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BLOG SULLA MUSICA SACRA

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NARDO ED ALABASTRO (saggio)

“NARDO ED ALABASTRO”: USCITA LA SECONDA EDIZIONE!

 

 

Sono molto grato a tanta gente, a tanti amici, a tante persone per questa seconda edizione di Nardo ed Alabastro: un’edizione che vede la luce proprio per l’incoraggiamento e l’esortazione a mantenere ancora disponibile questo piccolo, semplice lavoro che, a quanto pare, ha suscitato interesse verso la musica sacra e verso alcune delle sue sfaccettature pastorali. E’ un lavoro senza ambizione alcuna se non quella, divulgativa, di una riflessione spicciola su quel che vediamo accadere sotto i nostri occhi nelle chiese parrocchiali, su quali atteggiamenti sia opportuno assumere in proposito e su quale potrebbe essere un percorso sensato per un sereno cammino di risanamento.

Riconoscente al mio grande amico e mentore Don Nicola Bux per i consigli e per la prefazione che volle donarmi per la prima edizione (e che lascio intatta in questa seconda), desidero altresì esprimere tutta la mia più sincera gratitudine per il Prof. Antonio Lalli, editore delle mie terre, che per primo credette in questo lavoro, lo accolse di buon grado e lo distribuì sotto l’egida della sua casa editrice, la quale è giunta di recente, a testa alta, al suo nobile tramonto per concedere al suo fondatore il meritato riposo di una serena anzianità da vivere circondato dalle persone che ama, dopo aver donato al mondo dei libri tanti lavori di grande qualità.

“Caro Alessio” – mi ha detto il Prof. Lalli in uno dei nostri ultimi incontri – “spero che il tuo lavoro veda presto una seconda edizione, perché è un lavoro in cui credo e che ha ancora tante cose belle e interessanti da dire”.

Caro Antonio, non solo il tuo auspicio viene qui esaudito ma, come vedi, questa seconda edizione, di cui auspicavi l’uscita, vede la luce congiunta al grato ricordo della tua fiducia e della tua competenza, di cui desidero resti memoria assieme alla nostra sincera amicizia.

Alessio Cervelli

NOTA DI RINGRAZIAMENTO – Ringrazio di cuore il regista Elia Mori per la sua amichevole consulenza.

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BELLEZZA DI DIO … O “CABARET LITURGICO”?

Santuario di San Lucchese,
Domenica 26 Aprile 2015

Presentazione del Saggio “Nardo ed Alabastro” (Ed. Lalli)

Vorrei cominciare dalla cosa meno ovvia e apparentemente meno opportuna, nel parlare di musica liturgica cattolica: l’Incantesimo 154 del Libro dei Morti dell’antica religione egizia.

Questo mio corpo non deve svanire, poiché io sono integro […],
non marcisco, non mi gonfio, non mi decompongo
e non mi trasformo in vermi. […]
Il mio corpo perdura, non va in rovina,
non svanisce in questa terra, per sempre.

Gli egizi antichi, quelli precedenti alle grandi piramidi, avevano notato che i corpi sepolti nella sabbia, quando riaffioravano, avevano conservato la pelle, la loro integrità e le loro forme. Quindi, unendo ciò che i loro sensi vedevano e sperimentavano al desiderio d’eternità e d’infinito che la loro mente avvertiva (un desiderio che ovunque, in ogni luogo e in ogni cultura, l’uomo ha sempre avvertito), svilupparono tutti i rituali propri dell’imbalsamazione e della sepoltura.
Ma questo significa che Dio è lo stesso ovunque, ogni religione crede nello stesso Dio?
No!
E’ piuttosto l’uomo ad essere sempre lo stesso, ovunque, in ogni angolo del mondo. Al di là del colore della pelle, della lingua, dei costumi, l’uomo è ovunque lo stesso, perché si pone le domande assolute: chi sono? Perché?
E ovunque l’uomo ha cercato l’eternità per rispondere a queste domande.
Ovunque, nella sua ricerca della felicità eterna, l’uomo ha pregato.
E ovunque l’uomo ha pregato, ha anche cantato, ha anche fatto musica, ha fatto arte.
Questo perché la vita spirituale nell’uomo sempre si aggrappa ai sensi fisici del corpo: udito, vista, gusto, tatto, olfatto.
Ciò che il corpo fa percepire coi sensi, diviene sia strumento per la preghiera, sia preghiera propriamente detta: il canto è preghiera, non solo uno strumento per la preghiera.

Domande assolute – desiderio d’eterno – preghiera – musica.

E questo è vero anche oggi, nel nostro Occidente sempre più materialista, sempre
meno credente in Dio.
Filosofi come Kierkegaard e Pascal ci insegnano una verità che chiunque di noi può soppesare e valutare: l’uomo è fatto per inginocchiarsi e adorare; se non si inginocchierà davanti al suo Dio, si inginocchierà davanti alla propria scienza, alla propria tecnica, al proprio egocentrismo, al proprio narcisismo… insomma, pur non piegando realmente il ginocchio a terra, si inginocchierà in adorazione di se stesso”.
L’uomo è sempre alla ricerca dell’eterno e, se non crede più in un Dio che possa dargli la felicità eterna, ecco che allora crede in se stesso per costruire da solo la propria eternità, in uno sforzo tanto disperato quanto inutile.

Convinto di questi dubbi, tiepido e apatico nella propria non – fede, Paul Claudel, poeta, drammaturgo e diplomatico francese del secolo scorso, giusto per fare cortesia ad un amico, il giorno di Natale entra a Notre Dame.
E’ convinto della sua indifferenza assoluta verso le cose religiose.
Ecco: all’altare maggiore, sotto la statua di candido marmo raffigurante Maria che tiene tra le braccia il Figlio Gesù deposto dalla croce, l’arciprete della cattedrale sta presiedendo i Vespri Solenni.
Ad un certo punto l’organo tuona, le nuvole profumate e morbide dell’incenso avvolgono l’altare, e i giovani del seminario minore intonano il Canto del Magnificat:

L’anima mia magnifica il Signore,
il mio spirito gioisce in Dio mio salvatore…
L’onnipotente ha spiegato la potenza del suo braccio,
e i superbi li ha fatti smarrire
nei pensieri inconfessabili del loro cuore,
i potenti li ha rovesciati dai troni,
i miseri invece li ha innalzati.

Tutto è bellezza. Tutto è splendore.
Tutto parla della Maestà tremenda e allo stesso tempo amorevole di Dio, del Dio fatto carne, del Dio fatto uomo, del Dio Crocifisso, del Dio risorto, dell’Onnipotente che tutto si dona per amore delle sue creature.
Claudel era entrato in chiesa certo del nulla.
Esce di chiesa certo di Dio, al punto che lui stesso ricorda con una commozione enorme quel giorno di Natale del 1886 in cui, misteriosamente, nella semplicità di una Liturgia Solenne, Dio gli si è fatto incontro e lui gli ha risposto: “Sì, Signore: ora Ti vedo!”.

Stessa cosa per una protestante, una giovane donna chiamata Elizabeth Seton. Lei stessa ci racconta la sua esperienza.

Quando entrai per la prima volta nella chiesa della beata Vergine Maria di Montenero a Livorno, un giovane inglese anglicano vicino a me, al momento dell’Elevazione, dimenticando le norme di buona educazione, mormorò: “E’ la loro (cioè dei cattolici) presenza reale”. Provai vergogna a queste parole e la mia mente volò istintivamente al testo di San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (XI, 29) e pensai: se nostro Signore non è lì, perché l’Apostolo minaccia? Come può egli rimproverare chi non vi riconosce in quel pane il Corpo del Signore se il corpo non è davvero presente? Come potrebbero coloro che ne mangiano indegnamente, mangiare la propria condanna, se il santo Sacramento non è altro che un comune pane? Come è possibile essere colpevoli verso il Corpo e il Sangue del Signore, se in quel pane e in quel vino non vi è né il corpo né il sangue del Signore?” (M. D. Poisenet, “La vita di Elizabeth Seton”).

Cosa succede?
Elizabeth entra nel santuario della Madonna di Montenero, accompagnata da un amico.
Trovano in corso la messa, la messa preconciliare, dove il canone della consacrazione non si sentiva perché recitato dal celebrante sottovoce. Ad un certo punto il chierichetto suona il campanello, tutti si mettono in ginocchio.
Il celebrante si china profondamente sull’altare per un momento, poi si inginocchia e alza sopra la propria testa l’ostia, levandola verso il Crocifisso.
Quel semplice gesto di alzare il pane della messa, quel semplice inginocchiarsi dei fedeli, quel silenzio, e la bellezza del luogo in cui si trovava furono sufficienti a darle, come un lampo improvviso, una certezza: “Qui davvero c’è Dio, il vero Dio! Questa è la vera Chiesa di Cristo!”.
Questa certezza non abbandonò più Elizabeth, che si fece cattolica. È la prima persona nata negli Stati Uniti ad essere canonizzata: fu infatti proclamata Santa dal beato Papa Paolo VI nel 1975.

Qui non si tratta certo di voler insinuare inutili e fuorvianti paragoni tra prima e dopo, tra pre e post concilio.
Il punto è un altro.
Lo stiamo mettendo in pratica, l’insegnamento del Magistero attuale della Chiesa? Oppure forse ci stiamo perdendo qualcosa?

Se facciamo un click di mouse su internet digitando la parola “lavoro organista”, ad esempio, si viene letteralmente sommersi da una valanga di commenti, post, blog, forum e via discorrendo.
Ve ne vorrei leggere uno… vi avverto subito che è caustico, anzi, al fulmicotone!

Ricetta musicale per iniziare a svuotare le chiese:
1) Fare di tutto per ingraziarsi la fetta giovanile di “fedeli” …
2) Quindi usare percussioni a tutto spiano a) all’inizio, b)all’abbraccio di pace, c) alla fine.
3) Invitare i giovani (anche quelli che in certe chiese fanno parte del “gruppo dei giovani”, ma hanno da mo’ passati i 40….) ad esibirsi con le vecchie buone canzoni appena post-conciliari, possibilmente con sonoro battito di mani e qualche “olé” che non fa mai male.
4) Invitare pure i suddetti giovani ad accompagnare il tratto dalle panche al presbiterio con movenze di ballo, possibilmente ondulante, ancheggiante ed altre cose ad libitum.
5) chitarre, batterie ed altri strumenti “giovani”, possono essere posizionati in alcuni punti strategici della chiesa.
6) Dissuadere quel ******* di organista, pure diplomato…(ma vedi tu quando uno non sa come passare il tempo!) a starsene a casa e smetterla di annoiare con quei fastidiosi “preludi corali” e quelle ancor più vecchie e stantie “toccate”…il cui nome già provoca cattivi pensieri. Anzi, si inviti il parroco a chiudere i conti con il nostro (Dio mio, lo paga pure! E quello,*****, presente a tutte le cerimonie, si sforza pure di rispondere “in tono” alle invocazioni del celebrante! Qualche volta abbassa seduta stante l’accompagnamento di quelle lagne che cantano quelle vecchie beghine di 60 e giù di lì…anni).
7) Si chiuda, meglio, si inchiodi la porta di quell’organo vecchio di duecento anni che si ostinano a far suonare…mah…se lo vendessero a qualche robivecchi…potremmo pure cambiare quei due tamburi che fra un po’ si sfondano.

Tra voi c’è chi sorride. E c’è chi invece sta lì tra le sedie, imbronciato … forse anche un poco offeso?
Non è mia intenzione, mi si creda.
Se voi andate a prendere il capitolo delle conclusioni del mio libro, vedrete che il sottoscritto riconosce senza nessun problema la bontà e l’utilità della canzone religiosa, nel linguaggio pop, e anche rock, o new melody o tutto ciò che si vuole.
Ce n’è bisogno!
Un bisogno che i papi degli ultimi pontificati, come il beato Paolo VI e il Santo Giovanni Paolo II, riconoscono: sono cose utilissime alla vita di fede nei momenti ricreativi, di aggregazione (specialmente tra i giovani), di riflessione… penso ad esempio al CD, molto carino, che di recente ha realizzato Padre Federico Russo con la collaborazione di Don Mario Costanzi: canzoni semplici, orecchiabili, con testi belli che aiutano i giovani e gli adolescenti a iniziare a porsi le domande assolute, a masticare l’ABC di questi interrogativi.
Che Iddio renda merito a queste preziose testimonianze!

Ma la Liturgia è un’altra cosa.
La Liturgia è “fonte e culmine”, dice il Concilio.
E per essere “fonte” a cui attingere le energie per percorrere il cammino faticoso di questa vita, deve essere “culmine”, dev’essere un assoluto splendore, nella sua nobile semplicità, come dice il “Cerimoniale dei Vescovi”: semplice, certo, ma nobile!
Quanta cura ci mettiamo nei vestiti, nel taglio di capelli, nel look per una laurea, un matrimonio, un evento che giudichiamo importante?
Tantissima! E magari non ci dispiace neppure spendere qualcosa in più.
Se diamo importanza a fatti, tutto sommato buoni, ma che sono di passaggio, finiscono e passano… quanta dovremmo darne all’incontro con Dio?
Certo, Dio è con me tutti i giorni, ogni ora, ogni minuto, ogni mio respiro.
E’ vero.
Ma io non sto sempre con Dio. Io non penso a Lui in continuazione, specie nel tram tram di questa vita, nelle angosce di arrivare alla fine del mese, nei rapporti difficili coi colleghi, nella scoperta e nei dolori dei primi innamoramenti, nelle angosce che quotidianamente ci assorbono… e quindi ci distraggono.
“I poveri li avete sempre con voi, non sempre avete me”, dice Gesù nel vangelo, e lo dice proprio per rimproverare Giuda che criticava ipocritamente Maria, sorella di Lazzaro, che aveva portato l’olio di Nardo profumato dentro il vaso di Alabastro.
Oggi il Signore direbbe a Giuda: “Le attività quotidiane le potrai fare sempre, i poveri li incontrerai sempre, gli affari potrai sbrigarli sempre… ma non sempre preghi, non sempre la tua mente contempla il cielo, non sempre stai con Dio, anche se Dio è sempre con te”.

Oggi è cosa comune che due giovani si incontrino nel trambusto di una discoteca, di un pub, di un locale: posti e situazioni che hanno il loro linguaggio musicale.
Ma poi, quando si accende l’interesse reciproco, non è forse vero che si cerca un luogo appartato, magari dove sia possibile parlare senza essere disturbati dal baccano, anche musicale?
E quando si giunge a scambiarci momenti di piacevole intimità, non è forse verso che si prepara la serata al meglio, magari con un pasto condiviso in un bel localino oppure anche in casa, ma cercando di fare tutto il possibile perché le cose siano diverse dal solito, più belle del solito, perché siano indimenticabili?
Oppure in campagna, sulle rive di un fiume o di un laghetto, con la luna a farci da lanterna e le stelle a rendere il tutto più struggente.
E scegliendo la musica di sottofondo, non si sceglie forse qualcosa di meno frastornante, magari un bel lento, melodico e seducente, che ci ispiri tranquillità e ci faccia godere appieno della compagnia della persona che abbiamo accanto?
E’ il quadro ideale per il primo bacio, il primo sì. Qualcosa che non si scorderà mai più, nella vita.

Perché con Dio dovrebbe essere diverso?
Se l’amore umano (quello vero, non lo sfogo carnale del piacere al quale spesso di attribuisce a torto il nome di amore) lo si incontra nella quiete e nell’intimità, perché l’amore di Dio dovremmo incontrarlo nel baccano, nell’approssimazione, nella sciatteria di liturgie rabberciate alla bell’ e meglio perché – mamma mia! quante cose c’è da fare in parrocchia, mica posso star dietro a perdere ore a preparare le messe domenicali! – ?
Se Paul Claudel ed Elizabeth Seton entrassero nelle nostre chiese la domenica mattina alla messa delle 11, per esempio, … sperimenterebbero la dolcezza e la bellezza dell’amore di Dio? Si convertirebbero?

I nostri seminari si svuotano. Come mai?
I nostri giovani dopo la cresima se ne vanno. Come mai?
La società è scristianizzata, la vita è difficile, ci sono tante distrazioni, tante fatiche, la famiglia come realtà è in crisi, negli adolescenti e nei giovani c’è un’immensa confusione ed un grande dolore che distraggono.
Tutto vero, verissimo.
Ma se un giovane entra in chiesa con le domande assolute che gli ronzano in testa, entra lì per cercare il contatto con altra gente che prega e vuol capire cosa ci possa trovare di utile nella preghiera,… e poi trova quel linguaggio musicale che trova in discoteca, nel pub, nei locali e, anzi, in chiesa ce li trova pure di qualità peggiore, perché per lo più sono esecuzioni improvvisate lì per lì alla “si fa quel che si può, tanto per divertirci”…
questo giovane trova conforto? Trova risposta alle sue domande? Trova la quiete del silenzio, del raccoglimento, della bellezza che gli permettono di accostarsi a Dio?
Oppure uscirà dicendo: “Guardate che razza di versi che fanno! Stanno là a svagarsi e a stordirsi, ma al Dio in cui dicono di credere neppure ci pensano!”? Infatti nessuno sta raccolto, nessuno è in quiete, nessuno adora, nessuno più si inginocchia. Forse nelle nostre parrocchie, a proposito dell’amore e dell’umiltà davanti a Dio, si dovrebbe prestare attenzione alle parole che si cantano in certi repertori giovanili, e poi metterle in pratica:

Guardiamo a Te che sei / maestro e Signore, /
chinato a terra stai / ci mostri che l’amore
è cingersi il grembiule, / sapersi inginocchiare,
ci insegni che amare
è servire.
Fa’ che impariamo, Signore, da Te, /
che più grande è chi più sa servire, /
chi si abbassa e chi si sa piegare /
perché grande è soltanto
l’amore.
(Gen Verde, Canzone “Servire è regnare”)

Giovani che dopo la cresima se ne vanno.
Assemblee liturgiche con pochissimi giovani dai 18 anni in su.
Seminari vuoti, perché nulla mi fa capire quanto sia bello donare la mia intera vita a Dio, nell’amore e nel servizio del prossimo, dei fratelli. La liturgia è sempre stata la principale e insostituibile fonte delle vocazioni: se è in crisi la liturgia, sono in crisi le vocazioni, non c’è scampo!

Bach, Frescobaldi, Zipoli.
Ma anche Mozart, Beethoven.
Ma anche Hydn, Albiloni, Handel.
Ma anche Vierne, Widor, Bartolucci, Perosi.

Dobbiamo rialfabettizzarci. Dobbiamo tornare a guardare al passato.
E questo può avvenire solo in due modi:

a) il clero deve tornare nella propria formazione ad avere quel bagaglio minimo indispensabile che gli consenta di tenere le redini anche della situazione musicale e liturgica della propria parrocchia e di vedere nel musicista sacro professionista appunto una professione, una dignità lavorativa che in qualche modo va retribuita, perché le situazioni difficili non si risanano col dilettantismo. E se un prete facesse storie per retribuire un musicista di professione e buon cattolico perché intende tale servizio come volontariato doveroso nella vita della parrocchia, gli si può sempre domandare: “Allora come mai lei prende le offerte per le messe che celebra? Perché non le dice a pura gloria di Dio? Semplice! Perché lei deve mangiare! Anch’io, padre! Ho studiato per poter vivere di questo, e lei mi sta negando questo diritto per la sua ipocrita ignoranza!”.

b) dal canto loro, però, i musicisti devono accogliere l’invito che già Paolo VI fece agli artisti, “facciamo la pace, oggi, qui?”, far pace con la Chiesa, ricucire lo strappo che dagli anni ’60 ci stiamo portando dietro; e se da un lato gli artisti hanno il diritto di vedere la propria professionalità riconosciuta, anche in senso retributivo, dai sacerdoti e dai vescovi, gli artisti stessi devono, dal canto loro, fare quel che Mons. Cetoloni ha scritto nella prefazione del mio CD: “scendere dal piedistallo”, mettere da parte le cose accademiche, porsi al servizio dei sacerdoti, accostare quei giovani delle parrocchie che, se anche sono artisticamente analfabeti o quasi, tuttavia sono sia una ricchezza da coltivare che fratelli in Cristo da servire.

I grandi musicisti del passato sono i maestri che dobbiamo tornare a guardare, non per fossilizzarci sulla mera e rachitica ripetizione dei loro lavori, ma per avere i giusti modelli a cui ispirarci per l’oggi della Chiesa.
Solo se conosciamo il nostro passato senza ideologie, senza paraocchi, senza intransigenze bigotte, senza paura, possiamo sperare di costruire un futuro altrettanto valido.
E questo futuro – chissà – potrà anche scegliere vie diverse dall’organo, dal gregoriano, dalle forme artistiche del passato… purché i frutti spirituali siano altrettanto validi, purché la fede sia nutrita e alle anime assetate e affamate di cielo sia indicato senza tentennamenti il Cuore Misericordioso di Gesù Cristo, Dio fatto uomo per la salvezza di tutti noi.

Facciamo tutti quanti qualcosa di veramente utile, allora: preghiamo lo Spirito Santo perché ben ci guidi e ben ci ispiri in questo cammino di risanamento e in questa avventura di riscoperta.
Grazie a tutti voi.

Alessio Cervelli,
autore

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A. Cervelli, NARDO ED ALABASTRP. DAL “CABARET LITURGICO” ALLA DIVINA BELLEZZA NELLA LITURGIA E NELLA MUSICA SACRA, Prefazione di Mons. Nicola Bux.

Edizione Cartacea Tradizionale (Lalli Editore 2015):

http://www.unilibro.it/libro/cervelli-alessio/nardo-ed-alabastro-cabaret-liturgico-divina-bellezza-liturgia-musica-sacra/9788895798783

Edizione Ebook (StreetLib 2015):

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