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Novelle Cattoliche

SESTA NOVELLA – “IL GREGORIANO? BRUTTO, RIDICOLO E NOIOSO!” PAROLA DI UNA SCOUT!

Domenica mattina di un bel fine – settimana di maggio. Giornata ideale per celebrare la Messa festiva e chiudere l’anno pastorale. La processione d’ingresso varca la porta di quella piccola chiesa di campagna: turibolo e navicella, ceri e croce astile, accoliti e cerimoniere. A chiudere, il parroco, rivestito di una splendida pianeta dorata, con rifiniture in perle di fiume. Dal presbiterio s’ode una voce baritonale che intona ed è subito seguita dagli altri membri della schola: “Jesu, dulcis memoria, dans vera cordis gaudia”.

Gesù, dolce memoria,
che dona vera gioia al cuore:
sopra il miele ed ogni altra cosa
è dolce la Sua Presenza!

Niente si può cantare di più soave,
niente si può udire di più gioioso,
niente si può pensare di più dolce
di Gesù, Figlio di Dio.

Gesù, speranza per chi è pentito,
quanto sei compassionevole verso chi Ti rivolge preghiere!
Quanto sei buono con chi Ti cerca!
Ma cosa sei mai per chi Ti trova?

La lingua non ha forza sufficiente per dirlo,
né le parole scritte riescono ad esprimerlo:
solo chi l’ha provato può sapere cosa sia
amare ardentemente Gesù.

O Gesù, sii Tu la nostra gioia,
Tu che sei il premio dell’eternità futura!
In Te solo sia riposta la nostra gloria,
per gl’infiniti secoli. Amen.

Era stato proprio il parroco a chiedere ai cantori di eseguire quel bellissimo inno all’ingresso della Santa Messa. Fin dalla prima strofa, un profondissimo silenzio era sceso tra il popolo, compresi i bambini delle classi di catechismo; anzi, proprio questi ultimi tenevano fisso lo sguardo sui cantori, con gli occhi sgranati. Terminata la Messa, gli undicenni ragazzini accorrono a frotte da Manuel: «Che bello, il canto che avete fatto all’inizio della Messa! Non si era mai sentito… com’è, che faceva? Ce lo ricantate?». E l’organista ed i cantori sono ben lieti di esaudire questa richiesta dei bambini.
«Maestro, senti un po’», chiede il maggiore degli studenti d’organo di quella parrocchia, «tu e gli altri ce lo cantate quell’inno della Settimana Santa che ci avete fatto sentire tempo fa? E’ bellissimo! Il ritornello mi capita di canticchiarlo pure mentre sono sotto la doccia, tanto mi è rimasto impresso».
Il musicista estrae dalla borsa un quaderno, lo sfoglia e lo posa sopra il leggio dell’organo. I cantori cercano tra le pagine del loro repertorio, trovano quel che serve loro e fanno cenno all’organista: sono pronti: “O Redemptor, sume carmen temet concinentium”.

O Redentore, accogli il canto di coloro che a Te inneggiano.
Ascolta, o Giudice dei morti,
unica speranza dei mortali:
odi le voci di coloro che portano
qui innanzi a Te un dono, segno di pace.

Questi rami odorosi risplendenti di pura luce
vengono portati per essere benedetti:
li porta questa devota folla che è qui
e li presenta al Salvatore del Mondo.

Stando ai piedi dell’altare in atteggiamento supplice,
il Pontefice Infulato
scioglie l’intero debito antico
per mezzo dell’olio consacrato.

Degnati Tu di consacrare,
o Re della Patria Eterna del Cielo,
questo olivo ed il suo olio quali segni vivi,
esorcismo che fa fuggire gli angeli del Demonio!

Che sia rinnovato tutto l’essere umano
per mezzo dell’unzione crismale:
che sia finalmente risanata la gloria della dignità originale
ferita dall’antica colpa.

Dalla mente mondata al Sacro Fonte del Battesimo,
siano messi in fuga i crimini;
nella fronte così unta e consacrata,
penetrino i carismi celesti.

O Cuore nato dall’Eterno Padre,
Tu che riempi il grembo della Vergine,
prepara la Luce e serra le porte in faccia alla morte
in favore di coloro che nel Crisma hai reso Tuoi fratelli.

Sia per noi oggi giorno di festa
nei secoli dei secoli;
sia giorno consacrato con lode degna,
e non conosca mai il tramonto.

«Bello, bello, bello!», commenta il bambino che aveva chiesto l’esecuzione dell’inno. «Spero di impararlo presto: credo che lo suonerei fino alla noia (di chi ascolta; non di certo la mia)».

Proprio i piccoli e i pre-adolescenti erano i più affascinati dal canto gregoriano. Se ascoltavano un Kyrie, un Sanctus, un’antifona, lo sguardo si faceva ogni volta scintillante ed il commento era sempre lo stesso: “bello!”.
Al Venerdì di Passione, nella Settimana Santa, i cantori avevano proposto gli improperia, i lamenti del Signore, e l’antico inno Crux Fidelis. I bambini che avevano tenuto il servizio liturgico, tornati in sacrestia, avevano chiesto al parroco: «Don, ma perché gli anni scorsi non abbiamo mai fatto così, al Venerdì Santo? Hai sentito che bello?»; il presbitero non poteva che essere felice di queste reazioni positive dei suoi piccoli, lui che la Liturgia la amava sul serio.
«Sapeste quanto mi colpisce», aveva più volte commentato quel buon parroco, «quel che faceva sempre il Santo Curato d’Ars, ogni volta che celebrava la Santa Messa! Vi era un unico momento dove si soffermava molto: al Per Ipsum, il Per Cristo, con Cristo e in Cristo. Nel rito romano pre-conciliare, il sacerdote teneva il calice col Preziosissimo Sangue nella mano sinistra, mentre col Santissimo Corpo nella specie dell’Ostia grande tenuta tra il pollice e l’indice della mano destra tracciava tre segni di croce sopra il calice, due tra il calice ed il proprio petto, poi portava la mano destra con l’Ostia grande sopra il Calice e li elevava un pochino. Ecco, a questo punto San Giovanni Maria Vianney, si bloccava, restava lì, immobile, con lo sguardo fisso sulle sacre specie. Uno dei suoi più intimi amici, che più volte gli aveva servito la Messa un giorno vuole chiedergliene la spiegazione. Quel sant’uomo gli risponde che in quel momento si rendeva conto di tenere tra le mani quel Dio adorabile e Amore perfetto che, col peccato mortale, si rischia di perdere per sempre; proprio questo prolungava quel momento, che per lui anticipava l’intimità con Dio che godono i paradiso le anime beate. Se avesse potuto, non avrebbe mai più lasciato la presa dal quel Signore che, in quel momento, era tra le sue deboli, fragili mani.
Ecco perché amo così tanto la Liturgia: è il linguaggio sia divino che umano con cui a noi è permesso anticipare quaggiù, per mezzo del sacerdote, le cose stupende che ci attendono in Cielo. Chi pratica e studia la Liturgia senza avere questo concetto chiaro e nitido nella propria mente, è un sacrilego ed un povero disgraziato».

Pare sia una regola fissa e ampiamente comprovata quella secondo la quale ai buon preti capitano sempre ampi “giramenti di scatole”, spesso proprio a causa di qualcuna delle sue pecorelle che, per certa mentalità “moderna” (o forse sarebbe meglio dire “smania di un protagonismo quasi filoprotestante”), si sente in diritto di agire senza il consenso del parroco, di spargere velenose critiche come iniezioni di cianuro nelle orecchie delle altre “pecorelle”, di danneggiare il più possibile l’operato di un presbitero che altro non fa che obbedire alle norme di Santa Madre Chiesa con premura pastorale. Anche quel buon parroco di quella piccola parrocchia aveva la sua “paolina spina nella carne” , probabilmente tollerata dal buon Dio perché il suo servo non montasse in superbia, ma piuttosto progredisse spedito nel suo cammino di santità.
Poche persone, che si contano sulle dita di neppure due mani, lo criticavano talvolta aspramente. Paramenti nuovi per la parrocchia, paliotti per l’altare, fiori per le feste, addobbi per le solennità? Soldi buttati, perché occorre essere poveri. Un organo a canne per la chiesa, per l’acquisto del quale, una volta lanciata la proposta, la comunità parrocchiale aveva racimolato i soldi necessari in appena quindici giorni? Una spesa folle ed inutile: gli antichi cristiani mica suonavano l’organo! La Veglia pasquale con canto gregoriano, un serio e curato repertorio di canti per l’assemblea, incenso e ceri, dieci chierichetti, organista e violinista in servizio? Semplicemente ridicola: mica siamo in una cattedrale!
Terminate le celebrazioni della Settimana Santa, quel buon parroco ed il nostro Manuel si vedono arrivare una di queste pecorelle che stenta particolarmente ad obbedire con docilità al suo mite pastore.
«Senti, Don, io te lo voglio proprio dire: questo gregoriano che ci propinate è brutto, ridicolo e noioso. Quest’organo ci sta annoiando tutti! I bambini si annoiano, gli adulti sbuffano. Io ho fatto per anni la scout, e ti posso assicurare che è lì che si impara la vera fede: poche cose, messe semplici, canti gioiosi con chitarra alla mano e via. E poi questa Veglia Pasquale è stata proprio qualcosa di ridicolo, con quel violinista che faceva “il Paganini” della situazione. La cosa più assurda è stato il canto del salmo, dopo la lettura dall’Esodo del passaggio del Mar Rosso. Mi spiegate perché avete cambiato la versione di quel canto? Nel ritornello c’era l’Alleluia: voi invece, c’avete infilato quel “Cantiamo al Signor” che non sapeva proprio di nulla».
Prendendo un attimo di tempo per far silenzio e non cedere alla prima tentazione di sbranare quella pecorella come farebbe un lupo inferocito, il parroco le spiega con tono mansueto e calmo, ma sensibilmente segnato dall’irritazione:
«Ascoltami. Io ho l’impressione che il tuo eccessivo amor proprio ti porti a non voler vedere le cose che contrastano con la tua formazione giovanile, nella quale forse qualcuno dei tuoi educatori ha commesso qualche errore di non poco conto.
I bambini si annoiano? Non mi sembra affatto! Anzi, gli studenti d’organo di questa parrocchia – che sono bambini! – aumentano sempre di più. C’è stato addirittura qualche bimbo di soli otto anni che ha chiesto ai genitori di poter andare da un insegnante di pianoforte perché da grande gli piacerebbe imparare a suonare bene l’organo come lo suonano qui in parrocchia. Quando abbiamo cantato lo Jesu dulcis memoria, gli occhi dei nostri bimbi erano sgranati nel guardare la liturgia: non un fiato, non un rumore, non uno scricchiolio di panche».
La donna interrompe il parroco con spocchia: «Queste sono fisime mentali tue e di fanatici come te! Per i bambini ci vuole ritmo, gioia, movimento!».
«Ah, sì?» ribatte il sacerdote, che inizia ad essere un tantino irritato nel tono della voce. «Perché invece è ben diverso, quando voi pretendete di suonare alla Messa i vostri canti con queste chitarre, eh? Si prega bene, vero? Ma fammi il piacere! E’ un chiacchiericcio continuo, una distrazione perpetua, un movimento ed una smania in questi piccini che, lo confesso, in più d’una occasione mi ha dato veramente fastidio. E questo come mai? Perché, per loro natura, l’organo, il canto gregoriano, il buon canto di popolo, la musica sacra crea il silenzio, il raccoglimento, l’adorazione, che anche i più piccoli percepiscono ed anzi ne sono incuriositi tanto che poi vengono a fare mille domande».
«Certo!» interrompe di nuovo la cinquantenne «perché ai bambini, qui, state a fare il lavaggio del cervello! Ma gli adulti si annoiano! Me l’hanno detto tutti!» proclama quella, trionfante e con un sorriso di sfida odioso stampato in faccia.
«Gli adulti si annoiano?» chiede il prete, inclinando leggermente il capo di lato, fissando negli occhi quella donna, con tono di voce divenuto improvvisamente ingenuo e con un risolino amabile disegnato sulle labbra. «Strano… vuol dire che quelli che si annoiano vengono a dirlo soltanto a te, perché io ho ricevuto solo ringraziamenti, complimenti per la cura liturgica e lettere, biglietti e e-mail che mi invitano a proseguire per questa strada che, bada bene, non mi invento io: esiste già da più di mille anni.
Ne vuoi un esempio? Per quel paliotto con la sua cornice che abbiamo collocato dappresso l’altare per renderlo più bello e solenne, noi non abbiamo dovuto spendere niente. Sai Perché? Un falegname delle nostre zone era per caso presente alla Messa del Corpus Domini che abbiamo celebrato qui. Terminata la Messa è venuto ad esprimermi la sua commozione per il servizio liturgico, la cura nella celebrazione, la bellezza dei canti, la tenerezza nel vedere i bambini che suonano l’organo e si aiutano l’un l’altro: a tal punto era commosso ed impressionato che ha voluto regalare alla parrocchia paliotto e cornice per l’altare. Evidentemente quest’adulto è uno dei molti che non si annoia col gregoriano e l’organo. Non sarà forse che tu trasferisci negli altri i tuoi pareri personali, senza neppure appurare se in effetti l’opinione altrui è ben diversa dalla tua?», chiede il parroco, sempre con tono fintamente ingenuo ed un sorriso beffardo sulle labbra.
«La Veglia pasquale è stata una buffonata! E’ stata ridicola!» sbraita la donna, con voce sempre più concitata.
«La Veglia Pasquale ridicola? Cara figlia mia, allora significa che per te e per quelli come te è ridicola la stessa Liturgia della Chiesa, così come i documenti ed il messale ci comandano di celebrare! Se tu nella tua coscienza di battezzata sei a posto, tanto meglio per te: mi chiedo solo cosa ci venite a fare, qua, tu e i pochi altri che la pensano come te. Il mondo è tanto grande che un posto a voi più confacente ci sarà di certo. Per quanto riguarda il cantico dal libro dell’Esodo, vorrei che fosse il mio organista a dartene spiegazione», conclude il parroco, indicando Manuel alla sua destra, con mano aperta.
Con grande calma, il giovane comincia:
«Signora mia, il canto che abbiamo eseguito, e che lei mi dimostra di conoscere, è frutto del lavoro di un noto compositore di canti liturgici della diocesi di Roma. Ora, questo compositore è anche sacerdote e, in quanto tale, conosce abbastanza la liturgia da sapere che, se la sua composizione si eseguisse alla Veglia Pasquale in loco del Cantico dell’Esodo (di cui ne riprende esattamente le parole), non sarebbe possibile cantare l’Alleluia contenuta nel ritornello responsoriale; infatti egli stesso in partitura ha indicato l’opzione “Cantiamo al Signor”, prevedendo la possibilità di eseguire quel canto nella notte di Pasqua. Tutto ciò per il fatto che il solenne canto dell’Alleluia non può essere anticipato ai salmi della Notte Santa di Pasqua, dopo che siamo stati privati di esso per tutta la Quaresima. Le letture di quella notte sono strutturate in un crescendo che comprende il canto del Gloria in Excelsis per poi culminare nel grande Salmo dell’Alleluia prima della proclamazione del Vangelo. Questo è il linguaggio mistagogico proprio della liturgia pasquale: introdurci dalle tenebre della notte e del sepolcro verso l’alba e la luce nuova della risurrezione del Cristo, che vince la morte. Già che ci sono, volevo approfittarne per rispondere a qualche altra sua osservazione».
L’atteggiamento della signora scout lì presente diventa sempre più insofferente; ma il nostro organista, che l’ha notato, non se ne cura affatto e prosegue:
«Lei ha detto che il canto gregoriano è brutto, ridicolo e noioso. Ha mai letto la Divina Commedia di Dante Alighieri?».
«Certo! Che domande…», risponde con tono di sprezzante sufficienza la signora, «io sono un insegnante! Lavoro nella scuola da anni!».
«Ottimo», riprende l’organista. «Dunque non le saranno certamente sfuggiti quei versi sparsi per l’ottavo canto del Purgatorio, dove il padre della lingua italiana dice:

Anime stanno sul verde e in sui fiori,
cantando Salve alla dolce Regina…
E intanto fissa…una dell’alme,
surta, che l’ascoltar chiede con mano…
Te lucis ante sì devotamente
le uscì di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente.

Ma guarda un po’! Dante parla proprio del canto gregoriano. Così pure Sant’Agostino, che aveva udito il canto degli inni nelle assemblee liturgiche della chiesa ambrosiana, scrive:

Quante lacrime sparsi, sentendomi abbracciare il cuore dalla soave melodia degli inni e dei cantici risuonanti nella tua Chiesa! Quelle melodie mi entravano per le orecchie e la verità si versava nel cuore e si destava la fiamma dell’affetto. E piangevo di consolazione.

Se gli inni e i cantici risonanti nella Chiesa strappavano lacrime ad Agostino, se la Salve Regina e le dolci note dell’inno di Sant’Ambrogio Te lucis ante terminum, nella sua semplice, casta e nobilissima melodia, facevano uscir di mente Dante, di quale potenza immensa è mai dotato il canto gregoriano? Non è convinta? Allora potremmo prestare attenzione al pensiero di validissimi musicisti!
Alfredo Casella disse che “Il canto gregoriano: quel meraviglioso tesoro melodico che la Chiesa Cattolica ereditò dai greci e che forma oggi la base essenziale della musica italiana rinascente”. Gianfrancesco Malipiero commentò: “Il canto gregoriano è la vera fonte di tutta la musica occidentale. Tutta la musica discende dal canto gregoriano. Il canto gregoriano è la chiave che apre tutte le porte che introducono alla musica, alla vera musica”. Il grande compositore francese Charles Gounod lasciò scritto nel suo testamento che, per i suoi funerali, non voleva altra musica all’infuori di quella liturgica gregoriana. La stessa volontà è stata espressa da Lorenzo Perosi, maestro della Cappella Sistina, da altri musicisti e perfino da non musicisti, come Mobutu, il presidente del Congo. Per non parlare di Mozart, che disse più volte quanto avrebbe volentieri dato tutta la sua musica in cambio della gloria di aver composto la melodia gregoriana del Prefazio della Messa ».
«Gente vecchia, morta e sepolta! Sai a chi importa di ’sta gente stantia e putrefatta da secoli! A te piace solo la gente morta!» sentenzia con aria di sufficienza la donna.
Cercando di trattenersi dall’impulso di sbranarla sui due piedi, Manuel chiede con cortesia:
«Mi dica? Le piace Mina, la cantante?».
«Oh, finalmente rammenti una persona viva!» replica con tono di scherno la signora.
«Bene!» prosegue Manuel. «Allora lei saprà anche che Mina ha inciso il Veni Creator Spiritus e l’Omni Die per il suo album di musica sacra “Dalla terra” con arrangiamento e direzione orchestrale di Gianni Ferrio e la partecipazione della Schola Gregoriana del Duomo di Cremona, per la direzione di Massimo Lattanzi: un album che ha ottenuto recensioni estremamente positive da parte della critica italiana, tra l’altro per la scelta inusuale e anticommerciale, apprezzando la voce e l’interpretazione di Mina che, messa da parte la sua esperienza nel campo della musica “leggera”, ha voluto dedicarsi con questo album alla sfera spirituale. Evidentemente, neppure per una grande e famosa cantante come Mina il canto gregoriano è brutto, noioso e ridicolo».
Quell’insegnante dalla discutibile formazione è stranamente ammutolita. Manuel coglie la palla al balzo e sferra la stoccata:
«Sa cosa sono arrivato a capire, in questi non pochi anni in cui ho studiato musica e l’ho praticata nelle liturgie degli ambienti parrocchiali, signora mia? Che sono le persone non solo musicalmente ignoranti (il che non è una colpa), ma anche immensamente arroganti, superbe e profondamente ideologizzate dalle correnti sessantottine come lei, a non esser capaci di riconoscere la vera arte e la vera bellezza, quando capitano loro davanti. Siete persone cieche, che pretendono di esser guide di ciechi e che, quando si trovano ad avere a che fare con bravi preti fedeli alla Chiesa e al suo magistero, con musicisti che hanno sulle spalle anni di studi, con bimbi che nella loro innocenza riconoscono la bellezza con disarmante naturalezza, con adulti di buona volontà che desiderano il bello ed il buono per la loro parrocchia, vi comportate talmente da ignoranti per giunta incattiviti, che non solo non fate nulla, ma impedite anche a chi lo vuole di fare il bene del popolo di Dio! Avete un tale odio per la dottrina cattolica e l’autorità sacra della gerarchia che neanche riuscite a rendervene conto, tanto vi è entrato nelle ossa! Nessuno di voi in chiesa si inginocchia quando Cristo là, sull’altare, muore per noi! Anzi, c’è chi di voi si siede per terra a gambe incrociate quasi fosse ad una scampagnata o ad un pic-nic, invece che all’attuazione sacramentale degli eventi che operano la nostra salvezza e all’anticipazione in terra delle realtà celesti!».
«Ma come ti permetti, spocchioso giovinastro che non sei altro?» sbotta la signora. «Io sono stata negli scout per anni! La fede l’ho imparata, eccome!».
«Cara la mia scout» apostrofa Manuel, tirando le labbra in un sorriso di scherno, e con tono di voce fattosi leggermente nasale e da “presa di per i fondelli”, «nei boy-scout si imparerebbe la vera fede? Può essere, non lo metto in dubbio, anzi: ci credo. Io stesso suono di frequente per un gruppo scout che addirittura celebra la Messa in Latino, secondo il Motu Proprio Summorum Pontificum. Ho inoltre vari amici di penna che fanno parte di gruppi scout ottimi, dove la buona dottrina è trasmessa ai giovani, e dove gli organisti e gli amanti della musica non mancano. Ma lasci che le racconti un aneddoto.
Tempo fa ero ospite presso un convento di frati minori, in un’altra regione d’Italia. Presso la foresteria di quel convento erano alloggiati anche alcuni boy-scout col loro cappellano, scout anch’esso. Un pomeriggio mi affaccio dalla finestra del corridoio e vedo questi “grandi cattolici praticanti” seduti per terra, a gambe incrociate, col loro cappellano, in divisa scout, il cappello in testa ed una piccolissima stola da kit da campo sulle spalle. Davanti al prete, c’era una cassetta da frutta, come quelle dei mercati rionali, rovesciata, con su sopra un fazzoletto bianco, una candela accesa, un piccolo calice con patena, una piccola pisside con le particole.
Vado di corsa a chiamare il padre guardiano.
“Che c’è, figliolo?”, mi chiede.
“Padre, si affacci dalla finestra nel corridoio e guardi nel cortile, qui sotto”, gli dico.
Il frate si affaccia, sgrana gli occhi, si gira verso di me e mi chiede, sgomento:
“Ma cosa stanno facendo?”.
“Ho l’impressione che stiano celebrando la Messa, padre”, gli rispondo, con voce pacata.
“Cosa? Ma siamo matti?”, sbotta il sant’uomo, precipitandosi per le scale che immettono nel cortile.
Si avvicina a passo sostenuto al gruppetto, picchietta sulla spalla del cappellano, anch’esso seduto all’indiana per terra, e gli domanda:
“Scusate: cosa state facendo?”.
“Non vede, padre? Stiamo celebrando la Messa”, risponde il cappellano.
“Ah”, replica il guardiano; poi soggiunge:
“A che punto siete?”
“Stavo tenendo l’omelia”, spiega il prete.
“Quindi non avete ancora consacrato, giusto?”, si informa il frate.
“No, naturalmente, padre”, risponde il cappellano.
A quel punto, il padre guardiano del convento sferra un calcio a quella cassetta di frutta e la fa volare a qualche metro di distanza; quindi afferra per una spalla il cappellano, lo costringe ad alzarsi e lo ammonisce, in tono molto severo e perentorio:
“Mi ascolti bene. Abbiamo qui alle sue spalle una bella chiesa, con l’altare consacrato, i paramenti, i vasi sacri e tutto quel che occorre per celebrare la Messa come Dio e la Sua Chiesa comandano. Se volete celebrare, sono ben lieto di ospitarvi; se vi ostinate a voler fare scempi di tal genere, andare a raccogliere tutte le vostre carabattole, fate fagotto ed andatevene, perché io non tollero gente che compie tali atrocità sacrileghe nel mio convento!”.
Mi dica, signora: è per caso questa, la fede spontanea, semplice, gioiosa alla quale lei e quelli come lei siete stati educati?», conclude l’organista, con un sorrisetto sulle labbra che dà tutta l’impressione di voler sfottere a più non posso la sua, ormai paonazza, interlocutrice.
La donna, schiumante di rabbia, gira sui tacchi e se ne va, ovviamente con passo altezzoso, senza degnare neppure d’uno sguardo (figuriamoci d’una genuflessione) il tabernacolo e sbattendosi pure alle spalle la porta di chiesa.
Qualche giorno dopo, una persona incaricata delle pulizie della chiesa parrocchiale e della gestione e custodia degli ambienti della canonica, vicina per parentela e simpatia a questa cara educatrice scout di preclara dottrina cattolica, entra in sacrestia mentre il parroco sta spogliandosi dei sacri paramenti dopo aver celebrato la Messa feriale e, senza troppi complimenti, gli scaraventa sul bancone la copia delle chiavi della chiesa e della canonica.
«Queste sono le tue chiavi. Tienitele, che io me ne vado in vacanza per l’estate! D’ora in poi le pulizie fattele da solo!», dice con alterigia questa “mite” pecorella a quel pastore che il buon Dio aveva voluto darle.
«Va bene. Vorrà dire che le darò a qualcun altro che mi possa aiutare», risponde il parroco, col suo solito tono mansueto ed accogliente.
E la pecorella, per tutta risposta, senza neanche guardarlo in viso, senza salutarlo e voltandogli già le spalle per prendere la porta ed andarsene, taglia corto, con un secco e stizzito:
«Fa’ come ti pare».

Quella stessa sera, mentre il sacerdote è di fronte ad una pizza col suo organista, dopo avergli raccontato l’episodio, aggiunge:
«Lo sai, figlio mio, cos’è che mi rincresce?».
«Cosa?», risponde Manuel, infilandosi in bocca la forchetta con su un boccone fumante di pizza ai formaggi.
«La durezza del cuore di queste persone, che non accettano di voler ragionare, approfondire, riflettere e capire la bellezza e la preziosità del far bene tutto per il maggior vantaggio delle anime e la maggior gloria di Dio».
Il musicista fa cenno affermativo con la testa, mentre sta deglutendo il boccone.
«Vedi», prosegue quel buon prete, «se viene da me una donna, una ragazza, un’adolescente che mi dice di aver fatto la prostituta con cento e più individui, ma ora vi è da parte di questa persona il pentimento e la voglia di aprirsi all’amore e alla volontà di Dio, io non batto ciglio, assolvo questa persona, le do immediatamente la comunione e ci aggiungo una mia carezza personale. Ma il peccato che commette la gente che io e te abbiamo conosciuto, è un peccato ben più grave, lo sai? E’ un peccato contro lo Spirito Santo, è peccato d’impenitenza, di perseveranza nell’errore, addirittura di rifiuto della verità rivelata. Per questo peccato non può esserci perdono, perché una persona del genere che venisse al mio confessionale non potrebbe portarmi la materia alla quale io possa aggiungere le parole del Signore ed amministrargli il Sacramento del Perdono: non mi porta le sue lacrime di dolore, non mi consegna il pentimento per i peccati commessi, non l’umiltà di chi vuole ascoltare, non il desiderio di ravvedersi dalla propria condotta .
Rammenti quel che Gesù ci ha detto? “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli!”
A volte penso che sia proprio per casi come questi, che il Signore ha voluto donarci tale insegnamento».

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QUINTA NOVELLA – UN PICCOLO ALLIEVO CHE “TRA DUE MESI VA IN GERMANIA”

Una domenica mattina, terminato il servizio alla Santa Messa festiva in quella parrocchia di cui Manuel è diventato organista, gli si avvicina una simpatica signora, nell’età dei quaranta. Subito il giovane le sorride e cerca di metterla a suo agio: “Chissà perché”, pensa pure stavolta tra sé, “la gente si trova in imbarazzo ad avvicinarmi per rivolgermi parola… Suono l’organo alla Messa, non sono mica il papa!”.
Vinta questa sorta di timidezza iniziale, la signora finalmente rivela il motivo della sua visita al musicista:
«So che lei, maestro, ha già qualche allievo tra i bambini della parrocchia; i genitori mi hanno detto che i loro figli si trovano stupendamente a studiare musica con lei, perché ridono, scherzano, si divertono; eppure imparano un po’ di musica, conoscono i compositori come persone, approfondiscono il catechismo, tanto che in un paio di occasioni hanno pure tacciato di ignoranza qualche loro catechista…».
Manuel le fa un cenno con la mano e con un dolce sorriso:
«Abbia pazienza se la interrompo, signora: guardi, qui di maestri c’è soltanto Colui che è stato inchiodato alla croce per la salvezza nostra. Mi dia del tu e, per carità, non mi chiami maestro!». Subentrato così questo clima di confidenza reciproca, la donna confida al musicista di essere la madre di uno dei chierichetti della parrocchia; il bimbo, di undici anni, da tempo guarda i suoi compagni che hanno intrapreso gli studi d’organo e già suonano piccoli pezzi ed interventi alla Messa; ora anche il giovanetto vorrebbe provare ad avvicinarsi al mondo della musica.
«Però, c’è una cosa che devi sapere», dice quella mamma all’organista. «Tra un paio di mesi ci trasferiremo in Germania, per motivi di lavoro. Non so, allora, se sia il caso di perderci tempo…».
Il nostro amico non ha dubbi e, senza un secondo d’esitazione, risponde: «Non ti preoccupare: non m’importa quel che riuscirà ad imparare il piccolo. Da parte mia cercherò di dargli tutto ciò che mi è possibile in questo tempo che abbiamo a disposizione; per il seguito, ci penserà la Provvidenza. Per me è già una grazia poter introdurre un altro bimbo nel mondo dell’organo e della preghiera liturgica. Si comincia martedì prossimo!».

Le lezioni d’organo, in quella piccola parrocchia di campagna, si avvicendano nel ritmo di due a settimana, e sono sempre “comunitarie”: un giovane allievo non si trova mai da solo, ma sempre coi compagni di servizio alla Messa e di catechismo.
Sono, queste, occasioni stupende per creare confronti vivaci e coltivare la sensibilità del vivere e crescere con gli altri, mediante lo sviluppo di un bel rapporto di amicizia. Qualcosa che salta subito agli occhi del popolo che partecipa alle liturgie, quando uno degli allievi suona un piccolo brano, il ritornello di un salmo, un atto penitenziale: accanto a lui c’è sempre un compagno che lo aiuta col cambio dei registri. Aiutandosi, i bimbi non si invidiano: crescono insieme e, se uno si attarda lungo il cammino, gli altri lo aspettano.
Gli stimoli sono tanti, e di vario genere. Una sera Manuel apre tutti i pannelli protettivi della meccanica interna dell’organo, e lo strumento liturgico mostra tutti i segreti del suo funzionamento: ventilabri, compendio, tiranti, leve, levette, mantici. Per i bambini è un tuffo nell’ignoto che li entusiasma.
Arriva poi la scoperta del canto gregoriano. Vengono preparate delle trascrizioni facilitate a due voci di un Kyrie diverso per ciascun allievo.
Ecco che il giovinetto al quale è toccato il Kyrie della Missa De Angelis, rimane conquistato dalla tenerezza e luminosità della melodia: l’ascolta, la canta, la suona. Già all’incontro successivo riesce a condurre il discorso musicale del primo verso con discreta scioltezza e, tutto soddisfatto, guarda il suo insegnante e i suoi compagni e, con tono sprezzante e deciso, quasi fosse un consumato critico di musica, esclama: <<Ci passa un po’ tra un pezzo così e gli strazi che fanno in chiesa quelli che “grattano sulle chitarrine”! Sentite che bellezza! Quando vedo qualcuno che viene in chiesa a grattare la chitarra, aspetto che si distragga e gliela nascondo: meglio il silenzio a quelle schifezze là!>>. I bimbi, si sa, sono spontanei: dicono sempre quel che pensano, senza peli sulla lingua.
Al secondo studente capita il Kyrie della Missa Cum jubilo, la Messa per le celebrazioni in onore della Beata Vergine Maria: solenne, austero, severo, eppure connotato da quella soavità che soltanto il canto gregoriano possiede. Per la seconda volta, è di nuovo amore a prima vista, anzi, “a primo orecchio”. Due lezioni, ed ecco che anche questo bambino sperimenta la gioia di sentire una piccola armonia di suoni che si crea tra le dita delle sue mani che scorrono serene sulla tastiera dello strumento della sua chiesa parrocchiale. «Accidenti, quanto è bello! Mi piace proprio tanto!», esclama con soddisfazione. Lo suona ancora una volta, poi, con lo sguardo un po’ “di sottecchi”, prende in disparte il suo insegnante e gli confida un suo grande desiderio:
«Maestro, senti: ho detto al mio professore di musica a scuola che da un po’ di tempo studio organo in parrocchia con te. Non è che potrei preparare questo Kyrie per eseguirlo agli esami di terza media, che ho tra poco? Il professore mi ha detto che sarebbe entusiasta, se poi spiegassi anche perché il gregoriano è importante per la storia della musica». Sinceramente colpito dalle parole del suo piccolo allievo, Manuel lo rassicura:
«Certo che ti aiuto a prepararlo. Sono davvero contento che ti piaccia così tanto il canto gregoriano, al punto da volerlo portare agli orali del tuo esame».
Di lì a poche settimane, il tredicenne apprendista espone alla commissione la sua piccola, succinta ma appassionata relazione circa il canto gregoriano, in quanto seme generante per tutta la musica occidentale; al termine del suo piccolo intervento, il giovinetto esegue il suo Kyrie; i membri di commissione, stupefatti per la passione, la sagacia ed il coraggio d’eloquenza con cui il piccolo ha esposto il suo lavoro, traducendolo anche in reale pratica musicale, applaudono e, sorridenti, si complimentano con lui.
Quanta “roba nuova” assaggiano i bambini durante questi incontri… e ciò che genera stupore ed incredulità è che più ne gustano, più ne vogliono. I bambini non sono ideologici, non portano i paraocchi di certi adulti che, anzi, in forza di certe ideologie piene di sciatteria, pretendono di ammorbare con la loro malerba la anime dei semplici e per giunta corrompere impunemente quelle più candide dei piccoli. Un bambino, invece, proprio per la limpidezza innocente del suo sguardo e della sua mente, sa riconoscere la bellezza non appena la incontra e, compreso tale meraviglioso linguaggio, la insegue e la desidera ardentemente, rifiutando col vigore proprio della giovinezza tutto ciò che è contrario al bello e al buono.
I pezzi per organo di Bach sono stati una delle scoperte più avvincenti. Una sera, mentre aspettava i suoi giovani allievi, il nostro amico si stava esercitando coi brani che doveva portare per il programma d’esame di strumento. Aveva da pochi secondi cominciato un’esecuzione quando entrano i bambini in chiesa; si avvicinano all’organo; si fermano, in silenzio; guardano e, senza un fiato, aspettano che il loro insegnante abbia terminato. Poi, tutti in coro, chiedono:
«Cos’è questo, maestro? Sembra difficile, ma è bellissimo!».
Il loro insegnante aveva appena terminato di suonare il corale Christ lag in todesbanden dell’Orgelbuchlein di J. S. Bach: i piccoli ne vollero sapere morte e miracoli. Così Manuel spiega che quel pezzo è un commento poetico alla Sequenza della Pasqua, Victimae Paschali:

Cristo giaceva nelle fasce della morte, procurategli dai nostri peccati. Egli è risorto e ci ha restituito la vita. Siamo lieti! Lodiamo Dio! Siamo a Lui riconoscenti e cantiamo: alleluia!.

«Vedete, piccoli miei? La melodia gregoriana è quasi impercettibile a causa del poderoso tessuto armonico che le gira attorno con altre tre voci», commenta il nostro amico; ma i piccoli lo guardano un po’ perplessi: hanno tutta l’aria di non aver capito molto di quanto detto loro.
Manuel allora fa ascoltare ai bimbi la parte del canto che dà il nome al corale; poi i bassi che si muovono attorno ad essa; infine ne spiega il senso. Il corpo del Signore, protagonista grandissimo dell’evento della risurrezione, è raffigurato dalla melodia, attorno alla quale, o meglio, dalla quale i lacci della sepoltura sono come strappati via, mentre le fasce della morte, indicate dai bassi del pedale, che letteralmente paiono fuggire e scivolare lontano, si sciolgono. E’ una sorta di battaglia, energica e vigorosa, che crea l’immagine di un uomo che, stretto in una morsa da legacci e catene, raccoglie tutte le sue forze e, con un colpo di braccia, spezza le catene e strappa i legacci. Insomma, tutto il corale appare come un efficace commento al passaggio della Sequenza originaria: “La vita e la morte si sono affrontate in un duello incredibile; il Signore della vita, che era morto, ora trionfa e regna perché è vivo” ».
Quattro piccole paia d’occhi scintillanti fissano il ragazzo.
Il proprietario di uno di queste paia di splendide torce d’innocenza, un biondino ricciolo, dall’aspetto d’un cherubino ma dal caratterino tutto pepe, sbattendo teneramente le ciglia sopra le iridi azzurre, in tono supplichevole dice:
«Ce lo risuoni tutto, per piacere?». E tutti e quattro i bambini se ne stanno ancora lì, stupiti e sereni, in compagnia di Bach.
Finito il corale, l’allievo che da più tempo di tutti studia musica, incarnato olivastro, capelli neri e occhi profondissimi, ha una domanda da fare:
«Senti, quel pezzo che hai fatto prima della Messa, domenica scorsa, cos’era?».
«Eh, se riuscissi a ricordarmelo…», risponde il nostro organista, stretto d’assedio dall’incalzante e vivace curiosità dei suoi studenti. «Aspetta: è questo?», chiede lui, suonando le prime battuta di Jesus bleibet, la conclusione della meravigliosa Cantata BWV 147.
«Sì!», esclama quel morettino, coi grandi occhi castani spalancati ed un sorriso che gli corre da un orecchio all’altro: «E’ questo! E’ stupendo. Cos’è?».

Gesù rimane la mia gioia, la speranza e la linfa del mio cuore. Gesù mi protegge da ogni dolore, è la forza della mia vita, la delizia e il sole dei miei occhi, il tesoro e la felicità della mia anima; non lascerò fuggire Gesù dal mio cuore e dalla mia vista.

Rapiti già dalla traduzione del testo della cantata, i bambini insistono: vogliono saperne di più. Vengono così a sapere che si tratta della trascrizione per organo di una delle più belle musiche composte da Bach per canto ed orchestra, il corale che conclude la magnifica Cantata BWV 147, atta a meditare la Visitazione di Maria Santissima. Johann Sebastian vi commenta la dolcezza vitale dell’esperienza di Cristo e con Cristo: sono proprio gli archi ad esprimere questa riverente tenerezza nella contemplazione dell’amore divino, con questa sorta di spirale che, viva e leggera, sfiora quasi come una carezza le parti destinate al canto. Nella trascrizione che il nostro musicista liturgico aveva tra le mani, la melodia corale è affidata al tenore nel registro di solo, mentre il tema proprio degli archi è consegnato alla mano destra in un timbro dolce, ma con piglio deciso e sciolto. Il pedale regge tutta l’impalcatura armonica, imitando il muoversi del violoncello e conferendo alla struttura armonica tutta la vibrante solennità, propria dell’organo.
E il piccolo in procinto di partire, anche lui un morettino dagli occhi tenerissimi, col fisico ben scolpito dagli allenamenti di calcio? Per lui una sfida ardua: il Kyrie della Missa Orbis Factor, la Messa gregoriana per la domeniche del tempo ordinario.
Come dice il proverbio: non c’è due senza tre!
Maestoso, forte di carattere, intenso ed incisivo, quel canto antico tocca e scuote l’intimo del ragazzino. In tre lezioni, quell’undicenne allievo impara a suonare a due voci non un versetto solamente, bensì l’intero brano, suscitando la meraviglia dei compagni e lo stupore compiaciuto dell’insegnante, il quale ha preso in cuor suo un’audace ma risoluta decisione: il piccolo apprendista avrebbe prestato servizio per la prima volta alla Santa Messa cantata nella sua parrocchia la mattina della Solennità del Corpus Domini, accompagnando il canto dell’atto penitenziale.
E così andò.
Il bambino se la cavò egregiamente, nonostante l’emozione, e godendosi i complimenti di vari adulti della sua comunità ecclesiale.

Tra scoperte meravigliose e scintillii d’occhi di fanciulli, il tempo passa. Giunge così l’ultima lezione per quel piccolo, tanto promettente. Il nostro giovane insegnante sta cenando col parroco, quando suona il cellulare del sacerdote.
E’ il nostro bambino:
«Don, sai mica a che ore arriva in chiesa il maestro?».
«E’ già qui», risponde il parroco, «è venuto a cena da me, stasera».
«Bene. Allora vengo prima, perché ho da riportargli la tastiera che mi ha prestato per studiare musica», dice al telefono il piccolo, con un’inconfondibile nota di tristezza nella sua voce ancora piuttosto cristallina per l’età.
Riferita la cosa, Manuel fa cenno di no con la testa: il piccolo può, anzi, deve tenere quella tastiera, portarla con sé e, se avrà piacere di farlo, proseguire nella sua esperienza musicale. Dall’altra parte dell’apparecchio telefonico, la gioia si mescola allo stupore…
«Davvero, Don, mi posso tenere la tastiera?», domanda incredulo il bimbo.
«Così ha detto il tuo insegnante. Io riferisco solamente», conclude il presbitero, sorridendo e scambiando uno sguardo d’intesa col suo organista.
Era troppo poco.
Una tastiera non è che un elettrodomestico: lascia il tempo che trova. Il giovane musicista voleva dare al piccolo un vero ricordo, di cui essere orgoglioso, al quale la sua mente ed il suo cuore avrebbero potuto aggrapparsi per ricordare quanto è bello stare nella casa del Signore, specie nei momenti difficili, duri, di prova che lo avrebbero atteso, proprio ora che partiva dalle terre della sua infanzia quando la sua vita si affacciava alle soglie del periodo delicatissimo dell’adolescenza.
Così, all’antivigilia della partenza verso i luoghi natali di Bach, in una grande basilica dove Manuel presta regolarmente servizio, il piccolo apprendista suona durante la Messa prefestiva della dodicesima domenica del tempo ordinario, sedendo alla panca di un bell’organo Mascioni. I genitori di quella creatura, venuti ad accompagnare il loro figlioletto, restano letteralmente basiti nel vederlo far scivolare le mani sulle tastiere dell’organo di una delle più insigni chiese di quella diocesi.
Sorridono. Si commuovono.
Il padre confessa: «Rimango davvero colpito da quel che mio figlio in così poco tempo ha imparato. Non solo per quel che riguarda il suonare, che è già stupefacente. Ci ha raccontato della dottrina che avete studiato insieme, dei compositori che ha conosciuto, di com’è fatto l’organo e come funziona… insomma: ci ha fatto capire che questi mesi sono stati per lui un’esperienza davvero bella. Grazie, maestro!».

Giunge il momento dei saluti. Nel salutare il suo piccolo allievo, il nostro Manuel, trattenendo, sì a fatica ma con successo, le esternazioni della propria commozione, porge al bimbo un pacchettino: dentro vi si trova un CD di musiche d’organo del grande Bach, eseguite da Helmut Walcha. Assieme al disco, poche righe per un ultimo insegnamento:

Il grande Walcha, organista straordinario, ha più volte affermato in vita sua che, se il buon Signore non lo avesse reso cieco, non avrebbe potuto ascoltare quel che di straordinario c’è nel cuore degli uomini, così come nelle profondità della musica; senza vedere, egli ha potuto guardare la musica di Bach così come si vede una cattedrale. Noi che abbiamo l’uso degli occhi, la vediamo dal di fuori; lui ha avuto il privilegio di guardarla da dentro, e vi ha trovato quanto di più straordinario vi possa essere nel cuore di un uomo.
Al mio piccolo, carissimo ed affezionato allievo,
con tutto l’affetto e la stima del suo indegno ed immeritevole insegnante.
Sii orgoglioso di quel che hai imparato.
Che il Signore ti custodisca e ti accompagni sempre.
A presto, fratellino mio, e studia che, quando torni per le vacanze, ti interrogo!
Un abbraccio.

Poche sere dopo, Manuel è nel giardino della canonica col parroco, che gli chiede:
«Secondo te, è valsa la pena iniziare un cammino praticamente alla vigilia dello scadere del tempo concesso?».
Il nostro organista, ancora profondamente commosso per l’esperienza vissuta, non ha dubbi: «Altroché, padre! Noi in fondo non siamo padroni del tempo che ci è dato; il Signore ci ha rammentato che non possiamo aggiungere un’ora sola alla nostra vita. A volte mi spaventa, quella pagina di Matteo, dove Gesù ci ricorda: “Anche i capelli del vostro capo sono contati”; sembra quasi volerci dire che non c’è nulla che possiamo tenerGli nascosto, in nulla possiamo sperare di farla franca ai Suoi occhi. Poi, però, dimostrandoci quanto Egli conosca la nostra fragilità e le nostre paure, aggiunge con un’amorevolezza sublime: “Non abbiate paura”. Lui, quello stesso Signore che rimproverò gli ottusi discepoli che volevano tenerGli lontani i bambini: “Lasciate che i bambini vengano a me: non glielo impedite”, ha voluto chiamarmi ad occuparmi di quella Sua creatura, perché iniziasse il suo cammino musicale. In coscienza, non potevo dire: “Non ho tempo. A che giova seminare, se poi non mi è dato di veder crescere e poi di raccogliere?”. Chi sono io, padre, per dire, fare o anche solo aver la presunzione di pensare una cosa del genere? Se non mi è concesso allungare un’ora di un solo secondo, mi è però permesso di lavorare in quell’ora.
Mi è stato chiesto di seminare? Ho cercato di farlo con entusiasmo, con la passione che mi è stato possibile nutrire in cuore. Ad altri spetterà di veder crescere. Altri ancora mieteranno ciò che noi abbiamo seminato. Uno dei miei grandi confessori degli anni dell’adolescenza, citandomi San Paolo, mi ripeteva spesso: “Quanto a noi, ciò che abbiamo e possiamo donare, doniamolo sempre tutto, senza riserve, perché il Signore ama chi dona con gioia”. Se ci crediamo, padre, cos’altro deve importaci, se tutto concorre al bene di coloro che amano Dio? ».
Il presbitero sorride, in silenzio.
«Sai qual è la cosa più straordinaria che ho imparato io, padre?».
«Quale?», chiede incuriosito il parroco.
«Quanto siano preziosi per Dio e da Lui amati i piccoli, i bambini, i fanciulli. Che il Signore conservi sempre la purezza e l’innocenza dei bambini: per un insegnante non c’è davvero gioia più grande di riconoscere il Cristo in quelle giovanissime creature e di servirLo in quei Suoi fratelli più piccoli».

Passano i mesi.
Passa quasi un anno. Ogni tanto maestro e allievo si sentono via internet.
Finché Manuel, un giorno, trova una E-mail che non si sarebbe mai aspettato. A scrivergli è quel suo piccolo amico, dalla Germania:

“Ciao, Manuel! Come stai? Lo sai che verrò da voi per fare la Cresima? Il catechismo l’avevo fatto tutto da voi e allora il Don ha detto ai miei di cresimarmi in parrocchia. Senti, ti vorrei chiedere una cosa. Ci tengo davvero tanto. Vorrei che a farmi da padrino per la cresima ci fossi tu. Non c’è persona che vorrei che mi portasse a cresimarmi quanto te. Ti prego: dimmi di sì. Ciao a presto!”.

“Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono. E la pace del Signore sia sempre con te!”. Parole forti, parole che imprimono un carattere indelebile e concedono un dono immenso. Parole che risuonano sotto le volte di quella chiesa di campagna.
E mentre il crisma sigilla la fronte e l’anima di quel piccolo, Manuel è accanto a lui, con la mano destra sulla spalla di quello che, adesso, non è più solo un suo allievo, ma un fratello minore da aiutare a crescere nell’amicizia di quel Signore verso il quale il piccolo ha rinnovato il “sì” del suo Battesimo.

QUARTA NOVELLA – LA RAGAZZA SUL PULLMAN

Alla prima domenica di Avvento, Manuel aveva ricevuto il mandato di organista titolare e maestro di cappella da parte del parroco di una piccola ma viva parrocchia di campagna.
La Messa della Notte di quel Natale era stata cantata con il generoso aiuto di un mezzo-soprano d’accademia, con ottoni e corde classiche, con la neonata schola di canto gregoriano della parrocchia che aveva eseguito le antifone proprie previste dal messale, col piccolo coro di volontari di quella comunità e, naturalmente, con Manuel all’organo. Niente di difficile o di particolarmente impegnativo: il risultato ottenuto fu semplice e decoroso. La gente che aveva partecipato a quella Messa, aveva proseguito per un mese ad andare a ringraziare il parroco per la bellezza della celebrazione.
C’era stata poi la Liturgia in azione di grazie del Te Deum al 31 dicembre. In tale occasione fu possibile preparare il canto con un piccolo ensemble in stile barocco: organo, clavicembalo, e la tromba suonata da un eccellente professionista. Tanta era l’attenzione e la partecipazione del popolo (giovani e bambini compresi) che, dopo il canto finale, mentre veniva eseguito il brano strumentale conclusivo, tutti i fedeli erano rimasti al loro posto, seduti, ad ascoltare: chi continuava a guardare l’altare, chi i musicisti tenendo gli occhi sgranati come se fossero arrivati degli extraterrestri, … chi si inginocchiava e faceva il suo devoto ringraziamento per l’Eucaristia celebrata e ricevuta.
L’indomani, primo giorno dell’anno, era stata la volta del Veni Creator Spiritus, eseguito sempre dai dilettanti gregorianisti della piccola schola, con gli interludi dell’organo tra una strofa e l’altra, a manifestare in modo percepibile l’alternanza corale del popolo di Dio con la risposta delle armonie senza parole della Liturgia del Cielo . Ancora una volta, ecco i fedeli accorrere dal parroco per farlo partecipe delle straordinarie impressioni vissute e di come fosse stato loro possibile pregare bene, a tal punto il Signore lo sentivano lì con loro.
Pochi giorni e, approfittando delle vacanza natalizie, alcuni dei giovanissimi di quella parrocchia, rimasti colpiti profondamente da quanto avevano visto e sentito, chiesero un’occasione per approfondire. Insieme a Manuel visitarono cinque organi della loro zona, suonando ed ascoltando musica organistica antica e barocca per almeno due ore. Vedere lo stupore, la meraviglia, gli occhi che brillano, l’ascolto attento e la passione per Bach, Zipoli, Frescobaldi, nei bambini e nei ragazzi appena adolescenti è quanto di più bello ci sia:
«Non c’è concerto, esibizione, audizione, ottima valutazione d’esame che possa dare ad un musicista quello che si può sperimentare quando i cuori e le menti dei ragazzi si aprono al mondo della Musica di Dio. Lì, in quello stupore, in quell’innamorarsi, in quello spalancarsi e brillare delle pupille come se l’eccitazione stessa dell’anima di quei piccoli fosse pienamente visibile, un organista sincero con se stesso non impiega molto a capire che non è lui a dare o fare bellezza: è la Bellezza di Dio, è la Grazia, che in quei momenti ha preso dolce possesso di quelle mani e le ha usate quale indegnissimo mezzo per concretizzare in atti semplici ed efficaci l’incontro di alcuni giovani con l’amore dell’Altissimo». Così pensava tra sé Manuel, enormemente grato al buon Dio per quei segni di benevolenza e di candida verità, sgorgati dagli occhi e dalle labbra dei bambini.

Come c’era da aspettarsi, il fronte dei modernisti filosessantottini non tardò a presentarsi al parroco per le rimostranze di rito:
«Oh, ma insomma non siamo in una cattedrale! La Bibbia parla di strumenti a corde e tamburi, non di organi! E poi c’è stato un concilio! Cos’è questo vecchiume, questo tornare indietro?».
Tali furono le reazioni di alcuni, per certi versi comprensibili: nei luoghi vicini alla loro realtà, difficilmente avevano potuto trovarvi liturgie celebrate con lo stesso linguaggio musicale e con la stessa cura nel servizio dei ministranti. Così, quei volenterosi attivisti ecclesiali avevano iniziato a domandarsi perché nella loro chiesa si dovesse “sdirazzare”.
Il nostro Manuel sapeva bene che coi litigi, il sangue amaro e la rabbia non si ottiene mai nulla di buono: l’organista continuerebbe a passare da un travaso di bile ad un altro, e queste schiette ed oneste persone lo guarderebbero come un sorpassato nostalgico, aggrappato a certo vecchiume al quale non vuole rinunciare perché non accetta di capire che “i tempi cambiano”. L’arma da impiegare in questi casi è tanto delicata da usare quanto tremendamente efficace, se ben usata: l’incontro educativo, basato su un quieto dialogo, su una serena esposizione di quei tanto contesi valori artistici, culturali e, in definitiva, spirituali.

Una sera immediatamente seguente a quel Natale, al nostro musicista capita di salire come di consueto sul pullman per tornare a casa dalle lezioni di musica col suo nuovo maestro. D’un tratto si vede salutare da una ragazza, alquanto più giovane di lui. Sulle prime, la saluta lui pure, senza però avvedersi di chi sia. Poi, siccome lei continuava a guardarlo, le ha confessato candidamente di non averla riconosciuta. E’ proprio una di quelle giovani attiviste parrocchiali. Senza troppo giri di parole anzi, quasi fosse un vero e proprio fiume in piena, coglie la palla al balzo e senza mezzi termini espone al povero Manuel, esausto dopo le lezioni di armonia e canto corale, tutte le perplessità dei suoi amici circa quel modo di “fare musica” nella Messa:
«Del resto», dice lei, «nella Bibbia non si parla di organi: c’è stato un concilio, i bambini si annoiano, bisogna adeguarsi ai tempi moderni».
Tirando un bel respiro profondo e supplicando il suo angelo custode di venirgli in aiuto coi doni della pazienza e della calma, il nostro amico le rivolge una prima domanda, di tutt’altro genere:
«Dimmi: è vero che ciò che avviene nella maggior parte delle realtà ecclesiali sia la cosa giusta? Tanto per citare un proverbio: se vediamo che la maggioranza va ad un burrone e si getta di sotto, è sufficiente che lo faccia la maggioranza per rendere una tal cosa giusta anziché insensata, per non dire stupida?».
«Questo che vuol dire?», replica la giovincella, con tono irritato.
«Semplicemente questo: “Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde”.Così recita il Salmo 97. Ed è vero: tu mi citi correttamente le Scritture.
Ora mi chiedo: coma mai tu e i tuoi amici non edificate anche gli altari di pietra sotto il cielo dove accendere il fuoco consacrato a Dio per il sacrificio, così come si faceva nell’antica alleanza?».
Sguardo perplesso e basito da parte di lei.
«Perché non portare gli animali da offrire in olocausto? Perché non chiedere al parroco, in quanto sacerdote, di sgozzarli in favore del popolo e di versate metà del sangue sull’altare e con l’altra metà aspergere i presenti per purificarli dalle loro? In fin dei conti, sono tutte cose raccontate e prescritte nei libri del Pentateuco».
Questa ragazza inizia a guardare Manuel un po’ attonita, forse chiedendosi se il ben dell’intelletto stia assistendo il suo interlocutore o se invece abbia fatto uso di qualche sostanza stupefacente prima di salire sul pullman. Non riuscendo a trattenere un po’ di ilarità, il giovane prosegue e spiega che la comprensione della Liturgia è ben altra cosa che non citare lo stichio di un Salmo, estrapolandolo dal suo intero contesto.
«Vedi, mia cara: tutto ciò non lo si fa perché la ritualità dell’Antica Alleanza era prefigurazione dell’unico, autentico sacrificio del vero Agnello: il Signore Gesù, Figlio di Dio, che offre tutto Se stesso sul legno della croce. E’ Gesù stesso, la sera dell’Ultima Cena, a dare mandato ai suoi apostoli di attuare costantemente nella Chiesa questo sacrificio di lode che è l’Eucaristia: “Fate questo!”. Tanto che S. Paolo può dire: “Ogni volta che voi mangiate di quel pane o bevete di quel calice, voi annunziate la morte del Signore fino al momento in cui Egli ritornerà”. In poche parole, come dice S. Tommaso d’Aquino nell’inno Pange Lingua: “l’antico rito lascia il posto al nuovo rito”. Il culto ebraico dell’Antico Testamento lascia il posto alla Nuova e Vera Liturgia: l’Eucaristia, la Santa Messa, le Ore Liturgiche, insomma la Liturgia della Chiesa, che è il nuovo Israele, il popolo della Nuova Alleanza».
«E questo che c’entra con gli strumenti da suonare a Messa, scusa?», replica lei, con perplessità sempre più crescente. Con pazienza e serenità, Manuel le spiega:
«Il Culto Nuovo, all’epoca degli Apostoli, non si poteva avvalere di strumenti musicali, proprio perché lo si celebrava di nascosto, a rischio della vita, in tempo di persecuzione. Così è stato fino al 313 d.C., quando con l’Editto di Milano, Costantino rese la religione cristiana libera di essere professata nell’impero. A questo punto furono i Padri della Chiesa – Ambrogio, Agostino – ad essere chiari: nessuno strumento poteva suonare nel culto del Signore, in quanto tutti gli strumenti esistenti provenivano o dal mondo pagano o, nel migliore dei casi, dall’Antica Alleanza, la cui liturgia è ormai svuotata di ogni senso. Fu così che si sviluppò la musica vocale della Chiesa, in modo speciale il Canto Gregoriano e la prima polifonia. Nel Culto Cattolico per secoli si cantò senza strumenti».
Lo sguardo della sua interlocutrice, da attonito, si è fatto assai più incuriosito. Quindi Manuel prosegue:
«Se, però, alla buona e semplice gente che si incontra per strada chiedessimo: “Qual è lo strumento tipico della Chiesa?”, tutti risponderebbero senza esitazione: “L’organo”. Lo so io e lo sai anche tu. Grande o piccolo, con la facciata monumentale o di linee estetiche essenziali, antico o contemporaneo, questo è lo strumento che incontriamo nella maggioranza delle nostre chiese. Ma perché lo strumento liturgico della Chiesa è proprio l’organo?».
Silenzio dall’altra parte, con una curiosità crescente.
«Nel Culto Cattolico per secoli si cantò senza strumenti. Nel 826 d.C., un sacerdote italiano, Padre Giorgio da Venezia, venne chiamato alla corte carolingia di Luigi II il Pio perché qui ricostruisse una copia di un antico strumento, di origine pre-cristiana, a canne, ad aria e ad acqua (l’hydraulòs), divenuto uno dei simboli della pompa e del prestigio della corte imperiale bizantina e che nel 757 era stato donato in segno di omaggio e deferente rispetto dall’imperatore Costantino V al re dei franchi Pipino il Breve. Lo strumento poi era andato perduto, perché nessuno alla corte carolingia (e neppure in tutta Europa) era in grado di conservarlo funzionante. Padre Giorgio aveva compiuto parte dei suoi studi ecclesiastici presso Santa Sofia a Costantinopoli e lì aveva avuto modo di studiare il funzionamento e la costruzione di quella particolare macchina musicale. Luigi il Pio ne approfittò per riavere quel simbolo dell’ “inchinarsi dell’impero bizantino alla potenza franca”, come scrissero le cronache dell’epoca. Divenuto qualche anno dopo abate di un monastero francese, Padre Giorgio e i suoi monaci ebbero un’idea davvero preziosa: recuperarono il principio di funzionamento dell’hydarulòs e realizzarono deliberatamente un nuovo strumento, l’unico che nascesse espressamente per la gloria di Dio, il servizio al Culto Divino e il bene delle anime del popolo cristiano. Fu chiamato inizialmente “pneumatico” per indicare, con la parola greca “pneuma”, sia l’aria che lo faceva respirare e quindi suonare, sia il fatto che si trattasse di uno strumento pensato per Dio e dedicato all’azione della Sua Grazia: il vento (pneuma) è infatti uno dei fenomeni con cui lo Spirito Santo manifesta in modo percettibile la sua presenza (come avvenne nel giorno di Pentecoste). Poiché però il nuovo strumento liturgico era sempre a contatto col coro polifonico gregoriano, chiamato “organum”, di cui ne raddoppiava o sostituiva alcune voci e, in assenza del coro, lo sostituiva integralmente, si finì col chiamare anche lo strumento con lo stesso nome del coro: organo …».
A questo punto, la giovincella lo interrompe e gli dice:
«Sì, tutto questo lo capisco e, sinceramente, io non ne sapevo nulla. Quello che mi chiedo è: perché si deve suonare l’organo in chiesa?».
Così il nostro amico le chiede se lei sappia cosa sia il Benedizionale… Risposta negativa. Dunque, le spiega in due parole che è il libro liturgico che contiene le preghiere di benedizione di persone e oggetti, secondo espressa volontà della Santa Chiesa.
«…e l’organo», prosegue il musicista, «fin dagli albori del suo servizio, veniva – e viene tutt’oggi – benedetto. La preghiera implora la benedizione del Signore sugli esecutori e sullo strumento affinché, tramite le armonie formate per mezzo di esso, la Chiesa pellegrina sulla terra si unisca al canto della Liturgia Eterna del Cielo: l’organo diviene quindi un Sacramentale , di cui è ministro l’organista stesso.
Per molti secoli l’organo addirittura omise di accompagnare le voci dei cantori per alternarsi con essi. Questa pratica era detta “alternatim” ed è perfino rammentata da Dante, nel Purgatorio:

Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e Te Deum Laudamus mi parea
udire in voce mista al dolce suono.
Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch’io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea,
ch’or sì, or no s’intendon le parole .

Tanto per capirsi, quando si cantava ad esempio un inno, il coro eseguiva le strofe dispari e l’organo, al posto delle strofe pari, eseguiva armonie di puri suoni. Questo strumento poteva sostituirsi alla parola pronunciata perché, in virtù della benedizione ricevuta che lo aveva reso un sacramentale, offriva all’umanità che cantava in terra la risposta dei cori angelici del Paradiso, dove le parole, così limitate ed imperfette, cedono il posto alla pura e sublime armonia dei cuori, delle menti e dei suoni in quella comunione piena tra le anime e le schiere celesti realizzata in virtù della perfetta amicizia in Dio e con Dio. Se oggi questa pratica liturgia di alternanza non è più in uso dopo la Riforma Liturgica del 1969, l’effetto sacramentale rimane il medesimo: quando l’organo propone pagine solistiche, anticipa e ci fa pregustare in terra quell’armonia sublime che è la regola suprema di bellezza e d’amore nel Regno dei Cieli, in Dio; e quando accompagna le voci dei fedeli, l’organo ci permette di percepire come il canto della Chiesa militante in terra si unisca alla Liturgia Celeste».
Lei, un po’ turbata da questa improvvisata lezione di musicologia sacra, gli dice:
«Questo forse andava bene un tempo, all’epoca delle nostre nonne. Oggi i tempi sono cambiati. I canti della messa devono essere più divertenti e coinvolgenti. I canti moderni piacciono, fanno emozionare».
A quest’osservazione, Manuel risponde che, al di là del gusto personale, esiste tanta musica per tante situazioni diverse della vita e che, forse, quella musica che a lei piace tanto non è il linguaggio musicale adatto a vivere bene la Liturgia.
Lei continua ad insistere che quella è la musica che piace ai giovani perché, in fondo, la Messa è una festa.
«Dici questo», le risponde lui, «perché i bambini e i ragazzi sentono cantare in Chiesa solo quella roba. Quando poi crescono, molti di loro la trovano infantile, banale; così smettono di cantarla e, cosa assai peggiore, spesso smettono anche di andare a Messa, perché, oltre alle difficoltà sociali, scolastiche e familiari del nostro tempo, c’è stato anche quel tipo di musica che ha trasmesso loro un’idea non veritiera di cosa sia la Liturgia: un’attività per bambini, per farli stare insieme, per intrattenerli un po’ con canzoncine orecchiabili per insegnar loro quanto è bello stare insieme. In altre parole, niente che faccia per loro, dato che ora si sentono diventati adulti. Per stare bene insieme, meglio andare in discoteca, o a mangiarsi una pizza…o a sballarsi con un po’ d’erba!».
A questo punto, da parte di lei, scatta la classica replica che tante volte il nostro amico si è sentito rifilare:
«Ti sbagli, perché c’è stato un concilio. Ed il Concilio ha abolito le cose vecchie come il latino, il gregoriano, certe lagne di polifonia, prescrivendo di partecipare attivamente suonando le chitarre e battendo le mani».
Dopo aver chiesto mentalmente ancora una volta l’aiuto del suo pazientissimo angelo custode, Manuel, secco, le chiede:
«Sentimi, tesoro: ma tu, prima di dire certe amenità, li hai mai letti i testi dei documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II? Rispondimi sinceramente. Non ti sbrano: tranquilla!».
Colta un po’ di sorpresa, lei risponde di no.
«Certo, c’è stato un Concilio!», esordisce lui, con tono deciso, «ma ha detto di introdurre chitarre folk, tamburelli e canti di gusto popolare nelle liturgie per renderle più vicine al mondo, alla gente, ai giovani? Per niente! Se vai a leggerti il Capitolo VI della Costituzione sulla Liturgia Sacrosanctum Concilium, ci trovi scritto che il canto gregoriano è il canto proprio della liturgia romana e che l’organo è lo strumento da tenere in sommo onore perché in grado di elevare efficacemente le anime alle cose del cielo. Proprio il beato Papa Paolo VI, il papa che proseguì e concluse il concilio, un papa considerato “moderno” dalle frange tradizionaliste, promulgò l’attuale documento legislativo in fatto di Musica Sacra, appunto l’Istruzione “Musicam Sacram”, dove non solo ribadì quanto espresso dai padri conciliari, ma aggiunse:

Gli strumenti che, secondo il giudizio e l’uso comune, sono propri della musica profana, siano tenuti completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai pii e sacri esercizi (n° 63).

Il papa stesso spiegò tale norma vincolante per tutta la Chiesa nei suoi discorsi:

Nella Liturgia, esercizio del Sacerdozio di Gesù Cristo, opera di Cristo sacerdote e del Suo Corpo che è la Chiesa, azione sacra per eccellenza, occorre quanto di più è appropriato a questo suo peculiare e sublime carattere. Per quanto riguarda la musica nella liturgia, non tutto è valido, non tutto è lecito, non tutto è buono. Qui il sacro deve congiungersi col bello, in una armoniosa e devota sintesi, (…) con la ricerca di forme nuove non indegne del passato, con la valorizzazione del patrimonio musicale antico .
Bisognerà quindi evitare ed impedire che siano ammesse nelle celebrazioni liturgiche forme musicali profane e, in particolare, quel canto che, per uno stile troppo concitato, aggressivo, chiassoso, disturba la serena pacatezza dell’azione liturgica e non può conciliarsi con i suoi fini spirituali e di santificazione .
La musica sacra non può indulgere a forme che siano in contrasto col messaggio divino, né assumere modi o toni che l’apparentino a qualsiasi superficiale espressione di evasione o di divertimento e distolgano l’animo dei fedeli dalla contemplazione delle verità celesti .

E il Beato Papa Giovanni Paolo II, così tanto amante dei giovani e del loro mondo? Cos’ha detto in merito?

La Chiesa ha insistito, ed insiste, nei suoi documenti sull’aggettivo ‘sacro’; applicandolo alla musica destinata alla Liturgia. Ciò vuol dire che essa, per la sua secolare esperienza, è convinta che tale qualificazione ha un suo importante valore. Non si può pertanto affermare che ogni musica diventi sacra per il fatto e nel momento in cui venga inserita nella Liturgia.
La comunità cristiana deve farsi un esame di coscienza perché ritorni sempre più nella Liturgia la bellezza della musica e del canto. Occorre purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti, e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra.

Allora, tesoro?», domanda retoricamente Manuel, fissando negli occhi la ragazza. «Abbiamo perso la favella, di fronte ai documenti di Madre Chiesa?», la incalza lui, stavolta non riuscendo a nascondere un pizzico di irritata esasperazione.
La sua povera, giovanissima interlocutrice ha cambiato colore in viso: è sospesa tra la fase del “mi stai prendendo in giro?” e quella del “cosa mi hanno insegnato gli educatori più grandi di me finora?”. A quel punto Manuel comprende che è il momento di sferrare con garbo il colpo di grazia e “giustiziare” la sua interlocutrice.
«Vedi, su una questione come questa si sono sprecati fiumi di inchiostro, da parte di uomini di chiesa, sacerdoti, musicisti, liturgisti… L’adeguatezza di un canto e di una musica per l’evento celebrativo in seno alla Divina Liturgia dipende, oltre che
dalla necessaria dottrina semplice ma chiara ed ortodossa espressa dal testo, anche dalla nobiltà della musica. Può benissimo essere nobile un pezzo in stile moderno (anche se purtroppo è raro trovarne) al pari di un pezzo in stile antico; può essere nobile un pezzo difficile, come può esserlo uno semplice. Il famosissimo Gloria di Marcello Giombini, ad esempio, così diffuso nei cori giovanili, è simpatico, allegro, divertente, e nessuno mette in dubbio che possa essere musica utile per un’ottima ricreazione durante un campo-scuola o per un momento gioviale a tema sacro durante un incontro in parrocchia… ma non corrisponde alla nobiltà necessaria, richiesta dalla Sacrosanctum Concilium e dai documenti di Madre Chiesa per la liturgia. Eppure è diffuso in molte parrocchie.
Come mai? Perché purtroppo sacerdoti e vescovi talvolta dimenticano i dettami che la chiesa stessa ha dato. Se accanto al Gloria di Giombini mettessimo un pezzo d’organo di Frescobaldi, di Pachelbel, di Buxtehude, di Franck, di Vierne, per non parlare di Bach, il risultato che otterremo sarebbe pressoché ridicolo: due mondi diversi che non hanno proprio nulla in comune tra sé, non perché Frescobaldi è autore del ‘600 e Giombini no: semplicemente Frescobaldi scrive ottima musica, dalle linee estremamente nobili, mentre il buon Piombini scrive musica povera sotto ogni profilo artistico. Niente di male nel dirlo o nel riconoscerlo: sarebbe come porre l’opera di un volenteroso studente di un istituto artistico, mosso magari da ottimi sentimenti ma di livello non superiore alla media, accanto alla Vergine delle Rocce di Leonardo da Vinci».
Lei resta in silenzio, ormai presa da un che di turbamento.
«Per dirtela in breve», prosegue lui, «come fecero gli Israeliti quando si costruirono il vitello d’oro, quando il Culto viene fatto di propria autorità, ecco che diventa una festa che la comunità si fa da sé. Celebrando in quel modo, la comunità non fa che confermare se stessa. Dall’adorazione di Dio si passa a un cerchio che gira attorno a se stesso: mangiare, bere, divertirsi. Lo stravolgimento del culto trascina con sé l’arte sacra – che diventa una caricatura del divino in sembianza bestiale – e la musica sacra, perché si canta e si balla in modo profano. La crisi che la Chiesa sta attraversando oggi in gran parte dipende proprio dal crollo della liturgia, che purtroppo viene addirittura concepita come se in essa non importasse più se Dio c’è, e se ci parla e ci ascolta. Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che alla fine ne valga la pena» .

Finalmente il pullman fa scalo alla fermata dove quella povera giovane deve scendere.
… Ma prima di lasciare Manuel, lo guarda un’ultima volta e gli dice, con tono misto tra sconcerto e malinconia:
«Sei riuscito a sconvolgermi».

TERZA NOVELLA – IL NUOVO MAESTRO E UN FRESCOBALDI CHE… “FUNZIONA”!

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TERZA NOVELLA – IL NUOVO MAESTRO E UN FRESCOBALDI CHE FUNZIONA

SECONDA NOVELLA – CONVERSIONE

 

«Non siamo forse battezzati, con un’infanzia trascorsa nei locali di una parrocchia, tra un’attività d’oratorio e un incontro di catechismo, … insomma, non siamo cresciuti “all’ombra del campanile”? Che intendi quando parli di “conversione” a tuo riguardo, allora?», esclama Miriam, con espressione un po’ corrucciata.
Quella ragazza è la più cara amica di Manuel. Studiosa di lettere, musicista lei pure, se ne stanno entrambi seduti al tavolo del piccolo bar vicino alla facoltà, per la pausa pranzo.
Manuel tira fuori dallo zaino un piccolo fascicoletto bianco con su sopra un’immagine che sembra dipinta ad acquarello, con un frate che abbraccia un personaggio laico del XII secolo.
«Vorrei che tu leggessi da questo libretto un episodio, normalissimo e singolare ad un tempo, riguardante il santo patrono di una cittadina toscana della Diocesi di Siena: Poggibonsi. Si tratta di Lucchese, il primo terziario costituito da San Francesco d’Assisi». Miriam, incuriosita, inizia con gli occhi a scorrere quella pagina che Manuel gli indica.

Giunto al culmine della sua attività commerciale, Lucchese adocchiò un’altra opportunità. Nelle frequenti e disastrose guerre, in Italia, il grano generalmente scarseggiava, i raccolti erano depredati da soldati saccheggiatori o da nemici in ritirata. Colpì Lucchese il pensiero che un mercante che avesse la preveggenza di comprare tutte le riserve disponibili a buon mercato in tempo di abbondanza, potrebbe metter fuori gli altri venditori, e far pagare il prezzo che voleva in tempo di carestia. A Lucchese, arroccato nella ferrea torre del suo fatuo arricchirsi ad ogni costo, parve un’idea meravigliosa; e certo i futuri sviluppi, così familiari ai mestatori nazionali e internazionali, gli saltarono alla mente. Sì, tutto quel sistema disonesto di agire gli era almeno in parte visibile, mentre a passo deciso si avvicinava verso l’abisso. Fu a questo punto che Dio utilizzò mezzi umani per accaparrarsi una delle coppie più sante che la Chiesa abbia conosciuto (Lucchese e la moglie Bonadonna sono stati beatificati insieme) e – assai strano – una delle poche. La speculazione di Lucchese sui cereali con le conseguenti difficoltà per i poveri e danno per i mercanti locali, cominciò presto ad essere chiacchierata; prima in privato perché la vittima non può permettersi di offendere lo sfruttatore, poi con crescente risentimento e paura. Finché, una delle vittime la cui famiglia era alla fame, vide il mercante prosperoso venir giù per la strada, dopo Messa. Pieno di rabbia incontrollata e non avendo nulla da perdere, gli sbarrò la strada e gli ringhiò in faccia: “Tu credi di essere un uomo perbene, vero? Tu puoi inginocchiarti pieno di fiducia davanti al buon Dio, ma sei un assassino, perché mi hai messo alla fame!”. Il pover’uomo fece dietro-front e battendo i piedi prese la via di casa. Lucchese rimase come folgorato a seguirlo con lo sguardo. Questo impatto colla realtà gli mostrò in una bruciante illuminazione il sentiero lungo il quale mammona, cioè il denaro, lo stava menando. Ora, o mai, egli doveva tornare sui suoi passi. Per la prima volta in vita sua, Lucchese si accorse che servire Dio voleva dire di più che inginocchiarsi in chiesa ogni domenica per la Messa. Il minimo voleva dire essere giusti con le persone: anche per loro Gesù è morto. Voleva dire di più che baciare Cristo crocifisso il Venerdì Santo. Voleva dire riconoscere il Crocifisso in quella povera gente affamata, a causa dell’avidità di lui, Lucchese!

«Lo vedi?» riprende Manuel «Lucchese era convinto di essere un buon cristiano perché andava a Messa, si metteva in ginocchio, faceva tutte le pratiche di devozione e pietà proprie di un praticante del suo tempo. Ma intanto era causa di sofferenza, di fame, di penuria».
La giovane ragazza fa segno di assenso con la testa, incuriosita, mentre assapora il suo succo di frutta.
«Prendi noi che suoniamo in chiesa! Quanto spesso ho avuto a che fare con musicisti, anche ben quotati tecnicamente e con titoli prestigiosi, i quali credono di essere dei buoni cristiani perché vanno a suonare alle liturgie, quasi facessero un favore a Dio e ai preti! Anche Lucchese frequentava la chiesa, osservava le feste comandate e i giorni di penitenza quaresimali, mangiava di magro al venerdì, si faceva il segno della croce prima dei pasti.
Ma era davvero un buon cristiano? Non direi. Il “buon Lucchese cristiano” è quello che in quell’uomo che gli ha ringhiato contro la verità ha riconosciuto la voce di Cristo, si è accorto dell’abisso in cui la sua cecità spirituale l’aveva lasciato cadere, schiavo delle sue cattive inclinazioni, e ha cambiato vita».
«Cosa vuol dire per te, cambiare vita? in senso cristiano, ovviamente!», domanda Miriam, sempre più presa da quella conversazione.
«Tutti sappiamo» spiega Manuel «come ci si affolla ad una nuova pratica di devozione, com’è facile iscriversi per un pellegrinaggio parrocchiale, ed anche praticare qualche privazione in più durante la Quaresima; ma in che misura ripariamo le ingiustizie del passato, delle quali siamo pentiti, le parole offensive, le azioni volgari, i cattivi esempi dati? Eppure, a meno che le nostre pratiche di pietà ci spingano a ciò (in effetti esse sono appunto una preparazione dello spirito e della volontà), esse rimangono soltanto proiezioni sentimentali del nostro io, le quali difficilmente potranno realizzare qualcosa per l’eternità» .
Miriam lo guarda: una leggera vena di turbamento ha adombrato i suoi occhi color acqua marina.
«Sai come andrà a finire?».
Lei fa cenno di no, senza dire nulla: ha appena dato un morso al suo trancio di pizza margherita.
«Lucchese cambierà strada e, come il personaggio di Zaccheo nel Vangelo, si metterà a procurare i mezzi di sussistenza a quelli che aveva danneggiati; lo farà personalmente, cominciando proprio da colui che l’aveva bastonato con la verità su che genere d’uomo lui fosse. Questa storia finirà con la conversione della moglie Bonadonna alla carità evangelica, col loro diventare i primi membri del Terz’Ordine Francescano, col morire a poche ore di distanza l’una dall’altro dopo una vita spesa per servire gli altri nella lode di Dio e, infine, con l’essere proclamati beati insieme».
«Bella, la figura di questo santo!», esclama lei, pulendosi col tovagliolino di carta la salsa di pomodoro da un angolo della bocca.
«Ci piacciono le vite dei santi, vero?», inizia a domandare Manuel, stavolta con una punta di provocazione nel tono della voce. «Ci emozionano? Indubbiamente, se un cuore non è del tutto inaridito. Ma li imitiamo? Qui la storia si fa più complicata. Può essere doloroso, traumatico, angosciante dover in qualche caso ammettere che noi organisti, per esempio, abbiamo impiegato energie, sudore, lacrime, fatiche, arrabbiature, anni sui libri e sui tasti dell’organo per l’unico scopo di assecondare la nostra compiacenza, trovando nella realtà ecclesiale, non il popolo di Dio da servire, bensì un pubblico per sfamare una sottile ma forte bramosia di manifestare il nostro io. E ciò ritenendoci tutto sommato buoni cristiani perché prestiamo la nostra opera per aiutare Cristo e il presbitero celebrante. Quindi, avanti con l’organizzare concerti, prove del coro, funzioni solenni (cose di per sé ottime): tutto deve essere perfetto! “Come mai, maestro, lei è così esigente?”, chiede il corista volontario.“Perché le cose o si fanno per bene o non si fanno”, risponde lui, con tono perentorio. “Perché altrimenti non appariresti bravo e meritevole d’applausi secondo quanti ne vuoi”, penso invece io».
«Sì, è vero», annuisce Miriam, con tono lievemente sconsolato. «Ho un’amica che canta come volontaria nel coro di una grande basilica della mia città e mi ha detto che non sopporta proprio il maestro di cappella: pare un isterico! Un continuo tra urla, grida e offese ai poveri coristi: “ignoranti patentati”, come li chiama questo simpatico individuo», osserva lei, guardando Manuel negli occhi: questa conversazione sta proprio cominciando ad appassionarla.
«Vedi? Che sia il denaro, la fame d’apparire, l’orgoglio che sfocia in smania di perfezione, il rischio è sempre lo stesso: divenire schiavi della propria “Mammona” personale, dimenticandoci di Chi ha dato Se stesso per renderci veramente liberi, e avviarci verso l’abisso.
Ecco. Giunti sull’orlo di quell’abisso senza che neppure ce ne accorgessimo, può capitare che il buon Dio ci usi un’ultima, delicata attenzione. Ci propone un incontro. Proseguo con l’esempio di noi organisti, sia perché ci riguarda tutti e due, sia soprattutto perché sono fatti che sono capitati pure a me».
Lei annuisce, affascinata e incuriosita.
«Lì vicino alla consolle, oppure nella navata, o fuori della porta della chiesa viene una vecchietta, mai vista prima, semplice ed umile, che dice a te organista: “Che Iddio gliene renda sempre merito, perché mi ha aiutato a pregare in un momento di grande dolore: ho perso da poco mio marito dopo cinquant’anni che vivevamo insieme. Grazie”. Suoni la Fantasia in Sol minore di Bach, e d’un tratto resti colpito da quella verve armonica che ti ha fatto sudare sette camicie per sbrogliarla tra dita e piedi. Perché tutta quella durezza, quel tono tagliente, addolorato, urlante che si alterna a due dolci ed energiche, celestiali miniature fugate? Così prendi una vera biografia di Bach, che parli delle sue sofferenze e dei suoi molti lutti, e scopri l’uomo che, al di là di ogni batosta inflittagli dalla vita, è rimasto un appassionato innamorato di Dio, di sua moglie, dei suoi figli e del suo prossimo. Incontri un vero maestro dell’organo, autentico nell’arte quanto nel cuore e nell’anima, il quale, con una serena ed umile dimostrazione di inusitata padronanza dello strumento e con un saggio molto spontaneo di conoscenze storiche ed esegetiche ti mette di fronte al tuo essere un’ “insignificante nullità”.
Oppure capita qualcosa di simile a quello che accadde a Lucchese. Lungo il tuo cammino si para un ragazzo o un giovane, un uomo deluso e ferito per l’arroganza folle con cui lo hai trattato, che ti ringhia contro la nuda e cruda verità su di te e sulla tua boria: “Sei un pazzo e un falso!”.
Tu ci rimani di sasso. La verità, specie se dolorosa, è davvero come una lama lanciata velocissima contro un torace messo a nudo: senza alcuna protezione sul petto o sulle mani, non la si può fermare; che tu lo voglia o no, affonda nella carne della mente e dell’anima e, quasi fosse un sasso lanciato contro un cristallo, distrugge in un attimo ogni castello costruito per aria. Allora finalmente gli occhi ti si aprono come se fino a quel momento fossero stati chiusi, e d’improvviso ti accorgi di essere proprio sul ciglio dell’abisso, con un piede già penzolante nel vuoto. A quel punto vedi la sporcizia, il putridume, le ferite incancrenite che costellano tutta una persona che sta per precipitare in una voragine di fiamme urlanti. Un cuore che sia sì, malato, ma, a conti fatti, onesto, a quel punto si sveglia perché si è lasciato scuotere dalla propria, esausta coscienza. Il padrone di quel cuore alza per un momento lo sguardo al cielo, si vergogna come un ladro e, fatto il primo passo indietro per avere il terreno sotto entrambi i piedi, cade in ginocchio e finalmente sussurra: “Signore, abbi pietà di me peccatore”».
«Cavolo!», l’interrompe lei. «Lo sai che stai cominciando a farmi paura?», gli dice con un sorriso molto dolce. «Stai parlando anche di te, vero? Di come hai vissuto la tua conversione».
«Già», annuisce Manuel. «E quando diventi capace di guardare finalmente a te stesso con obiettiva sincerità, … allora, quella vecchietta l’abbracceresti, te l’assicuro! Quelle pagine coperte dai tratti d’inchiostro del brano che ha parlato al tuo intimo, le stringeresti a te e non le lasceresti più, neppure per andare a letto: dormiresti con quello spartito sotto il cuscino! Quel maestro lo andresti a ricercare fino in capo al mondo perché possa trasmetterti la vera arte dell’organo, storica e cristiana a un tempo. E il selciato della strada dove ha camminato quel giovane, ti chineresti a toccarlo con la fronte e, se mai quel ragazzo ti capitasse di nuovo a tiro, gli baceresti le piante dei piedi che l’hanno condotto da te e ti getteresti alle sue ginocchia per stringerle. Solo allora capisci quanto possano essere belle le parole dei salmi: “Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirTi, Dio mio!” .
Perché quell’incontro ti ha salvato. La vecchietta, l’autore di quella pagina, l’ottimo maestro d’organo, il giovane che ha avuto la risoluzione di dire la verità, difficilmente si rendono conto di essere stati preziosi a tal punto per la vita di qualcuno. Sono stati “mezzi umani”, come il pover’uomo incontrato da Lucchese perché, come accadde ai discepoli di Emmaus , il Signore, senza che lo ravvisassimo in quel preciso momento, ci è passato accanto e ci ha toccato per scuoterci. Con grande delicatezza, con garbo, lasciandoci perfettamente liberi di ascoltarLo o no: ma lo ha fatto. Ora lo riconosciamo: “non mi ardeva forse il cuore nel petto quando è capitato questo? E’ entrato qualcuno nella mia vita e mi ha detto tutto quello che di sbagliato ho fatto ”. Sono le esperienze che racconta il Vangelo, ma quanto difficilmente riusciamo a comprenderle, finché non ne viviamo almeno una!».
«Lo sai?», gli sorride lei. «Sono davvero contenta che abbiamo pranzato insieme, oggi. Non volendo, mi hai risolto un dubbio che mi angosciava da domenica scorsa, quando come seconda lettura c’era quel passaggio della Lettera agli Ebrei:

Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

In pratica, chi ha vissuto un’esperienza come la tua, può dire di essere stato oggetto della misericordia del Signore. Miseri cor datum, come dici spesso tu: il Divino Cuore donato al misero, che rischiava di perdersi».
Poi Miriam, d’istinto lei guarda il suo orologio da polso ed esclama: «Ma tu non hai lezione d’armonia?».
«Sì, alle 16,30. Perché?».
«Vedi un po’: sono le 16,25 e hai da farti un chilometro a piedi per raggiungere la tua facoltà!».
Manuel controlla l’orologio: «Per la miseria, è vero!».
«Vai, scappa via, su!», lo incita lei. «Per stavolta bando alla cavalleria maschile! Faccio io la fila alla cassa e pago pure per te! E’ il minimo dopo questa bella chiacchierata!».
Lui si infila in spalla lo zaino e corre via, non senza aver prima sfiorato con un bacio la fronte della sua amica.

PRIMA NOVELLA – L’AMORE DI UN SACRIFICIO

Un sedicenne pensieroso sta proprio lì, appoggiato al muro della casa, accanto alla porta d’ingresso. Sembra quasi che ai normali turbamenti della sua età si assommi qualcos’altro, di più profondo ed incisivo. Sta aspettando Manuel, il suo “amico di chiacchierate religiose”, che dovrebbe rincasare da un momento all’altro, di ritorno dal servizio alla Messa vespertina in una delle chiese dov’è organista.
Appena giunge di fronte alla propria casa, Manuel non impiega che pochi istanti per scorgere il velo di buio che oscura il cielo di quel suo “fratello minore”.
«L’altro giorno ero entrato in chiesa per un momento», incomincia il ragazzino. «Ho alzato lo sguardo al Crocifisso. Una domanda ha cominciato a ronzarmi per la mente, senza lasciarmi in pace: perché Gesù è morto in croce? Che motivo c’era? Io non capisco il perché di questo sacrificio, di questo dolore, di una morte così orribile. Credimi: più ci penso e più non riesco a capire e ci soffro tremendamente».
Il giovane musicista, fatto entrare in casa l’adolescente, resta per un attimo in silenzio. Poi posa una mano sulla spalla di quel suo turbato amico:
«Un famoso santo, Ignazio di Loyola, faceva spesso ricorso all’uso dell’immaginazione per far vivere ai suoi religiosi la dimensione della preghiera e della meditazione. Allora… usa per un attimo l’immaginazione insieme a me.
Ti trovi in una cella.
L’aria è satura di polvere. Pallidi raggi di sole penetrano attraverso le sbarre di strette finestre, nella parte alta della stanza. Hai le catene ai polsi. Sei seduto sul lettuccio umido e fatiscente della cella. Stai solo aspettando che vengano a prenderti per condurti all’esecuzione della sentenza di morte che ti è stata inflitta. Non sei innocente. Colpa grave, la tua. Di quelle che non ammettono altra riparazione, se non a prezzo della vita. Quanto ti piacerebbe poter tornare indietro, fare scelte diverse … ma non puoi. E’ troppo tardi per tutto. La vita è qualcosa di meraviglioso, … e tu, per tua libera scelta, l’hai sprecata.
Ti dispiace? Certo, anche se non hai tutta la lucidità di pensiero sufficiente per condurre un’obiettiva riflessione su te stesso. La paura, col passare dei minuti, aumenta. Vorresti piangere, ma non ci riesci.
D’improvviso, un rumore sinistro ti fa trasalire. La serratura cigola. La porta si apre. Entrano le guardie carcerarie e, con loro, il carnefice. Al solo vederlo, il cuore ti salta in gola. Ti tremano le guance contro i denti. Senti come se la lingua ti fosse trapassata da mille aghi, e per tutta la tua bocca si diffonde il sapore dolciastro e tremendo della paura.
Il boia tiene in mano lo strumento con cui ti infliggerà le prime, tremende torture: un fascio di lembi di cuoio, ognuno intrecciato ora a piccole lame affilate come rasoi, ora a piccole sfere irregolari e chiodate. Le guardie portano chi delle corde, chi degli affilatissimi e lunghi puntelli di lucido e scuro metallo: gli attrezzi con cui ti porranno su un patibolo per farti morire dissanguato, goccia a goccia, dopo lunga, atroce agonia tra asfissia e dolori lancinanti.
Inizi a tremare. Non hai più controllo su alcuna fibra del tuo corpo. Quand’ecco all’improvviso qualcosa che non ti saresti mai aspettato. Nella cella entra un giovane trentenne, alto, robusto: un gran bel ragazzo, insomma. Lo riconosci, l’hai già visto: è l’unico figlio del Sovrano che ha emesso la sentenza che tu hai meritato secondo retta giustizia.
Ti guarda.
Ti senti come trapassato nel profondo del cuore, non da un violento colpo di lama, ma come se una calda luce, serena, benevola ti penetrasse nell’intimo, illuminando le pieghe più buie della tua persona, ponendo in luce oscurità che neppure tu sapevi di avere in animo. Quel giovane ti rivolge un sorriso splendido. Non hai mai parlato con lui. Eppure, ora che ti guarda, hai l’impressione che ti conosca da sempre. Si rivolge alle guardie e dice loro queste parole:
“Ho parlato con mio Padre, il Sovrano. Mi ha detto che la riparazione per queste colpe così gravi è solo a prezzo di sangue, secondo piena giustizia. Ma mi ha detto anche un’altra cosa. Ci sarebbe qualcuno che, se accettasse di accollarsi la pena di questi delitti, renderebbe possibile la grazia non solo per questo poveretto, ma per molti, moltissimi che sono rei dello stesso crimine: tutti coloro che ne sono dispiaciuti e se ne dispiaceranno sinceramente sarebbero assolti con formula piena, da ora e per sempre”.
Il boia e le guardie si mettono a ridere sguaiatamente, quasi fossero bestie. Un secondino gli chiede:
“E chi sarebbe tanto nobile e stupido da volere per sé una morte del genere per salvare degli inutili cani rabbiosi come questo qui?”.
Il giovane, serissimo, gli risponde:
“Io. Prendete me e fatemi pure ciò che avreste dovuto fare a lui e agli altri come lui. Mio Padre, che mi ama con tutto Se stesso, è d’accordo. Mi ha mandato qui per questo. E io ho accettato. Questo è il patto: la mia vita per la loro”. Detto questo, il giovane estrae di tasca un foglio: è il decreto di grazia che sancisce i termini di rilascio per i colpevoli: Mio Figlio prenderà il loro posto, ha scritto la mano stessa del Sovrano.
Il macabro gruppetto si passa di mano in mano il foglio, controllano la scrittura, esaminano i sigilli. Resta interdetto per un attimo. Poi quegli uomini si guardano l’un con l’altro, si danno una bella scrollata di spalle, vengono da te che eri prigioniero in attesa dell’esecuzione e ti tolgono le catene. Quel bel ragazzo ti guarda. Ti sorride ancora.
E ti dice: “Sei libero. Va’ pure. Riprenditi la tua vita. E stavolta vedi di farne un capolavoro”. Ti abbraccia.
Lo afferrano. Lo spogliano nudo lì davanti a te e, tra le risate più disumane che tu abbia mai sentito, lo trascinano via. E’ silenzioso, muto. Non un fiato. Non un gemito. Non un moto di ira. Mesto e docile, si è messo nelle mani di quella marmaglia infame.
Poche decine di minuti, e praticamente lo spellano vivo a frustate.
Passa un’ora, e lo hanno fatto oggetto delle burle e delle derisioni più brutali: sputi, schiaffi, percosse su quella povera carne sanguinante. La testa fasciata con un groviglio di rovi, mentre gliela percuotono, così conciata, a colpi di canna e di bastone.
Passano altre due ore. L’aria circostante risuona di sordi, cupi colpi di metallo contro metallo, alternati a urla di dolore. Quel giovane è ora appeso ad un patibolo di legno, a braccia spalancate, fissate alle travi con quelle corde, e quei puntelli affilatissimi sono piantati nella carne, tra osso ed osso. I vasi sanguigni e i nervi, recisi, non fanno altro che procuragli lancinanti dolori ogni secondo. E’ praticamente impossibile trovare un lembo di pelle che non sia coperto di sangue.
Tre ora ancora, in quello stato … ed il giovane, così conciato, esclama: “Padre, la riparazione che volevi si è consumata. Tutto è stato fatto”.
E muore.
Tu sei lì sotto. Hai assistito alla scena, da uomo libero e assolto. La tua colpa l’ha pagata quel ragazzo al posto tuo: proprio prima di spirare, ha avuto un ultimo sguardo per te e ti ha sorriso ancora. Adesso, al posto della paura, c’è solo il turbamento del ricordo di quello sguardo così unico che ti ha penetrato, di quel sorriso con cui ti ha salutato. Il tutto frammisto ad una domanda assillante che ha iniziato a ronzarti nella mente: “Perché l’ha fatto? Io nemmeno lo conoscevo. Non ho mai fatto niente per lui. Eppure ha detto che a me e a tutti quelli come me teneva moltissimo. Perché?” E’ questa la domanda che ha preso a tormentarti, vero?».
Il sedicenne interlocutore annuisce, senza proferir parola. Il suo turbamento appare addirittura raddoppiato, ora.
«Come molti hanno fatto fin da bambini», prosegue Manuel, «anche tu hai letto almeno una volta i dieci comandamenti. Agli occhi degli uomini d’oggi, così preoccupati di non perdere neanche un frammento della propria (presunta) libertà, quella sfilza di “non avere, non fare, non dire, non desiderare” non risulta forse assai antipatica e fastidiosa, quasi fosse una castrante limitazione? Figuriamoci se, al giorno d’oggi, ci si potrebbe mai sentire in debito verso qualcuno e in dovere di offrire riparazione per qualcosa di sbagliato! Sbagliato per chi, poi? Per gli altri, forse.
“Chi lo dice che ciò che è sbagliato per gli altri lo sia anche per me? Chi ha stabilito che ciò che è male per gli altri lo sia anche per me?”, domande, queste, che ho sentito sulle labbra di non pochi adolescenti come te. In questo oscuro oceano di confusione, nel quale tutto è egoismo, ci imbattiamo in una parola che è stata talmente sporcata e svilita da risultarci di un sapore scipito e melanconicamente dolciastro: amore. Tu hai mai riflettuto sulle origini del nostro concetto di amore, nel mondo occidentale? Da dove viene questa parola?».
Il fanciullo accenna un sorrisetto con un angolo delle labbra:
«Dài, sei tu che hai studiato il greco e il latino, mica io! Dimmelo, che sono curioso…».
«D’accordo: proviamo un po’ a chiarire i termini . Il greco antico conosceva per lo più tre parole per indicare la sfera dell’amore: eros, philia e agape.
Con eros si intende principalmente la realtà del contatto fisico-sessuale, l’ebbrezza, il cedere della mente razionale alla bella pazzia, che poteva anche essere intesa come “divino invasamento”.
Per il termine philia, ossia il rapporto di reciprocità vantaggiosa (senza necessarie, insite sfumature di meschino opportunismo), la traduzione con “amicizia” così come oggi la intendiamo non calza più proprio a pennello. Non è forse vero che, per esempio, nei crocchi di giovincelli rampanti della tua età si sta insieme tanto per stare insieme, ma niente di più? E poi? Tutti a casa, magari alle cinque della mattina, dopo una grande serata da sballo, al punto che, se vi facessero le analisi del sangue, chissà cosa ne verrebbe fuori…».
Il ragazzo abbassa un po’ lo sguardo, a quelle parole: quel suo amico, più grande di lui, ha colto nel segno. Prosegue:
«Qualcuno di questi baldi giovani si è mai messo in disparte con uno o due dei suoi “amici” per aprire il cuore, misurarsi con loro sui propri problemi, confidare i dubbi che si agitano nell’intimo, svelare i propri traumi, raccontare i propri dolori, esaminarsi di fronte all’altro per avere un metro di confronto e magari di aiuto? Ti sei mai tolto la maschera, rivelandoti per quello che sei, ossia un fragile essere umano come lo è chiunque, bisognoso del contatto coi propri simili? Philia. Ossia, al giorno d’oggi, “sto con te perché mi fa comodo, ma non dirmi che hai bisogno di qualcosa perché non mi interessi né tu né nessun altro: sono cavoli tuoi”».
«Vero», risponde l’altro. «E’ brutto e triste, ma hai ragione: è così che va. Tutti bravi a far gruppo, ma ognuno pensa per sé e basta! Non c’è mai nessuno che voglia prendere sul serio niente!».
«Vedi, in realtà non si tratta solo d’egoismo, che tutt’al più è una conseguenza. E’ paura, una vera e propria fifa blu di accorgerti, mentre ti specchi nelle incrinature e debolezze dell’altro, che anche tu possiedi le stesse fragilità, di fronte alle quali non sai come reagire; e allora ti procuri un po’ d’erba, un superalcolico per “stonarti” come si deve e non ci pensi più. Risultato che ottieni? La solitudine del cuore, che spaventa un adolescente come te, ma anche un giovane universitario così come un adulto che vive nel tram tram del mondo che ci circonda ».
Forse stavolta Manuel ha calcato troppo la mano. Ha l’impressione che gli occhi del suo giovane amico stiano iniziando ad inumidirsi un pochino. Così va avanti, per affrettare il lieto fine:
«La terza parola, agàpe, era messa piuttosto ai margini del linguaggio greco. E’ proprio la parola che ci serve per capire la scelta, altrimenti indecifrabile, di quel Figlio unico del Sovrano nel prendere il posto, da innocente, di quella marmaglia imputridita nelle peggiori colpe. Agàpe è la carità, non nel senso della pietà sporca di chi, in fondo, disprezza il debole, ma di chi fa di se stesso un dono per l’altro, soltanto perché il bene dell’altro gli preme davvero, tanto da donare realmente a quel misero e putrido colpevole la carne innocente del proprio cuore: Miseri cor datum. Il cuore donato al misero: misericordia, dunque. Compassione, nel senso di voler talmente bene all’altro al punto di voler soffrire con lui, anzi per lui, al posto suo. Perché L’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca ».

«Sì, ora ho capito la parola “amore”», esclama il ragazzo, con una punta di soddisfazione: «Ma perché il sacrificio? Ben pochi di noi avranno di che accusarsi di atti così gravi da meritare la morte. Non abbiamo ucciso nessuno. Non abbiamo rovinato nessuno. Non abbiamo derubato e spogliato nessuno. Che male possiamo dunque aver mai fatto per riconoscerci in quel meschino individuo chiuso in cella, in attesa della propria esecuzione?».
Manuel allora cerca di far riflettere il suo giovane amico:
«Se avessimo l’onestà di esaminarci dentro, scopriremmo che non siamo poi tutti questi “stinchi di santi” che ci illudiamo di essere per comodità di coscienza. Non abbiamo mai ucciso nessuno? Forse. Ci è mai capitato di sparlare di qualcuno, di “spogliarlo” davanti agli altri, indicandone i difetti messi a nudo, le debolezze, le mancanze, magari ricamandoci pure un po’ sopra, ingigantendo certe meschinità da una parte e forse tacendo certi pregi dall’altra? Insomma, non ci è mai capitato di “uccidere nessuno con le parole”? Non abbiamo mai rovinato nessuno? Probabile. Guarda, mi limito al mondo di noi musicisti, grandi o piccoli, abili o dilettanti che siamo. Pensi davvero che non ci capiti mai di ascoltare un CD o un’esecuzione dal vivo e di desiderare ardentemente di possedere la stessa abilità al punto tale da provare rabbia ed invidia in cuore verso l’esecutore? Che non ci punga vaghezza di volerci mettere al posto di qualcuno all’organo, di voler scegliere i canti al posto del celebrante perché – poverino – non ha studiato musica e quindi non ne capisce nulla?
Non abbiamo mai derubato nessuno? Concesso, ma – rimango ancora nell’ambito musicale – dico io: è qualcosa che capita costantemente a te, maestro d’organo o di coro, di sentire come priorità il bisogno di donare bellezza all’adolescente che sta seduto laggiù, in ultima panca, per dargli una sosta nella tempesta dei dubbi di chi si affaccia alla porta di questo duro mondo? O forse non l’hai neppure visto, tanto eri preoccupato per la diteggiatura filologica da usare o per le condizioni dell’organo in modo da fare più bella figura con “il pubblico”?
Tu, studente ed apprendista, se riconosci nella persona che ti sta accanto un talento maggiore del tuo, sei subito pronto a lasciargli la panca dello strumento o la direzione del coro perché la Liturgia sia ancor più degnamente celebrata a maggior gloria del Cielo e per maggior beneficio delle anime dei presenti? O magari, seppur cedi il tuo posto, lo fai a denti stretti, mandando i peggiori accidenti perché quel tizio là non aveva altro posto dove venire a scocciare?
Se uno solo di noi dicesse di non avere nulla che la coscienza gli possa rimproverare, gli ricorderei che i più grandi santi della storia sono morti convinti di non aver altra speranza se non nella misericordia di quel Sovrano e di quel suo Unico Figlio: a tal punto si sentivano deboli, fragili, inutili, imperfetti».
«Ohi, ma così la situazione si fa pesante!», replica l’adolescente. «Ma dài, il Signore non sarà mica così severo…».
Abbozzando un sorriso misto a tenerezza e a sana perfidia, Manuel si avvicina alla libreria, prende il vangelo e legge:

Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma Io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio, e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio in cuor suo con lei. Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te .

A quel punto guarda l’ascoltatore e, fissatolo negli occhi si chiede tra sé se sia il caso di proseguire o no. Temendo però che l’alternativa che potrebbe balenare nella mente in piena tempesta ormonale del suo “fratello minore” sia quella di dirigersi al negozio più vicino che venda del cordame per acquistarne tre metri circa e procurarsi così un’agile soluzione al dilemma con nodo scorsoio e caduta sorda, continua:
«Una volta, per catturare i topi nelle cantine, si usava preparare delle tavole di legno cosparse di colla con al centro l’esca. Poi le si lasciavano nei luoghi dove si presumeva ci fossero i topi. I risultati erano sempre assai scarsi in catture. Spesso, invece, vi si trovavano orecchie, baffi, pezzi di coda, dita, parti di pelle e tanto sangue: quelle povere bestie preferivano istintivamente strapparsi una parte del corpo pur di salvare il prezioso bene della vita. E’ la stessa cosa che fa la volpe, quando rimane imprigionata nella trappola del cacciatore: si strappa a morsi la zampa, pur di scappare. Con questi insegnamenti, il Figlio del Sovrano sembra proprio volerci dire: “E tu, caro il mio pappamolle, cosa saresti disposto a fare, a soffrire, a eliminare di te stesso, per risollevarti dalla trappola di male e putredine in cui sei caduto?”
Non credo occorra proseguire oltre, per renderci conto che, in effetti, se per una volta siamo sinceri con noi stessi, ci troviamo un po’ tutti in quella cella, con le catene ai polsi, l’odore della polvere nelle narici, … e l’angoscia nel cuore perché, forse, facciamo un po’ schifo per come siamo, intuendo come sarebbe stato bello aver fatto scelte diverse, aver lavorato in altro modo su noi stessi.
Ci sei tu, sì: ma anche io sono lì accanto a te, tra i prigionieri condannati. Tutti abbiamo commesso lo stesso crimine, seppur declinato in forme diverse: abbiamo mancato contro l’amore. Una colpa che produce di per se stessa la morte dell’anima e di quanto di più intimo e potenzialmente nobile vi sia in un uomo. Quel sacrificio d’agàpe è così ad un tempo la dovuta riparazione secondo giustizia e il più perfetto frutto dell’Amore, un Amore fatto persona, un Amore fattosi uomo, che è venuto per dare razionalmente, coscientemente la Sua vita per chi si era perduto ».
Gli occhi di quel ragazzo mostrano già una luce diversa. Qualcosa gli si è mosso dentro e ne ha provato sollievo. Ma non gli basta. Come a tutti gli adolescenti, ha l’animo pieno di mille domande:
«Ora capisco quanto sia bello che il Figlio unico del Sovrano entri nella mia cella e mi liberi dalle catene e dalle mani del carnefice. C’è però questa parola “sacrificio” che continua ad urtarmi un po’: bisognava proprio che Egli prendesse quella strada, immolando la Sua vita in quel modo?»
Con la calma, Manuel cerca di penetrare ancor più in profondità.
«Nel primo giorno di gennaio, ottava della Natività, un tempo il Rito Romano celebrava la Circoncisione del Signore. Otto giorni dopo la sua nascita, quell’Unigenito Figlio si sottomette a questo rituale giudaico non solo per entrare a far parte del popolo secondo la legge ma, essendone il Salvatore, per divenire membro a tutti gli effetti dell’umanità intera. Ora, ogni atto dell’Altissimo è infinito, essendo Egli stesso infinito. Se, in base all’altissima giustizia, il delitto contro l’amore richiede il prezzo del sangue, allora già le pochissime gocce versate dal Salvatore nella sua circoncisione sarebbero più che sufficienti: “Di quel Sangue una goccia soltanto purifica il mondo intero da ogni delitto”, canta il ritmo Adoro Te devote . Dunque, essendo il Figlio del Sovrano compartecipe della medesima natura del suo Altissimo Padre, nel preciso momento in cui avviene quella piccola effusione di sangue, ogni prigioniero condannato è già salvo. Cosa importa allora l’esperienza di un sacrificio così cruento e che, diciamocela tutta, ci “fa senso”?
L’agàpe per sua natura è cura dell’altro e per l’altro. Se quel povero, inutile prigioniero, quando era libero, si fosse fermato per strada ad ascoltare un poco il Figlio del Sovrano che parlava alla gente, avrebbe sentire rivolte anche a lui queste parole, forse col gesto affettuoso di una mano posata sulla testa, sulla spalla, sulla guancia: “Quanto costano cinque passeri? Pochi soldi, no? Eppure nemmeno uno di loro è dimenticato da mio Padre. Anche i capelli del tuo capo Io li ho contati tutti. Non avere paura: tu vali più di molti passeri ”. Proprio per questo, venendo trascinato fuori, quel giovane, nudo, può dire al colpevole liberato: “Pago io il tuo debito, perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e Io ti amo ”.
Il Figlio del Sovrano ama il condannato, lo stima quale amico prezioso, lo conosce fin nel profondo, lo conosce come nemmeno quel prigioniero in persona conosce se stesso, lui che a stento ha riconosciuto i lineamenti di chi lo ha salvato: ne aveva sentito parlare, magari lo aveva pure guardato qualche volta così, di sfuggita, ma non si era mai curato minimamente di Colui che prima di recarsi in quella povera, squallida cella, aveva espresso a suo Padre il proprio consenso al sacrificio: “Per lui e per quelli come lui Io ti offro Me stesso. E loro stessi sappiano che sei stato Tu a mandarmi, perché li ami come ami Me ”».
«Ma se il Sovrano adotta come figlio quel misero prigioniero», lo incalza il giovincello, «se il suo Figlio Unico guarda così a quel derelitto come ad un suo fratello, … che ragione c’era di quella morte orribile? Non bastava “fare un’amnistia, un decreto di grazia” e tutto finiva lì?».
«No, non bastava, perché a noi esseri umani, induriti nella nostra piccola, meschina debolezza di mente e di cuore, occorre sempre una prova, un segno, un gesto forte che ci scuota fin nel profondo per dimostrarci che quelle parole d’amore sono sigillo di un’agàpe autentica nei nostri riguardi. Dall’alto del suo patibolo di legno, con la pelle che pende a brandelli per le frustate, i rovi che trafiggono la fronte e le tempie, i polsi e i piedi trapassati e sanguinanti, con le braccia spalancante, pronte ad accogliere chiunque lo voglia, ed un sereno sorriso sulle labbra, nella dignità infinita di quella nuda, massacrata ed immacolata carne, il Figlio può e vuole che l’assolto condannato comprenda quella scelta così tosta: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” . In due parole, Dio ti ama e te lo dimostra col dono di Sé, un dono elargito non con parsimonia, ma in pienezza: tutto il corpo, tutto il sangue, tutta l’anima, tutta la divinità. Niente è impossibile a Dio? Forse una cosa Gli è davvero impossibile: amarci più di così, dal momento che ci ha dato tutto Se stesso, senza misura.
E’ questo che ti turba: quando guardi il Crocifisso scopri e ricordi che sarai sempre in debito e non farai mai il pari. Tu puoi accettare questo dono immenso con l’impegno di una vita buona, investita bene, profusa nelle buone opere, accentando di essere stato amato per primo, oppure rifiutare tale doni e perdere la tua vita, sapendo che così avrai perduto per tua libera scelta l’Amore più grande che esista, e che ti ama con una tenerezza, una cura ed una potenza che non si possono misurare.
Per questo vi ripeto sempre, ragazzi: abbiate stima di Cristo!».

Mezz’ora fa, quel sedicenne stava appoggiato al muro di quella casa col cielo della sua anima oscurato dai dubbi.
Ora la notte è finita. Può tornare a casa, e di corsa: è in ritardo per la cena!
E mentre cala la pasta nell’acqua ormai bollente, anche Manuel, sorride, sorpreso di quando in quando da un piccolo nodo di commozione.

Gesù, io so che Tu sei il Figlio di Dio, che hai dato la Tua vita per me. Voglio seguirTi con fedeltà e lasciarmi guidare dalla Tua Parola. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di Te e metto la mia intera vita nelle Tue mani. Voglio che Tu sia la forza che mi sostiene, la gioia che mai mi abbandona (Papa Benedetto XVI, Giornata Mondiale della Gioventù 2011).

NOVELLE CATTOLICHE – NOTA INTRODUTTIVA

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

(Matteo, X, 34 . 38)

Nel nostro mondo è molto difficile trovare una mezza misura per ogni cosa. La vita di fede non fa differenza: al giorno d’oggi o è teologia d’alta accademia oppure sospirato, malinconico misticismo più o meno apocalittico.
Chissà che una buona via di mezzo non possano essere  delle “novelle cattoliche”, racconti dove la dottrina, le verità di fede, la liturgia, la musica emergono semplicemente dal vissuto di un giovane organista di nome Manuel.
E’ personaggio reale? Oppure è un’invenzione letteraria? Sono fatti realmente accaduti? O forse sono solo situazioni plausibili?
Il punto è un altro: poni mente a ciò che è detto, non a chi l’ha detto, come dice l’Imitazione di Cristo.
Queste novelle, le avevo scritto qualche anno fa per attività catechistiche, pastorali ed educative nel senso largo del termine, ed erano poi finite nel cassetto. Da tempo molte mie conoscenze, alcune delle quali ne avevano letta qualcuna anni addietro, mi chiedevano: “Ce le hai ancora quelle storie che avevi scritto? Non potremmo avere modo di rileggerle?”. Così, alla fine ho ceduto alle richieste. In questi racconti, ogni riferimento a persone, cose e luoghi è puramente casuale. Li dedico a tutti quegli adolescenti e a quei giovani che sono, saranno e desiderano essere organisti, cantori e musicisti del Dio Altissimo per il bene della Sua Santa Chiesa.

Alessio Cervelli

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