sua preferenza per questa “vecchia” scuola, al punto di accettare di sentirsi dire da buoni interpreti filologici di non andare troppo a tempo quando suona la “sua” amata fuga BWV 542, così come di aver scelto per le sue incisioni strumenti inadeguati o imperfetti, quando avrebbe potuto cercare di meglio. Le ragioni delle sue scelte, Alessio ce le spiega nelle pagine che seguono, dunque non anticiperò nulla. Quello che mi preme dire, invece, è come questa scelta abbia funzionato e funzioni con la gente delle parrocchie, con gli adulti e soprattutto coi ragazzi. Se vi capita di trovare on line la sua interpretazione della BWV 542 o di qualsiasi altro pezzo di Bach realizzato col piccolo organo di questa piccola chiesa di Ulignano, può darsi che vi lasci sconcertati per un poco, se siete abituati agli interpreti attuali; d’altronde i giovani che studiano musica antica nelle accademie, hanno ormai un ascolto assuefatto ai soli, onnipotenti criteri filologici e al solo repertorio di studio: forse sono troppo impegnati a scervellarsi su come realizzare una fioritura, per poter andare in qualche locale o teatro dove si ascolta musica jazz, musica improvvisata, contemporanea, dove la contaminazione fra ciò che è suono, movimento ed immagine è pura magia. Addirittura sono così presi da studiare pagine e pagine di musica classica per il prossimo esame che si scordano di andarla a sentire suonata dal vero: quanti colleghi studiano solo sullo spartito senza considerare minimamente i dischi, i concerti…! Se si guardassero appena un poco attorno, si accorgerebbero che il mondo della musica viva, oggi, forse potrebbe essere un altro, un mondo che non perde certo tempo ad aspettarli; un mondo che pure è capace di ascoltare volentieri la musica antica, ma solo se essa si mostra viva, attuale, non una “cosa” sezionata fino a spaccare il capello in quattro per ottenere un arido risultato storicistico/archeologico che ha qualcosa da dire solo ad una sparuta élite di specialisti.

            Dunque, i “signori filologi” diranno che l’organo è piccolo, i bassi parlano poco, ci sono difetti di intonazione, lo sforzo è apprezzabile, ma forse per prestigio personale non ne sarebbe valsa la pena perché al massimo si tratta di un lavoretto che tuttalpiù ha valore divulgativo. Invece posso dirvi che in musica ne vale sempre la pena, e parecchio! Quelle esecuzioni sono musica viva, non corretta da alcun tecnico del suono, coi rumori meccanici tipici dello strumento, e con tutta la schiettezza propria di un episodio musicale vissuto. Ho visto tanti adulti e non pochi ragazzi avvicinarsi così a “questo” Bach e, con Bach, a Dio. Com’è capitato? Semplice! Chi ascoltava trovava un evento vivo, una musica viva, se vogliamo pure rivisitata per scelte pastorali e catechetiche, adattata alle necessità della comunità. E questo ha funzionato perfettamente.

            Non credo sia un peccato capitale suonare Bach su un harmonium o su un piccolo organo di campagna, come non credo sia terribile semplificare le parti per proporle ai giovani musicisti delle parrocchie.

            Ma qual è il vero problema?Bach 2 statua.png

            Eccolo: è proprio la mancanza di figure professionalmente valide che guidino i nostri ragazzi e il popolo di Dio a un equilibrio fra ciò che ora è vissuto nelle parrocchie e ciò che dovrebbe essere suonato veramente. Il problema è che i sacerdoti, molte volte, non sono preparati nemmeno alla liturgia e i musicisti, se ci sono, non conoscono in maniera adeguata il contesto liturgico nel quale il pezzo viene suonato. Non ha senso eseguire musica festosa durante la Quaresima, perché non è il momento giusto: possiamo discuterne quanto vogliamo, ma la cosa non cambia e non cambierà mai nonostante tutto. Se in chiesa ridiamo e giochiamo sempre, come possiamo capire il Sacrificio che si compie ogni domenica durante la Messa?

            Ecco, leggendo le pagine di Alessio, ho pensato che Bach era sì, un uomo, un musicista ma anche un abile artigiano, ed ora nel nostro mondo mancano proprio gli artigiani della fede, che si sporcano le mani, studiano, riflettono e suonano.

            Il mio augurio è che questo lavorBach occhi.pngo possa non solo essere un ottimo strumento di studio ma anche un mezzo di riflessione e cambiamento, per cui i nostri giovani “chitarristi” (e non solo) potranno apprezzare e pure suonare musica barocca, mentre i giovani organisti, magari, suoneranno anche canti più popolari ma con professionalità e coscienza, perché l’obiettivo più profondo della musica sacra è questo, a mio avviso: farci avvicinare a noi stessi, farci avvicinare e affidare a Dio, e non darci un modo più o meno divertente di passare il tempo, come neppure celebrare la nostra conoscenza e la nostra bravura.

PER INFO E ACQUISTO DELL’EBOOK:

http://www.omniabuk.com/editore-alessio-cervelli-12027.html

http://www.mondadoristore.it/search/?tpr=10&g=Bach%3A+un+grido+di+dolore%2C+un+sospiro+d%27amore%2C+un+palpito+di+fede&bld=15&swe=N

EDIZIONE CARTACEA:

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“NARDO ED ALABASTRO”: USCITA LA SECONDA EDIZIONE!

 

 

Sono molto grato a tanta gente, a tanti amici, a tante persone per questa seconda edizione di Nardo ed Alabastro: un’edizione che vede la luce proprio per l’incoraggiamento e l’esortazione a mantenere ancora disponibile questo piccolo, semplice lavoro che, a quanto pare, ha suscitato interesse verso la musica sacra e verso alcune delle sue sfaccettature pastorali. E’ un lavoro senza ambizione alcuna se non quella, divulgativa, di una riflessione spicciola su quel che vediamo accadere sotto i nostri occhi nelle chiese parrocchiali, su quali atteggiamenti sia opportuno assumere in proposito e su quale potrebbe essere un percorso sensato per un sereno cammino di risanamento.

Riconoscente al mio grande amico e mentore Don Nicola Bux per i consigli e per la prefazione che volle donarmi per la prima edizione (e che lascio intatta in questa seconda), desidero altresì esprimere tutta la mia più sincera gratitudine per il Prof. Antonio Lalli, editore delle mie terre, che per primo credette in questo lavoro, lo accolse di buon grado e lo distribuì sotto l’egida della sua casa editrice, la quale è giunta di recente, a testa alta, al suo nobile tramonto per concedere al suo fondatore il meritato riposo di una serena anzianità da vivere circondato dalle persone che ama, dopo aver donato al mondo dei libri tanti lavori di grande qualità.

“Caro Alessio” – mi ha detto il Prof. Lalli in uno dei nostri ultimi incontri – “spero che il tuo lavoro veda presto una seconda edizione, perché è un lavoro in cui credo e che ha ancora tante cose belle e interessanti da dire”.

Caro Antonio, non solo il tuo auspicio viene qui esaudito ma, come vedi, questa seconda edizione, di cui auspicavi l’uscita, vede la luce congiunta al grato ricordo della tua fiducia e della tua competenza, di cui desidero resti memoria assieme alla nostra sincera amicizia.

Alessio Cervelli

NOTA DI RINGRAZIAMENTO – Ringrazio di cuore il regista Elia Mori per la sua amichevole consulenza.

PER INFO E ACQUISTO

Edizione Cartacea:

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Edizione E-book:

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“Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò” – Considerazioni sulla Missa Requiem

(Di Alessio Cervelli)

Erano già in preparazione, queste riflessioni, prima che la terra si scuotesse nei giorni scorsi: mi sembra opportuno condividerle oggi, quando l’Italia si ferma, in raccoglimento e in lacrime, con un grande senso di umiltà, di fronte all’immensa potenza della natura che, assieme a Giobbe, ci fa sussurrare: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!», ricordando altresì, contro ogni fatalismo e misticismo di bassalega, quel che aggiunge il versetto seguente: In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto. (Giobbe 1,21-22).

Di fronte alla morte, certamente l’uomo non rimane indifferente: si spaventa, si terrorizza, piange, tace, urla, si dispera… prega, e si abbandona con fiducia al suo Signore.

La struttura della Missa Requiem gregoriana è un meraviglioso amalgama del fremere umano con una sincera, sicura speranza nella misericordia infinita di Dio: in altre parole, il giusto equilibri tra il non presumere della salvezza, e il non disperare di essa. E’ sicuramente uno dei motivi che ha spinto molti grandi della musica (uno tra tutti, Lorenzo Perosi) a domandarne l’esecuzione per il giorno delle proprie esequie.

La grande poeticità di questa messa inizia già “in sacrestia”, cioè nei paramenti. Il paramento nero, in uso fino a prima della riforma liturgica che ha condotto al Novus Ordo, non veniva utilizzato per incutere terrore, oppure per sottolineare il dolore del lutto. Sicuramente il nero e in generale i colori scuri sono quei colori che nell’area mediterranea presso molte culture indicano una circostanza seria, di fronte alla quale è bene non essere frivoli né superficiali: si pensi, ad esempio, che il nero è il colore del tempo di Quaresima presso varie chiese di rito orientale. Nel rito latino, il nero per le esequie è un nero particolare: di norma non solo è un bel nero (cioè di un bel tessuto), ma è inoltre fregiato da disegni e galloni dai colori chiari, di solito in oro o in argento.

Il paramento nero con galloni e decorazioni lucenti intende trasmettere né più né meno che l’immagine dipinta dal prologo del vangelo secondo San Giovanni: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta” (Et lux in tenebris lucet et tenebrae eam non conprehenderunt). Siamo fin dai colori liturgici proiettati in questa profonda dinamica di equilibrio: il grano e la zizzania lasciati crescere insieme fino al momento della mietitura, le tenebre del peccato e la luce della grazia e della salvezza; il tutto posto di fronte all’uomo e alla sua libertà di scelta per la propria eternità, nel tempo del pellegrinaggio terreno, fino a comparire davanti al suo Dio, per ricevere il frutto eterno di tale scelta.

Veniamo alla messa gregoriana.

L’introitus è sereno, quieto, trasmette da subito il senso delle parole della liturgia: “requiem aeternam”, l’eterno riposo. Così come il Kyrie, semplice e solenne, senza slanci se non nell’ultima invocazione, ad indicare le mani che si levano verso il cielo con insistenza e fiducia.

Requiem aeternam: https://youtu.be/5D86N1yrzck

Kyrie: https://youtu.be/pzM7MGxHK6o

Il graduale, che segue la lettura dell’epistola, è struggente e sobrio ad un tempo, per lasciare il cuore libero di sciogliersi di getto nel tratto “Absolve”.

Graduale: https://youtu.be/-zpHs8bf4k4

Tratto: https://youtu.be/np_slIOn5Jk

Degno di sottolineatura è il lungo melisma finale del tratto, sull’ultima i delle parole “beatitudinem perfrui” (abbiano la gioia eterna): indica sia l’insistenza della preghiera al Signore perché i nostri cari defunti ottengano tale gioia (“la beatitudine, la luce e e la pace”, come dice il Canone Romano), sia la luminosa speranza nella misericordia divina nel volerla concedere. E da questa luce tenerissima e serena che volge lo sguardo alla misericordia celeste, si passa a contemplare l’immagine di Dio giudice giusto: è il momento della sequenza Dies Irae.

Su di essa già in passato ci siamo soffermati in abbondanza, rammentando come essa sia confluita nella missa requiem dalla sua originaria destinazione, la messa della prima domenica di Avvento. Di per sé, questo meraviglioso accostamento tra misericordia infinita e giustizia perfetta di Dio, che permea tutta la missa requiem, nella sequenza è perfettamente riassunto e compendiato: il Signore è giudice giusto, sì, che fa strage del peccato ma che dà speranza a tutti, perché ha assolto la peccatrice e il ladrone pentito.

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Per un approfondimento più specifico, invitiamo a consultare i due articoli in merito, del mese di dicembre us:

Parte Prima:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/09/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae/

Parte Seconda:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/14/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-2/

Parte Terza

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/17/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-3/

Parte Quarta (in quest’ultimo articolo, c’è il video con la sequenza:)

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/21/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-4-ultima/

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Giungiamo così alla liturgia eucaristica. L’antifona d’offertorio è una nitida esplicazione dei motivi per i quali si offre il sacrificio eucaristico per i defunti:

Domine Jesu Christe! Rex gloriae!

Libera animas omnium fidelium defunctorum

de poenis inferni et de profundo lacu!

Libera eas de ore leonis,

ne absorbeat eas Tartarus,

ne cadant in obscurum:

sed signifer sanctus Michael

repraesentet eas in lucem sanctam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Hostias et preces tibi, Domine,

laudis offerimus.

Tu suscipe pro animabus illis,

quarum hodie memoriam facimus:

fac eas, Domine, de morte transire ad vitam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Signore Gesù Cristo! Re di gloria!

Libera le anime di tutti i fedeli defunti

dalle pene dell’inferno e dalla fossa profonda!

Liberale dalla bocca del leone

affinché non vengano inghiottite dal Tartaro,

affinché non cadano nell’oscurità:

ma il difensore san Michele

le porti nella luce santa,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

A te, o Signore, sacrifici e preghiere

offriamo con lodi.

Tu ricevile in favore di quelle anime,

delle quali oggi facciamo memoria:

falle, o Signore, passare dalla morte alla vita,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

https://youtu.be/8SjzLy26xPA

Nel testo dell’offertorio troviamo contenuto tutto il senso del sacrificio eucaristico e la preziosità di tale offerta. Proprio oggi, 27 agosto, nell’ufficio di Santa Monica, la madre di Sant’Agostino, troviamo l’invito di questa santa ai due figli: “Non m’importa dove seppellirete il mio corpo. Ma ricordatevi di me all’altare del Signore”. L’intensità di questo testo eucologico è altissima: il canto gregoriano non poteva che trattarlo energicamente, un’energia che si moltiplica nella ripetizione responsoriale della sezione “quam olim Abrahae promisisti…”: non c’è bisogno di ricordare nulla al buon Dio, siamo noi che dobbiamo restare presenti a noi stessi, nella nostra preghiera, perché è la nostra natura incarnata nel tempo e nello spazio a richiederlo. Ci viene alla mente l’episodio del cieco al quale il Signore Gesù chiede: “Che vuoi che io faccia per te?” e lui: “Signore, che io riabbia la vista” (Luca 18,35-43). Così a noi, nella preghiera per i defunti, il Signore domanda: “Cosa volete che io vi faccia?”, e noi con fiduciosa insistenza Gli diciamo: “Signore, che i nostri cari abbiano la Tua pace, così come un tempo hai promesso ad Abramo e alla sua stirpe!”.

Il Sanctus e l’Agnus Dei confluiscono nella missa requiem da tempi immemori, in quanto esempi di canto gregoriano tra i più antichi.

L’antifona di comunione “Lux aeterna”, si riallaccia egregiamente sia al tratto che all’offertorio, riprendendo il tema della luce eterna dell’introito:

Lux aeterna luceat eis, Domine,

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Requiem aeternam dona eis, Domine,

et lux perpetua luceat eis

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Splenda ad essi la luce perpetua, Signore,

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

L’eterno riposo dona loro, Signore,

e splenda ad essi la luce perpetua

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

https://youtu.be/n0flKCY9ipA

Ampie e cariche di luce, le frasi gregoriane che la pongono in musica, ed è giusto che sia così specialmente nel momento di ricevere l’Eucaristia, di comunicarsi al Corpo e Sangue di Cristo, entrando nell’intimità di quel Dio che giustamente il beato papa Paolo VI chiamò “Dio della vita e della morte”, perché, per dirla con Sant’Angostino, “non perderà nessuno dei propri cari, solo chi i propri cari li ama in Colui che non si può perdere: Te” (Confess. 4, 9, 14).

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Per tutti i defunti del terremoto:

Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.
Requiescat in pace. Amen.

L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen.

L'immagine può contenere: una o più persone

ZIPOLI: “AMO, DUNQUE SUONO” – IL GIOVANISSIMO ORGANISTA CHE SI FECE MISSIONARIO

Dedicato alla memoria di Don Alessandro Porciatti, presbitero poggibonsese trentunenne della Diocesi di Siena prematuramente tornato alla Casa del Padre, DOMENICO ZIPOLI: “AMO, DUNQUE SUONO” è un viaggio nella vita e nelle scelte profonde del giovanissimo musicista pratese che sparì d’improvviso dal panorama europeo per farsi missionario in America Latina. Da ora disponibile anche in edizione cartacea tradizionale. 

Per chi studia organo, Zipoli è semplicemente il compositore delle “Sonate d’Intavolatura” che poi se ne andò in America Latina; per molti musicologi è un compositore degno di nota, che curiosamente, all’esplodere della sua fama, abbandonò l’Europa e si fece missionario gesuita, forse più per dilettarsi di musica che per vivere da religioso. Per i nativi latino-americani, invece, è l’uomo che sconvolse in senso positivo la storia della loro arte musicale e il cui spirito, attraverso i secoli, ancora li assiste e li ispira. Chi è Domenico Zipoli? Con la prefazione di Giosué Berbenni, queste pagine non intendono svolgere in tono prettamente scientifico/accademico un’autorevole e completa ricapitolazione musicologica e storiografica che esaurisca ogni argomentazione su un musicista; è piuttosto una partecipe riflessione, un sereno tentativo di aggiungere – oggettivamente, senza intenti meramente agiografici – un elemento troppo trascurato ed adombrato nell’indagine circa Zipoli: la prospettiva delle ragioni della fede, che forse è proprio quel piccolo ingrediente che manca alla ricetta di una vita la quale, altrimenti, è destinata a rimanere un enigma, mentre invece potrebbe avere qualcosa di bello e di vivo da dire alla nostra Europa e alla vita pastorale della Chiesa del nostro tempo.

Il quadro tracciato in queste pagine è arricchito da due appendici:

  • Un contributo della psicologa psicoterapueta Claudia Rappuoli, che offre stuzzicanti elementi scientifici di riflessione a proposito del fatto che, in arte, cultura e musica, non è bello ciò che piace ma “è bello ciò che è bello!”.
  • Una didascalia pastorale di alcuni dei più celebri brani di Zipoli, secondo un’ottica di riutilizzo nell’attuale vita liturgica.

 

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Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di Sé:
li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come un olocausto.
(Sap. III, 1 – 7)

Alla cara memoria di Don Alessandro Porciatti, giovane sacerdote della Chiesa di Siena,
che, come Domenico Zipoli, si è addormentato nel Signore all’alba del suo ministero
sacerdotale.

Alessio Cervelli e Claudia Rappuoli

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Edizione Cartacea Tradizionale (qui):

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Edizione Ebook (qui):

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SESTA NOVELLA – “IL GREGORIANO? BRUTTO, RIDICOLO E NOIOSO!” PAROLA DI UNA SCOUT!

Domenica mattina di un bel fine – settimana di maggio. Giornata ideale per celebrare la Messa festiva e chiudere l’anno pastorale. La processione d’ingresso varca la porta di quella piccola chiesa di campagna: turibolo e navicella, ceri e croce astile, accoliti e cerimoniere. A chiudere, il parroco, rivestito di una splendida pianeta dorata, con rifiniture in perle di fiume. Dal presbiterio s’ode una voce baritonale che intona ed è subito seguita dagli altri membri della schola: “Jesu, dulcis memoria, dans vera cordis gaudia”.

Gesù, dolce memoria,
che dona vera gioia al cuore:
sopra il miele ed ogni altra cosa
è dolce la Sua Presenza!

Niente si può cantare di più soave,
niente si può udire di più gioioso,
niente si può pensare di più dolce
di Gesù, Figlio di Dio.

Gesù, speranza per chi è pentito,
quanto sei compassionevole verso chi Ti rivolge preghiere!
Quanto sei buono con chi Ti cerca!
Ma cosa sei mai per chi Ti trova?

La lingua non ha forza sufficiente per dirlo,
né le parole scritte riescono ad esprimerlo:
solo chi l’ha provato può sapere cosa sia
amare ardentemente Gesù.

O Gesù, sii Tu la nostra gioia,
Tu che sei il premio dell’eternità futura!
In Te solo sia riposta la nostra gloria,
per gl’infiniti secoli. Amen.

Era stato proprio il parroco a chiedere ai cantori di eseguire quel bellissimo inno all’ingresso della Santa Messa. Fin dalla prima strofa, un profondissimo silenzio era sceso tra il popolo, compresi i bambini delle classi di catechismo; anzi, proprio questi ultimi tenevano fisso lo sguardo sui cantori, con gli occhi sgranati. Terminata la Messa, gli undicenni ragazzini accorrono a frotte da Manuel: «Che bello, il canto che avete fatto all’inizio della Messa! Non si era mai sentito… com’è, che faceva? Ce lo ricantate?». E l’organista ed i cantori sono ben lieti di esaudire questa richiesta dei bambini.
«Maestro, senti un po’», chiede il maggiore degli studenti d’organo di quella parrocchia, «tu e gli altri ce lo cantate quell’inno della Settimana Santa che ci avete fatto sentire tempo fa? E’ bellissimo! Il ritornello mi capita di canticchiarlo pure mentre sono sotto la doccia, tanto mi è rimasto impresso».
Il musicista estrae dalla borsa un quaderno, lo sfoglia e lo posa sopra il leggio dell’organo. I cantori cercano tra le pagine del loro repertorio, trovano quel che serve loro e fanno cenno all’organista: sono pronti: “O Redemptor, sume carmen temet concinentium”.

O Redentore, accogli il canto di coloro che a Te inneggiano.
Ascolta, o Giudice dei morti,
unica speranza dei mortali:
odi le voci di coloro che portano
qui innanzi a Te un dono, segno di pace.

Questi rami odorosi risplendenti di pura luce
vengono portati per essere benedetti:
li porta questa devota folla che è qui
e li presenta al Salvatore del Mondo.

Stando ai piedi dell’altare in atteggiamento supplice,
il Pontefice Infulato
scioglie l’intero debito antico
per mezzo dell’olio consacrato.

Degnati Tu di consacrare,
o Re della Patria Eterna del Cielo,
questo olivo ed il suo olio quali segni vivi,
esorcismo che fa fuggire gli angeli del Demonio!

Che sia rinnovato tutto l’essere umano
per mezzo dell’unzione crismale:
che sia finalmente risanata la gloria della dignità originale
ferita dall’antica colpa.

Dalla mente mondata al Sacro Fonte del Battesimo,
siano messi in fuga i crimini;
nella fronte così unta e consacrata,
penetrino i carismi celesti.

O Cuore nato dall’Eterno Padre,
Tu che riempi il grembo della Vergine,
prepara la Luce e serra le porte in faccia alla morte
in favore di coloro che nel Crisma hai reso Tuoi fratelli.

Sia per noi oggi giorno di festa
nei secoli dei secoli;
sia giorno consacrato con lode degna,
e non conosca mai il tramonto.

«Bello, bello, bello!», commenta il bambino che aveva chiesto l’esecuzione dell’inno. «Spero di impararlo presto: credo che lo suonerei fino alla noia (di chi ascolta; non di certo la mia)».

Proprio i piccoli e i pre-adolescenti erano i più affascinati dal canto gregoriano. Se ascoltavano un Kyrie, un Sanctus, un’antifona, lo sguardo si faceva ogni volta scintillante ed il commento era sempre lo stesso: “bello!”.
Al Venerdì di Passione, nella Settimana Santa, i cantori avevano proposto gli improperia, i lamenti del Signore, e l’antico inno Crux Fidelis. I bambini che avevano tenuto il servizio liturgico, tornati in sacrestia, avevano chiesto al parroco: «Don, ma perché gli anni scorsi non abbiamo mai fatto così, al Venerdì Santo? Hai sentito che bello?»; il presbitero non poteva che essere felice di queste reazioni positive dei suoi piccoli, lui che la Liturgia la amava sul serio.
«Sapeste quanto mi colpisce», aveva più volte commentato quel buon parroco, «quel che faceva sempre il Santo Curato d’Ars, ogni volta che celebrava la Santa Messa! Vi era un unico momento dove si soffermava molto: al Per Ipsum, il Per Cristo, con Cristo e in Cristo. Nel rito romano pre-conciliare, il sacerdote teneva il calice col Preziosissimo Sangue nella mano sinistra, mentre col Santissimo Corpo nella specie dell’Ostia grande tenuta tra il pollice e l’indice della mano destra tracciava tre segni di croce sopra il calice, due tra il calice ed il proprio petto, poi portava la mano destra con l’Ostia grande sopra il Calice e li elevava un pochino. Ecco, a questo punto San Giovanni Maria Vianney, si bloccava, restava lì, immobile, con lo sguardo fisso sulle sacre specie. Uno dei suoi più intimi amici, che più volte gli aveva servito la Messa un giorno vuole chiedergliene la spiegazione. Quel sant’uomo gli risponde che in quel momento si rendeva conto di tenere tra le mani quel Dio adorabile e Amore perfetto che, col peccato mortale, si rischia di perdere per sempre; proprio questo prolungava quel momento, che per lui anticipava l’intimità con Dio che godono i paradiso le anime beate. Se avesse potuto, non avrebbe mai più lasciato la presa dal quel Signore che, in quel momento, era tra le sue deboli, fragili mani.
Ecco perché amo così tanto la Liturgia: è il linguaggio sia divino che umano con cui a noi è permesso anticipare quaggiù, per mezzo del sacerdote, le cose stupende che ci attendono in Cielo. Chi pratica e studia la Liturgia senza avere questo concetto chiaro e nitido nella propria mente, è un sacrilego ed un povero disgraziato».

Pare sia una regola fissa e ampiamente comprovata quella secondo la quale ai buon preti capitano sempre ampi “giramenti di scatole”, spesso proprio a causa di qualcuna delle sue pecorelle che, per certa mentalità “moderna” (o forse sarebbe meglio dire “smania di un protagonismo quasi filoprotestante”), si sente in diritto di agire senza il consenso del parroco, di spargere velenose critiche come iniezioni di cianuro nelle orecchie delle altre “pecorelle”, di danneggiare il più possibile l’operato di un presbitero che altro non fa che obbedire alle norme di Santa Madre Chiesa con premura pastorale. Anche quel buon parroco di quella piccola parrocchia aveva la sua “paolina spina nella carne” , probabilmente tollerata dal buon Dio perché il suo servo non montasse in superbia, ma piuttosto progredisse spedito nel suo cammino di santità.
Poche persone, che si contano sulle dita di neppure due mani, lo criticavano talvolta aspramente. Paramenti nuovi per la parrocchia, paliotti per l’altare, fiori per le feste, addobbi per le solennità? Soldi buttati, perché occorre essere poveri. Un organo a canne per la chiesa, per l’acquisto del quale, una volta lanciata la proposta, la comunità parrocchiale aveva racimolato i soldi necessari in appena quindici giorni? Una spesa folle ed inutile: gli antichi cristiani mica suonavano l’organo! La Veglia pasquale con canto gregoriano, un serio e curato repertorio di canti per l’assemblea, incenso e ceri, dieci chierichetti, organista e violinista in servizio? Semplicemente ridicola: mica siamo in una cattedrale!
Terminate le celebrazioni della Settimana Santa, quel buon parroco ed il nostro Manuel si vedono arrivare una di queste pecorelle che stenta particolarmente ad obbedire con docilità al suo mite pastore.
«Senti, Don, io te lo voglio proprio dire: questo gregoriano che ci propinate è brutto, ridicolo e noioso. Quest’organo ci sta annoiando tutti! I bambini si annoiano, gli adulti sbuffano. Io ho fatto per anni la scout, e ti posso assicurare che è lì che si impara la vera fede: poche cose, messe semplici, canti gioiosi con chitarra alla mano e via. E poi questa Veglia Pasquale è stata proprio qualcosa di ridicolo, con quel violinista che faceva “il Paganini” della situazione. La cosa più assurda è stato il canto del salmo, dopo la lettura dall’Esodo del passaggio del Mar Rosso. Mi spiegate perché avete cambiato la versione di quel canto? Nel ritornello c’era l’Alleluia: voi invece, c’avete infilato quel “Cantiamo al Signor” che non sapeva proprio di nulla».
Prendendo un attimo di tempo per far silenzio e non cedere alla prima tentazione di sbranare quella pecorella come farebbe un lupo inferocito, il parroco le spiega con tono mansueto e calmo, ma sensibilmente segnato dall’irritazione:
«Ascoltami. Io ho l’impressione che il tuo eccessivo amor proprio ti porti a non voler vedere le cose che contrastano con la tua formazione giovanile, nella quale forse qualcuno dei tuoi educatori ha commesso qualche errore di non poco conto.
I bambini si annoiano? Non mi sembra affatto! Anzi, gli studenti d’organo di questa parrocchia – che sono bambini! – aumentano sempre di più. C’è stato addirittura qualche bimbo di soli otto anni che ha chiesto ai genitori di poter andare da un insegnante di pianoforte perché da grande gli piacerebbe imparare a suonare bene l’organo come lo suonano qui in parrocchia. Quando abbiamo cantato lo Jesu dulcis memoria, gli occhi dei nostri bimbi erano sgranati nel guardare la liturgia: non un fiato, non un rumore, non uno scricchiolio di panche».
La donna interrompe il parroco con spocchia: «Queste sono fisime mentali tue e di fanatici come te! Per i bambini ci vuole ritmo, gioia, movimento!».
«Ah, sì?» ribatte il sacerdote, che inizia ad essere un tantino irritato nel tono della voce. «Perché invece è ben diverso, quando voi pretendete di suonare alla Messa i vostri canti con queste chitarre, eh? Si prega bene, vero? Ma fammi il piacere! E’ un chiacchiericcio continuo, una distrazione perpetua, un movimento ed una smania in questi piccini che, lo confesso, in più d’una occasione mi ha dato veramente fastidio. E questo come mai? Perché, per loro natura, l’organo, il canto gregoriano, il buon canto di popolo, la musica sacra crea il silenzio, il raccoglimento, l’adorazione, che anche i più piccoli percepiscono ed anzi ne sono incuriositi tanto che poi vengono a fare mille domande».
«Certo!» interrompe di nuovo la cinquantenne «perché ai bambini, qui, state a fare il lavaggio del cervello! Ma gli adulti si annoiano! Me l’hanno detto tutti!» proclama quella, trionfante e con un sorriso di sfida odioso stampato in faccia.
«Gli adulti si annoiano?» chiede il prete, inclinando leggermente il capo di lato, fissando negli occhi quella donna, con tono di voce divenuto improvvisamente ingenuo e con un risolino amabile disegnato sulle labbra. «Strano… vuol dire che quelli che si annoiano vengono a dirlo soltanto a te, perché io ho ricevuto solo ringraziamenti, complimenti per la cura liturgica e lettere, biglietti e e-mail che mi invitano a proseguire per questa strada che, bada bene, non mi invento io: esiste già da più di mille anni.
Ne vuoi un esempio? Per quel paliotto con la sua cornice che abbiamo collocato dappresso l’altare per renderlo più bello e solenne, noi non abbiamo dovuto spendere niente. Sai Perché? Un falegname delle nostre zone era per caso presente alla Messa del Corpus Domini che abbiamo celebrato qui. Terminata la Messa è venuto ad esprimermi la sua commozione per il servizio liturgico, la cura nella celebrazione, la bellezza dei canti, la tenerezza nel vedere i bambini che suonano l’organo e si aiutano l’un l’altro: a tal punto era commosso ed impressionato che ha voluto regalare alla parrocchia paliotto e cornice per l’altare. Evidentemente quest’adulto è uno dei molti che non si annoia col gregoriano e l’organo. Non sarà forse che tu trasferisci negli altri i tuoi pareri personali, senza neppure appurare se in effetti l’opinione altrui è ben diversa dalla tua?», chiede il parroco, sempre con tono fintamente ingenuo ed un sorriso beffardo sulle labbra.
«La Veglia pasquale è stata una buffonata! E’ stata ridicola!» sbraita la donna, con voce sempre più concitata.
«La Veglia Pasquale ridicola? Cara figlia mia, allora significa che per te e per quelli come te è ridicola la stessa Liturgia della Chiesa, così come i documenti ed il messale ci comandano di celebrare! Se tu nella tua coscienza di battezzata sei a posto, tanto meglio per te: mi chiedo solo cosa ci venite a fare, qua, tu e i pochi altri che la pensano come te. Il mondo è tanto grande che un posto a voi più confacente ci sarà di certo. Per quanto riguarda il cantico dal libro dell’Esodo, vorrei che fosse il mio organista a dartene spiegazione», conclude il parroco, indicando Manuel alla sua destra, con mano aperta.
Con grande calma, il giovane comincia:
«Signora mia, il canto che abbiamo eseguito, e che lei mi dimostra di conoscere, è frutto del lavoro di un noto compositore di canti liturgici della diocesi di Roma. Ora, questo compositore è anche sacerdote e, in quanto tale, conosce abbastanza la liturgia da sapere che, se la sua composizione si eseguisse alla Veglia Pasquale in loco del Cantico dell’Esodo (di cui ne riprende esattamente le parole), non sarebbe possibile cantare l’Alleluia contenuta nel ritornello responsoriale; infatti egli stesso in partitura ha indicato l’opzione “Cantiamo al Signor”, prevedendo la possibilità di eseguire quel canto nella notte di Pasqua. Tutto ciò per il fatto che il solenne canto dell’Alleluia non può essere anticipato ai salmi della Notte Santa di Pasqua, dopo che siamo stati privati di esso per tutta la Quaresima. Le letture di quella notte sono strutturate in un crescendo che comprende il canto del Gloria in Excelsis per poi culminare nel grande Salmo dell’Alleluia prima della proclamazione del Vangelo. Questo è il linguaggio mistagogico proprio della liturgia pasquale: introdurci dalle tenebre della notte e del sepolcro verso l’alba e la luce nuova della risurrezione del Cristo, che vince la morte. Già che ci sono, volevo approfittarne per rispondere a qualche altra sua osservazione».
L’atteggiamento della signora scout lì presente diventa sempre più insofferente; ma il nostro organista, che l’ha notato, non se ne cura affatto e prosegue:
«Lei ha detto che il canto gregoriano è brutto, ridicolo e noioso. Ha mai letto la Divina Commedia di Dante Alighieri?».
«Certo! Che domande…», risponde con tono di sprezzante sufficienza la signora, «io sono un insegnante! Lavoro nella scuola da anni!».
«Ottimo», riprende l’organista. «Dunque non le saranno certamente sfuggiti quei versi sparsi per l’ottavo canto del Purgatorio, dove il padre della lingua italiana dice:

Anime stanno sul verde e in sui fiori,
cantando Salve alla dolce Regina…
E intanto fissa…una dell’alme,
surta, che l’ascoltar chiede con mano…
Te lucis ante sì devotamente
le uscì di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente.

Ma guarda un po’! Dante parla proprio del canto gregoriano. Così pure Sant’Agostino, che aveva udito il canto degli inni nelle assemblee liturgiche della chiesa ambrosiana, scrive:

Quante lacrime sparsi, sentendomi abbracciare il cuore dalla soave melodia degli inni e dei cantici risuonanti nella tua Chiesa! Quelle melodie mi entravano per le orecchie e la verità si versava nel cuore e si destava la fiamma dell’affetto. E piangevo di consolazione.

Se gli inni e i cantici risonanti nella Chiesa strappavano lacrime ad Agostino, se la Salve Regina e le dolci note dell’inno di Sant’Ambrogio Te lucis ante terminum, nella sua semplice, casta e nobilissima melodia, facevano uscir di mente Dante, di quale potenza immensa è mai dotato il canto gregoriano? Non è convinta? Allora potremmo prestare attenzione al pensiero di validissimi musicisti!
Alfredo Casella disse che “Il canto gregoriano: quel meraviglioso tesoro melodico che la Chiesa Cattolica ereditò dai greci e che forma oggi la base essenziale della musica italiana rinascente”. Gianfrancesco Malipiero commentò: “Il canto gregoriano è la vera fonte di tutta la musica occidentale. Tutta la musica discende dal canto gregoriano. Il canto gregoriano è la chiave che apre tutte le porte che introducono alla musica, alla vera musica”. Il grande compositore francese Charles Gounod lasciò scritto nel suo testamento che, per i suoi funerali, non voleva altra musica all’infuori di quella liturgica gregoriana. La stessa volontà è stata espressa da Lorenzo Perosi, maestro della Cappella Sistina, da altri musicisti e perfino da non musicisti, come Mobutu, il presidente del Congo. Per non parlare di Mozart, che disse più volte quanto avrebbe volentieri dato tutta la sua musica in cambio della gloria di aver composto la melodia gregoriana del Prefazio della Messa ».
«Gente vecchia, morta e sepolta! Sai a chi importa di ’sta gente stantia e putrefatta da secoli! A te piace solo la gente morta!» sentenzia con aria di sufficienza la donna.
Cercando di trattenersi dall’impulso di sbranarla sui due piedi, Manuel chiede con cortesia:
«Mi dica? Le piace Mina, la cantante?».
«Oh, finalmente rammenti una persona viva!» replica con tono di scherno la signora.
«Bene!» prosegue Manuel. «Allora lei saprà anche che Mina ha inciso il Veni Creator Spiritus e l’Omni Die per il suo album di musica sacra “Dalla terra” con arrangiamento e direzione orchestrale di Gianni Ferrio e la partecipazione della Schola Gregoriana del Duomo di Cremona, per la direzione di Massimo Lattanzi: un album che ha ottenuto recensioni estremamente positive da parte della critica italiana, tra l’altro per la scelta inusuale e anticommerciale, apprezzando la voce e l’interpretazione di Mina che, messa da parte la sua esperienza nel campo della musica “leggera”, ha voluto dedicarsi con questo album alla sfera spirituale. Evidentemente, neppure per una grande e famosa cantante come Mina il canto gregoriano è brutto, noioso e ridicolo».
Quell’insegnante dalla discutibile formazione è stranamente ammutolita. Manuel coglie la palla al balzo e sferra la stoccata:
«Sa cosa sono arrivato a capire, in questi non pochi anni in cui ho studiato musica e l’ho praticata nelle liturgie degli ambienti parrocchiali, signora mia? Che sono le persone non solo musicalmente ignoranti (il che non è una colpa), ma anche immensamente arroganti, superbe e profondamente ideologizzate dalle correnti sessantottine come lei, a non esser capaci di riconoscere la vera arte e la vera bellezza, quando capitano loro davanti. Siete persone cieche, che pretendono di esser guide di ciechi e che, quando si trovano ad avere a che fare con bravi preti fedeli alla Chiesa e al suo magistero, con musicisti che hanno sulle spalle anni di studi, con bimbi che nella loro innocenza riconoscono la bellezza con disarmante naturalezza, con adulti di buona volontà che desiderano il bello ed il buono per la loro parrocchia, vi comportate talmente da ignoranti per giunta incattiviti, che non solo non fate nulla, ma impedite anche a chi lo vuole di fare il bene del popolo di Dio! Avete un tale odio per la dottrina cattolica e l’autorità sacra della gerarchia che neanche riuscite a rendervene conto, tanto vi è entrato nelle ossa! Nessuno di voi in chiesa si inginocchia quando Cristo là, sull’altare, muore per noi! Anzi, c’è chi di voi si siede per terra a gambe incrociate quasi fosse ad una scampagnata o ad un pic-nic, invece che all’attuazione sacramentale degli eventi che operano la nostra salvezza e all’anticipazione in terra delle realtà celesti!».
«Ma come ti permetti, spocchioso giovinastro che non sei altro?» sbotta la signora. «Io sono stata negli scout per anni! La fede l’ho imparata, eccome!».
«Cara la mia scout» apostrofa Manuel, tirando le labbra in un sorriso di scherno, e con tono di voce fattosi leggermente nasale e da “presa di per i fondelli”, «nei boy-scout si imparerebbe la vera fede? Può essere, non lo metto in dubbio, anzi: ci credo. Io stesso suono di frequente per un gruppo scout che addirittura celebra la Messa in Latino, secondo il Motu Proprio Summorum Pontificum. Ho inoltre vari amici di penna che fanno parte di gruppi scout ottimi, dove la buona dottrina è trasmessa ai giovani, e dove gli organisti e gli amanti della musica non mancano. Ma lasci che le racconti un aneddoto.
Tempo fa ero ospite presso un convento di frati minori, in un’altra regione d’Italia. Presso la foresteria di quel convento erano alloggiati anche alcuni boy-scout col loro cappellano, scout anch’esso. Un pomeriggio mi affaccio dalla finestra del corridoio e vedo questi “grandi cattolici praticanti” seduti per terra, a gambe incrociate, col loro cappellano, in divisa scout, il cappello in testa ed una piccolissima stola da kit da campo sulle spalle. Davanti al prete, c’era una cassetta da frutta, come quelle dei mercati rionali, rovesciata, con su sopra un fazzoletto bianco, una candela accesa, un piccolo calice con patena, una piccola pisside con le particole.
Vado di corsa a chiamare il padre guardiano.
“Che c’è, figliolo?”, mi chiede.
“Padre, si affacci dalla finestra nel corridoio e guardi nel cortile, qui sotto”, gli dico.
Il frate si affaccia, sgrana gli occhi, si gira verso di me e mi chiede, sgomento:
“Ma cosa stanno facendo?”.
“Ho l’impressione che stiano celebrando la Messa, padre”, gli rispondo, con voce pacata.
“Cosa? Ma siamo matti?”, sbotta il sant’uomo, precipitandosi per le scale che immettono nel cortile.
Si avvicina a passo sostenuto al gruppetto, picchietta sulla spalla del cappellano, anch’esso seduto all’indiana per terra, e gli domanda:
“Scusate: cosa state facendo?”.
“Non vede, padre? Stiamo celebrando la Messa”, risponde il cappellano.
“Ah”, replica il guardiano; poi soggiunge:
“A che punto siete?”
“Stavo tenendo l’omelia”, spiega il prete.
“Quindi non avete ancora consacrato, giusto?”, si informa il frate.
“No, naturalmente, padre”, risponde il cappellano.
A quel punto, il padre guardiano del convento sferra un calcio a quella cassetta di frutta e la fa volare a qualche metro di distanza; quindi afferra per una spalla il cappellano, lo costringe ad alzarsi e lo ammonisce, in tono molto severo e perentorio:
“Mi ascolti bene. Abbiamo qui alle sue spalle una bella chiesa, con l’altare consacrato, i paramenti, i vasi sacri e tutto quel che occorre per celebrare la Messa come Dio e la Sua Chiesa comandano. Se volete celebrare, sono ben lieto di ospitarvi; se vi ostinate a voler fare scempi di tal genere, andare a raccogliere tutte le vostre carabattole, fate fagotto ed andatevene, perché io non tollero gente che compie tali atrocità sacrileghe nel mio convento!”.
Mi dica, signora: è per caso questa, la fede spontanea, semplice, gioiosa alla quale lei e quelli come lei siete stati educati?», conclude l’organista, con un sorrisetto sulle labbra che dà tutta l’impressione di voler sfottere a più non posso la sua, ormai paonazza, interlocutrice.
La donna, schiumante di rabbia, gira sui tacchi e se ne va, ovviamente con passo altezzoso, senza degnare neppure d’uno sguardo (figuriamoci d’una genuflessione) il tabernacolo e sbattendosi pure alle spalle la porta di chiesa.
Qualche giorno dopo, una persona incaricata delle pulizie della chiesa parrocchiale e della gestione e custodia degli ambienti della canonica, vicina per parentela e simpatia a questa cara educatrice scout di preclara dottrina cattolica, entra in sacrestia mentre il parroco sta spogliandosi dei sacri paramenti dopo aver celebrato la Messa feriale e, senza troppi complimenti, gli scaraventa sul bancone la copia delle chiavi della chiesa e della canonica.
«Queste sono le tue chiavi. Tienitele, che io me ne vado in vacanza per l’estate! D’ora in poi le pulizie fattele da solo!», dice con alterigia questa “mite” pecorella a quel pastore che il buon Dio aveva voluto darle.
«Va bene. Vorrà dire che le darò a qualcun altro che mi possa aiutare», risponde il parroco, col suo solito tono mansueto ed accogliente.
E la pecorella, per tutta risposta, senza neanche guardarlo in viso, senza salutarlo e voltandogli già le spalle per prendere la porta ed andarsene, taglia corto, con un secco e stizzito:
«Fa’ come ti pare».

Quella stessa sera, mentre il sacerdote è di fronte ad una pizza col suo organista, dopo avergli raccontato l’episodio, aggiunge:
«Lo sai, figlio mio, cos’è che mi rincresce?».
«Cosa?», risponde Manuel, infilandosi in bocca la forchetta con su un boccone fumante di pizza ai formaggi.
«La durezza del cuore di queste persone, che non accettano di voler ragionare, approfondire, riflettere e capire la bellezza e la preziosità del far bene tutto per il maggior vantaggio delle anime e la maggior gloria di Dio».
Il musicista fa cenno affermativo con la testa, mentre sta deglutendo il boccone.
«Vedi», prosegue quel buon prete, «se viene da me una donna, una ragazza, un’adolescente che mi dice di aver fatto la prostituta con cento e più individui, ma ora vi è da parte di questa persona il pentimento e la voglia di aprirsi all’amore e alla volontà di Dio, io non batto ciglio, assolvo questa persona, le do immediatamente la comunione e ci aggiungo una mia carezza personale. Ma il peccato che commette la gente che io e te abbiamo conosciuto, è un peccato ben più grave, lo sai? E’ un peccato contro lo Spirito Santo, è peccato d’impenitenza, di perseveranza nell’errore, addirittura di rifiuto della verità rivelata. Per questo peccato non può esserci perdono, perché una persona del genere che venisse al mio confessionale non potrebbe portarmi la materia alla quale io possa aggiungere le parole del Signore ed amministrargli il Sacramento del Perdono: non mi porta le sue lacrime di dolore, non mi consegna il pentimento per i peccati commessi, non l’umiltà di chi vuole ascoltare, non il desiderio di ravvedersi dalla propria condotta .
Rammenti quel che Gesù ci ha detto? “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli!”
A volte penso che sia proprio per casi come questi, che il Signore ha voluto donarci tale insegnamento».

BELLEZZA NELLA LITURGIA: PRIMA TUTTO BENE, OGGI TUTTO MALE?

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La bellezza salverà il mondo” – Convegno sulla bellezza nella Liturgia – Roma – 12 giugno 2014 – Intervento di Alessio Cervelli

Vorrei iniziare questo mio breve intervento con l’esprimere quanto io sia grato e sorpreso a un tempo del trovarmi qui.
Non è infatti prassi consueta l’invitare ad un convegno che si tiene nella Città Eterna un umile organista liturgico, titolare dell’organo di una piccola parrocchia di campagna, qual è la Chiesa di San Bartolomeo ad Ulignano.
Dunque, ho pensato di aprire il mio contributo col darvi lettura di uno scritto del quale, per ora, vi celo sia l’autore sia il periodo.

Non c’è cosa che faccia capire di più agli uomini se le Chiese sono mal guidate e mal governate dai Vescovi, quanto il vedere i Sacerdoti celebrare le sacre funzioni facendole male, oppure omettendo i gesti liturgici, portando paramenti indecenti, o non adatti assolutamente alla sacerdotale dignità, eseguendo ogni cosa con fretta e sciatteria. Queste cose cadono sotto gli sguardi di tutti (…) Scandalizzano specialmente coloro che provengono da territori dove i Sacerdoti portano abiti convenienti, e celebrano la Messa con la dovuta devozione. Il Cardinale Bellarmino, non senza lacrime si lamentava: “È pure causa di grande pianto che i sacrosanti Misteri siano trattati in modo così indecoroso, per l’incuria e l’empietà di alcuni Sacerdoti. Costoro che così fanno dimostrano di non credere che la Maestà del Signore è presente. Così alcuni celebrano Messa senza spirito, senza affetto, senza timore e tremore, con una precipitazione incredibile! Agiscono come se non credessero alla presenza di Cristo Signore, e come se non credessero che Cristo Signore li vede. (…) So che vi sono, nella Chiesa di Dio, molti ottimi e religiosissimi Sacerdoti, che celebrano i Divini Misteri con cuore puro, e con paramenti pulitissimi. Per questo tutti devono render grazie a Dio. Ma anche ve ne sono che fanno davvero piangere di disperazione, e non sono pochi, la cui sporcizia esteriore manifesta le turpitudini e l’impurità della loro anima”.

Sinceramente, appena lessi questo testo, mi chiesi: quando è stata messa per iscritto questa sacrosanta e – ahinoi – attualissima verità? Fine anni ’90? Prima decade del 2000?
No, niente di tutto ciò.
Quella che abbiamo ascoltato è la conclusione della Lettera Enciclica Annus Qui nunc di Papa Benedetto XIV, scritta nientemeno che nel 1749, alla vigilia di un anno giubilare. In questo documento del magistero troviamo il papa impegnato a redarguire alquanto animosamente i vescovi e i loro presbiteri circa le gravi mancanze che abitualmente si commettevano nella Chiesa, nei tempi in cui egli ne era il supremo pastore, in particolare circa tre ambiti:
1 – La pulizia ed il decoro delle chiese, dei paramenti, dei sacri arredi;
2 – La celebrazione delle Ore Canoniche;
3 – La musica sacra (canto ecclesiastico e suono dell’organo).
Il Papa non si trattiene dal riferire eventi deplorevoli, che si verificavano in varie diocesi, compresa quella dove, a suo tempo, era stato vescovo Antonio Michele Ghislieri, oggi a noi noto e caro ai nostri cuori col nome di San Pio V. Durante la Settimana Santa, nelle chiese si tenevano concerti talmente sontuosi e con musiche così spettacolari e sensuali che non solo distoglievano i fedeli dalle giusta disposizione d’animo per meditare con frutto la Passione del Signore Crocifisso, ma addirittura eccitavano al punto di indurre a varie forme di peccato legato al piacere dei sensi (gola e lussuria in primis).

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Facciamo un salto di un paio di secoli.
Nicola II Romanov, zar di tutte le Russie, venne a Racconigi in visita di stato nel 1909. Pur avendo al suo seguito un vescovo metropolita, aveva espresso il desiderio di assistere alla celebrazione della Santa Messa presso il Santuario Reale di Santa Maria delle Grazie, una chiesa naturalmente cattolica. L’arcivescovo di Torino, il cardinale Agostino Richelmy viene informato della cosa, si affretta a raggiungere lo zar a Racconigi e domanda al sovrano il motivo della sua richiesta. Nicola II gli risponde che la Messa della Chiesa di Roma è più antica e veneranda della Messa di rito orientale, indubbia creazione di grandi e santi padri della chiesa, ma non degli Apostoli; e che della liturgia latina gli ortodossi ammiravano la sobria asciuttezza, tanto da essere proverbiale presso di loro(1). Ben diverse, invece, erano le testimonianze circa le Messe pontificali latine che giungevano a Roma, nei sacri palazzi: Messe di vescovi il cui solo canto del Gloria in excelsis si protraeva per oltre un’ora; cardinali primati che, dopo mezz’ora di contrappunto da parte del coro sul testo del Credo laddove dice: e il Suo Regno non avrà fine, si toglievano di testa la mitra, scendevano dalla cattedra, andavano dal maestro del coro, gli picchiettavano sulla spalla e, in tono tanto perentorio quanto ironico, intimavano: “No, no, è bene che abbia fine, perché altrimenti qui ci facciamo notte!”.
A cosa ci servono episodi di questo genere?
Paradossalmente a spronarci ad alimentare la sana virtù teologale della speranza cristiana e a rassicurare un pochino i nostri cuori, pur mossi da una santa inquietudine verso il degrado attuale della Liturgia. Quanto ha ragione il libro del Qoélet nel ripetere più e più volte che non c’è niente di nuovo sotto il sole! In altre parole, non è intellettualmente corretto ragionare in termini come: “oggi tutto va male, mentre ieri tutto andava bene”.
La Annus qui nunc è la prova lampante che nei secoli passati, prima dell’ultimo concilio, c’è stato addirittura bisogno di un atto del magistero, di un intervento del papa, per richiamare i vescovi e i chierici alle buone norme basilari della pulizia, del decoro, della diligenza dei canonici e dei religiosi nella celebrazione della Liturgia delle Ore, di una più profondamente liturgica percezione del canto, del suono dell’organo e della musica sacra.
Episodi come quelli descritti, caratterizzati da esagerazioni o da cattivo gusto nella musica sacra, poi, costituiscono una parte della nostra storia liturgica, fino a tempi recenti, immediatamente precedenti le riforme operate in ambito liturgico dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Da un lato abbiamo grandi personalità dell’oriente cristiano che elogiavano la sobrietà del rito latino; dall’altro l’eccessivo fasto musicale che rendeva estenuanti le Messe pontificali, mentre un gusto scelleratamente profano corrompeva la musica dell’organo, trasformando la chiesa in un teatro.
Ottima risposta a tutto questo fu il Motu Proprio “Tra le Sollecitudini” del Santo Papa Pio X: certamente, col senno di poi, possiamo sollevare qualche perplessità e qualche critica circa la riforma dell’organo mutuata dal movimento ceciliano, certi interventi discutibili sugli organi nelle chiesa, sui repertori di canto, ecc. Tuttavia, gran parte dei risultati ottenuti furono positivi e spiritualmente proficui.
Come mai?
La risposta è semplice: perché siamo di fronte ad un caso di “magistero applicato”. Se leggessimo alcuni passaggi della Costituzione Sacrosanctum Concilium, cosa dovremmo dire?

Cap VI, § 116 – La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica.

Lo stiamo facendo?…

Cap VI, § 115 – Si curi molto la formazione e la pratica musicale nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche. Per raggiungere questa formazione si abbia cura di preparare i maestri destinati all’insegnamento della musica sacra. Si raccomanda, inoltre, dove è possibile, l’erezione di istituti superiori di musica sacra. Ai musicisti, ai cantori e in primo luogo ai fanciulli si dia anche una vera formazione liturgica.

Lo stiamo facendo?…

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Quante ore di insegnamento musicale troviamo nei seminari, oggi?
Quante diocesi possono gloriarsi di possedere istituti di Musica Sacra degni di questo nome, cioè adatti a formare i futuri musicisti di Chiesa? Anche perché – mi si permetta una piccola pennellata polemica – che prospettiva hanno davanti a sé quei giovani che sentono in cuore la vocazione di servire Cristo con la musica sacra? Quella di morire di fame, dato che, se per caso si azzardassero a chiedere un minimo di retribuzione ai rettori delle chiese per il proprio servizio musicale, verrebbero squadrati da capo a piedi e quasi additati come simoniaci! Dunque, è meglio lasciar spazio a dei bravi ragazzi chitarristi, i quali nel 90% dei casi non sanno neppure come si legge un rigo in chiave di violino, non hanno idea di come di concatenino gli accordi secondo le basi più semplici dell’armonia, ma va bene così perché, poverini, fanno quello che possono, e per puro volontariato, a gloria di Dio …
Ma ne siamo sicuri?
Provate a dire a quei volenterosi chitarristi che, siccome c’è un organista, allora è opportuno che suoni lui secondo quanto prescrive il Vaticano II, e che dunque sarebbe opportuno che loro si rendessero disponibili in altro modo, magari studiando come cantori i canti da fare con l’organista.
Sapete cosa succederebbe?
Tempo un mese – ma sto largo – e questi giovanotti manco andrebbero più in chiesa e, qualora ci andassero, lo farebbero perché hanno trovato un’altra parrocchia dove esibirsi nel loro spettacolino di “pianobar domenicale”. Questo perché non hanno la più pallida idea di cosa sia la Santa Messa, di cosa sia il Santo Sacrificio della Croce, la Presenza Reale e Sostanziale del Signore, e dunque in che cosa realmente consista il suonare nella Sacra Liturgia: l’adorazione di Dio. Nella Santa Messa stiamo infatti contemplando l’atto supremo dell’amore di Dio per noi. Quindi, di fronte al mistero della morte del Signore, che certo è morte gloriosa, ogni gaiosità festaiola è fuori luogo: l’atteggiamento opportuno è quello di chi si lascia commuovere dall’abisso dell’amore di Dio, e lo adora (adoratio, cioè “contatto bocca a bocca” “bacio” “abbraccio”; se ci pensiamo bene è quello che avviene alla Santa Comunione, quando cioè tocchiamo con le labbra e con la bocca lo stesso Signore Gesù Cristo, ricevendolo in noi). Nessuno di questi giovani “adora”; nessuno si inginocchia al canone della consacrazione, nessuno fa una genuflessione verso il tabernacolo. In definitiva, non hanno la più pallida idea di cosa ci stanno venendo a fare, in chiesa. E, in buona parte, non possiamo dar loro la colpa di questa ignoranza: altri dovrebbero in coscienza battersi il petto nel mea culpa, coloro cioè che hanno avuto la responsabilità della mancata formazione di questi ragazzi.

Nella mia miserrima e marginale esperienza di organista liturgico, quando ho fatto ascoltare e studiare organo ai bambini pre-adolescenti e agli adolescenti, quando ho spiegato e fatto cantare ad un gruppo di giovani e di adulti gli inni gregoriani, quando ho provato a far studiare una polifonia semplice e spigliata di Giovanni Carlo Maria Clari … ecco gli occhi che brillano, sorrisi che arrivano alle orecchie, i fanciulli del catechismo che assistono rapiti alla messa domenicale, giovanotti volenterosi che si accostano all’organista per studiare seriamente musica.
E alla base di tutto? Un buon insegnamento di catechismo minimo sui sacramenti e di comprensione del linguaggio liturgico.
Il risultato che più ha sorpreso me ed il mio parroco, sapete qual è stato?
Bambini di tredici, quattordici, quindici anni che, dopo aver sentito uno Jesu dulcis Memoria, un Kyrie de Angelis, una pagina di Bach o di Zipoli, vengono tutti infervorati e chiedono al parroco: “Don, ma come mai la Messa non la possiamo fare tutta in latino, e rivolti verso la croce, anziché verso la gente? Lo senti quanto è bello il latino quando si prega e com’è bello essere tutti rivolti verso Gesù?”. Non c’è stato bisogno di dir niente per influenzare il pensiero di questi piccoli: abbiamo solo dato loro la possibilità di vedere, per di più nel Novus Ordo, non nel Rito Antico. E, una volta visto che c’è molto di meglio, nel mondo della liturgia, indietro verso “chitarre grattugiate” e canzonette alla buona non vogliono tornare nemmeno per sogno! Davvero dalla bocca dei bambini e dei giovinetti esce sempre la verità, perché loro non hanno né ideologie né paraocchi o preconcetti nel cuore e nella mente.
C’è chi parla oggi del bisogno di fare un Concilio Vaticano III … Ora, senza entrare nel merito di critica esegetica dei documenti conciliari, mi permetto appena di osservare: vogliamo fare un Vaticano III senza aver ancora applicato il precedente, a partire dalla sua prima costituzione, cioè quella liturgica?
Preoccupiamoci piuttosto di non cadere nella tristezza, nell’amarezza, nello scoraggiamento, nell’ideologia: tiriamoci su le maniche, e facciamo quel che il Santo Padre Benedetto XVI, disse nella sua ultima omelia da cardinale, prima della sua elezione al Soglio di Pietro:

Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore(2).

Bella musica, degna di Dio.
Bei paramenti, degni dell’Altissimo.
Belle chiese, degne del Santo Sacrificio della Messa e dei divini misteri.
Bella Liturgia, all’altezza dei bisogni delle anime.

Bellezza, bellezza, dunque!
Certo, i paramenti diventano lisi, oppure vengono trascurati, e prima o poi vanno perduti; molte chiese, specie se abbandonate, crollano, gli affreschi si rovinano, gli arredi sacri deperiscono; moltissimi organi, nella storia dell’organaria, sono andati distrutti per calamità, incendi, sciagurate manomissioni oppure perché lasciati morire nella dimenticanza. Questa è la sorte della parte più materiale di questi “gesti di storia liturgica e di arte sacra”.
Ma se nel paramento, nell’edificio della chiesa, negli arredi, negli organi viene riposto e, per così dire, “infuso” il desiderio di testimoniare Dio e di donarlo alle anime, tutto cambia, anche se poi, nel tempo, l’oggetto materiale andasse perduto. E’ questo quello che le genti chiedono (più o meno consapevolmente … ma lo chiedono!) per la propria fame più profonda, quella del cuore: bellezza per alimentare l’anima e sorreggerla nel cammino terreno … altrimenti ci si perde, si smarrisce la via.
Che il Signore ci ispiri e ci conceda, col Suo aiuto, di dare alle anime ciò di cui esse hanno un disperato bisogno: quel gesto “bello e vero” capace di toccare il cuore e di aprirlo alla gioia del Signore. Di tante cose che ciascuno di noi potrebbe fare nella propria vita, ecco: queste sole saranno quelle “belle cose” che, come disse l’allora Cardinale Ratzinger, rimarranno per l’eternità.

_________

NOTE

(1) Da sempre gli orientali indicavano come la “Divina Liturgia del Santo Apostolo Pietro” il Rito della Messa in uso nella Chiesa Cattolica fino al 1965. Perfino grandi mistici dell’Oriente Cristiano come Giovanni di Kronstadt, Ignazio Brjancaninov e Silvano Aghiorita, pur non essendo così conformi al primato del Papa, tuttavia elogiavano il Rito Latino, nel quale a loro dire si era conserva l’antica eleganza apostolica dei primissimi secoli, una bellezza scevra da quella garrulità che spesso caratterizza il culto greco-bizantino e tutte le liturgie con esso imparentate.

(2) Cardinale Joseph Ratzinger, Omelia Missa pro eligendo Romano Pontifice, Patriarcale Basilica di San Pietro (Roma) Lunedì 18 aprile 2005.

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