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BLOG SULLA MUSICA SACRA

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Musica e Teologia

EDOARDO LA SUONA, ALESSIO LA SPIEGA: A PROPOSITO DELLA CHITARRA NEL CULTO CATTOLICO

1 – INTRODUZIONE

Quando avevo più o meno diciott’anni, mi fu messo tra le mani un volume di un padre benedettino biblista, teologo, musicologo…ed esorcista. In questo libro erano riportate le sbobinature di quanto il maligno aveva detto durante varie celebrazioni del Rito dell’Esorcismo Maggiore. Il sacerdote in questione è il grande e compianto Padre Pellegrino Maria Ernetti O.S.B, ed il libro succitato è uno dei suoi best seller, “La Catechesi di Satana”, pubblicato con tanto di nulla osta del Cardinale Pio Laghi concesso da Roma in data 30 settembre 1993. Nell’edizione del 2008, curata dall’editrice Segno, a pag. 106 si legge:

Le vostre chiese saranno trasformate in sale di riunioni: dialoghi, danze con musica jazz, con chitarre e batterie, come nei locali notturni. L’organo, il latino, il gregoriano, come pure tutta la polifonia classica, spariranno. Roba d’altri tempi, superata! (…) Te lo ripeto: bisogna dissacrare tutto”.

Se effettivamente immaginiamo queste parole espresse dal maligno sotto la costrizione dell’azione della grazia divina durante la celebrazione di un sacramentale della Chiesa, e se poi ci guardiamo intorno nell’attuale e diffusissimo panorama ecclesiale a livello capillare delle parrocchie, … forse più d’uno potrebbe restare turbato.

E tuttavia è la storia della Chiesa, l’esperienza di trasmissione della Tradizione, la vita dei santi e il magistero stesso che ci devono fare da guida per riflettere serenamente su una questione che, se la prendessimo di petto impugnando la mistica di rivelazioni private, per quanto autorizzate, otterremmo soltanto del caos inutile e per di più pericoloso e divisorio: realtà ultima, questa, che è tra quelle che sta maggiormente a cuore al maligno stesso, fin dal principio della storia umana.

2 – STORIA E TRADIZIONE

Innanzitutto dobbiamo chiederci: cosa si deve intendere per Tradizione nell’ambito della musica sacra? Né più né meno di quanto ha brillantemente espresso Papa Benedetto XVI nel suo magistero ordinario:

Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo “a casa”: incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica – il gregoriano o Bach o Mozart – è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa “passato”, ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere all’imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: “Cantate al Signore un canto nuovo”. Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono un’unica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi (Udienza generale, 21 maggio 2008, Aula Paolo VI).

Ecco la più bella definizione di Tradizione che si possa trovare: creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e allo stesso tempo presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede. Se ci pensiamo bene, è ovvio che sia sempre stato così. Altrimenti non avremmo mai avuto le opere di Cimabue, di Giotto, del Masaccio, di Michelangelo, ma saremmo rimasti ai graffiti paleocristiani. Non avremmo mai avuto Ambrogio, Palestrina, Da Victoria, Mozart, Hydn, Perosi, Bartolucci, Miserachs, ma saremmo rimasti alla cantillazione sinagogale frammista al cantilenato latino tardo antico.

Tradizione non significa restare immobili e fissi sulle stesse cose, perché rischieremmo altrimenti di attribuire le caratteristiche della Divina Rivelazione a quelli che invece sono aspetti accidentali della trasmissione di quest’ultima. Tutta la storia liturgica ci parla e ci racconta dei grandi e talvolta traumatici cambiamenti che si sono consumati nei secoli, laddove si sono alternate fasi di “baraonda” a fasi di ripensamento e riordino da parte della gerarchia.

Tanto per dirne una: al Papa Benedetto XIV, nel 1749, alla vigilia di un Anno Santo, veniva posto il problema: polifonia sì o polifonia no? Organo sì o organo no? Uso degli strumenti sì o solo canto piano vocale? E il Papa promulga la sua grandiosa Annus qui nuc, con cui stabilisce che la polifonia si può benissimo usare, purché corrispondente alla sacralità del culto, l’organo va benissimo, purché le sue armonie ora morbide e pacate ora allegre e brillanti favoriscano la preghiera, e così vale pure per l’uso di altri strumenti in chiesa. Cosa ha fatto il Papa, in altre parole? Ha applicato quella logica dell’innovazione prudente e saggia nella continuità dei valori della Tradizione, perché i tempi cambiano, il pensiero dell’uomo muta, si struttura e destruttura, le aspirazioni si diversificano, la sensibilità si trasforma, il modo di stare alla presenza di Dio si trasfigura. E’ sempre stato così, con questa alternazione tra momenti in cui si è osato, fasi in cui questo osare ha creato qualche confusione, e intervento chiarificatore che non ha quasi mai distrutto le novità dell’arte, bensì le ha disciplinate, indirizzate rettamente e quindi fatte sue.

Ma come la mettiamo con quello che vediamo oggi? Come la mettiamo con la reale “malabolgia” che abitualmente sperimentiamo nelle nostre chiese? Come la mettiamo dunque con quello che riferisce Padre Ernetti e che ci sembra così dannatamente attinente ai nostri tempi?

Lasciate che vi dica che, se Padre Pellegrino fosse vissuto un secolo prima, molto probabilmente avrebbe riferito quelle stesse parole del maligno, stavolta però inerenti nientemeno che all’organo. Proprio così: all’organo! Perché spesso, troppo spesso, nell’Ottocento l’organo tutto faceva tranne che esprimere un linguaggio sacro: basti pensare a tutta quell’ampia gamma di musica detta “bandistico-organistica” che ha avuto grandi esponenti in Padre Davide da Bergamo, Petrali et similia. Aprite un’antologia dell’epoca e troverete titoli come “Overtura per l’entrar della Messa” o “Polka marziale per la Comunione” o “Versetti sul Va’ pensiero per la Gloria”. Cosa stava succedendo? Quello che dal ’68 in poi è nuovamente capitato e di cui noi siamo testimoni oggi: un’irruzione di tutto il gusto marcatamente profano (all’epoca era quello operistico di stampo pucciniano o verdiano) all’interno del Culto. Come avrà fatto un pio fedele a concentrarsi sull’Eucaristia che gli veniva amministrata nella Santa Comunione mentre l’organo suonava una Polka marziale, Iddio solo lo sa!

Cosa accadde? Intervenne il papa S. Pio X col suo Motu Proprio Inter sollicitudines, a seguito del quale si tornò a guardare al linguaggio classico del canto e dell’organo e si riscoprirono anche i grandi autori cristiani di confessione protestante quali Bach, Haendel, Mendelshonn. Il movimento ceciliano ebbe il merito della riforma dell’organo cattolico (pur con certi eccessi e talune scelte discutibili, sia chiaro) e dell’avvio della composizione e della diffusione di canti anche in lingua nazionale per la partecipazione del fedeli al culto.

E poi? Cos’è successo?

“C’è stata la rottura del Vaticano II!”, risponderanno alcuni, forse non consapevoli che ridurre tutto a termini così semplici, per non dire semplicistici, puzza tremendamente di ideologia.

3 – CONCILIO E POST-CONCILIO

L’ultimo Concilio, in materia di musica sacra, è stato di un equilibrio encomiabile. Basta leggere integralmente il Cap. VI della Costituzione Sacrosanctum Concilium per rendercene conto. Non si rigetta nulla del passato, anzi lo si codifica e lo si pone sotto il titolo di “tesoro della tradizione”: il gregoriano splende nel suo primato, la polifonia è pienamente accolta, l’organo è comandato che si tenga in sommo onore. E, allo stesso tempo, si afferma che:

altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli (n° 120/b).

Non mi sembra che il Concilio abbia detto nulla di diverso da quanto, ad esempio, aveva affermato Benedetto XIV nella Annus qui nunc. E’ stata fatta la stessa operazione: prudente apertura al nuovo nel solco di una continuità saggia con la tradizione precedente.

Il problema è venuto dopo, e questo articolo della Costituzione Liturgica, ripreso poi dalla bellissima Istruzione Musicam Sacram di Papa Paolo VI così come dal Chirografo di Papa Giovanni Paolo II, è stato il “cavallo di Troia” per giustificare l’entrata nel culto di quel gusto caotico, burrascoso e distrattivo (quando non proprio “distruttivo”) che si è portata con se la temperie del ’68, quando tutto ciò che era “precedente”, divenne, non nobilmente antico, ma spregiativamente “vecchio”, e dove la parola d’ordine “novità” sgomitò con la prepotenza di chi voleva assolutamente tagliare tutti i ponti col passato nell’euforia di questa sbornia contestatrice.

4 – OGGI

E’ subentrato il caos…ma si badi bene! Non solo a livello liturgico, artistico e musicale, bensì in tutti gli aspetti della vita umana: disintegrazione della società in favore di un’economia consumistica che vede l’essere umano come risorsa di consumo e non come fine; disgregazione dell’identità familiare; crisi diffusa nell’affettività e nelle relazioni umane, che in ultimo hanno portato a tutte le conseguenze che sono sotto i nostri occhi, in primis l’ideologia gender; completo disinteresse per il bene comune e oblio pressoché totale della dottrina sociale della Chiesa; abisso d’ignoranza e disumanizzazione in cui è caduta l’istruzione pubblica, col sistematico abbandono di tutto ciò che è genuinamente umano, razionale e creativo, in primo luogo l’arte e la musica.

Come per tutto ciò che è umano, anche la vita cattolica è stata completamente investita da questa violenta temperie, coi risultati che conosciamo.

Per cui, da anni ci chiediamo, specialmente tra quelle giovani generazioni che non hanno vissuto quella temperie e che quindi ne contemplano i frutti con critico e freddo distacco:

  • come mai, se il Concilio raccomandava la formazione di religiosi, seminaristi e sacerdoti alla musica sacra, questa è, assieme all’arte, la grande assente nei seminari e nei noviziati?

  • Come mai, se il Concilio raccomandava l’erezione di Istituti di Musica Sacra per la formazione dei musicisti liturgici, questi non ci sono oppure, laddove ci sono, non riescono a compiere la loro missione?

  • Come mai, se il Concilio apriva alla prudente possibilità di altri strumenti “adatti o almeno adattabili” purché si rimanesse nella dignità del culto, ci troviamo in questa completa anarchia che in chiesa impedisce perfino di concentrarsi due minuti, figuriamoci di pregare?

  • Come mai non si fa nulla per porre rimedio a tutto ciò?

Sono tutte domande legittime e, per certi versi, drammatiche. E sono, al contempo, domande in cui si rischia di “fare di tutta l’erba un fascio”.

Per rispondervi parzialmente, vi presento un giovane musicista. Si chiama Edoardo Bruni ed è cantautore. Vi propongo uno splendido esempio della sua arte: la canzone “Chissà se”.

Va detto: Edoardo non te le manda a dire di dietro! Sa impugnare l’esperienza della vita (in questo caso la fine di una relazione con una ragazza) e trasformarla in arte. Un’arte che gli si confà pienamente, non c’è che dire! Da musicologo specializzato nel periodo barocco quale sono, devo ammettere che a me questo pezzo è piaciuto subito, fin dal primo ascolto.

Ma che c’entra?!”, mi diranno i sostenitori della buona musica di chiesa.

Ve lo spiego subito, anzi… ve lo faccio sentire. Ascoltate “questo” Edoardo Bruni; poi ne riparliamo.

Non ditemi che non si sente un abisso di differenza: mentireste a voi stessi. Quanto si è trasformato il “primo Edoardo” rispetto al “secondo Edoardo”? Immensamente! Ma perché? Perché è mutato il linguaggio. Si badi bene: il linguaggio, non lo strumento! Edoardo ha preso la sua chitarra e, anziché usarla col linguaggio con cui ha scritto “Chissà se”, l’ha adattata al linguaggio del Chorale “Jesus bleibet” di Bach.

E qui viene il bello, e mi perdonerà Edoardo se lo racconto, ma è una pennellata veramente intensa e preziosa che non si può non condividere. Terminata l’esperienza esecutiva di quel brano, durante la Catechesi Musicale tenuta a Siena, presso la Parrocchia di S. Bernardo Tolomei al Petriccio, il 26 dicembre u.s., mi si avvicina e mi dice: “Suono da quando ero piccolo… ma un’emozione così grande non l’avevo mai provata! Mi sono sentito tremare per tutto il corpo! Sentivo la mano destra addormentata come quando dormi col peso sopra un piede e poi ti alzi e non puoi camminare perché la gamba non ti regge! Ho quasi pensato che mi sarei interrotto a metà brano, in preda all’impossibilità di portarlo a termine”. Invece Edoardo l’ha portato a termine, eccome! Al punto che ha commosso più di un ascoltatore, emozionando gli altri (compreso un oscurantista parruccone filobarocco come me) forse più di quanto si è emozionato lui per la prima volta. E, per onestà intellettuale, dirò che Edoardo è un ragazzo che, sotto il profilo della fede, possiamo definirlo serenamente in ricerca, cioè senza ancora aver dato con la ragione e con il cuore un suo assenso ad una confessione o a un credo in particolare: e questo rende il suo contributo ancora più prezioso ed oggettivo ed anzi, personalmente gli sono molto, molto grato per aver accettato di mettersi in gioco così, nell’ambito della musica sacra.

Domandiamoci dunque: che cosa è successo in quel momento, mentre Edoardo approcciava quella pagina di Bach? Che dalla euforica ebbrezza di una canzone, latrice di un sentimento pienamente umano e quotidiano, benché di certo bello e intenso, Edoardo è passato alla sobria ebbrezza di un brano scritto per la preghiera liturgica, un pezzo che reca in sé l’impronta di un sentimento che è anch’esso umano, certo, ma con lo sguardo immerso nell’infinito, laddove il cuore dell’uomo fa silenzio per lasciare spazio ad Altro. Quell’Altro che Bach a suo tempo chiamò per nome e riconobbe come suo Signore e suo Dio.

Per quanto mi riguarda, quando ho ascoltato quel pezzo, eseguito così, con questa chitarra, in cuor mio ho pensato: “Eccola! Ecco la vera voce di questo strumento! Ecco quella voce che nelle nostre chiese questo strumento non esprime mai!”.

5 – ….MA LE RISPOSTE ALLE NOSTRE DOMANDE?

Carissimi, le domande che ponete (e ci poniamo) non hanno risposte semplici. Perché la semplicità in questi ambiti, laddove qualcuno la propugna come semplice soluzione dall’esito garantito, non è verità: è ideologia intransigente, che non tiene conto dei fattori più delicati della sensibilità e della storia umana recente.

E’ chiaro che è venuto a verificarsi un caos.

Caos nella storia della Chiesa ne abbiamo avuti tanti, alcuni simili, altri diversi. Personalmente non mi sento di inquadrare il caos che viviamo, perché la storia è talmente grande che ci supera tutti, nei limiti delle nostre piccole e talvolta troppo provinciali esperienze.

Investendo ogni sfera dell’esistenza umana, anche ecclesiale, questo caos ha portato a distorcimenti, fraintendimenti e inadempienze, anche dei documenti stessi del Concilio: e questa non è un’idea mia, ma dello stesso Papa Benedetto XVI, che parlò chiaramente, distinguendo tra il Concilio dei Padri e il “Concilio dei media”.

C’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via. Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. (Benedetto XVI, Incontro con i Parroci e il Clero di Roma, Aula Paolo VI, 14 febbraio 2013).

Tali distorsioni hanno inevitabilmente travolto la formazione dei futuri chierici, che non sono più stati educati in modo razionale e sistematico alla percezione e comprensione del bello nell’arte, nella musica, nell’architettura, nella sartoria, nell’oreficeria e via discorrendo.

E poiché erano i sacerdoti che educavano al bello le loro comunità parrocchiali, i chierici in formazione, divenuti a loro volta curati d’anime, si sono trovati gradualmente sempre più sprovvisti dei mezzi e, alla fine, non hanno più neanche percepito la questione della bellezza.

La ciliegina sulla torta è stato il fraintendimento massivo della actuosa participatio, della partecipazione attiva al culto: è stato il grimaldello per esautorare pressoché in toto chi della musica aveva fatto la propria professione e vi aveva dedicato la vita per far largo alla vasta schiera di giovani dilettanti, abbeveratisi alle fonti delle Messe-beat del Giombini, del Migani & c.

Ed ecco il risultato: tutta l’umanità da ogni parte dell’occidente urla a vario titolo e in vario modo la propria fame di bellezza spirituale, a fronte di liturgie che impediscono perfino il grado minimo di concentrazione, in chiese dove a cominciare dai pastori non si ha più la benché minima idea di come educare il gregge al raccoglimento, al silenzio, all’ascolto, all’orazione mentale. Si finisce così col non avere praticamente niente che rammenti alla mente e al cuore che il Dio incarnato è lì, “prigioniero d’amore” del tabernacolo, come si diceva nei vecchi libri devozionali, o piuttosto, meglio, Vittima Pura e Santa tra le mani del Sacerdote, sull’altare della celebrazione eucaristica.

Di nuovo… di chi la colpa?

Di chi ormai non c’è più, perché chi ha cavalcato l’onda di questa contestazione e ha formato (o forse “deformato”?) il clero in tal senso è in larga parte già comparso davanti a Dio, facendo ritorno alla Casa del Padre. Per dirla in breve, chi muore giace e chi vive si dia pace!

Quella desacralizzazione di cui parlava Padre Pellegrino, dunque, non è da imputarsi ad uno strumento o ad un genere musicale piuttosto che ad un altro: il vero risultato cui mira il maligno è appunto la desacralizzazione in sé, cioè l’incapacità di “sostare” con frutto alla Presenza di Dio.

E allora?

Allora, siccome ci troviamo in questa situazione, coi dilettanti animati anche da buoni propositi, ma senza la benché minima alfabetizzazione musicale e liturgica, la risposta, per quanto possibile è questa: formazione!

Occorre alfabetizzare, occorre insegnare a leggere un rigo in chiave di violino, occorre iniziare ad educare l’orecchio e la mente, facendo volgere l’anima dall’euforica ebbrezza della Messa Beat o del sentimentalismo sfrenato dei più disparati movimenti religiosi alla sobria ebbrezza, quella che i grandi artisti hanno composto per secoli. Fatto questo, si potrà tornare a comporre, riprendendo un cammino di innovazione nella continuità che a mio avviso è stato davvero interrotto con l’avvento degli anni Settanta del secolo appena trascorso.

E’ un percorso graduale, faticoso, paziente, che inizia dall’imparare a far bene e con arte quello che già si fa nelle parrocchie: non è il massimo, ma è l’indispensabile punto di partenza. Si impari a suonarla davvero, una chitarra! Si impari a disciplinare la voce! Si impari a dosare i colori strumentali (comprese le percussioni, se c’è chi le suona)! Si impari a far calare gradualmente il linguaggio del baccano, e a far subentrare gradatamente quello della calma, del raccoglimento.

Questa è l’unica vera soluzione che, secondo l’umilissimo parare di chi scrive, ci può restituire la nostra vera identità spirituale. Paradossalmente, l’arte della chitarra di Edoardo, oggi, può davvero costituire un passo importate per il nostro domani. Basterebbe accettare la sfida di durare la fatica necessaria ed indispensabile per sviluppare quest’arte, affinché il bello non sia semplicemente un “volemose ‘bbene” a tarallucci e vino com’è adesso, ma sia autentica, sobria ebbrezza che ci faccia abbandonare palcoscenici e protagonismi e ci spinga nel silenzio a guardare dentro di noi e incontrare l’Infinito.

Alessio Cervelli

P.S. La questione dei giovani e delle chitarre in chiesa era già stata trattata nella Seconda Parte del Documentario “Questo è Bach, ragazzi”, di Elia Mori. Qui riproponiamo il video. Si entra nell’argomento a 01:20:

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CANDIDA NEVE ASPERSA DI SANGUE: IL NATALE NELLA LITURGIA (di Alessio Cervelli)

Non prendiamoci in giro: è già da prima che iniziasse l’Avvento che siamo bombardati da luminarie, addobbi e marketing natalizi. Al punto che quest’aria forzatamente anticipata di festa ci allappa un po’ la lingua, con tutta questa “melassa” anticipata.

Perché? E’ semplice: tutto si gioca sull’emotività sentimentale che il tempo natalizio gioca nel nostro intimo, finendo col ridurre ciò che veramente è “bontà” (cioè l’agàpe, l’amore oblativo senza misura) a sciapo buonismo da regalo perché. “A Natale si è tutti più buoni”!

Come si è giunti a questo? Il percorso è stato lungo, con un allegorismo pastorale che, se era ben bilanciato con la liturgia e la spiritualità del XVII e XVIII secolo, sul finire del ‘700 è finito col surclassare il vero senso del tempo di Natale. La cosa migliore che possiamo fare è tornare alle vere radici liturgiche della Natività.

Nell’antica liturgia spagnola, il Natale era chiamato “Pequeña Pascua”: Piccola Pasqua.

Ora, se prendiamo l’Ufficio delle Letture del Venerdì Santo, troveremo che il primo salmo che la Liturgia ci fa pregare è il Salmo 2, il cosiddetto salmo del “Dominus dixit ad me: filius meus es tu”, “Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio”, parole prese da uno stichio interno al salmo stesso. Ed è normale che il Venerdì di Passione inizi con questo salmo, dove si medita l’insorgere dei cospiratori e dei potenti della terra contro il Signore e contro il suo Messiah, cioè il suo Cristo: conosciamo come va a finire questa storia. Benissimo.

Ma quanti sanno che il Salmo 2 è lo stesso salmo con cui inizia la Messa della Notte di Natale? Infatti è il salmo che il messale vi pone come Antifona d’Ingresso: “Il Signore mi ha detto: tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato”.

Aggiungiamo qualche altro elemento. Il nome della cittadella dove nasce il Figlio di Dio, Betlemme, ha un signficato particolare: “Casa del Pane”. Questo perché Betlemme era il capoluogo locale della lavorazione dei cereali per realizzare le farine atte alla preparazione dei cibi panificati.

E dove viene deposto questo bambino, appena nato? In una greppia, una magiatoia. E la Liturgia dove fa deporre al sacerdote il Corpo del Signore Gesù (l’Ostia Consacrata)? Su un piattello rotondo, di norma di colore dorato, chiamato patena. Cosa significa la parola “patena”? Guardacaso, significa “mangiatoia”. Nella Liturgia Latina, la patena è a tutti gli effetti sia il simbolo della mangiatoia del Cristo Bambino sia il simbolo della Croce sulla quale è posto il Salvatore immolato (infatti, la frazione del Pane Consacrato si fa sulla patena, o comunque è sulla patena che si depongono le due parti in cui è stata divisa l’Ostia Grande, segno dell’immolazione sacrificale del Signore Gesù in favore nostro).

Intorno al Natale, dunque, la Liturgia fa aleggiare un’ombra, e quest’ombra è l’ombra della croce: un’ombra che da troppo tempo manca nella mente dei fedeli durante la celebrazione dei divini misteri. Questo bambino nasce per essere “mangiato” come pane ed essere “immolato” come agnello. Per questo, le composizioni musicali barocche note col nome di “Pastorali”, che in effetti vogliono imitare le zufolate dei pastori che si recano a vedere questo bambino su invito dell’angelo (Lc 2, 10 e ss), sempre venano la loro allegrezza con dei tratti austeri, come se su questa candida neve venissero asperse vive gocce di rosso sangue (si provi ad andare su youtube e si cerchi la Pastorale di Domenico Zipoli: si capirà subito ciò che intendo).

Dunque, come pregare il Natale che anche quest’anno il Signore ci dona di vivere? Esattamente come ci propone S. Alfonso Maria De’ Liguori nel finale della sua celebre pastorella “Tu scendi dalle stelle”, in particolar modo nell’originaria versione dialettale, che qui riverso in italiano corrente. Di fronte al Bambino Gesù, il santo vescovo chiede: “A che pensi, o mio buon Dio?”, e il Divin Bambino risponde: “Penso a morire per te”.

Ecco come vivere, pregare e contemplare il Natale: volgiamo la mente e il cuore al Figlio di Dio che si fa bambino per essere il nostro Crocifisso Salvatore e farsi per noi Cibo di Vita Eterna.

(Articolo originariamente scritto per il Giornalino Parrocchiale della Chiesa di S. Marziale – Colle Val D’Elsa, Natale 2017)

DIES IRAE: NELL’ATTESA DELLA SUA VENUTA. Prima Catechesi Musicale (Chiesa di S. Cristoforo, Siena, 24/11/17)

Si è svolta a Siena, presso la Rettoria Arcivescovile di S. Cristoforo, la prima delle Catechesi Musicali in programma per l’anno pastorale organizzate dalla Pastorale Universitaria.

L’incontro, tenuto da Alessio Cervelli ed avente come argomento la meditazione del testo della sequeza Dies Irae in preparazione all’Avvento, è stato accolto e partecipato da un nutrito gruppo uditori, in particolare giovani studenti ed appassionati.

Di seguito riportiamo il pdf del testo della catechesi.

Ringraziamo Don Roberto Bianchini, parroco di San Martino e incaricato della Pastorale Universitaria, per l’intuizione avuta e concretizzata nel commentare alcuni temi dell’Anno Liturgico attraverso la grande musica sacra.

DIES IRAE_NELL_ATTESA_DELLA_SUA_VENUTA – A Cervelli – Prima Catechesi Musicale – Rettoria arcivescovile di San Cristoforo – Siena

BACH, GRANDE ARTIGIANO DELLA MUSICA? ANCHE UN GRANDE MUSICISTA TEOLOGO!

Che le scelte numerologiche e gematriche di Bach non fossero casi, ma operazioni oculatamente ponderate, è ormai certo. Johann Sebastian ha un’autentica predilezione per questo linguaggio, erede dell’amore medievale per l’harmonia mundi chiaramente espressa nell’armonia della matematica e quindi delle forme geometriche e musicali. E’, insomma, il modo con cui il suo intimo di uomo e di credente innalza la sua accorata orazione all’Altissimo, nel mentre il suo genio musicale si dispiega e crea, non di getto, bensì con accuratezza artigianale tale da curare ogni minimo dettaglio con correzioni, revisioni, trascrizioni, ulteriori e preziosi colpi di lima.


Uno dei capolavori assoluti in tal senso è il Magnificat BWV 243. C’è voluto tempo e oculati osservatori per capire, tra le tante altre cose (che qui non dico) che in quel fugato dell’Omnes Generationes che entra a gamba tesa quasi ad interrompere il soprano solista c’era molto, molto di più. E’ quanto definitivamente consegna alla storia musicologica Zoltán Göncz, col suo saggio “Bach’s Testament. On the Philosophical and Theological Background of the Art of Fugue” (Scarecrow Press, 2013, pp. 63-65), dimostrando che il numero di entrate tematiche dell’Omnes Generationes corrisponde esattamente alle generazioni della Genealogia di Cristo così come la espone Mt 1, 1 – 16: 41 generazioni. E la pausa di settima cade proprio tra la quart’ultima e la terz’ultima generazione, ossia quando viene generato Giacobbe che genera Giuseppe, lo sposo di Maria. Quella pausa di tensione, è una messa in musica dell’avversativa greca “dè” presente nel testo evangelico.

E’ il modo con cui Bach vuole raccontare la storia della salvezza, dai patriarchi fino a quando non si arriva allo iato della pienezza dei tempi: nasce Giuseppe, lo sposo di Maria, il custode della Sacra Famiglia in seno alla quale, nel grembo della Vergine, la Nuova Eva, s’incarna e s’inumana il Verbo del Padre Altissimo.

Quello che noi in teologia facciamo fatica a riassumere in saggi e libri e fiumi d’inchiostro, Bach con semplicità assoluta lo esprime in due minuti di musica con un risultato musicale e teologico semplicemente sublime.

LA MUSICA, IL CANTO E I PADRI DELLA CHIESA: USCITA L’EDIZIONE CARTACEA! (Il commento di Umberto Cerini)

Nell’annunciare l’uscita e messa in vendita dell’edizione a stampa tradizionale di questo piccolo saggio, dopo aver letto la bella e generosa prefazione del M° Alfonso Fedi, è ora il turno dello stimolante commento conclusivo del postfattore, il M° Umberto Cerini. Buona lettura!

 

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La ricchezza dei concetti e delle riflessioni espressi in questo lavoro di Alessio Cervelli può fornire molti spunti di riflessione sui perché della musica sacra, su quelle domande che, in maniera più o meno approfondita, si pongono (o dovrebbero porsi) coloro che operano in questo campo.

Che cos’è oggi la musica liturgica? Come si pone essa nella vita delle nostre comunità, nella nostra preghiera, nella vita della Chiesa stessa? Certamente la risposta a queste domande non può essere banale e sbrigativa, ma sorprendentemente alcune parole di Sant’Agostino possono essere assai attuali e mettere in luce problematiche e riflessioni del nostro tempo:

Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa ogni melodia delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici; e in quei momenti mi sembra più sicuro il sistema che ricordo di aver udito spesso attribuire al vescovo alessandrino Atanasio: questi faceva recitare al lettore i salmi con una flessione della voce così lieve da sembrare più vicina a una declamazione che a un canto. Quando però mi tornano alla mente le lacrime che versai udendo i canti della chiesa ai primordi nella mia fede riconquistata, e la commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica. Così oscillo fra il pericolo del piacere e la constatazione dei suoi effetti salutari, e sono piuttosto incline, pur non emettendo una sentenza irrevocabile, ad approvare l’uso del canto in Chiesa, così che lo spirito troppo debole assurga al sentimento della devozione attraverso il piacere dell’ascolto. Tuttavia, quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato! (Confessioni X, 33)

Leggiamo queste parole alla luce degli eventi storici degli ultimi decenni.

A seguito della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II è indiscutibile che il popolo cristiano sia stato maggiormente coinvolto nell’azione liturgica, dato che alcuni fattori (ad esempio l’uso delle lingue nazionali con la possibilità per tutti i fedeli di rispondere al sacerdote secondo il ruolo liturgico del popolo) consentivano una maggiore partecipazione al rito. All’interno di questo procedimento si inserisce anche il fatto che i fedeli si sono maggiormente impossessati della musica sacra, spesso in passato secondo alcuni liturgisti percepita come cosa extra-rito (ma siamo certi che fosse così?) e che scendeva sul popolo da lontane cantorie.

Eccoci dunque alla situazione attuale, dove l’Assemblea è attore fondamentale dell’aspetto della musica sacra. E, da questa assemblea, spesso si distinguono molteplici operatori (cantori, musicisti, direttori, ecc…) che, non sempre confortati da un’adeguata preparazione musicale, si mettono alla guida del canto sacro.

Osservando questo procedimento, mi pare che oggi sia necessario farci una domanda: nel nostro cantare e fare musica in Chiesa quali sono i sentimenti e le riflessioni protagoniste? Quanto il “mi piace” e il “non mi piace” la fanno da padroni? Quanto e come il “noi” e il “Lui” (con la L maiuscola) sono in equilibrio? Molto semplicemente Agostino ci dà un’indicazione su come atteggiarsi: è necessario trovare un equilibrio tra il piacere che dà la musica e la funzione di veicolo della Parola che la musica stessa deve avere.     Con severità, infine, Agostino ci dice che: “quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato!”. Mi verrebbe da dire: ecco il nostro stato! Quante volte le nostre Assemblee sono lanciate in travolgenti melodie, ritmi, che certamente piacciono, fanno cantare, ma forse sono quelle deviazioni dall’essenzialità del significato della musica sacra che Agostino giudica peccaminose? Troppo spesso forse il nostro sentire, il nostro volersi emozionare, ci fa perdere il vero significato del canto sacro: questo rischio lo conosceva anche Agostino, e sta a noi, tutt’oggi, porci le domande che egli stesso si poneva.

A certe riflessioni spesso si risponde adducendo come primaria necessità il fatto che la gente deve partecipare e cantare; perciò si accusa la musica sacra più colta (nella quale talvolta si inserisce indiscriminatamente ogni repertorio preconciliare) di essere ormai desueta, non più adatta al rito, in quanto con la sua esecuzione rischia di allontanare la musica sacra dal popolo, rendendo la liturgia piuttosto un concerto. Ci viene ancora in soccorso il pensiero di Agostino per riflettere su queste questioni. Quel suo aprire le porte allo jubilum (questione ampiamente documentata in questo libro) è un aprire le porte ad una musica che non ha testo di per se, ma che è essa stessa esplicazione di un sentimento, sia esso una gioia, una commozione, un dolore, un amore. Questo è significato dare il via libera, successivamente, anche all’uso degli strumenti musicali. In generale si tratta di un’apertura ad espressioni artistiche della musica sacra, dove (e lo stesso Agostino raccomanda che sia così) è fondamentale anche la qualità della musica stessa. Ecco dunque che, sulla base di Agostino, forse sarebbe opportuno da parte nostra rivalutare il ruolo necessario ed indispensabile di una musica sapiente e ben strutturata, di una musica che raccolga nel suo essere arte, nel suo essere bella e ben strutturata, l’essenza della vera Bellezza.

Nel parlare dello jubilum, Agostino lo definisce come quella melodia “con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole”. Se ben ci pensiamo, quanto questo concetto si sposa magnificamente con l’idea liturgica attuale! I sacerdoti di qualche decennio fa vivevano nel timore che la Messa “non fosse buona”, non fosse stata celebrata convenientemente allorquando vi fosse stata la dimenticanza di un minimo gesto, di una parola, di una frase. Questo legame così rigido alla parola detta, oltre che al gesto fatto, se forse è stato superato (anche troppo?) nell’ambito liturgico, sembra per assurdo insormontabile nella sfera del canto. Infatti sappiamo che in molte nostre comunità ci si scandalizza se alcune parti cantate e musicali della liturgia vengono affidate esclusivamente ad un coro oppure, ancor peggio, ad un cantore solista o allo strumento liturgico, all’organo: sembra quasi che si viva come un furto l’esser privati della possibilità di cantare un testo, come se fosse impoverita la nostra preghiera.

Ma forse potremmo interpretare diversamente l’affidare una musica liturgica ad un’esecuzione di maggior qualità, vedendo ciò come ricerca di una modalità di espressione ancor più alta e profonda della parola recitata. In tal senso, provocatoriamente, verrebbe da domandarsi se fosse mai possibile rivalutare la pratica organistica dell’alternatim tanto diffusa per secoli. In essa il popolo avrebbe la possibilità di cantare ed esprimere con le parole alcune parti dei testi liturgici, potendo semplicemente meditare ed assaporarne altre tramite una melodia che possa davvero effondere quanto il cuore non può esprimere a parole, ma può cantare con i suoni.

Certo, per fare ciò, si deve partire dal presupposto che si debba comprendere come anche ascolto, meditazione, riflessione, emozione siano forme di partecipazione tanto quanto cantare, fare gesti, parlare, ecc… E si deve avere anche l’umiltà di affidarsi a chi può creare quel contesto musicale di maggior valore (che, certamente, dovrà essere permeato comunque di autentica fede e religiosità) sul quale far sviluppare il nostro ascolto meditato.

Ci basterà anche a noi trovare due validi Paolo e Sila che cantino inni al Signore (con la voce, con l’organo, con gli strumenti appropriati), ed in quel momento, quasi inconsapevolmente, potremmo ritrovarci liberi da tanti lacci che stringono la nostra preghiera e, in definitiva, il nostro anelito verso l’Altissimo Padre.

Umberto Cerini

(“Spunti di riflessione sui perché della musica liturgica”, commento conclusivo al saggio)

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EDIZIONI EBOOK E A STAMPA TRADIZIONALE:

 

Un buon manuale, un’opera già “classica”, un ottimo libro su cui meditare: parola di Alfonso Fedi!

Il grande cembalista ed organista Alfonso Fedi ha accordato con grande cortesia e un entusiasmo tanto grande quanto – lo confesso candidamente – inatteso la sua prefazione a questo nuovo, piccolo saggio dove ho cercato di dire qualcosa di buono sul pensiero che i grandi Padri della Chiesa avevano circa il canto e la musica. Di tutto cuore lo ringrazio e condivido coi lettori le parole con cui il Maestro presenta questo libretto. (A. Cervelli)

Alfonso Fedi.jpgLa presente fatica letteraria di Alessio Cervelli getta nuova luce sul complesso rapporto che intercorre tra il linguaggio dei suoni e la sua contestualizzazione nell’ambito della tradizione giudaico – cristiana. In particolare, prende in esame alcuni aspetti, inediti o alquanto trascurati, dello stretto legame esistente tra Ars Musica e pensiero patristico.

        Se è vero, infatti, che sono stati versati fiumi d’inchiostro sul De Musica di Sant’Agostino e sulla sua attenzione al ruolo e all’importanza che il “ritmo musicale” riveste nelle Sacre Scritture, non si può certo affermare che ci si sia spesso soffermati a riflettere su analoghi scritti, ugualmente eloquenti e significativi, di San Girolamo o di Sant’Ambrogio. Troveremmo anche qui, come pure in San Giovanni Crisostomo, musica delle parole e musica dei suoni che si compenetrano, come ben risulta dalla non casuale coincidenza, nella lingua greca antica, di melos e rhytmos, entrambi insiti nella pronuncia stessa delle parole.

        Dalla nota espressione di Agostino “cantare nel giubilo”, prende avvio un percorso lungo il quale l’autore ci guida alla scoperta di quello che ritiene quasi essere, più che uno “strumento”, l’attuazione pratica del pensiero agostiniano: l’organo. Lo fa da par suo, tratteggiando, con la squisitezza letteraria che lo distingue ed evitando fastidiosi luoghi comuni, una linea che, tra alti e bassi, ci potrebbe condurre fino ai giorni nostri.

        Qui, forse per superare l’inevitabile senso di smarrimento causato dalla decadenza che la musica sacra sta vivendo ormai da troppi anni, il nostro οδηγός, con un colpo d’ala, ci risolleva fino al sommo Bach, suo grande e antico amore. In particolare, alla celebre versione organistica del Corale Nun komm, der Heiden Heiland, che riprende ed elabora mirabilmente l’inno ambrosiano Veni redémptor géntium.

        Così il cerchio si chiude, senza troppo rammarico…

        Credo che si possa leggere il presente saggio del Cervelli in due modi: come un agile manuale, grazie alla felice capacità di sintesi e alla dovizia di spunti interessanti, requisito fondamentale di ogni buon manuale, ma anche come un’opera già “classica”, considerandone la lucida e sicura trattazione, esente da rischi di future corrosioni. Certamente, un ottimo libro su cui meditare.

        L’equilibrato corredo di note al testo completa degnamente un lavoro al quale non si può che augurare un’ampia diffusione.

Alfonso Fedi

Fiesole, 23 febbraio 2017 – Memoria Liturgica di San Policarpo, vescovo e martire

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EDIZIONI EBOOK E CARTACEA TRADIZIONALE:

VACANZA PARIGINA DI UN MEDICO E “ORGANISTA DI CAMPAGNA” (di Fabrizio Peri)

Esce sul nostro blog il secondo articolo del Dott. Fabrizio Peri, medico di professione e organista per passione, che ci propone le sue riflessioni scaturite da una vacanza parigina svoltasi nel 2013. Ma queste riflessioni non sono certo “scadute”, anzi: sono piàù che attuali!

 

          Un recente viaggio a Parigi mi ha dato modo di ripensare prima, e confermare poi, alcune idee che, da organista di campagna, in parte mi sono state “suggerite” dal mio vecchio Maestro di Liturgia e in parte ho acquisito in oltre quarant’anni di esercizio attivo. Dico organista di campagna perché, oltre essere nato in un delizioso paese alle pendici dell’appennino parmense, la mia scelta del mestiere di vivere è stata profondamente influenzata da mio padre, musicista tanto provetto quanto deluso: se avessi chiesto di entrare in conservatorio mi avrebbe spaccato il pianoforte in testa, pezzo per pezzo. Per cui il liceo e l’università sono state uno “spintaneo” abbandono al… secondo amore, mai dimentico però della prima fiamma.

            Il vecchio Maestro – allora non comprendevo come mai – suggeriva di vestire il camice bianco quando andavo all’organo: e se non lo facevo per comodità o fretta almeno dovevo sapere che avrei dovuto. E notare bene: ho potuto sedere sulla panca dell’organo solo a dimostrazione avvenuta del possesso della pedaliera, altrimenti, via all’harmonium. La chiesa non era grande ma l’organo sì: specie dopo gli ultimi restauri: ben tre ance di cui un controfagotto 16 al pedale. E’ da lì che ho cominciato a covare l’idea che l’organo avesse la stessa dignità di figura liturgica così come l’hanno il lettore, la guida, il salmista.

            A Parigi ne ho avuto la conferma.

            Se il lettore proclama la Parola e il Salmista risponde con canto (se ne è capace); se il colore del paramento esprime un linguaggio estetico che rimanda a un preciso contenuto, ecco che anche l’organo esprime un linguaggio, rimanda in modo particolarissimo al contenuto che l’azione liturgica vuole rendere presente. La musica, il suono, l’armonia sono le parole che l’organista deve tessere per esprimere e tradurre il mistero che si celebra. E sia ben chiaro che anche il silenzio dell’organo è un linguaggio!

           Messa delle 11,30 a Notre Dame, con all’organo Jean-Pierre Leguay: robe da brivido! Un maestoso che non faceva presagire né tragedia né trionfalismo: metteva solo la voglia di partecipare, di respirare, di godere di quel qualcosa di grande che di lì a poco sarebbe successo. Il canto d’ingresso, che noi confondiamo con il canto che accompagna l’ingresso del celebrante, lì solo dopo che questo è alla sede è eseguito come incipit di tutto il seguito. Tant’è che il ritornello è scritto, sul rigo, nel foglio di partecipazione: e tutti cantano spinti da quel suono che non permette di stare in silenzio. La schola cantorum eventualmente esegue le strofe, ma l’assemblea canta, eccome: non come nella maggior parte delle liturgie che vedo celebrate il Italia in TV la domenica mattina, ove spesso presiede un Vescovo, e a cantare è solo una corale, che quasi sempre per di più musicalmente fa accapponare la pelle, sia per manifesta incapacità che per pessimo gusto nella scelta del canto (figurarsi che ho sentito un Kyrie sull’aria della sinfonia dal nuovo mondo di Dvorak!). Possibile che la messa debba ridursi, dal punto di vista musicale, a un concerto di corale? Possibile che mai venga un’indicazione autorevole su come applicare le norme della Costituzione sulla Liturgia in modo da non cadere in funambolismi o personalismi liturgici di dubbio gusto anche solamente estetico?

            La domenica mattina, per fare andare a messa mia moglie e trovare il pranzo pronto per i cinque figli, io mi fermo a cucinare (anche perché mi diverto molto e, poi, preferisco che siano gli organisti giovani a suonare assieme alle chitarre: io suono alla messa vespertina, là dove solo l’organo è di turno) e, tra una pentola e una padella, guardo la messa prima trasmessa dalla rete privata, poi dalla Rai. Sempre stessa impressione: canta la corale. E l’assemblea? Tacet. E l’organo? Se c’è e lo si suona (spesso ahimè si preferisce la pianola elettronica a uno strumento che fa solo bella mostra di sé), questo avviene per accompagnare i canti. Nulla di più riduttivo: l’organo non serve per sostenere il canto e basta: anche quello, ma non solo! L’organo deve parlare, suggerire, introdurre alle letture, esaltare un amen, sviluppare una risposta: ecco perché ribadisco che ha dignità di figura liturgica.

            A S. Sulpice, ad esempio, così come avviene per le letture festive che si ripetono in un ciclo triennale predefinito (anno A, anno B e anno C), l’organista stabilisce mesi prima cosa eseguire all’inizio, all’offertorio, alla comunione e al termine della celebrazione. E questo forse è eccessivo perché si cade nel medesimo errore: l’assemblea sempre…tacet! Però rende l’idea di che ruolo abbia lo strumento. Ancor più vero è che non abbiamo, noi, dei Cavaillé-Coll di fronte ai quali bisogna tremare; non sfigurano certo alcuni dei nostri strumenti: penso ai Mascioni, Tamburini, Serassi, Antegnati, Ruffatti, Balbiani, Formentelli, e tanti altri di cui andare giustamente fieri. Solo che bisogna saperli e poterli valorizzare. Forse è davvero necessaria una cultura nuova e antica nel medesimo tempo: nuova, per rimediare alle troppe storture di un “liturgismo di maniera” volto ad esaltare presunte innovazioni basate solo su vaghe e parziali intuizioni di imbonitori populisti; antica, perché deve tornare ad un’essenzialità che dia valore a ciò che conta davvero.

            Un esempio banale? Perché si canta un Gloria su musica spesso da circo equestre o un Santo su melodie da lavandaia e poi, quando sia arriva al termine della consacrazione, quando espressamente si dice “canteremo la Tua gloria” segue un sommesso, timido, stentato recitato: “per Cristo, con Cristo e in Cristo…?” E un amen a seguire degno del più bisbigliato (e confuso) tono da confessionale! Perché non si canta il Padre Nostro e si indugia su un canto d’offertorio, momento in cui si starebbe bene anche il silenzio a ripensare al modo di tradurre in momenti di vita una omelia magari “pressante”? Solo per la fretta? Perché bisogna stare dentro “l’ora canonica”? Alla domanda o considerazione che da giovane facevo al mio Maestro sulla lunghezza della messa, la risposta era sempre quella: “Non è per caso che la tua fede è troppo corta?”

            E, allora, il passo successivo: l’organista deve avere una intesa particolare con il celebrante. Deve bastare un’occhiata per intendersi sul “basta, smetti, continua, dammi la nota”; un sorriso, magari, per dire: “sì, così”. Quanti ricordi, quante belle sensazioni e poi convinzioni piantate nel cuore, come pilastri su cui formare la personalità dell’organista.

            A tale proposito, ecco ciò di cui si parla forse meno. Siamo abituati a pensare l’organista che suona, improvvisa, modula durante l’azione liturgica più comune: la Messa. Qui risalta meglio lo spessore del musicista, del traduttore in suono del mistero: specialmente le sue capacità di improvvisare. Ma a formare l’aspetto più importante, per me, dell’organista liturgico, è altro: bisogna aver accompagnato col suono la preghiera dei Vespri e delle Lodi, per anni, bisogna aver goduto dei salmi e dei cantici, averli amati come punto fermo di una giornata magari laboriosa e oscura di significato, fino alla luce della prima stella. Quanti anni di studio, di impegno nel lavoro sono sfociati nella rasserenante preghiera del Vespro nella cappellina delle suore! Quanti toni gregoriani sbagliati nelle doppie; quante desinenze latine confuse hanno fatto diventare Dio vittima e non autore di guerre o punizioni! O hanno chiesto a Gesù di mostrare chissà cosa (…et Iesus …ostende…). Ebbene: questo mi ha convinto che l’organista innanzitutto è un uomo di preghiera. Se non prega non può armonizzare un salmo, indovinare una risposta, comporre una melodia; oppure, se lo fa, non è come se lo facesse avendo pregato quella parola. E’ il dialogo col Totalmente Altro, l’intesa continua con l’Assoluto che lo fa diventare capace di enormità musicali.

            Penso a Bach: non si finisce mai d’ascoltarlo e di stupirsi! Penso a Molfino, Perosi, Palestrina, Lecot e tanti altri. L’organista liturgico, a mio parere, deve diventare o tornare ad essere un punto fermo della liturgia domenicale e feriale; se si pregasse ogni giorno, nelle chiese, il Vespro, forse non all’orario comodo per il prete ma accessibile a chi vuole; se l’organo fungesse da squilla di adunata, da segnale che impone di riflettere…, credo che non ci sarebbe tanta desolazione durante la settimana. Se, insomma, la preghiera diventasse finalmente cultura, allora potremmo dirlo in pace il nostro quotidiano Nunc dimittis.

            Un’ultima sottolineatura mi sia concessa: in uno scenario definito come sopra, anche l’annosa questione del compenso sarebbe risolta. Bach aveva una ventina di figli: nessuno morto per fame! Anche se lui stesso ebbe da far valere i suoi diritti di artigiano della musica.

            Tutte le parrocchie che conosco hanno, se non una, almeno due case come beneficio (a volte motivo di scandalo). Un povero prete di mia conoscenza, parroco per 52 anni in una parrocchia rossa come il fuoco, quindi potenzialmente atea (ma non era così) mi ha sempre detto che era gente generosissima a dispetto delle apparenze; che tutto gli poteva mancare ma non i soldi. E se succedeva lì… perché una parrocchia non deve avere un proprio organista mantenuto e stipendiato come conviene? Tanto più che, visti i tempi, le parrocchie diminuiranno sensibilmente di numero (o si accorperanno); i preti ancor di più, sperando che restino quelli “intonati”!

            Insomma: bisogna darsi da fare senza indugio. Dove abito, ora ci sono almeno cinque ragazzi che si alternano all’organo, la domenica; uno, poi, è una promessa di altissimo livello professionale. C’è voluto l’organo, però: prima una banale tastiera mai aveva coagulato tanti organisti; una volta costruito lo strumento… sono spuntati anche gli organisti. Questo a significare che spesso non è giustificata la paura di molti parroci che rinunciano a costruire l’organo perché manca chi lo suoni. E, per chi già suona, è più che mai necessaria una scuola diocesana di formazione liturgica.

            Bisogna avene il coraggio di osare, perché le cose si fanno avendo il coraggio di farle!

Fabrizio Peri

Collecchio, 16/ 07 / 2013

BACH: UN GRIDO DI DOLORE, UN SOSPIRO D’AMORE, UN PALPITO DI FEDE! (Commento di Clizia Miglianti)

E’ questa la Seconda Edizione riveduta, corretta e restituita all’originale del precedente “Bach: tra amore e fede”. Perché una seconda edizione di questo saggio divulgativo sulla figura di Bach letta attraverso il prisma della Grande Fantasia e Fuga in Sol minore? Lo spiega direttamente l’Autore: “Dopo che i miei allievi, avendo prima letto le mie dispense, ebbero fatta una lettura della precedente edizione, mi dissero che il materiale originario si vedeva che era il mio, ma la forma era diventata pesante, quasi non sembrassi affatto il loro insegnante. Quella diversità era il risultato sia di pennellate (non mie) aggiunte qua e là in fase di correzione della bozza, sia della richiesta esplicita di rendere il tono più alto/scientifico e meno divulgativo. Rientrato in possesso dell’opera, ho proceduto a rivederla, correggerla e soprattutto restituirla a quello stile piano e divulgativo che mi è congeniale” (A. Cervelli). Con una corposa ed energica prefazione della cantante jazz Clizia Miglianti sulla vera e viva musica sacra nei tempi odierni, ripercorriamo questo cammino pensato per i giovani musicisti, al fine di far loro scoprire “il Bach” uomo, marito, padre e credente, per poterlo integrare a quanto già studiano sui manuali scolastici, che forse però trascurano questi aspetti tutt’altro che secondari della vita del grande compositore.

Prefazione di Clizia Migliani, cantante jazz

Molte volte non ci rendiamo conto di quanto la musica sia presente nella nostra vita: ne siamo completamente immersi, in modo più o meno consapevole. Ci accompagna nei momenti più significativi, ci spinge a riflettere, a svuotare la mente, ci aiuta a ricordare, a divertirci, è usata come mezzo di propaganda, ci spinge a comprare, consumare, proprio a causa del grande potere che esercita sulle nostre emozioni e sui nostri stati d’animo.

            Ma nessuna musica è potente come quella sacra. Essa, in qualsiasi contesto religioso, è ciò che ci porta ad avere un contatto profondo con noi stessi e con il divino. Di certo nel mondo cristiano pochi sono riusciti ad eguagliare la profondità dei lavori di Bach.

      https://www.goethe.de/resources/files/jpg329/z_musik_bach.jpg      In questo saggio, Alessio ci descrive “un Bach” e “una Fantasia e Fuga” non solo dal punto di vista meramente scientifico/musicale: ci parla del Bach uomo, marito, ci parla di come nei suoi lavori abbia perfettamente in testa l’obiettivo sacro – liturgico per il quale quella data opera è stata realizzata e sviscera in ogni sua parte quel lavoro. In ogni pausa, in ogni respiro troviamo l’uomo che prega, che si dispera, che dubita e che poi si mette nelle mani di Dio con estrema fiducia.

            Nella musica che ascoltiamo abitualmente nella liturgia, quanto c’è di questa consapevolezza? Quanto, ciò che sentiamo cantare e suonare in chiesa oggi, è minimamente vicino all’intimità e allo spessore delle opere di Bach o alla spensieratezza di Zipoli? Perché di certo la musica sacra non è solo “roba seria”. Quanto invece la musica antica è diventata lontana dal popolo di Dio, bella certo, ma percepita come fredda e distante, come qualcosa da ascoltare solo ai concerti e non nella vita di fede vera?

            Da musicista di certo non apprezzo molto le “schitarrate selvagge” che vengono proposte alla Messa; allo stesso tempo non posso accettare che la musica nata per la fede sia soffocata da musicisti e musicologi in nome di una filologia che sicuramente ha un’ottima e importantissima funzione storica, ma che rende questi capolavori sempre meno vivi e sempre più inaccessibili.

            Posso proporvi un esempio di cui ho diretta esperienza, dato che si tratta di una parrocchia di campagna (S. Bartolomeo ad Ulignano) dove con Alessio ho prestato molte volte servizio alla Messa. Scorrendo queste pagine, ci si imbatte in nomi come Schweitzer, Richter, Germani: “signori musicisti” di una volta, grandi studiosi ma soprattutto artisti che hanno saputo e voluto stare a contatto con la gente, sviluppando una profonda empatia con le persone. Ma se chiediamo ai “signori filologi”, la maggioranza ci dirà che sono superati, inadatti agli studi odierni: a loro dire, c’è Schweitzer che costringe ad uno sforzo di immaginazione per seguire il tempo esecutivo; c’è Richter che non aggiunge nulla alla partitura barocca, che quindi risulterebbe sterile esercizio di lettura, sia pure una lettura sanguigna ed energica; c’è Germani che, poverino, appassionato com’è di organi moderni a trasmissione elettrica, propone “un Bach” superatissimo, a volte disomogeneo come metronomo, con un tocco antiquato su strumenti inadatti.rosa musica.jpg

            Se leggiamo quello che scrive Alessio, invece, che pure ha familiarità con gli studi di filologia sia letteraria che musicale, non ci sfugge la sua preferenza per questa “vecchia” scuola, al punto di accettare di sentirsi dire da buoni interpreti filologici di non andare troppo a tempo quando suona la “sua” amata fuga BWV 542, così come di aver scelto per le sue incisioni strumenti inadeguati o imperfetti, quando avrebbe potuto cercare di meglio. Le ragioni delle sue scelte, Alessio ce le spiega nelle pagine che seguono, dunque non anticiperò nulla. Quello che mi preme dire, invece, è come questa scelta abbia funzionato e funzioni con la gente delle parrocchie, con gli adulti e soprattutto coi ragazzi. Se vi capita di trovare on line la sua interpretazione della BWV 542 o di qualsiasi altro pezzo di Bach realizzato col piccolo organo di questa piccola chiesa di Ulignano, può darsi che vi lasci sconcertati per un poco, se siete abituati agli interpreti attuali; d’altronde i giovani che studiano musica antica nelle accademie, hanno ormai un ascolto assuefatto ai soli, onnipotenti criteri filologici e al solo repertorio di studio: forse sono troppo impegnati a scervellarsi su come realizzare una fioritura, per poter andare in qualche locale o teatro dove si ascolta musica jazz, musica improvvisata, contemporanea, dove la contaminazione fra ciò che è suono, movimento ed immagine è pura magia. Addirittura sono così presi da studiare pagine e pagine di musica classica per il prossimo esame che si scordano di andarla a sentire suonata dal vero: quanti colleghi studiano solo sullo spartito senza considerare minimamente i dischi, i concerti…! Se si guardassero appena un poco attorno, si accorgerebbero che il mondo della musica viva, oggi, forse potrebbe essere un altro, un mondo che non perde certo tempo ad aspettarli; un mondo che pure è capace di ascoltare volentieri la musica antica, ma solo se essa si mostra viva, attuale, non una “cosa” sezionata fino a spaccare il capello in quattro per ottenere un arido risultato storicistico/archeologico che ha qualcosa da dire solo ad una sparuta élite di specialisti.

            Dunque, i “signori filologi” diranno che l’organo è piccolo, i bassi parlano poco, ci sono difetti di intonazione, lo sforzo è apprezzabile, ma forse per prestigio personale non ne sarebbe valsa la pena perché al massimo si tratta di un lavoretto che tuttalpiù ha valore divulgativo. Invece posso dirvi che in musica ne vale sempre la pena, e parecchio! Quelle esecuzioni sono musica viva, non corretta da alcun tecnico del suono, coi rumori meccanici tipici dello strumento, e con tutta la schiettezza propria di un episodio musicale vissuto. Ho visto tanti adulti e non pochi ragazzi avvicinarsi così a “questo” Bach e, con Bach, a Dio. Com’è capitato? Semplice! Chi ascoltava trovava un evento vivo, una musica viva, se vogliamo pure rivisitata per scelte pastorali e catechetiche, adattata alle necessità della comunità. E questo ha funzionato perfettamente.

            Non credo sia un peccato capitale suonare Bach su un harmonium o su un piccolo organo di campagna, come non credo sia terribile semplificare le parti per proporle ai giovani musicisti delle parrocchie.

            Ma qual è il vero problema?Bach 2 statua.png

            Eccolo: è proprio la mancanza di figure professionalmente valide che guidino i nostri ragazzi e il popolo di Dio a un equilibrio fra ciò che ora è vissuto nelle parrocchie e ciò che dovrebbe essere suonato veramente. Il problema è che i sacerdoti, molte volte, non sono preparati nemmeno alla liturgia e i musicisti, se ci sono, non conoscono in maniera adeguata il contesto liturgico nel quale il pezzo viene suonato. Non ha senso eseguire musica festosa durante la Quaresima, perché non è il momento giusto: possiamo discuterne quanto vogliamo, ma la cosa non cambia e non cambierà mai nonostante tutto. Se in chiesa ridiamo e giochiamo sempre, come possiamo capire il Sacrificio che si compie ogni domenica durante la Messa?

            Ecco, leggendo le pagine di Alessio, ho pensato che Bach era sì, un uomo, un musicista ma anche un abile artigiano, ed ora nel nostro mondo mancano proprio gli artigiani della fede, che si sporcano le mani, studiano, riflettono e suonano.

            Il mio augurio è che questo lavorBach occhi.pngo possa non solo essere un ottimo strumento di studio ma anche un mezzo di riflessione e cambiamento, per cui i nostri giovani “chitarristi” (e non solo) potranno apprezzare e pure suonare musica barocca, mentre i giovani organisti, magari, suoneranno anche canti più popolari ma con professionalità e coscienza, perché l’obiettivo più profondo della musica sacra è questo, a mio avviso: farci avvicinare a noi stessi, farci avvicinare e affidare a Dio, e non darci un modo più o meno divertente di passare il tempo, come neppure celebrare la nostra conoscenza e la nostra bravura.

PER INFO E ACQUISTO DELL’EBOOK:

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http://www.mondadoristore.it/search/?tpr=10&g=Bach%3A+un+grido+di+dolore%2C+un+sospiro+d%27amore%2C+un+palpito+di+fede&bld=15&swe=N

EDIZIONE CARTACEA:

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“NARDO ED ALABASTRO”: USCITA LA SECONDA EDIZIONE!

 

 

Sono molto grato a tanta gente, a tanti amici, a tante persone per questa seconda edizione di Nardo ed Alabastro: un’edizione che vede la luce proprio per l’incoraggiamento e l’esortazione a mantenere ancora disponibile questo piccolo, semplice lavoro che, a quanto pare, ha suscitato interesse verso la musica sacra e verso alcune delle sue sfaccettature pastorali. E’ un lavoro senza ambizione alcuna se non quella, divulgativa, di una riflessione spicciola su quel che vediamo accadere sotto i nostri occhi nelle chiese parrocchiali, su quali atteggiamenti sia opportuno assumere in proposito e su quale potrebbe essere un percorso sensato per un sereno cammino di risanamento.

Riconoscente al mio grande amico e mentore Don Nicola Bux per i consigli e per la prefazione che volle donarmi per la prima edizione (e che lascio intatta in questa seconda), desidero altresì esprimere tutta la mia più sincera gratitudine per il Prof. Antonio Lalli, editore delle mie terre, che per primo credette in questo lavoro, lo accolse di buon grado e lo distribuì sotto l’egida della sua casa editrice, la quale è giunta di recente, a testa alta, al suo nobile tramonto per concedere al suo fondatore il meritato riposo di una serena anzianità da vivere circondato dalle persone che ama, dopo aver donato al mondo dei libri tanti lavori di grande qualità.

“Caro Alessio” – mi ha detto il Prof. Lalli in uno dei nostri ultimi incontri – “spero che il tuo lavoro veda presto una seconda edizione, perché è un lavoro in cui credo e che ha ancora tante cose belle e interessanti da dire”.

Caro Antonio, non solo il tuo auspicio viene qui esaudito ma, come vedi, questa seconda edizione, di cui auspicavi l’uscita, vede la luce congiunta al grato ricordo della tua fiducia e della tua competenza, di cui desidero resti memoria assieme alla nostra sincera amicizia.

Alessio Cervelli

NOTA DI RINGRAZIAMENTO – Ringrazio di cuore il regista Elia Mori per la sua amichevole consulenza.

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