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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

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Saggistica

LA MUSICA, IL CANTO E I PADRI DELLA CHIESA: USCITA L’EDIZIONE CARTACEA! (Il commento di Umberto Cerini)

Nell’annunciare l’uscita e messa in vendita dell’edizione a stampa tradizionale di questo piccolo saggio, dopo aver letto la bella e generosa prefazione del M° Alfonso Fedi, è ora il turno dello stimolante commento conclusivo del postfattore, il M° Umberto Cerini. Buona lettura!

 

Umberto Cerini.jpg

La ricchezza dei concetti e delle riflessioni espressi in questo lavoro di Alessio Cervelli può fornire molti spunti di riflessione sui perché della musica sacra, su quelle domande che, in maniera più o meno approfondita, si pongono (o dovrebbero porsi) coloro che operano in questo campo.

Che cos’è oggi la musica liturgica? Come si pone essa nella vita delle nostre comunità, nella nostra preghiera, nella vita della Chiesa stessa? Certamente la risposta a queste domande non può essere banale e sbrigativa, ma sorprendentemente alcune parole di Sant’Agostino possono essere assai attuali e mettere in luce problematiche e riflessioni del nostro tempo:

Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa ogni melodia delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici; e in quei momenti mi sembra più sicuro il sistema che ricordo di aver udito spesso attribuire al vescovo alessandrino Atanasio: questi faceva recitare al lettore i salmi con una flessione della voce così lieve da sembrare più vicina a una declamazione che a un canto. Quando però mi tornano alla mente le lacrime che versai udendo i canti della chiesa ai primordi nella mia fede riconquistata, e la commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica. Così oscillo fra il pericolo del piacere e la constatazione dei suoi effetti salutari, e sono piuttosto incline, pur non emettendo una sentenza irrevocabile, ad approvare l’uso del canto in Chiesa, così che lo spirito troppo debole assurga al sentimento della devozione attraverso il piacere dell’ascolto. Tuttavia, quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato! (Confessioni X, 33)

Leggiamo queste parole alla luce degli eventi storici degli ultimi decenni.

A seguito della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II è indiscutibile che il popolo cristiano sia stato maggiormente coinvolto nell’azione liturgica, dato che alcuni fattori (ad esempio l’uso delle lingue nazionali con la possibilità per tutti i fedeli di rispondere al sacerdote secondo il ruolo liturgico del popolo) consentivano una maggiore partecipazione al rito. All’interno di questo procedimento si inserisce anche il fatto che i fedeli si sono maggiormente impossessati della musica sacra, spesso in passato secondo alcuni liturgisti percepita come cosa extra-rito (ma siamo certi che fosse così?) e che scendeva sul popolo da lontane cantorie.

Eccoci dunque alla situazione attuale, dove l’Assemblea è attore fondamentale dell’aspetto della musica sacra. E, da questa assemblea, spesso si distinguono molteplici operatori (cantori, musicisti, direttori, ecc…) che, non sempre confortati da un’adeguata preparazione musicale, si mettono alla guida del canto sacro.

Osservando questo procedimento, mi pare che oggi sia necessario farci una domanda: nel nostro cantare e fare musica in Chiesa quali sono i sentimenti e le riflessioni protagoniste? Quanto il “mi piace” e il “non mi piace” la fanno da padroni? Quanto e come il “noi” e il “Lui” (con la L maiuscola) sono in equilibrio? Molto semplicemente Agostino ci dà un’indicazione su come atteggiarsi: è necessario trovare un equilibrio tra il piacere che dà la musica e la funzione di veicolo della Parola che la musica stessa deve avere.     Con severità, infine, Agostino ci dice che: “quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato!”. Mi verrebbe da dire: ecco il nostro stato! Quante volte le nostre Assemblee sono lanciate in travolgenti melodie, ritmi, che certamente piacciono, fanno cantare, ma forse sono quelle deviazioni dall’essenzialità del significato della musica sacra che Agostino giudica peccaminose? Troppo spesso forse il nostro sentire, il nostro volersi emozionare, ci fa perdere il vero significato del canto sacro: questo rischio lo conosceva anche Agostino, e sta a noi, tutt’oggi, porci le domande che egli stesso si poneva.

A certe riflessioni spesso si risponde adducendo come primaria necessità il fatto che la gente deve partecipare e cantare; perciò si accusa la musica sacra più colta (nella quale talvolta si inserisce indiscriminatamente ogni repertorio preconciliare) di essere ormai desueta, non più adatta al rito, in quanto con la sua esecuzione rischia di allontanare la musica sacra dal popolo, rendendo la liturgia piuttosto un concerto. Ci viene ancora in soccorso il pensiero di Agostino per riflettere su queste questioni. Quel suo aprire le porte allo jubilum (questione ampiamente documentata in questo libro) è un aprire le porte ad una musica che non ha testo di per se, ma che è essa stessa esplicazione di un sentimento, sia esso una gioia, una commozione, un dolore, un amore. Questo è significato dare il via libera, successivamente, anche all’uso degli strumenti musicali. In generale si tratta di un’apertura ad espressioni artistiche della musica sacra, dove (e lo stesso Agostino raccomanda che sia così) è fondamentale anche la qualità della musica stessa. Ecco dunque che, sulla base di Agostino, forse sarebbe opportuno da parte nostra rivalutare il ruolo necessario ed indispensabile di una musica sapiente e ben strutturata, di una musica che raccolga nel suo essere arte, nel suo essere bella e ben strutturata, l’essenza della vera Bellezza.

Nel parlare dello jubilum, Agostino lo definisce come quella melodia “con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole”. Se ben ci pensiamo, quanto questo concetto si sposa magnificamente con l’idea liturgica attuale! I sacerdoti di qualche decennio fa vivevano nel timore che la Messa “non fosse buona”, non fosse stata celebrata convenientemente allorquando vi fosse stata la dimenticanza di un minimo gesto, di una parola, di una frase. Questo legame così rigido alla parola detta, oltre che al gesto fatto, se forse è stato superato (anche troppo?) nell’ambito liturgico, sembra per assurdo insormontabile nella sfera del canto. Infatti sappiamo che in molte nostre comunità ci si scandalizza se alcune parti cantate e musicali della liturgia vengono affidate esclusivamente ad un coro oppure, ancor peggio, ad un cantore solista o allo strumento liturgico, all’organo: sembra quasi che si viva come un furto l’esser privati della possibilità di cantare un testo, come se fosse impoverita la nostra preghiera.

Ma forse potremmo interpretare diversamente l’affidare una musica liturgica ad un’esecuzione di maggior qualità, vedendo ciò come ricerca di una modalità di espressione ancor più alta e profonda della parola recitata. In tal senso, provocatoriamente, verrebbe da domandarsi se fosse mai possibile rivalutare la pratica organistica dell’alternatim tanto diffusa per secoli. In essa il popolo avrebbe la possibilità di cantare ed esprimere con le parole alcune parti dei testi liturgici, potendo semplicemente meditare ed assaporarne altre tramite una melodia che possa davvero effondere quanto il cuore non può esprimere a parole, ma può cantare con i suoni.

Certo, per fare ciò, si deve partire dal presupposto che si debba comprendere come anche ascolto, meditazione, riflessione, emozione siano forme di partecipazione tanto quanto cantare, fare gesti, parlare, ecc… E si deve avere anche l’umiltà di affidarsi a chi può creare quel contesto musicale di maggior valore (che, certamente, dovrà essere permeato comunque di autentica fede e religiosità) sul quale far sviluppare il nostro ascolto meditato.

Ci basterà anche a noi trovare due validi Paolo e Sila che cantino inni al Signore (con la voce, con l’organo, con gli strumenti appropriati), ed in quel momento, quasi inconsapevolmente, potremmo ritrovarci liberi da tanti lacci che stringono la nostra preghiera e, in definitiva, il nostro anelito verso l’Altissimo Padre.

Umberto Cerini

(“Spunti di riflessione sui perché della musica liturgica”, commento conclusivo al saggio)

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EDIZIONI EBOOK E A STAMPA TRADIZIONALE:

 

Un buon manuale, un’opera già “classica”, un ottimo libro su cui meditare: parola di Alfonso Fedi!

Il grande cembalista ed organista Alfonso Fedi ha accordato con grande cortesia e un entusiasmo tanto grande quanto – lo confesso candidamente – inatteso la sua prefazione a questo nuovo, piccolo saggio dove ho cercato di dire qualcosa di buono sul pensiero che i grandi Padri della Chiesa avevano circa il canto e la musica. Di tutto cuore lo ringrazio e condivido coi lettori le parole con cui il Maestro presenta questo libretto. (A. Cervelli)

Alfonso Fedi.jpgLa presente fatica letteraria di Alessio Cervelli getta nuova luce sul complesso rapporto che intercorre tra il linguaggio dei suoni e la sua contestualizzazione nell’ambito della tradizione giudaico – cristiana. In particolare, prende in esame alcuni aspetti, inediti o alquanto trascurati, dello stretto legame esistente tra Ars Musica e pensiero patristico.

        Se è vero, infatti, che sono stati versati fiumi d’inchiostro sul De Musica di Sant’Agostino e sulla sua attenzione al ruolo e all’importanza che il “ritmo musicale” riveste nelle Sacre Scritture, non si può certo affermare che ci si sia spesso soffermati a riflettere su analoghi scritti, ugualmente eloquenti e significativi, di San Girolamo o di Sant’Ambrogio. Troveremmo anche qui, come pure in San Giovanni Crisostomo, musica delle parole e musica dei suoni che si compenetrano, come ben risulta dalla non casuale coincidenza, nella lingua greca antica, di melos e rhytmos, entrambi insiti nella pronuncia stessa delle parole.

        Dalla nota espressione di Agostino “cantare nel giubilo”, prende avvio un percorso lungo il quale l’autore ci guida alla scoperta di quello che ritiene quasi essere, più che uno “strumento”, l’attuazione pratica del pensiero agostiniano: l’organo. Lo fa da par suo, tratteggiando, con la squisitezza letteraria che lo distingue ed evitando fastidiosi luoghi comuni, una linea che, tra alti e bassi, ci potrebbe condurre fino ai giorni nostri.

        Qui, forse per superare l’inevitabile senso di smarrimento causato dalla decadenza che la musica sacra sta vivendo ormai da troppi anni, il nostro οδηγός, con un colpo d’ala, ci risolleva fino al sommo Bach, suo grande e antico amore. In particolare, alla celebre versione organistica del Corale Nun komm, der Heiden Heiland, che riprende ed elabora mirabilmente l’inno ambrosiano Veni redémptor géntium.

        Così il cerchio si chiude, senza troppo rammarico…

        Credo che si possa leggere il presente saggio del Cervelli in due modi: come un agile manuale, grazie alla felice capacità di sintesi e alla dovizia di spunti interessanti, requisito fondamentale di ogni buon manuale, ma anche come un’opera già “classica”, considerandone la lucida e sicura trattazione, esente da rischi di future corrosioni. Certamente, un ottimo libro su cui meditare.

        L’equilibrato corredo di note al testo completa degnamente un lavoro al quale non si può che augurare un’ampia diffusione.

Alfonso Fedi

Fiesole, 23 febbraio 2017 – Memoria Liturgica di San Policarpo, vescovo e martire

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EDIZIONI EBOOK E CARTACEA TRADIZIONALE:

ALESSIO E “IL SUO BACH”. Intervista di Umberto Nardi

Umberto Nardi (UN), appassionato di musicologia e di letteratura organistica, nonché fedele lettore del Blog, ha recensito su Mondadoristore la nuova edizione del primo lavoro di Alessio Cervelli (AC) su Bach (per leggere la recensione, cliccare sul link a fine articolo). In sede di corrispondenza privata, ha posto all’autore delle domande che, alla fine, su suo suggerimento e di comune accordo con Alessio, sono confluite in questo articolo-intervista che può offrire spunti di riflessione non solo musicologici, ma anche di testimonianza cristiana.

 

UN: Alessio, penso che la prima cosa che chi frequenta il blog vorrebbe chiederle è: come mai Bach?

AC: Bach è un artista che ha creato musiche talmente cariche e dense di energia da saper attaccare il cuore di chi ascolta e di chi lo suona. Quando si è adolescenti, si cercano sempre emozioni forti. Io trovai Bach, e in particolare il Bach della Fantasia e Fuga in Sol minore.

 

UN: Come mai lei è rimasto così legato proprio alla Fantasia e Fuga?

AC: Credo che capiti a molti di legare una musica a un ricordo, a un momento particolare della vita. Ecco, la Fantasia e Fuga per me è legata ad un momento particolare di quella che amo chiamare la “mia storia sacra”, ovvero il momento in cui è avvenuta la mia conversione del cuore.

 

UN: In che senso?

AC: Fin da piccolo sono andato in chiesa, sono stato a contatto con parroci in gamba, sono cresciuto all’ombra del campanile. Ma viene il momento – almeno per me è accaduto così – che dalla semplice abitudine presa da bambino occorre “scegliere Dio”, scegliere di stare con Lui, scegliere di amarLo e, se scegli di amarLo, allora scegli anche di servirLo, perché ti si accende dentro il desiderio di far scoprire anche agli altri quel tesoro nascosto, quella perla preziosa di cui parla il Vangelo.

 

UN: Come è avvenuta la sua conversione del cuore? Se posso chiederlo.

AC: Certo che può chiederlo. Prima di tutto è giusto che io ammetta un fatto. Dall’età di circa 15 anni fino ai 18, io non ho mai saltato una messa festiva, per cantarla e suonarla. Questo però lo facevo non per amore di Dio né per servizio al popolo, ma per pura superbia: avevo cioè trovato nella chiesa un palcoscenico sul quale esibirmi. Conoscevo già Bach, e lo studiavo per ore e ore… soltanto per avere “roba tosta” da sbandierare. Ma un giorno, verso i 18 anni, ricevetti una critica feroce e netta al mio comportamento superbo, per nulla cristallino in spontaneità e semplicità: questa critica mi colpì moltissimo, perché fu un ragazzo di 14 anni a ringhiarmela contro, a ragione. Fu un mescolarsi di eventi. Proprio di lì a poco, mentre ero rimasto turbato da quello che mi era stato detto e da quella cruda realtà che quel giovane mi aveva gettato in faccia, iniziai a scoprire l’umanità di Bach e venni a contatto con quella storia drammatica, dolorosa e assieme densa di un’immensa energia, che faceva da sfondo alla Fantasia e Fuga. Un grido di dolore frammisto a dolcezza celeste: la fantasia. Una ricerca, un rileggere la propria arta, un trasformare un motivetto olandese prima in un sospiro d’amore, poi in preghiera che elabora un grave lutto: la fuga. Non solo un grande artigiano, ma anche un uomo complesso nella sua storia, ed un marito premuroso, un padre affettuoso, un credente ferreo: Bach. Le parole di quella critica dolorosa ma sincera si miscelavano alle note di quel brano, al suo dolore, al suo gridare, al suo sperare, al suo credere. E da quella critica, da quella musica che infrangevano la chiusura della superbia, il mio sguardo si volse finalmente al tabernacolo, all’Eucaristia, al Signore Crocifisso, Immolato e Risorto, con quella spontaneità, con quella libertà, con quella gioia con cui l’avevo guardato da bambino quando facevo il chierichetto e sentivo nitidamente che lì, nella Messa, avveniva qualcosa di grande, di immenso. E non ho più smesso di guardare il tabernacolo, e di desiderare ardentemente che Colui che lì si trova, venga a trovarsi ogni giorno al centro della mia vita.

 

UN: In questa prospettiva, chiaramente, cambia anche il senso della musica…

AC: Certamente! Da palcoscenico per attirare gli sguardi diviene strumento di servizio al popolo e mezzo di lode al Signore nel culto. Del resto è quanto ci hanno insegnato sia la Sacrosanctum Concilium sia Papa Benedetto XVI: nel rito latino non c’è arte che faccia così integralmente parte della liturgia quanto la musica. La messa solenne è in canto. La musica d’organo non è un ornamento più o meno fastoso, bensì un’ardente orazione che eleva potentemente gli animi a contemplare le realtà celesti, al punto che quando si benedice l’organo, la preghiera di benedizione chiede che esso e l’esecutore che lo suona diventino capaci di unire la liturgia della terra a quella del cielo tramite la musica che vi si suona.

 

UN: Vorrei citarla dal suo libro: “L’organista liturgico ha un grande e gravoso compito, ben più oneroso del cercare consensi, bramare applausi e palcosce­nici che neppure competono al suo strumento. Deve afferrare una piccola porzione di Cielo e portarla quaggiù, a conforto di chi si trova ancora – lui compreso – nella fatica del pellegrinaggio terreno. Abbandoni dunque, senza timore, il suo povero cuore e la “carne” della propria anima tra le sante mani del Suo Eucaristico Signore e si lasci spezzare come il pane, perché quei piccoli, magari pure mediocri ed imperfetti frammenti di umanità, infiam­mati dalla Grazia, servano ad alimentare la preghiera di coloro che insieme a lui stanno rivolti all’altare” (Bach: un grido di dolore, un sospiro d’amore, un palpito di fede, pp. 162 – 163). Personalmente è la parte che sento come vero e proprio apice di questo suo primo libro su Bach… e forse in nessun altro suo lavoro mi sono sentito tanto emozionato: si avverte un cuore vibrante e partecipe. Mi chiedo: cosa può spingere un musicista a desiderare di sintonizzare la sua arte su questa lunghezza d’onda?

AC: E’ sicuramente la comprensione…ma più ancora che la comprensione, direi l’accettazione del dono che Dio ci fa della Sua Vita divina nel sacrificio della Croce di Cristo. E’ quello che ci dice la IV preghiera eucaristica: “perché non viviamo più per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi”, che poi è lo stesso immenso dono di cui ci parla San Paolo nella lettera ai Romani (14, 7-9). Cioè, non sono più io la priorità, ma quel rapporto di amore tra me e Colui che si è fatto uomo per offrire Se stesso anche per me, perché per Lui io sono una priorità, anche quando Lui non lo è per me, a causa della mia debolezza, della mia fragilità, del mio peccato. Sperimentare questo non può non cambiare completamente la vita… un passettino per volta, oppure tutto insieme, non importa: se è un’esperienza autentica, la vita cambia, non può non cambiare.

 

UN: Forse è una cosa banale o scontata da chiedere ad un abitante di Poggibonsi: si può dire che è un po’ l’esperienza vissuta dal vostro patrono, il beato Lucchese?

AC: Non mi sento assolutamente nella condizione di poter minimamente paragonare la mia piccola storia personale a quella di questo beato tanto caro alla gente delle mie terre. Però quel che posso dire è che sicuramente la vicenda della conversione di Lucchese mi è stata preziosissima per rileggere me stesso, specialmente negli anni della “mia” conversione. È bellissimo il racconto del mutamento di vita di Lucchese così come lo riferisce N. Benson, nel suo bel libretto “Due sposi santi: Lucchese e Bonadonna”.

Giunto al culmine della sua attività commerciale, Lucchese adocchiò un’altra opportunità. Nelle frequenti e disastrose guerre, in Italia, il grano generalmente scarseggiava, i raccolti erano depredati da soldati saccheggiatori o da nemici in ritirata. Colpì Lucchese il pensiero che un mercante che avesse la preveggenza di comprare tutte le riserve disponibili a buon mercato in tempo di abbondanza, potrebbe metter fuori gli altri venditori, e far pagare il prezzo che voleva in tempo di carestia. A Lucchese, arroccato nella ferrea torre del suo fatuo arricchirsi ad ogni costo, parve un’idea meravigliosa; e certo i futuri sviluppi, così familiari ai mestatori nazionali e internazionali, gli saltarono alla mente. Sì, tutto quel sistema disonesto di agire gli era almeno in parte visibile, mentre a passo deciso si avvicinava verso l’abisso. Fu a questo punto che Dio utilizzò mezzi umani per accaparrarsi una delle coppie più sante che la Chiesa abbia conosciuto (Lucchese e la moglie Bonadonna sono stati beatificati insieme) e – assai strano – una delle poche. La speculazione di Lucchese sui cereali con le conseguenti difficoltà per i poveri e danno per i mercanti locali, cominciò presto ad essere chiacchierata; prima in privato perché la vittima non può permettersi di offendere lo sfruttatore, poi con crescente risentimento e paura. Finché, una delle vittime la cui famiglia era alla fame, vide il mercante prosperoso venir giù per la strada, dopo Messa. Pieno di rabbia incontrollata e non avendo nulla da perdere, gli sbarrò la strada e gli ringhiò in faccia: “Tu credi di essere un uomo perbene, vero? Tu puoi inginocchiarti pieno di fiducia davanti al buon Dio, ma sei un assassino, perché mi hai messo alla fame!”. Il pover’uomo fece dietro-front e battendo i piedi prese la via di casa. Lucchese rimase come folgorato a seguirlo con lo sguardo. Questo impatto colla realtà gli mostrò in una bruciante illuminazione il sentiero lungo il quale mammona, cioè il denaro, lo stava menando. Ora, o mai, egli doveva tornare sui suoi passi. Per la prima volta in vita sua, Lucchese si accorse che servire Dio voleva dire di più che inginocchiarsi in chiesa ogni domenica per la Messa. Il minimo voleva dire essere giusti con le persone: anche per loro Gesù è morto. Voleva dire di più che baciare Cristo crocifisso il Venerdì Santo. Voleva dire riconoscere il Crocifisso in quella povera gente affamata, a causa dell’avidità di lui, Lucchese! Tutti sappiamo come ci si affolla ad una nuova pratica di devozione, com’è facile iscriversi per un pellegrinaggio parrocchiale, ed anche praticare qualche privazione in più durante la Quaresima; ma in che misura ripariamo le ingiustizie del passato, delle quali siamo pentiti, le parole offensive, le azioni volgari, i cattivi esempi dati? Eppure, a meno che le nostre pratiche di pietà ci spingano a ciò (in effetti esse sono appunto una preparazione dello spirito e della volontà), esse rimangono soltanto proiezioni sentimentali del nostro io, le quali difficilmente potranno realizzare qualcosa per l’eternità.

E Lucchese lo fa. Quasi fosse un novello Zaccheo, restituisce il maltolto, a cominciare proprio da colui che era stato lo strumento umano che Dio aveva usato per richiamarlo a Sé. Lucchese cambia perché quell’incontro terreno è stato l’incontro con quel “Dio nascosto” che pure ha cura e provvidenza di noi e che, attraverso la nostra storia, gli eventi, le persone che ci circondano, le musiche e gli artisti che le hanno composte, ci parla, ci interpella, addirittura ci provoca.

UN: Possiamo dire che, la sua, è una rilettura di Bach alla luce della sua esperienza? Possiamo dire che è “il suo Bach”, Alessio?

AC: In un certo senso, sì. Perché non ho voluto replicare l’asetticità di un manuale scolastico o la freddezza di un saggio scientifico, che pure sono mezzi utili, nulla da dire. Ciò non significa che io non abbia tenuto conto delle fonti, dei documenti, dei fatti riportati da cronisti e da storici contemporanei, degli studi dei grandi bachisti del nostro tempo… Soltanto ho scelto di non limitarmi ad un mero lavoro compilativo. Ho scelto di partire dal concreto ed oggettivo per poter andare al di là di esso ed entrare in un piano che non è meno reale, meno concreto: soltanto non è condiviso da tutti, ossia la dinamica della fede in relazione alle proprie vicende umane e alle proprie scelte. Quindi, sì: questo è “il mio Bach”, ma non per questo non è un Bach credibile o storico; è la proposta di una visuale che, come giustamente lei ha intuito nella sua recensione, non è così comune reperire. Secondo me era qualcosa che mancava nell’offerta formativa dei musicisti e ho voluto fare un tentativo per mettere in mano a studenti e appassionati un strumento agile e comodo da affiancare al materiale che già leggono e studiano. Un qualcosa in più, diciamo, ma un qualcosa che, se manca, non permette a mio avviso una conoscenza piena del grande maestro tedesco, che invece ha tanto da insegnare, anche sotto il profilo umano, ai giovani di oggi.

UN: Volendo concludere, che cosa si sentirebbe di dire agli organisti e ai musicologi di oggi, giovani e adulti?

AC: Prima di tutto sappiate relazionarvi alla musica che ascoltate, studiate, suonate. Lasciatevi emozionare. Non siate “mentalmente chiusi” dentro una sola stanza (tecnica, filologia, esegesi storica, organaria): la musica è un evento troppo più vasto, troppo più vivo di così. In questo mi trovo molto in sintonia con la cantante jazz Clizia Miglianti, che ha scritto la prefazione al libro: se la si intende come mero oggetto di studio, come mera materia d’esame o mezzo di lavoro professionale, la musica, specialmente quella antica, inevitabilmente muore, perché non trova più ragioni per toccare gli ascoltatori di oggi, così distratti dal caos del mondo, per potersi soffermare a spaccare il capello in quattro su cavilli accademici. Guardate sempre all’umanità del compositore, alla sua storia, a ciò che sappiamo del suo carattere. Non accontentatevi dei manuali scolastici quasi fossero la verità infusa…perché spesso non lo sono, oppure sono terribilmente asettici, al punto di non trasmettere nulla di autentico della complessa vicenda umana che sta dietro al nome di un compositore. Siate curiosi e siate aperti anche alla novità, alla riscoperta, all’adattabilità, alla sperimentazione che ringiovanisce il linguaggio antico per renderlo nuovo e godibile per le nostre attuali generazioni!

PER LEGGERE LA RECENSIONE DI U. NARDI:

http://www.mondadoristore.it/Bach-grido-dolore-sospiro-Alessio-Cervelli/eai978882286368/

BACH: UN GRIDO DI DOLORE, UN SOSPIRO D’AMORE, UN PALPITO DI FEDE! (Commento di Clizia Miglianti)

E’ questa la Seconda Edizione riveduta, corretta e restituita all’originale del precedente “Bach: tra amore e fede”. Perché una seconda edizione di questo saggio divulgativo sulla figura di Bach letta attraverso il prisma della Grande Fantasia e Fuga in Sol minore? Lo spiega direttamente l’Autore: “Dopo che i miei allievi, avendo prima letto le mie dispense, ebbero fatta una lettura della precedente edizione, mi dissero che il materiale originario si vedeva che era il mio, ma la forma era diventata pesante, quasi non sembrassi affatto il loro insegnante. Quella diversità era il risultato sia di pennellate (non mie) aggiunte qua e là in fase di correzione della bozza, sia della richiesta esplicita di rendere il tono più alto/scientifico e meno divulgativo. Rientrato in possesso dell’opera, ho proceduto a rivederla, correggerla e soprattutto restituirla a quello stile piano e divulgativo che mi è congeniale” (A. Cervelli). Con una corposa ed energica prefazione della cantante jazz Clizia Miglianti sulla vera e viva musica sacra nei tempi odierni, ripercorriamo questo cammino pensato per i giovani musicisti, al fine di far loro scoprire “il Bach” uomo, marito, padre e credente, per poterlo integrare a quanto già studiano sui manuali scolastici, che forse però trascurano questi aspetti tutt’altro che secondari della vita del grande compositore.

Prefazione di Clizia Migliani, cantante jazz

Molte volte non ci rendiamo conto di quanto la musica sia presente nella nostra vita: ne siamo completamente immersi, in modo più o meno consapevole. Ci accompagna nei momenti più significativi, ci spinge a riflettere, a svuotare la mente, ci aiuta a ricordare, a divertirci, è usata come mezzo di propaganda, ci spinge a comprare, consumare, proprio a causa del grande potere che esercita sulle nostre emozioni e sui nostri stati d’animo.

            Ma nessuna musica è potente come quella sacra. Essa, in qualsiasi contesto religioso, è ciò che ci porta ad avere un contatto profondo con noi stessi e con il divino. Di certo nel mondo cristiano pochi sono riusciti ad eguagliare la profondità dei lavori di Bach.

      https://www.goethe.de/resources/files/jpg329/z_musik_bach.jpg      In questo saggio, Alessio ci descrive “un Bach” e “una Fantasia e Fuga” non solo dal punto di vista meramente scientifico/musicale: ci parla del Bach uomo, marito, ci parla di come nei suoi lavori abbia perfettamente in testa l’obiettivo sacro – liturgico per il quale quella data opera è stata realizzata e sviscera in ogni sua parte quel lavoro. In ogni pausa, in ogni respiro troviamo l’uomo che prega, che si dispera, che dubita e che poi si mette nelle mani di Dio con estrema fiducia.

            Nella musica che ascoltiamo abitualmente nella liturgia, quanto c’è di questa consapevolezza? Quanto, ciò che sentiamo cantare e suonare in chiesa oggi, è minimamente vicino all’intimità e allo spessore delle opere di Bach o alla spensieratezza di Zipoli? Perché di certo la musica sacra non è solo “roba seria”. Quanto invece la musica antica è diventata lontana dal popolo di Dio, bella certo, ma percepita come fredda e distante, come qualcosa da ascoltare solo ai concerti e non nella vita di fede vera?

            Da musicista di certo non apprezzo molto le “schitarrate selvagge” che vengono proposte alla Messa; allo stesso tempo non posso accettare che la musica nata per la fede sia soffocata da musicisti e musicologi in nome di una filologia che sicuramente ha un’ottima e importantissima funzione storica, ma che rende questi capolavori sempre meno vivi e sempre più inaccessibili.

            Posso proporvi un esempio di cui ho diretta esperienza, dato che si tratta di una parrocchia di campagna (S. Bartolomeo ad Ulignano) dove con Alessio ho prestato molte volte servizio alla Messa. Scorrendo queste pagine, ci si imbatte in nomi come Schweitzer, Richter, Germani: “signori musicisti” di una volta, grandi studiosi ma soprattutto artisti che hanno saputo e voluto stare a contatto con la gente, sviluppando una profonda empatia con le persone. Ma se chiediamo ai “signori filologi”, la maggioranza ci dirà che sono superati, inadatti agli studi odierni: a loro dire, c’è Schweitzer che costringe ad uno sforzo di immaginazione per seguire il tempo esecutivo; c’è Richter che non aggiunge nulla alla partitura barocca, che quindi risulterebbe sterile esercizio di lettura, sia pure una lettura sanguigna ed energica; c’è Germani che, poverino, appassionato com’è di organi moderni a trasmissione elettrica, propone “un Bach” superatissimo, a volte disomogeneo come metronomo, con un tocco antiquato su strumenti inadatti.rosa musica.jpg

            Se leggiamo quello che scrive Alessio, invece, che pure ha familiarità con gli studi di filologia sia letteraria che musicale, non ci sfugge la sua preferenza per questa “vecchia” scuola, al punto di accettare di sentirsi dire da buoni interpreti filologici di non andare troppo a tempo quando suona la “sua” amata fuga BWV 542, così come di aver scelto per le sue incisioni strumenti inadeguati o imperfetti, quando avrebbe potuto cercare di meglio. Le ragioni delle sue scelte, Alessio ce le spiega nelle pagine che seguono, dunque non anticiperò nulla. Quello che mi preme dire, invece, è come questa scelta abbia funzionato e funzioni con la gente delle parrocchie, con gli adulti e soprattutto coi ragazzi. Se vi capita di trovare on line la sua interpretazione della BWV 542 o di qualsiasi altro pezzo di Bach realizzato col piccolo organo di questa piccola chiesa di Ulignano, può darsi che vi lasci sconcertati per un poco, se siete abituati agli interpreti attuali; d’altronde i giovani che studiano musica antica nelle accademie, hanno ormai un ascolto assuefatto ai soli, onnipotenti criteri filologici e al solo repertorio di studio: forse sono troppo impegnati a scervellarsi su come realizzare una fioritura, per poter andare in qualche locale o teatro dove si ascolta musica jazz, musica improvvisata, contemporanea, dove la contaminazione fra ciò che è suono, movimento ed immagine è pura magia. Addirittura sono così presi da studiare pagine e pagine di musica classica per il prossimo esame che si scordano di andarla a sentire suonata dal vero: quanti colleghi studiano solo sullo spartito senza considerare minimamente i dischi, i concerti…! Se si guardassero appena un poco attorno, si accorgerebbero che il mondo della musica viva, oggi, forse potrebbe essere un altro, un mondo che non perde certo tempo ad aspettarli; un mondo che pure è capace di ascoltare volentieri la musica antica, ma solo se essa si mostra viva, attuale, non una “cosa” sezionata fino a spaccare il capello in quattro per ottenere un arido risultato storicistico/archeologico che ha qualcosa da dire solo ad una sparuta élite di specialisti.

            Dunque, i “signori filologi” diranno che l’organo è piccolo, i bassi parlano poco, ci sono difetti di intonazione, lo sforzo è apprezzabile, ma forse per prestigio personale non ne sarebbe valsa la pena perché al massimo si tratta di un lavoretto che tuttalpiù ha valore divulgativo. Invece posso dirvi che in musica ne vale sempre la pena, e parecchio! Quelle esecuzioni sono musica viva, non corretta da alcun tecnico del suono, coi rumori meccanici tipici dello strumento, e con tutta la schiettezza propria di un episodio musicale vissuto. Ho visto tanti adulti e non pochi ragazzi avvicinarsi così a “questo” Bach e, con Bach, a Dio. Com’è capitato? Semplice! Chi ascoltava trovava un evento vivo, una musica viva, se vogliamo pure rivisitata per scelte pastorali e catechetiche, adattata alle necessità della comunità. E questo ha funzionato perfettamente.

            Non credo sia un peccato capitale suonare Bach su un harmonium o su un piccolo organo di campagna, come non credo sia terribile semplificare le parti per proporle ai giovani musicisti delle parrocchie.

            Ma qual è il vero problema?Bach 2 statua.png

            Eccolo: è proprio la mancanza di figure professionalmente valide che guidino i nostri ragazzi e il popolo di Dio a un equilibrio fra ciò che ora è vissuto nelle parrocchie e ciò che dovrebbe essere suonato veramente. Il problema è che i sacerdoti, molte volte, non sono preparati nemmeno alla liturgia e i musicisti, se ci sono, non conoscono in maniera adeguata il contesto liturgico nel quale il pezzo viene suonato. Non ha senso eseguire musica festosa durante la Quaresima, perché non è il momento giusto: possiamo discuterne quanto vogliamo, ma la cosa non cambia e non cambierà mai nonostante tutto. Se in chiesa ridiamo e giochiamo sempre, come possiamo capire il Sacrificio che si compie ogni domenica durante la Messa?

            Ecco, leggendo le pagine di Alessio, ho pensato che Bach era sì, un uomo, un musicista ma anche un abile artigiano, ed ora nel nostro mondo mancano proprio gli artigiani della fede, che si sporcano le mani, studiano, riflettono e suonano.

            Il mio augurio è che questo lavorBach occhi.pngo possa non solo essere un ottimo strumento di studio ma anche un mezzo di riflessione e cambiamento, per cui i nostri giovani “chitarristi” (e non solo) potranno apprezzare e pure suonare musica barocca, mentre i giovani organisti, magari, suoneranno anche canti più popolari ma con professionalità e coscienza, perché l’obiettivo più profondo della musica sacra è questo, a mio avviso: farci avvicinare a noi stessi, farci avvicinare e affidare a Dio, e non darci un modo più o meno divertente di passare il tempo, come neppure celebrare la nostra conoscenza e la nostra bravura.

PER INFO E ACQUISTO DELL’EBOOK:

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http://www.mondadoristore.it/search/?tpr=10&g=Bach%3A+un+grido+di+dolore%2C+un+sospiro+d%27amore%2C+un+palpito+di+fede&bld=15&swe=N

EDIZIONE CARTACEA:

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ZIPOLI: “AMO, DUNQUE SUONO” – IL GIOVANISSIMO ORGANISTA CHE SI FECE MISSIONARIO

Dedicato alla memoria di Don Alessandro Porciatti, presbitero poggibonsese trentunenne della Diocesi di Siena prematuramente tornato alla Casa del Padre, DOMENICO ZIPOLI: “AMO, DUNQUE SUONO” è un viaggio nella vita e nelle scelte profonde del giovanissimo musicista pratese che sparì d’improvviso dal panorama europeo per farsi missionario in America Latina. Da ora disponibile anche in edizione cartacea tradizionale. 

Per chi studia organo, Zipoli è semplicemente il compositore delle “Sonate d’Intavolatura” che poi se ne andò in America Latina; per molti musicologi è un compositore degno di nota, che curiosamente, all’esplodere della sua fama, abbandonò l’Europa e si fece missionario gesuita, forse più per dilettarsi di musica che per vivere da religioso. Per i nativi latino-americani, invece, è l’uomo che sconvolse in senso positivo la storia della loro arte musicale e il cui spirito, attraverso i secoli, ancora li assiste e li ispira. Chi è Domenico Zipoli? Con la prefazione di Giosué Berbenni, queste pagine non intendono svolgere in tono prettamente scientifico/accademico un’autorevole e completa ricapitolazione musicologica e storiografica che esaurisca ogni argomentazione su un musicista; è piuttosto una partecipe riflessione, un sereno tentativo di aggiungere – oggettivamente, senza intenti meramente agiografici – un elemento troppo trascurato ed adombrato nell’indagine circa Zipoli: la prospettiva delle ragioni della fede, che forse è proprio quel piccolo ingrediente che manca alla ricetta di una vita la quale, altrimenti, è destinata a rimanere un enigma, mentre invece potrebbe avere qualcosa di bello e di vivo da dire alla nostra Europa e alla vita pastorale della Chiesa del nostro tempo.

Il quadro tracciato in queste pagine è arricchito da due appendici:

  • Un contributo della psicologa psicoterapueta Claudia Rappuoli, che offre stuzzicanti elementi scientifici di riflessione a proposito del fatto che, in arte, cultura e musica, non è bello ciò che piace ma “è bello ciò che è bello!”.
  • Una didascalia pastorale di alcuni dei più celebri brani di Zipoli, secondo un’ottica di riutilizzo nell’attuale vita liturgica.

 

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Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di Sé:
li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come un olocausto.
(Sap. III, 1 – 7)

Alla cara memoria di Don Alessandro Porciatti, giovane sacerdote della Chiesa di Siena,
che, come Domenico Zipoli, si è addormentato nel Signore all’alba del suo ministero
sacerdotale.

Alessio Cervelli e Claudia Rappuoli

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Edizione Cartacea Tradizionale (qui):

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Edizione Ebook (qui):

http://www.amazon.it/DOMENICO-ZIPOLI-radicale-missioni-gesuitiche-ebook/dp/B016P966SY/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1461677043&sr=8-2&keywords=domenico+zipoli+amo+dunque+suono

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