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QUESTO E’ BACH, RAGAZZI – Documentario di Elia Mori

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (SESTA ED ULTIMA PARTE)

Commento di Don Luigi Miggiano

IN QUESTA ULTIMA PARTE:

  • La musica per organo e gli adolescenti delle parrocchie (Elia Mori ed Alessio Cervelli)
  • Incontriamo alcuni giovanissimi studenti d’organo liturgico (Francesco Marri, Edoardo Taddei, Pietro Scacciaferro)
  • Bach: l’esperienza di un ricordo, una preziosa alternativa (Don Luigi Miggiano)
  • Se non ci fosse stato Gesù, non ci sarebbe stato Bach (Alessio Cervelli)

Quando si parla di musica in chiesa, non si può parlare di una questione di gusto personale e basta. Non funziona così, e questo perché la Chiesa stessa non funziona così.
La Liturgia non è una questione di opinione, di gusto, di moda, un correre dietro all’ultima novità.La Liturgia è nelle nostre mani per essere custodita e trasmessa come quel “vaso” che ci trasmette e ci dona i tesori preziosissimi della grazia e dell’amore di Dio. Per questo il Concilio Vaticano II la definisce fonte e culmine: dalla Liturgia si prende l’energia per vivere la vita in Cristo nel mondo e alla liturgia si ritorna per offrire a Cristo questa nostra vita.
Ecco perché, alla domanda del regista Elia Mori, se l’attrazione manifestata dai bambini della mia parrocchia per l’organo e per Bach sia solo una questione di gusto, ho risposto: no, non lo è! E’ molto di più.

Certo, è chiaro che ad un bambino o ad un ragazzo che sceglie di essere allievo, si cerca sempre di far studiare qualcosa che gli piace.
E non è affatto detto che gli adolescenti e i giovani che studiano organo in parrocchia, poi, proseguano in questo cammino. Però io sono davvero convinto che questi ragazzi hanno incontrato una cosa importante: un’alternativa!
Anche se smetteranno di suonare e forse anche di andare alla Messa, quell’incontro con Bach ha formato in loro un ricordo.
E pensiamoci bene, quando ci lamentiamo del calo delle vocazioni. Molte delle ragioni vanno individuate nella crisi della Liturgia, della sua cura, del suo senso di sacro e della sua bellezza.
Da sempre la bellezza di un paramento, di un canto, di una musica, di un’immagine sacra stanno alla base del primo innamoramento nell’esperienza della fede. E’ chiaro che si tratta dell’inizio di un cammino che non si può fermare a questa prima tappa: altrimenti non abbiamo un’esperienza di fede, ma una psicosi feticista!
Però è altrettanto vero che è sempre il ricordo del primo innamoramento a risvegliare in noi quella fiamma che ci rianima e ci risveglia dai torpori che spesso nella vita ci aggrediscono.
Ecco perché è importantissimo curare bene la Liturgia! Perché, senza accorgercene, noi sacerdoti stiamo ponendo dei semi preziosi nelle anime e nelle vite dei nostri bambini, dei nostri ragazzi. E quando sperimenteranno le delusioni e i dolori della vita, forse sarà proprio il ricordo dell’esperienza fatta, come ad esempio l’incontro con l’arte di Bach, a far sentire la nostalgia della preghiera e della vita di fede: Bach avrà così dato loro una preziosa alternativa!

Domandiamoci, piuttosto: se la Sacrosanctum Concilium stessa, nel sesto capitolo, raccomanda la cura della formazione musicale di seminaristi e religiosi, se sprona all’erezione di Istituti Superiori di Musica Sacra per la formazione dei musicisti liturgici per il servizio della musica nelle nostre parrocchie, … perché i nostri giovani in seminario non ricevono anche un’adeguata istruzione musicale di base, utilissima quando un domani saranno parroci? Perché certe diocesi e metropolie non hanno ancora un Istituto di Musica Sacra? Allora è inutile lamentarsi se nelle chiese ci sono solo ragazzi che strimpellano chitarre, fanno balletti e propinano canzonette chiassose o sdolcinate!

La gente in chiesa non viene? Certo! Perché il nostro popolo ha un tremendo bisogno di sacro e di bello per poter nutrire il rapporto con Dio: così vivere la fede nel mondo che ci circonda diventa una fatica immane! Volete una prova di ciò che dico? Eccola! In questi giorno sto facendo il giro della parrocchia per la tradizionale benedizione pasquale alle famiglie: con grande stupore, ma anche con grande gioia, incontro persone di tutte le età che elogiano il nostro “celebrare” e mi dicono: “Don, a volte mi capita di andare a messa in altre parrocchie, ma non riesco mai a trovare una celebrazione ben curata come nella nostra. Soprattutto manca il silenzio. I nostri bambini a messa fanno silenzio. In altre chiese invece sembra di essere in un parco giochi”.

Cosa ci insegnano questi giovani che, senza altro scopo se non quello di offrire un servizio, ci fanno la proposta di Bach con questo video-documentario?
Che la bellezza è in grado di toccare la gioventù! Basterebbe che nelle nostre chiese ci fossero operatori in grado di farla incontrare!

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Quinta Parte)

Commento di Margherita Nannoni

IN QUESTA QUINTA PARTE:

  • Bach e il concorso di Amburgo (Margherita Nannoni e Alessio Cervelli)
  • Fuga G – moll BWV 542 (Organo Buerkle – Chiesa di S. Bartolomeo ad Ulignano)

Da dove cominciare?
Creiamo un’immagine, direi.
Un uomo (Bach) che si trova ad affrontare l’ennesima batosta della vita: tornare a casa e trovare la sua amata moglie (Maria Barbara) già morta e sepolta.
Voi che cosa pensereste? Molto probabilmente le domande che verrebbero in mente alla maggior parte di noi sarebbero: “perché a me?” e “cosa ho sbagliato?”.
In realtà possono anche essere domande legittime da parte di una persona che ha appena perso l’amore della sua vita, che ha perso un pezzo importante di sé, ma che nel corso di questa vita ha cercato di fare sempre del suo meglio cercando di mettersi completamente a servizio del Signore e provando a dare tutto ciò che poteva dare col lavoro delle proprie mani e della propria arte.

Ma guardiamo invece Bach.
Certo non pensiamo che lui non si sia disperato e che anzi abbia appreso la notizia di quanto era accaduto in sua assenza con estrema serenità (era uomo anche lui, e il dolore che provò fu enorme); ma Johann Sebastian non si butta giù, non getta tutto al vento. Prende in mano il suo amore per la moglie, lo unisce alla sua fede in Dio e cerca di dare un significato a tutto questo, a tutte le batoste, a tutto il dolore e anche un po’ alla propria esistenza.
Bach prende l’amore che lui provava per la moglie insieme al ricordo dell’amore che la moglie provava per lui, lo getta nell’amore che il Signore prova per noi uomini e lo trasforma in un grido di aiuto, in una richiesta di certezze, ma alla fine anche in un canto di lode, una lode per tutto quello che è la vita e che essa dà, per l’amore che il Signore ha in serbo per noi e che non ci trasmette soltanto, come si può dire, “spiritualmente”, ma che ha riversato su di noi concretamente: dalla croce del Suo Figlio sino al metterci accanto persone che darebbero la loro vita per noi, che piano piano diventano parte di noi e che, unite alla nostra persona, vanno oltre la morte e riescono a creare qualcosa di più: una storia sacra.

“E quando muoiono?”, vi starete chiedendo. “Non abbiamo risolto la questione! Bach doveva arrabbiarsi, forse aveva pure il diritto di smettere di fare ciò che stava facendo, di credere in ciò in cui credeva”.
Invece no, vi dico: non lo fa. Perché Bach, con questo suo GRIDO, non solo vuole comunicare che quel “pezzettino bruciante” di Dio vive ancora in lui, e quindi in ciascuno di noi, ma vuole anche che questo suo pezzettino sia visibile a tutti e che risplenda insieme a tutti gli altri pezzettini che fanno parte dell’enorme puzzle dell’amore di Dio.
Così facendo Bach porta la sua fede e il suo amore per Maria Barbara ad un livello diverso, immerge la sua vita proprio in questi due amori in modo che possano guidarlo e portare luce in tutti i momenti bui che gli si sono presentati e che sicuramente gli si presenteranno ancora. Solo così Maria Barbara sarà sempre con lui, anche quando nella vita di Johann Sebastian arriverà la consolazione dell’incontro con Anna Magdalena, una seconda moglie, fedele, affezionata tanto a lui quanto ai figli che Bach aveva avuto appunto dall’amata Maria Barbara. La preghiera in musica che Johann Sebastian dà l’impressione d’innalzare ad Amburgo, allora, ci pare proprio venir ascoltata nel dono di un amore nuziale che non cancella il precedente, ma che vi si aggiunge. Perché alla fine l’amore, quando è vero, è un po’ come l’energia: si trasforma, ma non si distrugge.

“La tua sinistra sotto la mia testa,
abbracciami con la tua destra.
Non risvegliate, non risvegliate
il mio amore, se non ne ha voglia.
Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
perché forte come la morte
è l’amore”.

(Cantico dei Cantici, II, 6. 7b; VIII, 6)

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Quarta Parte)

Commento di Marco Tognaccini

IN QUESTA QUARTA PARTE

  • La Fantasia in Sol minore: l’urlo di un uomo e di un credente (Elia Mori e Alessio Cervelli, Chiesa di San Bartolomeo Apostolo ad Ulignano)

È difficile riuscire anche solo a commentare gli eventi della vita di Bach, perché a stento se ne può non restare coinvolti: orfano ben presto, con un fratello non gentile, sposato e prematuramente vedovo, padre addolorato per la perdita di numerosi figli; sfido chiunque a non rimanere almeno colpito da una vicenda dolorosa come questa! Chissà lo strazio, chissà quanti «perché…?» nella testa di Johann Sebastian, chissà quanti momenti di sconforto… Eppure, una cosa colpisce: Bach non perde la fede; anzi, sembra che tutti questi nefasti eventi vengano incorporati nel suo cammino di cristiano.

Con tutta probabilità, a indirizzarlo è l’uso assiduo della Bibbia, da buon luterano qual era (e che del resto la sua stessa copia della Bibbia di Kalov ci dimostra, sia per l’usura che soprattutto per le centinaia di appunti autografi a lato): Johann Sebastian può infatti ritrovare situazioni simili alle sue all’interno dei libri della Scrittura.
Ecco che il fratello non troppo gentile lo incontra all’interno del libro della Genesi, in Giuseppe venduto dai fratelli per gelosia (Gen 37,2-28); il dramma della morte di Maria Barbara nella vicenda del profeta Ezechiele, cui il Signore toglie la moglie, perché possa essere segno efficace del volere di Dio (Ez 24,15-27): Bach può infatti vedervi la propria realtà di vedovo; in Giona e in Elia, profeti insoddisfatti che non desiderano altro che morire perché il progetto di Dio ha preso una piega diversa da come avrebbero desiderato loro (Gn 4 e 1Re 19,4-8), Bach può incontrare dei modelli di persone che, nelle avversità, nello sconforto, non esitano ad interrogare Dio.
Infine in Maria, figura a lui cara, può scorgere un modello di costanza speranzosa: ella, infatti, è sì ai piedi della croce (Gv 19,25), ma è anche nel cenacolo dopo la resurrezione, addirittura il giorno di Pentecoste (At 1,14 e 2,1).
Sicuramente poi Bach conosceva i salmi (che sono la risposta dell’uomo in forma di preghiera all’agire di Dio); uno fra tutti mi colpisce sempre, quando la Chiesa ci fa pregare attraverso di esso: si tratta del salmo 88/87, parte della Compieta del venerdì; tutto sembra andare male all’uomo: alla fine della settimana, magari stanchi, lamentandoci, con tutti i problemi ancora non risolti… la Chiesa ci fa mettere davanti a Dio, alla fine della giornata, con il peso dei giorni passati, le nostre paure, le nostre fatiche, i nostri problemi, le nostre insoddisfazioni, le nostre rimostranzeil salmo sembra concludersi senza una risposta del Signore, potrebbe sembrare quasi troncoproprio come la vita di Bach: apparentemente non c’è più un motivo per vivere.
Senonché il Signore, nella lettura breve di Compieta, ci risponde per bocca di Geremia: «Eppure tu sei in mezzo a noi Signore, […] non abbandonarci!» (Ger 14,9); e questo vale anche per Johann Sebastian: se infatti si fosse lasciato prendere dallo sconforto, dal peso dei propri lutti, sarebbe caduto probabilmente in depressione, avrebbe perso il senso della vita; invece è stato capace di prendere la propria croce (cfr.: Mt 16,24) e, attraverso la musica, fare della propria vita un salmo vivente, un costante e pungente interrogativo rivolto a Dio da un uomo la cui fede non si accontenta, ma che, anzi, innalza al cielo, attraverso le note pronunciate dall’organo, le domande che lo attanagliano. Bach riesce a mettere nelle sue composizioni tutta la propria vicenda, mescolando tratti burrascosi – quelli dei suoi «perché…?» – a frasi di una serena calma (il silenzio leggero di 1Re 19,12!), quasi fossero le risposte di Dio, come ad indicare che Lui sa esattamente quello che fa. Il risultato è una composizione umana, che “puzza” di uomo vero ma che guarda anche oltre, grazie agli occhi della fede, sempre interrogata dagli eventi.

Mi direte: questa è una lettura forzata! Boh, forse sì o forse no… Però resta il fatto che l’uomo e il musicista ferito dagli eventi della vita, ha sempre preferito marcare le sue opere non tanto col suo nome, ma con le lettere S.D.G.: Soli Deo Gloria, Gloria all’Unico Dio. E questo poteva farlo solo una persona che ha dato tutta se stessa al Signore, gettando in Lui i propri problemi, consapevole che «chi ha Dio nulla gli manca» (Nada te turbe, santa Teresa d’Avila) o, come dice il salmo 23/22, se faccio del Signore il mio pastore «non manco di nulla»: perché infatti quello che Gli hai voluto offrire ti ritorna centuplicato in bene.
E Bach questo ha fatto: ha costantemente presentato tutta la sua travagliata esistenza deponendola con fiducia nelle mani del Signore, mettendosi poi in ricettivo ascolto della Parola di Dio.
A noi, oggi, non resta che ascoltare il suo travaglio e la serena risposta che in Dio lui ha trovato e a noi ci viene trasmessa attraverso la sua musica; di qui il mio augurio, quello di ascoltare con la mente, certo…, ma soprattutto con il cuore:

Šema‘ Yiśrā’ēl ! Ascolta, Israele! (Dt 6,4)

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Terza Parte)

IN QUESTA TERZA PARTE:

  • Organo o chitarre? Una questione di linguaggio (colloquio tra Elia Mori, regista, ed Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro).
  • R. Fabbri, Preludio in La minore per chitarra (Filippo Marri, chitarrista classico).

Quando si tratta dell’annoso scontro organo/chitarre, molti – preti compresi – forse pensano che un organista non sia l’elemento migliore a cui chiedere un parere. E in parte, magari, hanno ragione. Chi ha scoperto le dolcezze del re degli strumenti, chi si è lasciato sconvolgere da Frescobaldi, rallegrare da Zipoli, travolgere da Bach, chi ha sentito il cuore fremergli per una pagina di Widor, di Vierne, di Boellman, è praticamente impossibile che faccia una scelta che “scenda di livello”.

Ho detto scendere di livello, ma non in senso dispregiativo.

Come ho spiegato con la mia stessa voce nell’esperienza di questo documentario, è una questione di linguaggio. E non c’è dubbio che il linguaggio dell’organo sia tremendamente “più immenso” di quello della musica che va per la maggiore nelle nostre liturgie domenicali: il paragone è quello di un pesciolino di laguna che si viene a trovare nell’oceano di cui non è neppure in grado di comprenderne l’immensità. Così scappa e decide di non volerne sapere nulla e torna alla sua piccola laguna. E’ una scelta libera e legittima, ci mancherebbe.

Come la mettiamo, però, nel caso in cui sia proprio un organista ad affermare che uno strumento antico come la chitarra, se ben suonato, è capace di immensità pari all’organo stesso? Quante sfumature di suono, quanta sublime polifonia, quanti timbri che variano, quanti umori che mutano come una stoffa dalla trama cangiante che riflette la luce che la irraggia…

Qual è dunque il problema? Il linguaggio, appunto. Il linguaggio di una musica vera, un ABC che i più che suonano nelle nostre parrocchie ignorano.

E non per colpa loro, che invece, spesso con generosità e buona volontà, offrono quel che sono in grado di offrire per la vita liturgica della comunità parrocchiale. Sono figli del loro tempo, il tempo del caos educativo, il tempo della nuova barbarie culturale, il tempo in cui si corre freneticamente, si ingurgitano nozioni usa e getta e non ci si sofferma mai ad approfondire ed assaporare realmente nulla.

“La buona volontà non basta!”, mi incalza Elia Mori, in questo colloquio; “non occorre forse far capire che c’è bisogno di ben più che della buona volontà?”. Certo che c’è bisogno di più: chi andrebbe a farsi curare da qualcuno che non ha studiato medicina? Chi si farebbe assistere in un processo da qualcuno che non ha studiato legge? Nessuno!
Così funziona – o meglio, dovrebbe funzionare – per la liturgia, il culmine e fonte della vita cristiana, un tesoro talmente prezioso da non meritarsi menomazioni dovute a pressapochismi alla buona!

Come uscirne, dunque?
Con la pazienza nel porsi accanto ai ragazzi da parte dell’organista, sforzandosi di capirli con umiltà, di mostrare prima di tutto un cuore fraterno che vuol loro bene e non li giudica né li biasima, per poterli quindi introdurre in quel linguaggio che essi non conoscono.
E da parte dei giovani, per contro, occorre la disponibilità all’ascolto e l’umiltà di sapersi mettere in discussione e di fare come il tralcio buono: perché porti frutto, è opportuno che accetti qualche sforbiciata di potatura.

Questa è la strada, una strada che non può prescindere dalla conoscenza e comprensione del passato musicale e liturgico che ci precede. Senza quel passato, siamo tralci recisi, destinati a seccarci. Ma con quel passato, potremmo pure essere dei nani, però che stanno sulle spalle di autentici giganti e dunque sono capaci di vedere un pochino più distante dei grandi maestri di un tempo.

Più di una volta l’ho affermato, e anche qui torno a ripeterlo: può benissimo darsi che la musica liturgica di domani presenti un linguaggio diverso da quello dell’organo barocco, ottocentesco e contemporaneo. Non sarebbe una novità nella storia della Chiesa. Accadrebbe quanto è già successo, dalla cantillazione arcaica al gregoriano melismatico ed evoluto, dalla polifonia dell’organum a Da Victoria e Palestrina, dal canto solo vocale all’adozione dell’organo liturgico e, gradualmente, di altri strumenti dell’orchestra. Chissà cosa può riservarci il domani, nella musica sacra.

Una cosa è certa: per essere davvero musica sacra, potrà e dovrà sviluppare certamente un linguaggio nuovo, ma in cui il senso del sacro, del raccoglimento, dell’intimità col Signore e della lode innalzata al Suo santo Nome sia lo stesso che si trasmette nell’innovazione della tradizione, non in uno pseudo-festival dell’emotività, della svenevolezza, del vuoto sentimentalismo che nulla ha a che vedere con il vero spirito della Liturgia.

Buona visione (e, magari, pure buon divertimento) a tutti voi!

Alessio Cervelli

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Prima e Seconda Parte)

UN DOCUMENTARIO DIRETTO E REALIZZATO DA ELIA MORI

IN QUESTE DUE PARTI:

  • Chi è Bach per me (Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro)
  • La musica di Bach, una musica che fa bene al cuore (Claudia Rappuoli, psicologa psicoterapeuta)
  • Il corale per organo: “Nun komm” dai Corali di Lipsia

“Questo è Bach, ragazzi!”… cosa significa per me questo video-documentario?
In effetti può sembrare una scelta pas à la mode che un giovane studioso di cinema, musica e spettacolo dedichi i suoi primi sforzi e le sue prime energie a qualcosa di superato, di antico, di “vecchio”, come sono sicuro alcuni penseranno. Le ragioni della mia scelta sono invece semplici, eppure belle.

Il cinema e la musica sono state, fin dagli anni dell’adolescenza, due arti che hanno esercitato su di me un fascino indiscusso, utili per rilassarmi, ma anche per pensare. Con gli anni del liceo, poi, questo iniziale fascino si è trasformato in passione, tale che oggi non saprei proprio come fare senza queste arti e senza i grandi nomi dei registi, montatori e fotografi con i quali mi confronto quotidianamente.

E poi c’è la musica.

Quanto sia importante la musica nel mondo del cinema e dello spettacolo, il cielo solo lo sa!
Questa è come il sale: non ci fai mai caso, ma se non c’è, ne senti subito la mancanza. La musica collega, amalgama, sostiene con incredibile leggerezza tutta la struttura del film e, non di rado, è lo strumento che più di tutti contribuisce alla catarsi dello spettatore. Avete mai provato a recitare le battute finali di un film che vi ha particolarmente colpito? Senza la colonna sonora di sottofondo, vi è sembrata la stessa cosa? Beh, io credo proprio di no.
Tutta la nostra vita ha una colonna sonora, oggi molto più che in passato: è difficile trovare un giovane o un ragazzo che cammina per strada senza le cuffie del lettore mp3 o del cellulare nelle orecchie. E’ una colonna sonora continua! Al bar, in discoteca, sul pullman, a scuola… e, naturalmente, in chiesa.
Ecco, quest’ultimo è uno dei luoghi più antichi ad aver compreso l’importanza della musica nella propria opera di relazione con la gente. E forse, oggi, questo luogo così antico, rischia un po’ di dimenticare l’indiscutibile ricchezza del proprio passato musicale.

Dal punto di vista della fede, dico di me stesso di essere un uomo in ricerca ed in ascolto. Una ricerca che qualche anno fa è nata proprio dall’ascolto della musica per organo di Bach che ha trovato il proprio tramite nelle mani di un organista liturgico, nelle chiese della mia terra natale, la Val d’Elsa senese.
Non so dove mi condurrà questa ricerca intima.
So solo che non le opporrò resistenze ideologiche né dogmatismi filosofici. La lascerò camminare libera, là dove vorrà condurmi.
Ciò che mi sta a cuore, invece, è tentare di riproporvi una parte dell’esperienza che ho vissuto, andando ad avvicinare quelle musiche grazie ad un musicista liturgico, e tornando ad ascoltarle proprio in quei luoghi dove io stesso le ho udite e ne è scaturito un cammino di serena riflessione.

Impagabili, le scene in cui si vedono giovani di dodici, tredici e quattordici anni che così, dal nulla, senza mai aver fatto studi appositi in precedenza, si avvicinano al mondo dell’organo unicamente perché lo hanno incontrato nella quotidianità delle loro domeniche: segno, questo, che ci interroga, ci provoca e ci invita a non trascurare mai i bambini e gli adolescenti bollandoli con le etichette della maleducazione e dell’insensibilità proprie della nostra società.
Anzi, sono forse i bambini di questo video, coloro che più di tutti ci invitano a riflettere su come vanno le cose nel mondo, e su come invece potrebbero e dovrebbero andare.

Buona visione a tutti!

Elia Mori

 

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