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musica di dio, giubilo del cuore

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LA MUSICA, IL CANTO E I PADRI DELLA CHIESA: USCITA L’EDIZIONE CARTACEA! (Il commento di Umberto Cerini)

Nell’annunciare l’uscita e messa in vendita dell’edizione a stampa tradizionale di questo piccolo saggio, dopo aver letto la bella e generosa prefazione del M° Alfonso Fedi, è ora il turno dello stimolante commento conclusivo del postfattore, il M° Umberto Cerini. Buona lettura!

 

Umberto Cerini.jpg

La ricchezza dei concetti e delle riflessioni espressi in questo lavoro di Alessio Cervelli può fornire molti spunti di riflessione sui perché della musica sacra, su quelle domande che, in maniera più o meno approfondita, si pongono (o dovrebbero porsi) coloro che operano in questo campo.

Che cos’è oggi la musica liturgica? Come si pone essa nella vita delle nostre comunità, nella nostra preghiera, nella vita della Chiesa stessa? Certamente la risposta a queste domande non può essere banale e sbrigativa, ma sorprendentemente alcune parole di Sant’Agostino possono essere assai attuali e mettere in luce problematiche e riflessioni del nostro tempo:

Allora rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa ogni melodia delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici; e in quei momenti mi sembra più sicuro il sistema che ricordo di aver udito spesso attribuire al vescovo alessandrino Atanasio: questi faceva recitare al lettore i salmi con una flessione della voce così lieve da sembrare più vicina a una declamazione che a un canto. Quando però mi tornano alla mente le lacrime che versai udendo i canti della chiesa ai primordi nella mia fede riconquistata, e la commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica. Così oscillo fra il pericolo del piacere e la constatazione dei suoi effetti salutari, e sono piuttosto incline, pur non emettendo una sentenza irrevocabile, ad approvare l’uso del canto in Chiesa, così che lo spirito troppo debole assurga al sentimento della devozione attraverso il piacere dell’ascolto. Tuttavia, quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato! (Confessioni X, 33)

Leggiamo queste parole alla luce degli eventi storici degli ultimi decenni.

A seguito della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II è indiscutibile che il popolo cristiano sia stato maggiormente coinvolto nell’azione liturgica, dato che alcuni fattori (ad esempio l’uso delle lingue nazionali con la possibilità per tutti i fedeli di rispondere al sacerdote secondo il ruolo liturgico del popolo) consentivano una maggiore partecipazione al rito. All’interno di questo procedimento si inserisce anche il fatto che i fedeli si sono maggiormente impossessati della musica sacra, spesso in passato secondo alcuni liturgisti percepita come cosa extra-rito (ma siamo certi che fosse così?) e che scendeva sul popolo da lontane cantorie.

Eccoci dunque alla situazione attuale, dove l’Assemblea è attore fondamentale dell’aspetto della musica sacra. E, da questa assemblea, spesso si distinguono molteplici operatori (cantori, musicisti, direttori, ecc…) che, non sempre confortati da un’adeguata preparazione musicale, si mettono alla guida del canto sacro.

Osservando questo procedimento, mi pare che oggi sia necessario farci una domanda: nel nostro cantare e fare musica in Chiesa quali sono i sentimenti e le riflessioni protagoniste? Quanto il “mi piace” e il “non mi piace” la fanno da padroni? Quanto e come il “noi” e il “Lui” (con la L maiuscola) sono in equilibrio? Molto semplicemente Agostino ci dà un’indicazione su come atteggiarsi: è necessario trovare un equilibrio tra il piacere che dà la musica e la funzione di veicolo della Parola che la musica stessa deve avere.     Con severità, infine, Agostino ci dice che: “quando mi capita di sentirmi mosso più dal canto che dalle parole cantate, ammetto che sto commettendo un peccato da espiare, e allora preferirei non sentir cantare. Ecco il mio stato!”. Mi verrebbe da dire: ecco il nostro stato! Quante volte le nostre Assemblee sono lanciate in travolgenti melodie, ritmi, che certamente piacciono, fanno cantare, ma forse sono quelle deviazioni dall’essenzialità del significato della musica sacra che Agostino giudica peccaminose? Troppo spesso forse il nostro sentire, il nostro volersi emozionare, ci fa perdere il vero significato del canto sacro: questo rischio lo conosceva anche Agostino, e sta a noi, tutt’oggi, porci le domande che egli stesso si poneva.

A certe riflessioni spesso si risponde adducendo come primaria necessità il fatto che la gente deve partecipare e cantare; perciò si accusa la musica sacra più colta (nella quale talvolta si inserisce indiscriminatamente ogni repertorio preconciliare) di essere ormai desueta, non più adatta al rito, in quanto con la sua esecuzione rischia di allontanare la musica sacra dal popolo, rendendo la liturgia piuttosto un concerto. Ci viene ancora in soccorso il pensiero di Agostino per riflettere su queste questioni. Quel suo aprire le porte allo jubilum (questione ampiamente documentata in questo libro) è un aprire le porte ad una musica che non ha testo di per se, ma che è essa stessa esplicazione di un sentimento, sia esso una gioia, una commozione, un dolore, un amore. Questo è significato dare il via libera, successivamente, anche all’uso degli strumenti musicali. In generale si tratta di un’apertura ad espressioni artistiche della musica sacra, dove (e lo stesso Agostino raccomanda che sia così) è fondamentale anche la qualità della musica stessa. Ecco dunque che, sulla base di Agostino, forse sarebbe opportuno da parte nostra rivalutare il ruolo necessario ed indispensabile di una musica sapiente e ben strutturata, di una musica che raccolga nel suo essere arte, nel suo essere bella e ben strutturata, l’essenza della vera Bellezza.

Nel parlare dello jubilum, Agostino lo definisce come quella melodia “con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole”. Se ben ci pensiamo, quanto questo concetto si sposa magnificamente con l’idea liturgica attuale! I sacerdoti di qualche decennio fa vivevano nel timore che la Messa “non fosse buona”, non fosse stata celebrata convenientemente allorquando vi fosse stata la dimenticanza di un minimo gesto, di una parola, di una frase. Questo legame così rigido alla parola detta, oltre che al gesto fatto, se forse è stato superato (anche troppo?) nell’ambito liturgico, sembra per assurdo insormontabile nella sfera del canto. Infatti sappiamo che in molte nostre comunità ci si scandalizza se alcune parti cantate e musicali della liturgia vengono affidate esclusivamente ad un coro oppure, ancor peggio, ad un cantore solista o allo strumento liturgico, all’organo: sembra quasi che si viva come un furto l’esser privati della possibilità di cantare un testo, come se fosse impoverita la nostra preghiera.

Ma forse potremmo interpretare diversamente l’affidare una musica liturgica ad un’esecuzione di maggior qualità, vedendo ciò come ricerca di una modalità di espressione ancor più alta e profonda della parola recitata. In tal senso, provocatoriamente, verrebbe da domandarsi se fosse mai possibile rivalutare la pratica organistica dell’alternatim tanto diffusa per secoli. In essa il popolo avrebbe la possibilità di cantare ed esprimere con le parole alcune parti dei testi liturgici, potendo semplicemente meditare ed assaporarne altre tramite una melodia che possa davvero effondere quanto il cuore non può esprimere a parole, ma può cantare con i suoni.

Certo, per fare ciò, si deve partire dal presupposto che si debba comprendere come anche ascolto, meditazione, riflessione, emozione siano forme di partecipazione tanto quanto cantare, fare gesti, parlare, ecc… E si deve avere anche l’umiltà di affidarsi a chi può creare quel contesto musicale di maggior valore (che, certamente, dovrà essere permeato comunque di autentica fede e religiosità) sul quale far sviluppare il nostro ascolto meditato.

Ci basterà anche a noi trovare due validi Paolo e Sila che cantino inni al Signore (con la voce, con l’organo, con gli strumenti appropriati), ed in quel momento, quasi inconsapevolmente, potremmo ritrovarci liberi da tanti lacci che stringono la nostra preghiera e, in definitiva, il nostro anelito verso l’Altissimo Padre.

Umberto Cerini

(“Spunti di riflessione sui perché della musica liturgica”, commento conclusivo al saggio)

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EDIZIONI EBOOK E A STAMPA TRADIZIONALE:

 

Un buon manuale, un’opera già “classica”, un ottimo libro su cui meditare: parola di Alfonso Fedi!

Il grande cembalista ed organista Alfonso Fedi ha accordato con grande cortesia e un entusiasmo tanto grande quanto – lo confesso candidamente – inatteso la sua prefazione a questo nuovo, piccolo saggio dove ho cercato di dire qualcosa di buono sul pensiero che i grandi Padri della Chiesa avevano circa il canto e la musica. Di tutto cuore lo ringrazio e condivido coi lettori le parole con cui il Maestro presenta questo libretto. (A. Cervelli)

Alfonso Fedi.jpgLa presente fatica letteraria di Alessio Cervelli getta nuova luce sul complesso rapporto che intercorre tra il linguaggio dei suoni e la sua contestualizzazione nell’ambito della tradizione giudaico – cristiana. In particolare, prende in esame alcuni aspetti, inediti o alquanto trascurati, dello stretto legame esistente tra Ars Musica e pensiero patristico.

        Se è vero, infatti, che sono stati versati fiumi d’inchiostro sul De Musica di Sant’Agostino e sulla sua attenzione al ruolo e all’importanza che il “ritmo musicale” riveste nelle Sacre Scritture, non si può certo affermare che ci si sia spesso soffermati a riflettere su analoghi scritti, ugualmente eloquenti e significativi, di San Girolamo o di Sant’Ambrogio. Troveremmo anche qui, come pure in San Giovanni Crisostomo, musica delle parole e musica dei suoni che si compenetrano, come ben risulta dalla non casuale coincidenza, nella lingua greca antica, di melos e rhytmos, entrambi insiti nella pronuncia stessa delle parole.

        Dalla nota espressione di Agostino “cantare nel giubilo”, prende avvio un percorso lungo il quale l’autore ci guida alla scoperta di quello che ritiene quasi essere, più che uno “strumento”, l’attuazione pratica del pensiero agostiniano: l’organo. Lo fa da par suo, tratteggiando, con la squisitezza letteraria che lo distingue ed evitando fastidiosi luoghi comuni, una linea che, tra alti e bassi, ci potrebbe condurre fino ai giorni nostri.

        Qui, forse per superare l’inevitabile senso di smarrimento causato dalla decadenza che la musica sacra sta vivendo ormai da troppi anni, il nostro οδηγός, con un colpo d’ala, ci risolleva fino al sommo Bach, suo grande e antico amore. In particolare, alla celebre versione organistica del Corale Nun komm, der Heiden Heiland, che riprende ed elabora mirabilmente l’inno ambrosiano Veni redémptor géntium.

        Così il cerchio si chiude, senza troppo rammarico…

        Credo che si possa leggere il presente saggio del Cervelli in due modi: come un agile manuale, grazie alla felice capacità di sintesi e alla dovizia di spunti interessanti, requisito fondamentale di ogni buon manuale, ma anche come un’opera già “classica”, considerandone la lucida e sicura trattazione, esente da rischi di future corrosioni. Certamente, un ottimo libro su cui meditare.

        L’equilibrato corredo di note al testo completa degnamente un lavoro al quale non si può che augurare un’ampia diffusione.

Alfonso Fedi

Fiesole, 23 febbraio 2017 – Memoria Liturgica di San Policarpo, vescovo e martire

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EDIZIONI EBOOK E CARTACEA TRADIZIONALE:

VACANZA PARIGINA DI UN MEDICO E “ORGANISTA DI CAMPAGNA” (di Fabrizio Peri)

Esce sul nostro blog il secondo articolo del Dott. Fabrizio Peri, medico di professione e organista per passione, che ci propone le sue riflessioni scaturite da una vacanza parigina svoltasi nel 2013. Ma queste riflessioni non sono certo “scadute”, anzi: sono piàù che attuali!

 

          Un recente viaggio a Parigi mi ha dato modo di ripensare prima, e confermare poi, alcune idee che, da organista di campagna, in parte mi sono state “suggerite” dal mio vecchio Maestro di Liturgia e in parte ho acquisito in oltre quarant’anni di esercizio attivo. Dico organista di campagna perché, oltre essere nato in un delizioso paese alle pendici dell’appennino parmense, la mia scelta del mestiere di vivere è stata profondamente influenzata da mio padre, musicista tanto provetto quanto deluso: se avessi chiesto di entrare in conservatorio mi avrebbe spaccato il pianoforte in testa, pezzo per pezzo. Per cui il liceo e l’università sono state uno “spintaneo” abbandono al… secondo amore, mai dimentico però della prima fiamma.

            Il vecchio Maestro – allora non comprendevo come mai – suggeriva di vestire il camice bianco quando andavo all’organo: e se non lo facevo per comodità o fretta almeno dovevo sapere che avrei dovuto. E notare bene: ho potuto sedere sulla panca dell’organo solo a dimostrazione avvenuta del possesso della pedaliera, altrimenti, via all’harmonium. La chiesa non era grande ma l’organo sì: specie dopo gli ultimi restauri: ben tre ance di cui un controfagotto 16 al pedale. E’ da lì che ho cominciato a covare l’idea che l’organo avesse la stessa dignità di figura liturgica così come l’hanno il lettore, la guida, il salmista.

            A Parigi ne ho avuto la conferma.

            Se il lettore proclama la Parola e il Salmista risponde con canto (se ne è capace); se il colore del paramento esprime un linguaggio estetico che rimanda a un preciso contenuto, ecco che anche l’organo esprime un linguaggio, rimanda in modo particolarissimo al contenuto che l’azione liturgica vuole rendere presente. La musica, il suono, l’armonia sono le parole che l’organista deve tessere per esprimere e tradurre il mistero che si celebra. E sia ben chiaro che anche il silenzio dell’organo è un linguaggio!

           Messa delle 11,30 a Notre Dame, con all’organo Jean-Pierre Leguay: robe da brivido! Un maestoso che non faceva presagire né tragedia né trionfalismo: metteva solo la voglia di partecipare, di respirare, di godere di quel qualcosa di grande che di lì a poco sarebbe successo. Il canto d’ingresso, che noi confondiamo con il canto che accompagna l’ingresso del celebrante, lì solo dopo che questo è alla sede è eseguito come incipit di tutto il seguito. Tant’è che il ritornello è scritto, sul rigo, nel foglio di partecipazione: e tutti cantano spinti da quel suono che non permette di stare in silenzio. La schola cantorum eventualmente esegue le strofe, ma l’assemblea canta, eccome: non come nella maggior parte delle liturgie che vedo celebrate il Italia in TV la domenica mattina, ove spesso presiede un Vescovo, e a cantare è solo una corale, che quasi sempre per di più musicalmente fa accapponare la pelle, sia per manifesta incapacità che per pessimo gusto nella scelta del canto (figurarsi che ho sentito un Kyrie sull’aria della sinfonia dal nuovo mondo di Dvorak!). Possibile che la messa debba ridursi, dal punto di vista musicale, a un concerto di corale? Possibile che mai venga un’indicazione autorevole su come applicare le norme della Costituzione sulla Liturgia in modo da non cadere in funambolismi o personalismi liturgici di dubbio gusto anche solamente estetico?

            La domenica mattina, per fare andare a messa mia moglie e trovare il pranzo pronto per i cinque figli, io mi fermo a cucinare (anche perché mi diverto molto e, poi, preferisco che siano gli organisti giovani a suonare assieme alle chitarre: io suono alla messa vespertina, là dove solo l’organo è di turno) e, tra una pentola e una padella, guardo la messa prima trasmessa dalla rete privata, poi dalla Rai. Sempre stessa impressione: canta la corale. E l’assemblea? Tacet. E l’organo? Se c’è e lo si suona (spesso ahimè si preferisce la pianola elettronica a uno strumento che fa solo bella mostra di sé), questo avviene per accompagnare i canti. Nulla di più riduttivo: l’organo non serve per sostenere il canto e basta: anche quello, ma non solo! L’organo deve parlare, suggerire, introdurre alle letture, esaltare un amen, sviluppare una risposta: ecco perché ribadisco che ha dignità di figura liturgica.

            A S. Sulpice, ad esempio, così come avviene per le letture festive che si ripetono in un ciclo triennale predefinito (anno A, anno B e anno C), l’organista stabilisce mesi prima cosa eseguire all’inizio, all’offertorio, alla comunione e al termine della celebrazione. E questo forse è eccessivo perché si cade nel medesimo errore: l’assemblea sempre…tacet! Però rende l’idea di che ruolo abbia lo strumento. Ancor più vero è che non abbiamo, noi, dei Cavaillé-Coll di fronte ai quali bisogna tremare; non sfigurano certo alcuni dei nostri strumenti: penso ai Mascioni, Tamburini, Serassi, Antegnati, Ruffatti, Balbiani, Formentelli, e tanti altri di cui andare giustamente fieri. Solo che bisogna saperli e poterli valorizzare. Forse è davvero necessaria una cultura nuova e antica nel medesimo tempo: nuova, per rimediare alle troppe storture di un “liturgismo di maniera” volto ad esaltare presunte innovazioni basate solo su vaghe e parziali intuizioni di imbonitori populisti; antica, perché deve tornare ad un’essenzialità che dia valore a ciò che conta davvero.

            Un esempio banale? Perché si canta un Gloria su musica spesso da circo equestre o un Santo su melodie da lavandaia e poi, quando sia arriva al termine della consacrazione, quando espressamente si dice “canteremo la Tua gloria” segue un sommesso, timido, stentato recitato: “per Cristo, con Cristo e in Cristo…?” E un amen a seguire degno del più bisbigliato (e confuso) tono da confessionale! Perché non si canta il Padre Nostro e si indugia su un canto d’offertorio, momento in cui si starebbe bene anche il silenzio a ripensare al modo di tradurre in momenti di vita una omelia magari “pressante”? Solo per la fretta? Perché bisogna stare dentro “l’ora canonica”? Alla domanda o considerazione che da giovane facevo al mio Maestro sulla lunghezza della messa, la risposta era sempre quella: “Non è per caso che la tua fede è troppo corta?”

            E, allora, il passo successivo: l’organista deve avere una intesa particolare con il celebrante. Deve bastare un’occhiata per intendersi sul “basta, smetti, continua, dammi la nota”; un sorriso, magari, per dire: “sì, così”. Quanti ricordi, quante belle sensazioni e poi convinzioni piantate nel cuore, come pilastri su cui formare la personalità dell’organista.

            A tale proposito, ecco ciò di cui si parla forse meno. Siamo abituati a pensare l’organista che suona, improvvisa, modula durante l’azione liturgica più comune: la Messa. Qui risalta meglio lo spessore del musicista, del traduttore in suono del mistero: specialmente le sue capacità di improvvisare. Ma a formare l’aspetto più importante, per me, dell’organista liturgico, è altro: bisogna aver accompagnato col suono la preghiera dei Vespri e delle Lodi, per anni, bisogna aver goduto dei salmi e dei cantici, averli amati come punto fermo di una giornata magari laboriosa e oscura di significato, fino alla luce della prima stella. Quanti anni di studio, di impegno nel lavoro sono sfociati nella rasserenante preghiera del Vespro nella cappellina delle suore! Quanti toni gregoriani sbagliati nelle doppie; quante desinenze latine confuse hanno fatto diventare Dio vittima e non autore di guerre o punizioni! O hanno chiesto a Gesù di mostrare chissà cosa (…et Iesus …ostende…). Ebbene: questo mi ha convinto che l’organista innanzitutto è un uomo di preghiera. Se non prega non può armonizzare un salmo, indovinare una risposta, comporre una melodia; oppure, se lo fa, non è come se lo facesse avendo pregato quella parola. E’ il dialogo col Totalmente Altro, l’intesa continua con l’Assoluto che lo fa diventare capace di enormità musicali.

            Penso a Bach: non si finisce mai d’ascoltarlo e di stupirsi! Penso a Molfino, Perosi, Palestrina, Lecot e tanti altri. L’organista liturgico, a mio parere, deve diventare o tornare ad essere un punto fermo della liturgia domenicale e feriale; se si pregasse ogni giorno, nelle chiese, il Vespro, forse non all’orario comodo per il prete ma accessibile a chi vuole; se l’organo fungesse da squilla di adunata, da segnale che impone di riflettere…, credo che non ci sarebbe tanta desolazione durante la settimana. Se, insomma, la preghiera diventasse finalmente cultura, allora potremmo dirlo in pace il nostro quotidiano Nunc dimittis.

            Un’ultima sottolineatura mi sia concessa: in uno scenario definito come sopra, anche l’annosa questione del compenso sarebbe risolta. Bach aveva una ventina di figli: nessuno morto per fame! Anche se lui stesso ebbe da far valere i suoi diritti di artigiano della musica.

            Tutte le parrocchie che conosco hanno, se non una, almeno due case come beneficio (a volte motivo di scandalo). Un povero prete di mia conoscenza, parroco per 52 anni in una parrocchia rossa come il fuoco, quindi potenzialmente atea (ma non era così) mi ha sempre detto che era gente generosissima a dispetto delle apparenze; che tutto gli poteva mancare ma non i soldi. E se succedeva lì… perché una parrocchia non deve avere un proprio organista mantenuto e stipendiato come conviene? Tanto più che, visti i tempi, le parrocchie diminuiranno sensibilmente di numero (o si accorperanno); i preti ancor di più, sperando che restino quelli “intonati”!

            Insomma: bisogna darsi da fare senza indugio. Dove abito, ora ci sono almeno cinque ragazzi che si alternano all’organo, la domenica; uno, poi, è una promessa di altissimo livello professionale. C’è voluto l’organo, però: prima una banale tastiera mai aveva coagulato tanti organisti; una volta costruito lo strumento… sono spuntati anche gli organisti. Questo a significare che spesso non è giustificata la paura di molti parroci che rinunciano a costruire l’organo perché manca chi lo suoni. E, per chi già suona, è più che mai necessaria una scuola diocesana di formazione liturgica.

            Bisogna avene il coraggio di osare, perché le cose si fanno avendo il coraggio di farle!

Fabrizio Peri

Collecchio, 16/ 07 / 2013

INIZIAMO BENE LA QUARESIMA: TRE MINUTI DI FRONTE A DIO INSIEME A BACH

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  • La musica: nutrimento per la nostra anima

La nostra anima, così come il nostro corpo, ha bisogno di nutrimento. Se il nutrimento davvero eccellente ed indispensabile per l’anima è il Corpo e Sangue di Cristo nell’Eucaristia, anche i sensi della nostra anima occorre curarli e nutrirli. Il tempo di Quaresima è tempo privilegiato per riscoprire questo bisogno, e soprattutto per ascoltarlo e assecondarlo.

            Il senso tra tutti più fruttuoso per la preghiera nella liturgia latina è l’udito. Non a caso è la Musica l’unica arte indicata come facente parte integrale del culto (SC cap. VI).

            Tra tutti i musicisti sacri, l’insuperato e il più grande maestro nel cantare la propria fede in Cristo mediante la propria musica è Johann Sebastian Bach. A guidare la nostra piccola meditazione è un suo brevissimo corale per organo dal titolo “Dall’abisso io t’invoco, o Signore” (Ich ruf zu dir), una rilettura poetica del Salmo 129.

  • “Ich ruf zu dir” BWV 639 – Linee guida per l’ascolto meditato

            Il brano è costituito soltanto da tre esili voci strumentali. La prima voce esprime nei suoni acuti il tema del corale “Dall’abisso io t’invoco”: placida, quieta, ornata. Ma non serena, bensì ardente e forte: “Dal profondo a te grido, o Signore!

            La seconda voce è esposta nelle sonorità medie dello strumento, con un tappeto di arpeggi: esprime il tema della supplica incessante, come il muoversi delle onde, come un alito di vento continuo tra le fronde degli alberi in un campo: “Signore, ascolta la mia voce!

            La terza voce è data dai bassi scolpiti dalla pedaliera dell’organo: sono le pulsazioni del cuore, che batte anelante, infiammato nella preghiera. “L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora”.

            In tre voci che si sovrappongono nelle leggi splendide dell’armonia, Bach crea un gioiello prezioso di bellezza e di preghiera che davvero è in grado di portarci nel cuore di fronte a Dio…basta solo far silenzio, entrare in questo linguaggio (forse non per tutti abituale, oramai) e lasciarsi andare.

  • Come ascoltare?

Di seguito c’è un bellissimo acquarello di un pittore spagnolo dal titolo “Gesù clemente e misericordioso”. Vi è raffigurato il Signore risorto che accoglie ed abbraccia un uomo contemporaneo (lo si vede dalle vesti: giacca, camicia) che si inginocchia di fianco a Lui. Vuole essere l’invito alla nostra anima: “Fatti umile, poniti in ginocchio, che il Signore già ti tende la mano nella sua misericordia!”.

L’invito è: ascoltare il brano ponendo davanti agli occhi questa immagine e il testo del salmo 129.

Buona preghiera e buona Quaresima!

Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. / Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera. / Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? / Ma presso di te è il perdono: perciò avremo il tuo timore. / Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. / L’anima mia attende il Signor più che le sentinelle l’aurora. / Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia / e grande presso di lui la redenzione./ Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

Jesus Clemente.jpg

SE UN SEMPLICE CD D’ORGANO DA UNA PICCOLA CHIESA DI CAMPAGNA… SPACCA!

Quante volte capita di sentire, sconfortati, i preti delle nostre chiese lamentarsi addolorati? “Eh, i giovani in chiesa non vengono, non pregano, si disinteressano” eccetera, eccetera?

Continuamente!

Eppure questi buoni curati, dal loro punto di vista, hanno cercato di dare tutto il possibile a questi giovani: stanze per le attività d’oratorio, il catechismo e i loro incontri di svago e ricreazione; materiale di ogni genere per attività e condivisione dei pasti in fraternità; e celebrazioni liturgiche dove i giovani possano essere attori di riguardo nei canti e nella musica.

Dunque, che c’disperazione.jpgè che non va?

Poveri sacerdoti, è chiaro che dal punto di vista di tanti di loro sfugge il vero perché degli scarsi, frustranti risultati di tanti sforzi pastorali. Tutto quello che nelle parrocchie viene messo davanti alla gioventù, oggi ha l’aspetto poco invitante di un piatto di minestra riscaldata. Chi di loro sceglierebbe la minestra se possono andarsi ad abbuffare al fast food più vicino? Così le attività parrocchiali: troppo soffocate dai mille impegni che hanno i ragazzi, tra sport, scuole e scuolette varie, corsi e corsetti d’ogni risma da mattina a sera, partire, allenamenti, trasferte e chi più ne ha più ne metta in una frenesia appunto da fast food!

Questi poveri ragazzi non solo non hanno un attimo di pace ma, e questo è il peggio,Frenesia.jpg non avendola mai sperimentata, non la domandano neppure perché, se ti sei sempre ingozzato al fast food, cosa puoi saperne del clima che si crea attorno ad una tavola di una buona trattoria? Come puoi desiderarlo? Così, quando hanno del tempo libero e c’è il serio rischio di trovarsi a faccia a faccia con se stessi, immediatamente scappano in cerca dello sballo, dello stordimento, del fracasso che distrae e che, in definitiva, blocca l’emergere dei pensieri. E’ una routine, un cane che si morde la coda.

Ma c’è un elemento che, sordo e latente, eppure serpeggia infido nell’intimo di tanti e tanti giovani: l’inquietudine. E’ per non dare ascolto a questo sgradito personaggio della mente che si ricorre al sovraccarico d’impegni setinquietudine-senso-di-colpa.jpgtimanali e allo sballo del week-end.

Perché l’inquietudine, quando incontra il silenzio, ci mette davanti a chi siamo: le durezze della vita, le delusioni della scuola e del lavoro, i dolori di una famiglia in crisi minata dal divorzio o dalla violenza domestica, le grandi domande assolute su chi siamo e perché.

Di fronte all’inquietudine, che la si riconosca o no, che ne siamo consapevoli o meno, allora scatta il desiderio di una realtà di pace, di quiete, di un’atmosfera di benessere profondo. Questo è il primo bisogno, quasi istintivo, che emerge. Il resto, la razionalizzazione di tale bisogno coi suoi grandi interrogativi, verrà in seguito.

Ecco perché, nel turbinare del mondo d’oggi, se una piccola parrocchia edita a livello locale 400 copie di un CD di musiche realizzate col piccolo organo della propria chiesa per fini puramente pastorali e no – profit, in neppure quattro settimane quel disco va esaurito.

Questo è quanto è successo nella parrocchia di San Bartolomeo ad Ulignano, dove il parroco Don Luigi Miggiano ha scelto fin dal suo arrivo di investire sulla pastorale del “bello” nella celebrazione della liturgia: formazione dei chierichetti, cura dell’aula liturgica, dignità in ogni aspetto celebrativo. Avvicinandosi il momento di salutare l’organista titolare, Alessio, che si trasferiva a Firenze, ecco l’idea: perché non fare un CD con le musiche che abitualmente adulti e ragazzi hanno incontrato tra le mura di questa chiesa attraverso le note del piccolo organo Buerkle fatto istallare nel 2010 per il centenario di dedicazione della chiesa?

I lavori sono proceduti a spizzichi e bocconi, visti gli impegni fiorentini di Alessio, con incisioni disseminate in un lasso di tempo intercorso tra febbraio e settembre 2016. Ne è uscito un breve e semplice percorso musicale, di poco meno di tre quarti d’ora, costituito dalle pagine fresche e agili di Zipoli, dai profondi pensieri dell’arte di Bach per concludere con la spavalderia di un Kyrie a due voci di Giovanni Clari.

Alla celebrazione dei Santi Martiri innocenti del 28 dicembre u.s., oltre al prefattore del CD, Don Gianni Cioli, che ha presieduto la Santa Messa Solenne, a Don Claudio Rosi, referente diocesano per i seminaristi di Siena, a due diaconi di San Miniato e ad altri seminaristi di Siena, Firenze e Fiesole, sono accorsi a partecipare un centinaio di persone, molte delle quali ragazzi, giovani e adulti che avevano sperimentato i benefici di queste musiche suonate dal vivo nelle liturgie e che, in questa occasione hanno potuto fare una vera esperienza di Chiesa, vedendo come essa sia davvero una madre capace di radunare i suoi figli dispersi nel mondo attorno all’unico altare.

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Nella foto: Don Gianni Cioli, Professore di Teologia Morale e Padre Spirituale del Seminario di Firenze, presiede l’Eucaristia del 28 dicembre u.s.. Concelebra con lui Don Claudio Rosi, referente diocesano per i seminaristi di Siena. Ministrano l’altare i diaconi della diocesi di San Miniato Don Massimo Meini e Don Luca Carloni. Prestano servizio i seminaristi Giovanni Nardi (Siena), Marco Tognaccini (Firenze) e Duccio Palmieri (Fiesole).
Presentazione CD 2.jpg
Nella foto: il servizio strumentale e canoro durante la celebrazione. Federico Cifelli (organista, San Miniato), Niccolò De Caria (corista, Firenze), Alessio Cervelli (corista, Siena), Gianandrea Giovannardi (corista, Firenze) e due giovani della parrocchia di Staggia Senese, Filippo Marri (chitarrista classico) e Francesco Marri (organista).

Il vero e proprio boom è avvenuto nelle poche settimane seguenti. A mano a mano che si diffondeva la voce, dai luoghi della Val d’Elsa circostante sono piovute richieste su richieste per poter beneficiare di una copia di questo piccolo lavoro.

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Nella foto: Don Luigi Miggiano, parroco di San Bartolomeo Apostolo ad Ulignano, in preghiera in sacrestia prima della Santa Messa (foto della Quaresima 2016).

Così commenta il parroco Don Luigi Miggiano: “I miei parrocchiani e io stesso ci siamo sentiti veramente orgogliosi di un tale successo. Anzi, ci sono stati diversi adulti della parrocchia che hanno ritenuto una vera grazia del Cielo l’esperienza di liturgia e di musica sacra vissuta nell’arco di sette anni in questa chiesa con l’aiuto di Alessio! Ed ora sono in molti a domandarmi se ci sarà modo di avere un successore altrettanto fruttuoso all’organo della nostra chiesa. Ci stiamo lavorando su. Quello che conta, adesso, è la grande accoglienza che questa testimonianza ha avuto non solo qui, ma in tutti i territori circostanti: questo nonostante le critiche ideologiche di pochi, che sono sempre da mettere in conto perché quelle ci sono sempre, non si può certo accontentare il gusto di tutti. I più entusiasti? I giovani e le loro famiglie! Perché adesso hanno un segno tangibile dell’esperienza fatta per nutrire il ricordo di questa porzione di cammino cristiano vissuta insieme”.

C’è stato perfino qualche giovane che, appassionato – legittimamente, ci mancherebbe! – di heavy metal, dopo essersi imbattuto in questo CD, così fuori dai suoi ascolti abituali, ha provato a metterlo in cassa o in cuffia per ascoltarlo e si è ritrovato piacevolmente spiazzato, finendo con l’ammettere di aver apprezzare tantissimo l’atmosfera che si era creata durante l’ascolto, che non risultava per niente pesante o forzato.

Torniamo così alla domanda iniziale. Perché 400 copie di un banalissimo CD divulgativo fatto con un organetto in una chiesetta per motivi pastorali si esaurisce in meno di quattro settimane? Perché non pochi giovani, se si fermano un attimo ad ascoltare, vengono presi da queste musiche?

Perché, a conti fatti, che lo sappiano o no, hanno sperimentato un momento di serenità, di profonda pace in risposta all’inquietudine per la vita che tutti ci portiamo dentro.

Ecco, dunque, l’ingrediente che indispensabilmente dobbiamo tornare ad utilizzare nelle “ricette pastorali” delle nostre parrocchie: il senso del sacro e del bello, di cui l’organo è una delle più intense espressioni. E il parroco?

“E’ semplice!” dice don Luigi “Deve fare come lo scriba del vangelo: tirar fuori dal proprio tesoro cose antiche e cose nuove. Cioè deve essere un uomo moderno, al passo coi tempi, ma fermo e saldo nella fede di sempre e capace di comprendere e saper usare senza timore il grande valore dei tesori che da secoli la Chiesa ci consegna. Perché quello che per alcuni può sembrare un mero addobbare, un mero ostentare paramenti belli, un mero cantare roba noiosa antica o moderna, è invece proprio quello che ci raccomanda la Chiesa del Vaticano II, quello vero”.

L’ORGANO PARLA, RACCONTA, ISTRUISCE: E’ CATECHESI! (Di F. Peri)

Esordisce nel blog con questo primo articolo il nostro amico Fabrizio Peri, medico di professione e organista liturgico per vocazione. Quanto scrive prende le mosse da un articolo del M° A. Macinanti  uscito in “Arte organistica e organaria”, Ed.Carrara (BG) n° 98, P ag 1.

Ho letto e riletto l’articolo del M° Macinanti, apertura dell’ultimo numero di Arte: non si può che condividere. L’ignoranza colpevole dei responsabili politici (cosa su cui non conviene spendere parole) nei confronti del mondo della musica, dell’educazione musicale in scuola e nel panorama culturale in genere non è meno colpevole, dice Macinanti, della chiesa nei confronti della musica organistica, quindi dell’uomo organista. Con l’aggravante, per santa madre Chiesa, di avere sottomano il problema e la sua gestione, almeno nell’aspetto legato alla liturgia.
Allora? Cosa aggiungere?
In effetti qualcosa da dire c’è.
Non voglio parlare dei politici: sempre citando Montanelli, bisogna turarsi il naso e forse non è sufficiente.preghiera_03.jpg
Per quanto riguarda la chiesa, invece, non posso tacere.
La musica per organo e l’organista di conseguenza sono davvero sviliti da una cultura liturgica drammaticamente deficitaria: basta guardare le celebrazioni che vengono trasmesse dai canali televisivi la domenica per rendersene conto. Tutt’al più sono una bella rappresentazione simil teatrale e vagamente concertistica del mistero più profondo che riguarda la storia dell’uomo: quella della salvezza e destino della sua anima, della vita eterna…

Possibile che il comando più perentorio di quel Cristo che ci ha proposto verità come fine, la libertà come sua possibilità di conquista, l’amore come metodo debba essere affidata, per la parte più importante, dopo la celebrazione della parola, alla sola schola cantorum, a qualche solista? Perchè l’assemblea non canta? Perchè i canti sono ridotti a canzoncine che celebrano il momento, l’emozione e non la presenza di Dio ? Perchè il celebrante non canta le parti della messa? E, soprattutto: perchè l’organo non svetta con quella dignità che gli compete: cioè quella di “figura liturgica” ? Ci hanno abituato ai ministranti, ai lettori, alla guida, qualche volta c’è il diacono… possibile che l’organo sia ancora considerato lo strumento che sostiene il canto? E basta?
Sono organista dilettante (nel vero senso della parola: mi diverto!) anche se ho studiato con il M° Bolzonello Zoja, recentemente scomparsa; suono da quando avevo 12 anni e ora ne ho 60. In questi anni, nonostante la professione mi abbia costretto a rallentare molto lo studio della musica e degli spartiti, sono arrivato alla ferma convinzione che l’organo deve essere rivalutato non come semplice strumento; non basta attribuirgli la regalità, la capacità di slancio alle cose celesti: deve avere una dignità ben maggiore. L’organo parla, racconta, istruisce, spinge al canto quanto alla meditazione; l’organo parla anche quando tace: il silenzio di uno strumento in certi tempi liturgici e in alcuni moOrgano mistico.jpgmenti delle celebrazioni ha la valenza delle pitture nelle cattedrali: è catechesi! Non fatta col pennello ma con il suono . E questo dovrebbero impararlo e insegnarlo dagli uffici liturgici romani fino ai seminari. Mi beccherò anche qualche sberleffo dalla capitale, da quegli esperti del Concilio che, carte in mano, sembrano dettare legge in campo liturgico; dicano pure che sono presuntuoso e pieno di convinzioni “sui generis”…. spero solo che a dirmelo non siano quei sacerdoti che, per apparire à la page, si vestono con maglietta e jeans pretendendo poi di non essere scambiati con l’idraulico.

E pensare che, un tempo, se uno entrava vestito in modo succinto in chiesa, veniva allontanato; e perchè non potremmo fare lo stesso ora noi laici? Idem per la musica: perchè non possiamo dire la nostra?
E qui la nota dolente.
Spesso gli organisti di professione, i puristi della tastiera siedono allo strumento solo in qualità di esperti di musica per organo; suonano bene, anzi ottimamente: ma non sanno fare parlare l’organo nella lingua della Parola annunciata. Ecco la differenza tra organista e organista liturgico. Questo deve pregare prima di sedersi all’organo; deve comporre il giorno prima il ritornello del salmo e scegliere i canti, magari scrivendone dei proprii. Spesso l’organista diplomato si schernisce se deve dirigere l’assemblea o intonare il canto; non così l’organista liturgico. Si pensi a Bach, il capostipite, il maestro di liturgia: non solo suonava, ma componeva e dirigeva; ai suoi corali scritti e per i cantori poi ripresi con un respiro tutto diverso come assolo per organo…
E’ qui, a mio avviso, il punto decisivo che ha portato al declino della figura dell’organista. Il diplomato difficilmente si adatta alle esigenze della liturgia… e allora avanti i dilettanti allo sbaraglio che non vengono pagati se non con qualche decima! Delle celebrazioni, poi, sono i primi i preti ad accontentarsi e a pretendere che siano brevi per non “stufare la gente”, proprio come un concerto o una commedia. La solennità, l’incenso o i paramenti? Tutto vecchiume e ciarpame legati a un trionfalismo che la chiesa deve perdere. E lo perderà: se non altro c’è chi ci pensa o promette di pensarci. E noi, laici troppo spesso ridotti a un colpevole silenzio, pena essere considerati presuntuosi, ci accontentiamo dell’ “oretta domenicale” di devozione: breve, con musiche belle e d’effetto. Ho addirittura sentito un kyrie sull’aria della sinfonia dal nuovo mondo!

E se noi organisti cominciassimo a dire la nostra? Magari mettendoci un po’ più a disposizione senzSanta_Cecilia.jpga rispetto umano o vergogna nel catechizzare con l’arte del suono? Forse potremmo poi pretendere anche più serietà nelle celebrazioni. E, forse, verremmo rivalutati e rispettati come figure di primaria importanza nelle celebrazioni; forse avremmo più voce in capitolo; magari per pretendere anche un adeguato e dignitoso stipendio.

ABSIT INIURIA VERBIS.

Fabrizio Peri

Collecchio 1.12.2016

UN ORGANISTA? UN MUSICOLOGO? NO: UN CATECHISTA! – Intervista di Carlo Cerratini e Antonella Menicucci ad Alessio Cervelli

Dopo il colloquio-intervista di Umberto Nardi, ecco un secondo colloquio tra Alessio Cervelli (AC) e Carlo Cerratini (CC), chitarrista classico e attivo nella liturgia, e Antonella Menicucci (AM), madre di famiglia, catechista e appassionata bachista.

 

CC – Lei ha già spiegato al Sig. Nardi i motivi del suo affetto per Bach e le profonde convinzioni che la animano. Quando leggo i suoi lavori, ascolto quanto lei ha inciso in pratica parallelamente con la stesura dei suoi saggi, prendo visione dei suoi interventi nel documentario “Questo è Bach, ragazzi!”, vedo molto materiale, molti argomenti toccati, molti settori messi in dialogo tra loro. Tutto questo, fatto dalla stessa persona; la domanda che mi sorge è questa: Alessio, come inquadra se stesso dal punto di vista musicale – culturale?

AC – Sa, Carlo… quando mi fanno domande del genere, mi viene sempre in mente una frase del Cyrano de Bergerac, mentre il celebre personaggio detta il suo epitaffio:

Cyrano-de-Bergerac.gif“Qui giace un astronomo,

poeta niente male.

Filosofo eccellente.

Musico, spadaccino, 

del ciel viaggiatore,

gran mastro di tic-tac,

Amante — non per sè —

molto eloquente.

Qui riposa Cirano Ercole

Saviniano Signor di Bergerac,

Che in vita sua fu tutto

e non fu mai niente!”.

 Vale a dire: sono organista? No, ma suono l’organo.

Sono musicista di professione? No, perché “non vivo per lei”, come canta Bocelli, anche se pratico la musica da quando avevo dieci anni e la reputo un elemento di grande importanza nella mia vita.

Sono filologo? No, perché non concordo con buona parte dei risultati concretati brandendo la filologia, e questo proprio perché provengo da studi filologici.

Musicalmente sono uno della “vecchia scuola” di Germani, Walcha, Schweitzer? Sì, ma non al 100% perché capisco ed apprezzo le possibilità offerte dallo studio e dalla conoscenza dell’esecuzione storica e dalla lettura dei trattati e delle fonti musicologiche, credo nella tradizione e ho piena fiducia nelle potenzialità compositive e liturgiche future in fatto di cammino di rinnovamento e crescita.

Quindi, che posso dirle? Veda un po’ lei.

CC – Onestamente posso confidarle che, leggendola e ascoltandola, l’impressione di primo acchito è proprio questa: cosa ho davanti, e chi ho davanti? Non un musicologo in senso stretto, eppure  leggo di Bach, di Zipoli, di musica sacra: il tutto si miscela a tanti ambiti di conoscenza, si aprono tante porte, al punto che, anziché vedere un tratto della musicologia o un profilo di un musicista, si disegna un quadro più ampio, che abbraccia tanti aspetti…e non nego che alla fine ho ceduto al fascino di questa operazione …che lei però definisce divulgativa, non strettamente scientifica.

AC – Guardi, io per primo ascrivo i miei lavori al semplice ambito divulgativo, senza altra pretesa se non quella di voler proporre, informare, dare la possibilità di una prospettiva ulteriore rispetto a quelle istituzionali, prettamente accademiche. Credo però nella documentazione, nell’utilizzo abbondante delle fonti, nel proporre un punto di vista che si è formato in anni attraverso studio, letture, ascolti, tecnica, … ma anche – forse soprattutto – attraverso le esperienze vive del servizio liturgico, del contatto col popolo di Dio, dell’educazione parrocchiale e pastorale. Quando scrivo, personalmente non mi sento affatto un docente, uno scienziato, un accademico, perché non lo sono: sono soltanto un catechista; quando suono e affronto l’ambito esecutivo di una pagina d’organo, non mi sento un professionista, perché non lo sono, non pratico questa occupazione per la vita: sono soltanto un musicista liturgico per il servizio al culto. Un catechista che ha letto un po’, un organista liturgico che ha un po’ di esperienza e qualche studio di musica specifico alle spalle. Tutto qui. E quello che sono e che ho, ho scelto di condividerlo sperando che possa essere utile a qualcuno, far piacere a qualcuno: per questo ho inciso e scritto, pensando soprattutto a quei giovani e a quegli adulti che con buona volontà si applicano per la musica nelle loro parrocchie.

AM – Alesso, lei sa che sono una catechista, che ho a che fare con adulti e ragazzi, e posso confermare che, leggendola e ascoltandola, fin dall’inizio ho pensato: questo giovane è un catechista! Mi fa piacere che lei stesso si definisca principalmente così. Vorrei tanto parlare del bel documentario “Questo è Bach, ragazzi!”, che ho usato tantissimo con grandi e piccini: però rimandiamo, sperando di poter coinvolgere il principale artefice di quel bel lavoro, il regista Elia Mori. Qui vorrei parlare di un’altra cosa.

So che lei ha concluso nel settembre u.s. il suo lavoro di incisione “Note di letizia”, un CD col quale di fatto saluta la parrocchia di S. Bartolomeo ad Ulignano, dove lei è stato attivo per alcuni anni, dal 2009 al 2015 con diverse appendici nel 2016. Ho avuto il piacere e l’onore di ascoltarne le tracce in anteprima. Vorrei sapere quali sono le scelte che stanno a fondamento di questo lavoro.

AC – Prima di tutto, confesso che si tratta di un lavoro fatto veramente a spizzichi e bocconi e con non pochi salti mortali perché, sinceramente, non ho avuto a disposizione il tempo e il modo di potermici dedicare. Avendo scelto di intraprendere gli studi teologici come impegno per la mia vita, non c’è più il tempo perché la musica occupi il posto principale in questa mia vita: per poter mantenere e incrementare un repertorio simile, occorrono dedizione e tante ore per lo studio della pratica e prima ancora per l’esegesi. Per mia libera scelta, io oramai non dispongo più di questo tempo. Ed in effetti è propriamente un saluto: un saluto alla parrocchia che ho servito volentieri per questi bellissimi anni, per gli adulti e i giovani che hanno potuto accostarsi al mondo dell’organo per la prima volta attraverso lo strumento che si trova in questa chiesa. Così io e il parroco Don Luigi abbiamo pensato che fosse il caso di preparare qualcosa che potesse nutrire il ricordo di questa esperienza, negli anni che verranno, qualcosa che possa rimanere in mano a quelle persone che hanno vissuto tutto questo, e l’hanno accolto, tanto o poco.

Penso agli incontri di preghiera e di catechesi fatti attraverso la musica suonata con questo piccolo organo. Penso alle lezioni di musica e alle prime, intense emozioni vissute dai ragazzi che hanno voluto studiare con me in parrocchia e hanno pure prestato i loro primi timidi ed emozionanti servizi musicali alla comunità parrocchiale.

In definitiva, mi faceva piacere tentare di fissare tutto questo, “scattargli una foto” e mandarla in dono alle persone splendide che hanno davvero significato molto per me e per la mia esperienza di vita cristiana. Il risultato è questo. Un piccolo viaggio musicale di una quarantina di minuti che propone tutte le musiche che ho utilizzato di più nel servizio liturgico, nella catechesi musicale, nelle adorazioni eucaristiche e negli incontri di preghiera, nell’insegnamento ai bambini e agli adolescenti.

CC – Ritorna dunqCopertina.jpgue il tema del “suo Bach”…

AM – Giusto! Le tracce di questo CD non sono forse la concretizzazione plastica di quanto lei scrive nel suo ri – editato lavoro “Bach: un grido di dolore, un palpito d’amore, un sospiro di fede”? Ci può spiegare il suo punto di vista? Non certamente un lavoro scientifico né filologico, vero?

AC – Verissimo! Come per il mio primo saggio divulgativo, che avete rammentato, così è per questo piccolo CD: un semplice tentativo di porre in concreto “il mio Bach”, e potrei aggiungere – non dimentichiamolo – anche “il mio Zipoli”, altro compositore al quale sono molto legato. Ho amici e conoscenti musicisti e musicologi di grande spessore e competenza, studiosi e umanisti che professionalmente e cristianamente stimo. Sono di varie estrazioni: dalla musica antica e dall’esecuzione storico-filologica alla musica contemporanea, al rock che rivisita la classicità e ne attinge materiale, alla contaminazione, alla musica dal vivo, jazz e non. Ho voluto chiedere il loro parere per avere un’idea di ciò che stavo per offrire alla mia parrocchia.

Chiaramente sono emersi pareri diversi. Alcuni, perplessi, mi hanno confidato che avrebbero fatto scelte ben diverse, basate su priorità differenti. Altri, entusiasti, hanno condiviso l’obiettivo dell’adeguare ora pagine pensate per l’organo antico italiano ora monumenti della musica scritti per gli imponenti organi barocchi del nord a questo strumentino umile e senza pretese se non quelle del servizio liturgico. Ecco: direi che la mia scelta è stata quella di voler realizzare qualcosa senza pretesa se non una testimonianza e un servizio liturgico.

CC – Quali perplessità sono state sollevate, se possiamo saperlo, e da chi?

AC – Beh, non è difficile intuire che le perplessità stanno nel settore delle mie amicizie legate al mondo della filologia, della ricerca storico-critica, del mondo accademico classico legato alle “certezze” dello storicismo. E’ chiaro che chi è abituato a pensare Zipoli solo filologicamente, non riuscirà ad apprezzarlo se eseguito su un organo moderno, non italiano, e dalle risorse timbriche limitate qual è l’organo di questa chiesa. Stessa cosa per Bach. Mi è stato detto che i bassi non parlano, l’intonazione lascia a desiderare, certe pagine non funzionano correttamente. E, dal punto di vista filologico in senso stretto, posso dar loro ragione senza problemi: sentire Zipoli su uno Zefirini o su un Hermans, o Bach su un Sielbermann o su copie storiche di strumenti di questo genere chiaramente offre un altro risultato.

Idem con patate per quanto riguarda la conduzione dell’agogica, cioè il modo da me scelto per condurre la ritmica esecutiva, nonché per la fonica, cioè le scelte delle sonorità dei registri.

Specialmente nella mia interpretazione della Fuga BWV 542 è stato criticato un “cedimento ritmico”, mi è stato amichevolmente fatto notare che bisogna quasi usare uno sforzo di immaginazione per seguire il ritmo perché il metronomo è trattato un po’ troppo liberamente. Infine, anziché eseguire una grande fuga con il ripieno integrale declinandolo in tante microstrutture di diteggiatura. Osservazioni sincere, fatte da persone sincere che stimo e del cui parere chiaramente tengo conto, ci mancherebbe!

AM – Non posso dire di essere un’esperta barocchista, … ma a me non è saltato all’orecchio nulla di strano. Eppure di musica antica ne ascolto. Ho ascoltato Ghielmi, Imbruno, Koopman. Ma ciò che ho ascoltato più volte con autentico piacere è l’integrale per organo di Bach incisa da Helmut Walcha, il grande organista non vedente. Mi ha sempre colpito la sua affermazione: “Voi che avete l’uso degli occhi, vedete la musica come si guarda la bellissima fisionomia esterna di una cattedrale. Io invece la vedo da un’altra prospettiva: non la vedo dall’esterno, ma la scruto dall’interno. E vi racconto cosa vedo”.  Walcha-Helmut-02.jpg

AC – Ha detto tutto con un nome: Helmut Walcha (foto a lato). Ora, se prendiamo la sua BWV 542 così come l’ha pubblicata nell’integrale di Bach edita dalla Deutsche Grammophon, un orecchio filologico si accorgerà immediatamente dei cedimenti di metronomo, dei mutamenti di registri, eccetera eccetera. Figuriamoci se prendiamo in considerazione le incisioni superstiti di Schweitzer, che addirittura nel suo “Bach, il musicista poeta” prescrive pure per le esecuzioni su organi storici (da lui per primo prediletti) che si cambi la velocità esecutiva a seconda dei passaggi: più scorrevole e rapida nei passaggi più semplici e leggeri, come quando le parti si riducono a due voci, rallentata e ponderata quando il disegno armonico si fa più intricato e intenso, per dar modo all’orecchio di seguire, di capire. Si può essere o non essere d’accordo. Di qui l’intuizione che giustamente voi due avete colto: si tratta anche qui del “mio Bach”, che mescola cognizioni filologiche e storiche ad elementi che la filologia non prende mai in considerazione, cioè la necessità di utilizzare strumenti anche non adeguati per necessità pastorali, educative, catechetiche, oltre ad una concezione di una musica antica non resa per forza storicamente, ma già reinterpretata secondo la sensibilità e le necessità odierne del popolo di Dio. Intendiamoci: lungi da me il pensare le mie miserrime incisioni anche solo paragonabili a quelle di Walcha e di Schweitzer, a confronto delle quali sono appena una copia fatta a mano da una fotocopia riuscita male!

CC – Qual è allora la sua idea personale nel concepire le sue scelte esecutive, Alessio?

AC – Le riprendo pari pari dal mio primo lavoro su Bach, quello che è stato rieditato da poco, come avete ricordato.

Sarà capitato a ciascuno di noi di fare confronti tra le omelie di diversi sacerdoti celebranti che si sono avvicendati all’ambone durante il nostro servizio liturgico, no?

Non è forse vero che un’omelia declamata col medesimo tono di voce e con la stessa ritmica, senza momenti di pausa, finisce con lo sfinirci, specialmente se lunga?

Invece, un’omelia pronunciata, non coi toni da attore consumato (che per di più non sono mai opportuni in un contesto celebrativo, dove è Dio il protagonista, non di certo il celebrante), ma con la padronanza di un opportuno declamato, fatto di accelerazioni e decelerazioni nel ritmo della successione delle parole a seconda della complessità dei concetti esposti, ottiene il risultato di conquistare gli ascoltatori e trasmettere qualcosa di buono e salutare all’anima.

Mi chiedo se non potrebbe benissimo darsi che ciò possa riguardare anche la proposta di una lunga e complessa fuga bachiana, da vedersi non solo come una pagina musicale, ma come una vera e propria “orazione”, peraltro una musica caratterizzata sovente dall’impiego delle regole della retorica.

Non ritengo di avere le competenze adeguate per giudicare le scelte esecutive di Schweitzer rispetto ai moderni interpreti filologici, …però vorrei riferire un piccolo esperimento che ho svolto tante volte durante gli incontri di insegnamento in ambito ecclesiale, i cui esiti mi hanno sempre incuriosito, e alla fine persuaso.

Propongo a dei giovani, con una conoscenza musicale di base accettabile per quanto riguarda l’ascolto ma estranei alle grandi questioni di filologia organistica, l’ascolto di una fuga per organo di Bach eseguita da uno qualsiasi degli attuali, grandi interpreti filologici e poi la faccio seguire da un’esecuzione di Schweitzer del medesimo brano, ponendo infine la domanda: “Quale vi piacerebbe di più sentire in chiesa prima o dopo la Messa oppure ai Vespri?”.

La risposta è sempre stata: “L’ultima che ci hai fatto ascoltare”, cioè quella di Schweitzer.

Alla mia richiesta di una motivazione, mi è stato più volte detto: “Non saprei dirti il perché, ma riesco a seguirla così bene! È così profonda, così adatta alla preghiera e al raccoglimento… L’altra mi sembrava più da concerto, da palcoscenico. Bravissimo, l’esecutore, per carità! Ma in chiesa mi disturberebbe, anziché aiutarmi a pregare”.

Emerge dunque un’altra questione da discernere: il motivo per il quale “quel Bach”, nonostante oggi possa considerarsi “migliorabile” (se non “superato”) sotto il profilo filologico, eppure così sapientemente indagato da Schweitzer, tuttavia riesca a parlare così bene ed efficacemente all’intimo di tanti e tanti odierni ascoltatori che troviamo nelle nostre chiese, effondendo serenità e calore, secondo i più elevati affetti soprannaturali. Mi sto chiedendo se, con l’attuale “priorità filologica” che tende innegabilmente a specializzare sempre di più queste musiche, … non ci si trovi addirittura a “lottare contro il nostro Signore Gesù”, che benedice il Padre Suo, ringraziandoLo di aver nascosto tali cose ai sapienti e agli intelligenti, rivelandole invece ai semplici: «Sì, o Padre, perché così è piaciuto a Te!». Il punto è un altro, anzi: è questo!

Nel Bach di Schweitzer, seppur perfettibile, non vi è alcuna patina asettica, nessun accademismo, nessuna freddezza, seppur certamente si avverta ancora qualche tratto dell’influenza romantica.

No.

È “un Bach vivo”, caldo, umano, quello che queste mani callose, indurite dal lavoro e dal chinarsi sulle ferite degli altri riescono a proporci. E’ un Bach interpretato da un musicista missionario che rende “sue” quelle musiche meravigliose, infondendo in esse la propria vitalità artistica ed umana, che va ad assommarsi dunque a quella di Bach.

E’ davvero un Bach che ha lo scopo di render gloria a Dio e di recare sollievo e diletto alla mente, perché Albert Schweitzer, prima di tutto e soprattutto, non è un accademico o uno scienziato storico/critico dell’organo: è un medico dei corpi, un organista/teologo ed un credente.

AM – E paradossalmente, proprio i pareri provenienti dall’ambito contemporaneo della musica, proprio i “lontani” dall’organo e forse pure dalla Chiesa sono quelli che si sono espressi favorevolmente, entusiasticamente, e si sono detti affascinati dalle sue scelte esecutive e dalle sue incisioni.

AC – Eh, sì. Eppure si tratta di musicisti di professione, per nulla estranei al mondo classico e che, anzi, sul mondo classico hanno posto le fondamenta della loro pratica musicale per poi costruirvi sopra (jazz, rock, ethno). In pratica, come un albero: radici, tronco, rami, foglie, fiori, frutti. Non si sono fermati alle radici: hanno preso dalle radici e sono arrivati alle foglie, ai fiori, ai frutti. In piccolo, è quello che capita in parrocchia con chi incontra per la prima volta queste musiche: le incontrano in un ambiente familiare, le sentono praticate nella realtà della preghiera, le recepiscono tramite scelte esecutive che, evidentemente, funzionano per questo ambiente.

CC – C’è sicuramente un messaggio, una speranza, alla base del suo lavoro, Alessio: vuole dirci qual è?

La mia speranza è che nei conservatori e nelle accademie si torni massicciamente ad ascoltare e a guardare Schweitzer, Ricther, Walcha, Germani come a dei validissimi modelli per poterli poi serenamente superare, sommando all’acutezza della loro esperienza e sensibilità intellettuale e liturgica le conquiste valide, buone e giuste dell’attuale scienza filologica.

Altrimenti temo proprio che, allontanandosi sempre di più il mondo liturgico reale dal mondo dello studio iperspecialistico (ed elitario) della filologia barocca, quella musica finirà col cessare di parlare efficacemente al cuore della gente, perché sarà stata strappata del tutto alla concretezza della vita quotidiana, fatta di sensibilità che mutano continuamente e che dunque richiedono che qualcosa di antico, per rimanere attuale, sappia anche sganciarsi da rigidismi storicisti per declinarsi secondo i desideri profondi dell’oggi della Chiesa. Dunque la musica antica non sarà più riletta, non sarà più vivificata dalla sensibilità di nuovi, giovani artisti, perché essi finiranno inevitabilmente per prendere strade completamente sradicate dalla validità di questo prezioso passato: lo vedranno del tutto isterilito, museale…dunque, prima sbiadito, ed infine definitivamente morto.

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Bach: un grido di dolore, un sospiro d’amore, un palpito di fede“:

Ebook:

http://www.mondadoristore.it/Bach-grido-dolore-sospiro-Alessio-Cervelli/eai978882286368/

Edizione cartacea:

https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss?url=search-alias=stripbooks&field-keywords=9788892596467

Per consultare le tracce del CD “Note di letizia“:

RICOSTRUITA L’ESECUZIONE DEL “GLORIA” DI VIVALDI IN SANTA MARIA DELLA PIETA’- UN OTTIMO LAVORO A FIRMA BBC

Un video meraviglioso, che sulle note del bellissimo Gloria di D. Antonio Vivaldi ci mostra il mondo della Venezia e delle giovani educande che furono l’ambiente e i mezzi con cui l’esecuzione di questo celebre brano vide la luce. Tutto da gustare! Un ottimo lavoro della BBC.

Certo che ci viene da fare una considerazione: se ci svegliassimo un attimo, in Italia avremmo un patrimonio storico e artistico immenso da diffondere, anche attraverso questi nuovi mezzi., che sono oggi gli strumenti con cui arrivare dovunque, soprattutto nei “luoghi virtuali” dei giovani. E invece no: ci lasciamo pure “fregare” Vivaldi! Ma indubbiamente, se il risultato è questo ne vale anche la pena.

Buona visione e buon ascolto!

ALESSIO E “IL SUO BACH”. Intervista di Umberto Nardi

Umberto Nardi (UN), appassionato di musicologia e di letteratura organistica, nonché fedele lettore del Blog, ha recensito su Mondadoristore la nuova edizione del primo lavoro di Alessio Cervelli (AC) su Bach (per leggere la recensione, cliccare sul link a fine articolo). In sede di corrispondenza privata, ha posto all’autore delle domande che, alla fine, su suo suggerimento e di comune accordo con Alessio, sono confluite in questo articolo-intervista che può offrire spunti di riflessione non solo musicologici, ma anche di testimonianza cristiana.

 

UN: Alessio, penso che la prima cosa che chi frequenta il blog vorrebbe chiederle è: come mai Bach?

AC: Bach è un artista che ha creato musiche talmente cariche e dense di energia da saper attaccare il cuore di chi ascolta e di chi lo suona. Quando si è adolescenti, si cercano sempre emozioni forti. Io trovai Bach, e in particolare il Bach della Fantasia e Fuga in Sol minore.

 

UN: Come mai lei è rimasto così legato proprio alla Fantasia e Fuga?

AC: Credo che capiti a molti di legare una musica a un ricordo, a un momento particolare della vita. Ecco, la Fantasia e Fuga per me è legata ad un momento particolare di quella che amo chiamare la “mia storia sacra”, ovvero il momento in cui è avvenuta la mia conversione del cuore.

 

UN: In che senso?

AC: Fin da piccolo sono andato in chiesa, sono stato a contatto con parroci in gamba, sono cresciuto all’ombra del campanile. Ma viene il momento – almeno per me è accaduto così – che dalla semplice abitudine presa da bambino occorre “scegliere Dio”, scegliere di stare con Lui, scegliere di amarLo e, se scegli di amarLo, allora scegli anche di servirLo, perché ti si accende dentro il desiderio di far scoprire anche agli altri quel tesoro nascosto, quella perla preziosa di cui parla il Vangelo.

 

UN: Come è avvenuta la sua conversione del cuore? Se posso chiederlo.

AC: Certo che può chiederlo. Prima di tutto è giusto che io ammetta un fatto. Dall’età di circa 15 anni fino ai 18, io non ho mai saltato una messa festiva, per cantarla e suonarla. Questo però lo facevo non per amore di Dio né per servizio al popolo, ma per pura superbia: avevo cioè trovato nella chiesa un palcoscenico sul quale esibirmi. Conoscevo già Bach, e lo studiavo per ore e ore… soltanto per avere “roba tosta” da sbandierare. Ma un giorno, verso i 18 anni, ricevetti una critica feroce e netta al mio comportamento superbo, per nulla cristallino in spontaneità e semplicità: questa critica mi colpì moltissimo, perché fu un ragazzo di 14 anni a ringhiarmela contro, a ragione. Fu un mescolarsi di eventi. Proprio di lì a poco, mentre ero rimasto turbato da quello che mi era stato detto e da quella cruda realtà che quel giovane mi aveva gettato in faccia, iniziai a scoprire l’umanità di Bach e venni a contatto con quella storia drammatica, dolorosa e assieme densa di un’immensa energia, che faceva da sfondo alla Fantasia e Fuga. Un grido di dolore frammisto a dolcezza celeste: la fantasia. Una ricerca, un rileggere la propria arta, un trasformare un motivetto olandese prima in un sospiro d’amore, poi in preghiera che elabora un grave lutto: la fuga. Non solo un grande artigiano, ma anche un uomo complesso nella sua storia, ed un marito premuroso, un padre affettuoso, un credente ferreo: Bach. Le parole di quella critica dolorosa ma sincera si miscelavano alle note di quel brano, al suo dolore, al suo gridare, al suo sperare, al suo credere. E da quella critica, da quella musica che infrangevano la chiusura della superbia, il mio sguardo si volse finalmente al tabernacolo, all’Eucaristia, al Signore Crocifisso, Immolato e Risorto, con quella spontaneità, con quella libertà, con quella gioia con cui l’avevo guardato da bambino quando facevo il chierichetto e sentivo nitidamente che lì, nella Messa, avveniva qualcosa di grande, di immenso. E non ho più smesso di guardare il tabernacolo, e di desiderare ardentemente che Colui che lì si trova, venga a trovarsi ogni giorno al centro della mia vita.

 

UN: In questa prospettiva, chiaramente, cambia anche il senso della musica…

AC: Certamente! Da palcoscenico per attirare gli sguardi diviene strumento di servizio al popolo e mezzo di lode al Signore nel culto. Del resto è quanto ci hanno insegnato sia la Sacrosanctum Concilium sia Papa Benedetto XVI: nel rito latino non c’è arte che faccia così integralmente parte della liturgia quanto la musica. La messa solenne è in canto. La musica d’organo non è un ornamento più o meno fastoso, bensì un’ardente orazione che eleva potentemente gli animi a contemplare le realtà celesti, al punto che quando si benedice l’organo, la preghiera di benedizione chiede che esso e l’esecutore che lo suona diventino capaci di unire la liturgia della terra a quella del cielo tramite la musica che vi si suona.

 

UN: Vorrei citarla dal suo libro: “L’organista liturgico ha un grande e gravoso compito, ben più oneroso del cercare consensi, bramare applausi e palcosce­nici che neppure competono al suo strumento. Deve afferrare una piccola porzione di Cielo e portarla quaggiù, a conforto di chi si trova ancora – lui compreso – nella fatica del pellegrinaggio terreno. Abbandoni dunque, senza timore, il suo povero cuore e la “carne” della propria anima tra le sante mani del Suo Eucaristico Signore e si lasci spezzare come il pane, perché quei piccoli, magari pure mediocri ed imperfetti frammenti di umanità, infiam­mati dalla Grazia, servano ad alimentare la preghiera di coloro che insieme a lui stanno rivolti all’altare” (Bach: un grido di dolore, un sospiro d’amore, un palpito di fede, pp. 162 – 163). Personalmente è la parte che sento come vero e proprio apice di questo suo primo libro su Bach… e forse in nessun altro suo lavoro mi sono sentito tanto emozionato: si avverte un cuore vibrante e partecipe. Mi chiedo: cosa può spingere un musicista a desiderare di sintonizzare la sua arte su questa lunghezza d’onda?

AC: E’ sicuramente la comprensione…ma più ancora che la comprensione, direi l’accettazione del dono che Dio ci fa della Sua Vita divina nel sacrificio della Croce di Cristo. E’ quello che ci dice la IV preghiera eucaristica: “perché non viviamo più per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi”, che poi è lo stesso immenso dono di cui ci parla San Paolo nella lettera ai Romani (14, 7-9). Cioè, non sono più io la priorità, ma quel rapporto di amore tra me e Colui che si è fatto uomo per offrire Se stesso anche per me, perché per Lui io sono una priorità, anche quando Lui non lo è per me, a causa della mia debolezza, della mia fragilità, del mio peccato. Sperimentare questo non può non cambiare completamente la vita… un passettino per volta, oppure tutto insieme, non importa: se è un’esperienza autentica, la vita cambia, non può non cambiare.

 

UN: Forse è una cosa banale o scontata da chiedere ad un abitante di Poggibonsi: si può dire che è un po’ l’esperienza vissuta dal vostro patrono, il beato Lucchese?

AC: Non mi sento assolutamente nella condizione di poter minimamente paragonare la mia piccola storia personale a quella di questo beato tanto caro alla gente delle mie terre. Però quel che posso dire è che sicuramente la vicenda della conversione di Lucchese mi è stata preziosissima per rileggere me stesso, specialmente negli anni della “mia” conversione. È bellissimo il racconto del mutamento di vita di Lucchese così come lo riferisce N. Benson, nel suo bel libretto “Due sposi santi: Lucchese e Bonadonna”.

Giunto al culmine della sua attività commerciale, Lucchese adocchiò un’altra opportunità. Nelle frequenti e disastrose guerre, in Italia, il grano generalmente scarseggiava, i raccolti erano depredati da soldati saccheggiatori o da nemici in ritirata. Colpì Lucchese il pensiero che un mercante che avesse la preveggenza di comprare tutte le riserve disponibili a buon mercato in tempo di abbondanza, potrebbe metter fuori gli altri venditori, e far pagare il prezzo che voleva in tempo di carestia. A Lucchese, arroccato nella ferrea torre del suo fatuo arricchirsi ad ogni costo, parve un’idea meravigliosa; e certo i futuri sviluppi, così familiari ai mestatori nazionali e internazionali, gli saltarono alla mente. Sì, tutto quel sistema disonesto di agire gli era almeno in parte visibile, mentre a passo deciso si avvicinava verso l’abisso. Fu a questo punto che Dio utilizzò mezzi umani per accaparrarsi una delle coppie più sante che la Chiesa abbia conosciuto (Lucchese e la moglie Bonadonna sono stati beatificati insieme) e – assai strano – una delle poche. La speculazione di Lucchese sui cereali con le conseguenti difficoltà per i poveri e danno per i mercanti locali, cominciò presto ad essere chiacchierata; prima in privato perché la vittima non può permettersi di offendere lo sfruttatore, poi con crescente risentimento e paura. Finché, una delle vittime la cui famiglia era alla fame, vide il mercante prosperoso venir giù per la strada, dopo Messa. Pieno di rabbia incontrollata e non avendo nulla da perdere, gli sbarrò la strada e gli ringhiò in faccia: “Tu credi di essere un uomo perbene, vero? Tu puoi inginocchiarti pieno di fiducia davanti al buon Dio, ma sei un assassino, perché mi hai messo alla fame!”. Il pover’uomo fece dietro-front e battendo i piedi prese la via di casa. Lucchese rimase come folgorato a seguirlo con lo sguardo. Questo impatto colla realtà gli mostrò in una bruciante illuminazione il sentiero lungo il quale mammona, cioè il denaro, lo stava menando. Ora, o mai, egli doveva tornare sui suoi passi. Per la prima volta in vita sua, Lucchese si accorse che servire Dio voleva dire di più che inginocchiarsi in chiesa ogni domenica per la Messa. Il minimo voleva dire essere giusti con le persone: anche per loro Gesù è morto. Voleva dire di più che baciare Cristo crocifisso il Venerdì Santo. Voleva dire riconoscere il Crocifisso in quella povera gente affamata, a causa dell’avidità di lui, Lucchese! Tutti sappiamo come ci si affolla ad una nuova pratica di devozione, com’è facile iscriversi per un pellegrinaggio parrocchiale, ed anche praticare qualche privazione in più durante la Quaresima; ma in che misura ripariamo le ingiustizie del passato, delle quali siamo pentiti, le parole offensive, le azioni volgari, i cattivi esempi dati? Eppure, a meno che le nostre pratiche di pietà ci spingano a ciò (in effetti esse sono appunto una preparazione dello spirito e della volontà), esse rimangono soltanto proiezioni sentimentali del nostro io, le quali difficilmente potranno realizzare qualcosa per l’eternità.

E Lucchese lo fa. Quasi fosse un novello Zaccheo, restituisce il maltolto, a cominciare proprio da colui che era stato lo strumento umano che Dio aveva usato per richiamarlo a Sé. Lucchese cambia perché quell’incontro terreno è stato l’incontro con quel “Dio nascosto” che pure ha cura e provvidenza di noi e che, attraverso la nostra storia, gli eventi, le persone che ci circondano, le musiche e gli artisti che le hanno composte, ci parla, ci interpella, addirittura ci provoca.

UN: Possiamo dire che, la sua, è una rilettura di Bach alla luce della sua esperienza? Possiamo dire che è “il suo Bach”, Alessio?

AC: In un certo senso, sì. Perché non ho voluto replicare l’asetticità di un manuale scolastico o la freddezza di un saggio scientifico, che pure sono mezzi utili, nulla da dire. Ciò non significa che io non abbia tenuto conto delle fonti, dei documenti, dei fatti riportati da cronisti e da storici contemporanei, degli studi dei grandi bachisti del nostro tempo… Soltanto ho scelto di non limitarmi ad un mero lavoro compilativo. Ho scelto di partire dal concreto ed oggettivo per poter andare al di là di esso ed entrare in un piano che non è meno reale, meno concreto: soltanto non è condiviso da tutti, ossia la dinamica della fede in relazione alle proprie vicende umane e alle proprie scelte. Quindi, sì: questo è “il mio Bach”, ma non per questo non è un Bach credibile o storico; è la proposta di una visuale che, come giustamente lei ha intuito nella sua recensione, non è così comune reperire. Secondo me era qualcosa che mancava nell’offerta formativa dei musicisti e ho voluto fare un tentativo per mettere in mano a studenti e appassionati un strumento agile e comodo da affiancare al materiale che già leggono e studiano. Un qualcosa in più, diciamo, ma un qualcosa che, se manca, non permette a mio avviso una conoscenza piena del grande maestro tedesco, che invece ha tanto da insegnare, anche sotto il profilo umano, ai giovani di oggi.

UN: Volendo concludere, che cosa si sentirebbe di dire agli organisti e ai musicologi di oggi, giovani e adulti?

AC: Prima di tutto sappiate relazionarvi alla musica che ascoltate, studiate, suonate. Lasciatevi emozionare. Non siate “mentalmente chiusi” dentro una sola stanza (tecnica, filologia, esegesi storica, organaria): la musica è un evento troppo più vasto, troppo più vivo di così. In questo mi trovo molto in sintonia con la cantante jazz Clizia Miglianti, che ha scritto la prefazione al libro: se la si intende come mero oggetto di studio, come mera materia d’esame o mezzo di lavoro professionale, la musica, specialmente quella antica, inevitabilmente muore, perché non trova più ragioni per toccare gli ascoltatori di oggi, così distratti dal caos del mondo, per potersi soffermare a spaccare il capello in quattro su cavilli accademici. Guardate sempre all’umanità del compositore, alla sua storia, a ciò che sappiamo del suo carattere. Non accontentatevi dei manuali scolastici quasi fossero la verità infusa…perché spesso non lo sono, oppure sono terribilmente asettici, al punto di non trasmettere nulla di autentico della complessa vicenda umana che sta dietro al nome di un compositore. Siate curiosi e siate aperti anche alla novità, alla riscoperta, all’adattabilità, alla sperimentazione che ringiovanisce il linguaggio antico per renderlo nuovo e godibile per le nostre attuali generazioni!

PER LEGGERE LA RECENSIONE DI U. NARDI:

http://www.mondadoristore.it/Bach-grido-dolore-sospiro-Alessio-Cervelli/eai978882286368/

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