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EDOARDO LA SUONA, ALESSIO LA SPIEGA: A PROPOSITO DELLA CHITARRA NEL CULTO CATTOLICO

1 – INTRODUZIONE

Quando avevo più o meno diciott’anni, mi fu messo tra le mani un volume di un padre benedettino biblista, teologo, musicologo…ed esorcista. In questo libro erano riportate le sbobinature di quanto il maligno aveva detto durante varie celebrazioni del Rito dell’Esorcismo Maggiore. Il sacerdote in questione è il grande e compianto Padre Pellegrino Maria Ernetti O.S.B, ed il libro succitato è uno dei suoi best seller, “La Catechesi di Satana”, pubblicato con tanto di nulla osta del Cardinale Pio Laghi concesso da Roma in data 30 settembre 1993. Nell’edizione del 2008, curata dall’editrice Segno, a pag. 106 si legge:

Le vostre chiese saranno trasformate in sale di riunioni: dialoghi, danze con musica jazz, con chitarre e batterie, come nei locali notturni. L’organo, il latino, il gregoriano, come pure tutta la polifonia classica, spariranno. Roba d’altri tempi, superata! (…) Te lo ripeto: bisogna dissacrare tutto”.

Se effettivamente immaginiamo queste parole espresse dal maligno sotto la costrizione dell’azione della grazia divina durante la celebrazione di un sacramentale della Chiesa, e se poi ci guardiamo intorno nell’attuale e diffusissimo panorama ecclesiale a livello capillare delle parrocchie, … forse più d’uno potrebbe restare turbato.

E tuttavia è la storia della Chiesa, l’esperienza di trasmissione della Tradizione, la vita dei santi e il magistero stesso che ci devono fare da guida per riflettere serenamente su una questione che, se la prendessimo di petto impugnando la mistica di rivelazioni private, per quanto autorizzate, otterremmo soltanto del caos inutile e per di più pericoloso e divisorio: realtà ultima, questa, che è tra quelle che sta maggiormente a cuore al maligno stesso, fin dal principio della storia umana.

2 – STORIA E TRADIZIONE

Innanzitutto dobbiamo chiederci: cosa si deve intendere per Tradizione nell’ambito della musica sacra? Né più né meno di quanto ha brillantemente espresso Papa Benedetto XVI nel suo magistero ordinario:

Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo “a casa”: incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica – il gregoriano o Bach o Mozart – è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa “passato”, ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere all’imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: “Cantate al Signore un canto nuovo”. Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono un’unica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi (Udienza generale, 21 maggio 2008, Aula Paolo VI).

Ecco la più bella definizione di Tradizione che si possa trovare: creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e allo stesso tempo presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede. Se ci pensiamo bene, è ovvio che sia sempre stato così. Altrimenti non avremmo mai avuto le opere di Cimabue, di Giotto, del Masaccio, di Michelangelo, ma saremmo rimasti ai graffiti paleocristiani. Non avremmo mai avuto Ambrogio, Palestrina, Da Victoria, Mozart, Hydn, Perosi, Bartolucci, Miserachs, ma saremmo rimasti alla cantillazione sinagogale frammista al cantilenato latino tardo antico.

Tradizione non significa restare immobili e fissi sulle stesse cose, perché rischieremmo altrimenti di attribuire le caratteristiche della Divina Rivelazione a quelli che invece sono aspetti accidentali della trasmissione di quest’ultima. Tutta la storia liturgica ci parla e ci racconta dei grandi e talvolta traumatici cambiamenti che si sono consumati nei secoli, laddove si sono alternate fasi di “baraonda” a fasi di ripensamento e riordino da parte della gerarchia.

Tanto per dirne una: al Papa Benedetto XIV, nel 1749, alla vigilia di un Anno Santo, veniva posto il problema: polifonia sì o polifonia no? Organo sì o organo no? Uso degli strumenti sì o solo canto piano vocale? E il Papa promulga la sua grandiosa Annus qui nuc, con cui stabilisce che la polifonia si può benissimo usare, purché corrispondente alla sacralità del culto, l’organo va benissimo, purché le sue armonie ora morbide e pacate ora allegre e brillanti favoriscano la preghiera, e così vale pure per l’uso di altri strumenti in chiesa. Cosa ha fatto il Papa, in altre parole? Ha applicato quella logica dell’innovazione prudente e saggia nella continuità dei valori della Tradizione, perché i tempi cambiano, il pensiero dell’uomo muta, si struttura e destruttura, le aspirazioni si diversificano, la sensibilità si trasforma, il modo di stare alla presenza di Dio si trasfigura. E’ sempre stato così, con questa alternazione tra momenti in cui si è osato, fasi in cui questo osare ha creato qualche confusione, e intervento chiarificatore che non ha quasi mai distrutto le novità dell’arte, bensì le ha disciplinate, indirizzate rettamente e quindi fatte sue.

Ma come la mettiamo con quello che vediamo oggi? Come la mettiamo con la reale “malabolgia” che abitualmente sperimentiamo nelle nostre chiese? Come la mettiamo dunque con quello che riferisce Padre Ernetti e che ci sembra così dannatamente attinente ai nostri tempi?

Lasciate che vi dica che, se Padre Pellegrino fosse vissuto un secolo prima, molto probabilmente avrebbe riferito quelle stesse parole del maligno, stavolta però inerenti nientemeno che all’organo. Proprio così: all’organo! Perché spesso, troppo spesso, nell’Ottocento l’organo tutto faceva tranne che esprimere un linguaggio sacro: basti pensare a tutta quell’ampia gamma di musica detta “bandistico-organistica” che ha avuto grandi esponenti in Padre Davide da Bergamo, Petrali et similia. Aprite un’antologia dell’epoca e troverete titoli come “Overtura per l’entrar della Messa” o “Polka marziale per la Comunione” o “Versetti sul Va’ pensiero per la Gloria”. Cosa stava succedendo? Quello che dal ’68 in poi è nuovamente capitato e di cui noi siamo testimoni oggi: un’irruzione di tutto il gusto marcatamente profano (all’epoca era quello operistico di stampo pucciniano o verdiano) all’interno del Culto. Come avrà fatto un pio fedele a concentrarsi sull’Eucaristia che gli veniva amministrata nella Santa Comunione mentre l’organo suonava una Polka marziale, Iddio solo lo sa!

Cosa accadde? Intervenne il papa S. Pio X col suo Motu Proprio Inter sollicitudines, a seguito del quale si tornò a guardare al linguaggio classico del canto e dell’organo e si riscoprirono anche i grandi autori cristiani di confessione protestante quali Bach, Haendel, Mendelshonn. Il movimento ceciliano ebbe il merito della riforma dell’organo cattolico (pur con certi eccessi e talune scelte discutibili, sia chiaro) e dell’avvio della composizione e della diffusione di canti anche in lingua nazionale per la partecipazione del fedeli al culto.

E poi? Cos’è successo?

“C’è stata la rottura del Vaticano II!”, risponderanno alcuni, forse non consapevoli che ridurre tutto a termini così semplici, per non dire semplicistici, puzza tremendamente di ideologia.

3 – CONCILIO E POST-CONCILIO

L’ultimo Concilio, in materia di musica sacra, è stato di un equilibrio encomiabile. Basta leggere integralmente il Cap. VI della Costituzione Sacrosanctum Concilium per rendercene conto. Non si rigetta nulla del passato, anzi lo si codifica e lo si pone sotto il titolo di “tesoro della tradizione”: il gregoriano splende nel suo primato, la polifonia è pienamente accolta, l’organo è comandato che si tenga in sommo onore. E, allo stesso tempo, si afferma che:

altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli (n° 120/b).

Non mi sembra che il Concilio abbia detto nulla di diverso da quanto, ad esempio, aveva affermato Benedetto XIV nella Annus qui nunc. E’ stata fatta la stessa operazione: prudente apertura al nuovo nel solco di una continuità saggia con la tradizione precedente.

Il problema è venuto dopo, e questo articolo della Costituzione Liturgica, ripreso poi dalla bellissima Istruzione Musicam Sacram di Papa Paolo VI così come dal Chirografo di Papa Giovanni Paolo II, è stato il “cavallo di Troia” per giustificare l’entrata nel culto di quel gusto caotico, burrascoso e distrattivo (quando non proprio “distruttivo”) che si è portata con se la temperie del ’68, quando tutto ciò che era “precedente”, divenne, non nobilmente antico, ma spregiativamente “vecchio”, e dove la parola d’ordine “novità” sgomitò con la prepotenza di chi voleva assolutamente tagliare tutti i ponti col passato nell’euforia di questa sbornia contestatrice.

4 – OGGI

E’ subentrato il caos…ma si badi bene! Non solo a livello liturgico, artistico e musicale, bensì in tutti gli aspetti della vita umana: disintegrazione della società in favore di un’economia consumistica che vede l’essere umano come risorsa di consumo e non come fine; disgregazione dell’identità familiare; crisi diffusa nell’affettività e nelle relazioni umane, che in ultimo hanno portato a tutte le conseguenze che sono sotto i nostri occhi, in primis l’ideologia gender; completo disinteresse per il bene comune e oblio pressoché totale della dottrina sociale della Chiesa; abisso d’ignoranza e disumanizzazione in cui è caduta l’istruzione pubblica, col sistematico abbandono di tutto ciò che è genuinamente umano, razionale e creativo, in primo luogo l’arte e la musica.

Come per tutto ciò che è umano, anche la vita cattolica è stata completamente investita da questa violenta temperie, coi risultati che conosciamo.

Per cui, da anni ci chiediamo, specialmente tra quelle giovani generazioni che non hanno vissuto quella temperie e che quindi ne contemplano i frutti con critico e freddo distacco:

  • come mai, se il Concilio raccomandava la formazione di religiosi, seminaristi e sacerdoti alla musica sacra, questa è, assieme all’arte, la grande assente nei seminari e nei noviziati?

  • Come mai, se il Concilio raccomandava l’erezione di Istituti di Musica Sacra per la formazione dei musicisti liturgici, questi non ci sono oppure, laddove ci sono, non riescono a compiere la loro missione?

  • Come mai, se il Concilio apriva alla prudente possibilità di altri strumenti “adatti o almeno adattabili” purché si rimanesse nella dignità del culto, ci troviamo in questa completa anarchia che in chiesa impedisce perfino di concentrarsi due minuti, figuriamoci di pregare?

  • Come mai non si fa nulla per porre rimedio a tutto ciò?

Sono tutte domande legittime e, per certi versi, drammatiche. E sono, al contempo, domande in cui si rischia di “fare di tutta l’erba un fascio”.

Per rispondervi parzialmente, vi presento un giovane musicista. Si chiama Edoardo Bruni ed è cantautore. Vi propongo uno splendido esempio della sua arte: la canzone “Chissà se”.

Va detto: Edoardo non te le manda a dire di dietro! Sa impugnare l’esperienza della vita (in questo caso la fine di una relazione con una ragazza) e trasformarla in arte. Un’arte che gli si confà pienamente, non c’è che dire! Da musicologo specializzato nel periodo barocco quale sono, devo ammettere che a me questo pezzo è piaciuto subito, fin dal primo ascolto.

Ma che c’entra?!”, mi diranno i sostenitori della buona musica di chiesa.

Ve lo spiego subito, anzi… ve lo faccio sentire. Ascoltate “questo” Edoardo Bruni; poi ne riparliamo.

Non ditemi che non si sente un abisso di differenza: mentireste a voi stessi. Quanto si è trasformato il “primo Edoardo” rispetto al “secondo Edoardo”? Immensamente! Ma perché? Perché è mutato il linguaggio. Si badi bene: il linguaggio, non lo strumento! Edoardo ha preso la sua chitarra e, anziché usarla col linguaggio con cui ha scritto “Chissà se”, l’ha adattata al linguaggio del Chorale “Jesus bleibet” di Bach.

E qui viene il bello, e mi perdonerà Edoardo se lo racconto, ma è una pennellata veramente intensa e preziosa che non si può non condividere. Terminata l’esperienza esecutiva di quel brano, durante la Catechesi Musicale tenuta a Siena, presso la Parrocchia di S. Bernardo Tolomei al Petriccio, il 26 dicembre u.s., mi si avvicina e mi dice: “Suono da quando ero piccolo… ma un’emozione così grande non l’avevo mai provata! Mi sono sentito tremare per tutto il corpo! Sentivo la mano destra addormentata come quando dormi col peso sopra un piede e poi ti alzi e non puoi camminare perché la gamba non ti regge! Ho quasi pensato che mi sarei interrotto a metà brano, in preda all’impossibilità di portarlo a termine”. Invece Edoardo l’ha portato a termine, eccome! Al punto che ha commosso più di un ascoltatore, emozionando gli altri (compreso un oscurantista parruccone filobarocco come me) forse più di quanto si è emozionato lui per la prima volta. E, per onestà intellettuale, dirò che Edoardo è un ragazzo che, sotto il profilo della fede, possiamo definirlo serenamente in ricerca, cioè senza ancora aver dato con la ragione e con il cuore un suo assenso ad una confessione o a un credo in particolare: e questo rende il suo contributo ancora più prezioso ed oggettivo ed anzi, personalmente gli sono molto, molto grato per aver accettato di mettersi in gioco così, nell’ambito della musica sacra.

Domandiamoci dunque: che cosa è successo in quel momento, mentre Edoardo approcciava quella pagina di Bach? Che dalla euforica ebbrezza di una canzone, latrice di un sentimento pienamente umano e quotidiano, benché di certo bello e intenso, Edoardo è passato alla sobria ebbrezza di un brano scritto per la preghiera liturgica, un pezzo che reca in sé l’impronta di un sentimento che è anch’esso umano, certo, ma con lo sguardo immerso nell’infinito, laddove il cuore dell’uomo fa silenzio per lasciare spazio ad Altro. Quell’Altro che Bach a suo tempo chiamò per nome e riconobbe come suo Signore e suo Dio.

Per quanto mi riguarda, quando ho ascoltato quel pezzo, eseguito così, con questa chitarra, in cuor mio ho pensato: “Eccola! Ecco la vera voce di questo strumento! Ecco quella voce che nelle nostre chiese questo strumento non esprime mai!”.

5 – ….MA LE RISPOSTE ALLE NOSTRE DOMANDE?

Carissimi, le domande che ponete (e ci poniamo) non hanno risposte semplici. Perché la semplicità in questi ambiti, laddove qualcuno la propugna come semplice soluzione dall’esito garantito, non è verità: è ideologia intransigente, che non tiene conto dei fattori più delicati della sensibilità e della storia umana recente.

E’ chiaro che è venuto a verificarsi un caos.

Caos nella storia della Chiesa ne abbiamo avuti tanti, alcuni simili, altri diversi. Personalmente non mi sento di inquadrare il caos che viviamo, perché la storia è talmente grande che ci supera tutti, nei limiti delle nostre piccole e talvolta troppo provinciali esperienze.

Investendo ogni sfera dell’esistenza umana, anche ecclesiale, questo caos ha portato a distorcimenti, fraintendimenti e inadempienze, anche dei documenti stessi del Concilio: e questa non è un’idea mia, ma dello stesso Papa Benedetto XVI, che parlò chiaramente, distinguendo tra il Concilio dei Padri e il “Concilio dei media”.

C’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, che cerca di rispondere alla sfida di Dio in quel momento e di trovare nella Parola di Dio la parola per oggi e domani, mentre tutto il Concilio – come ho detto – si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via. Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. (Benedetto XVI, Incontro con i Parroci e il Clero di Roma, Aula Paolo VI, 14 febbraio 2013).

Tali distorsioni hanno inevitabilmente travolto la formazione dei futuri chierici, che non sono più stati educati in modo razionale e sistematico alla percezione e comprensione del bello nell’arte, nella musica, nell’architettura, nella sartoria, nell’oreficeria e via discorrendo.

E poiché erano i sacerdoti che educavano al bello le loro comunità parrocchiali, i chierici in formazione, divenuti a loro volta curati d’anime, si sono trovati gradualmente sempre più sprovvisti dei mezzi e, alla fine, non hanno più neanche percepito la questione della bellezza.

La ciliegina sulla torta è stato il fraintendimento massivo della actuosa participatio, della partecipazione attiva al culto: è stato il grimaldello per esautorare pressoché in toto chi della musica aveva fatto la propria professione e vi aveva dedicato la vita per far largo alla vasta schiera di giovani dilettanti, abbeveratisi alle fonti delle Messe-beat del Giombini, del Migani & c.

Ed ecco il risultato: tutta l’umanità da ogni parte dell’occidente urla a vario titolo e in vario modo la propria fame di bellezza spirituale, a fronte di liturgie che impediscono perfino il grado minimo di concentrazione, in chiese dove a cominciare dai pastori non si ha più la benché minima idea di come educare il gregge al raccoglimento, al silenzio, all’ascolto, all’orazione mentale. Si finisce così col non avere praticamente niente che rammenti alla mente e al cuore che il Dio incarnato è lì, “prigioniero d’amore” del tabernacolo, come si diceva nei vecchi libri devozionali, o piuttosto, meglio, Vittima Pura e Santa tra le mani del Sacerdote, sull’altare della celebrazione eucaristica.

Di nuovo… di chi la colpa?

Di chi ormai non c’è più, perché chi ha cavalcato l’onda di questa contestazione e ha formato (o forse “deformato”?) il clero in tal senso è in larga parte già comparso davanti a Dio, facendo ritorno alla Casa del Padre. Per dirla in breve, chi muore giace e chi vive si dia pace!

Quella desacralizzazione di cui parlava Padre Pellegrino, dunque, non è da imputarsi ad uno strumento o ad un genere musicale piuttosto che ad un altro: il vero risultato cui mira il maligno è appunto la desacralizzazione in sé, cioè l’incapacità di “sostare” con frutto alla Presenza di Dio.

E allora?

Allora, siccome ci troviamo in questa situazione, coi dilettanti animati anche da buoni propositi, ma senza la benché minima alfabetizzazione musicale e liturgica, la risposta, per quanto possibile è questa: formazione!

Occorre alfabetizzare, occorre insegnare a leggere un rigo in chiave di violino, occorre iniziare ad educare l’orecchio e la mente, facendo volgere l’anima dall’euforica ebbrezza della Messa Beat o del sentimentalismo sfrenato dei più disparati movimenti religiosi alla sobria ebbrezza, quella che i grandi artisti hanno composto per secoli. Fatto questo, si potrà tornare a comporre, riprendendo un cammino di innovazione nella continuità che a mio avviso è stato davvero interrotto con l’avvento degli anni Settanta del secolo appena trascorso.

E’ un percorso graduale, faticoso, paziente, che inizia dall’imparare a far bene e con arte quello che già si fa nelle parrocchie: non è il massimo, ma è l’indispensabile punto di partenza. Si impari a suonarla davvero, una chitarra! Si impari a disciplinare la voce! Si impari a dosare i colori strumentali (comprese le percussioni, se c’è chi le suona)! Si impari a far calare gradualmente il linguaggio del baccano, e a far subentrare gradatamente quello della calma, del raccoglimento.

Questa è l’unica vera soluzione che, secondo l’umilissimo parare di chi scrive, ci può restituire la nostra vera identità spirituale. Paradossalmente, l’arte della chitarra di Edoardo, oggi, può davvero costituire un passo importate per il nostro domani. Basterebbe accettare la sfida di durare la fatica necessaria ed indispensabile per sviluppare quest’arte, affinché il bello non sia semplicemente un “volemose ‘bbene” a tarallucci e vino com’è adesso, ma sia autentica, sobria ebbrezza che ci faccia abbandonare palcoscenici e protagonismi e ci spinga nel silenzio a guardare dentro di noi e incontrare l’Infinito.

Alessio Cervelli

P.S. La questione dei giovani e delle chitarre in chiesa era già stata trattata nella Seconda Parte del Documentario “Questo è Bach, ragazzi”, di Elia Mori. Qui riproponiamo il video. Si entra nell’argomento a 01:20:

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LA LETIZIA DELLA GRANDE MUSICA DI DIO A S. BERNARDO TOLOMEI A SIENA

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Don Claudio Rosi, parroco di S. Bernardo Tolomei (BBT)

Dopo la riflessione musicale sull’Avvento svoltasi nello scorso mese di novembre presso la sala parrocchiale della Rettoria Arcivescovile di San Cristoforo a Siena, in piena soluzione di continuità si è tenuta ieri sera nella parrocchia di S. Bernardo Tolomei al Petriccio, nota familiarmente come BBT, la Catechesi Musicale “Tu sei il mio Figlio” sul tempo di Natale. L’evento è stato voluto e richiesto dal Parroco Don Claudio Rosi e caldamente auspicato dal Vice Parroco Don Antonio Leopardi.

Sono intervenuti i maestri Clizia Miglianti (mezzosoprano), Edoardo Bruni (Chitarra), Leonardo Agnelli (Clarinetto) e Mario Spinelli (Organo), che hanno prestato servizio alle 18 per la Santa Messa Cantata di Santo Stefano Primo Martire e subito dopo, alle 19, hanno proposto una selezione di brani di musica sacra durante la catechesi tenuta da Alessio Cervelli (musicologo).

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Un momento della catechesi: l’esecuzione dell’Ave Maria di Clizia Miglianti

Tra le mura della chiesa del BBT si sono fatte accostare e conoscere un po’ meglio grandi pagine di Bach, Pachelbel, Zipoli, Gounod, Morricone, Alfonso M. de’ Liguori; il piccolo e splendido organo Chichi qui istallato è stato pienamente all’altezza della serata, sotto le mani esperte di Mario Spinelli; Edoardo Bruni ha regalato ai presenti la possibilità di sentire, magari per la prima volta, cosa significhi una chitarra ben suonata nel contesto liturgico, con sonorità pacate ed intense, adattissime alla preghiera più profonda; Leonardo Agnelli ha dimostrato quale grande risorsa costituisca la suadente sonorità del clarinetto, capacissimo di adattarsi al contesto liturgico suscitando una sobria commozione contemplativa. Infine, per la prima volta di fronte al Popolo di Dio è stata eseguita l’Ave Maria composta dalla Prof.ssa Clizia Miglianti: un pezzo modernissimo, che unisce innovazione e tradizione, e che, forse con grande stupore della stessa autrice, è stato accolto con un entusiasmo enorme.

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Il piccolo Pietro, giovanissimo parrocchiano del BBT, “saltato in collo” ad Alessio, al termine della catechesi

Una serata colma di letizia, non solo per il nutrito ed entusiasta gruppo di fedeli che ha partecipato, ma anche per i musicisti stessi, che non hanno nascosto la loro emozione nel vedersi, al termine della catechesi, letteralmente “presi d’assalto” da grandi e piccini per una stretta di mano, un abbraccio, la confidenza di un’emozione avvertita in cuore, la scoperta di qualcosa mai udito prima.

Una serata dove ha parlato lo Spirito Santo, mostrandoci come, se la musica si flette, il nostro cuore si inginocchia, e se la musica di eleva, il nostro cuore si innalza nella contemplazione della bellezza di Dio“, ha concluso Don Antonio Leopardi, prima della benedizione finale. Il commento che è ricorso più e più volte sulle labbra della gente è stato: “Devono essere fatte più spesso, sistematicamente in tutto il territorio della Diocesi, questi eventi! Hanno tantissimo da insegnare a chi ascolta!”.

Dopo l’esperienza vissuta… sì, dobbiamo riconoscere che è vero: la grande musica di Dio si rivela ancora essere il linguaggio privilegiato per arrivare nelle profondità dell’anima, scuotere dal sonno di apatica mestizia che troppo spesso caratterizza il nostro tempo e restituire la consapevolezza dell’amore di Cristo e la speranza dei beni eterni, perchè, come amava dire Don Primo Mazzolari: “La musica è come la parola del Signore: parla direttamente al cuore della gente! Non stancarti, non stancarti mai di suonare!”.

Riviamo un po’ dell’emozione della serata, con la Giga in Sol minore di Domenico Zipoli arragiata per clarinetto e organo, e con la splendida Ave Maria di Clizia Miglianti.

CANDIDA NEVE ASPERSA DI SANGUE: IL NATALE NELLA LITURGIA (di Alessio Cervelli)

Non prendiamoci in giro: è già da prima che iniziasse l’Avvento che siamo bombardati da luminarie, addobbi e marketing natalizi. Al punto che quest’aria forzatamente anticipata di festa ci allappa un po’ la lingua, con tutta questa “melassa” anticipata.

Perché? E’ semplice: tutto si gioca sull’emotività sentimentale che il tempo natalizio gioca nel nostro intimo, finendo col ridurre ciò che veramente è “bontà” (cioè l’agàpe, l’amore oblativo senza misura) a sciapo buonismo da regalo perché. “A Natale si è tutti più buoni”!

Come si è giunti a questo? Il percorso è stato lungo, con un allegorismo pastorale che, se era ben bilanciato con la liturgia e la spiritualità del XVII e XVIII secolo, sul finire del ‘700 è finito col surclassare il vero senso del tempo di Natale. La cosa migliore che possiamo fare è tornare alle vere radici liturgiche della Natività.

Nell’antica liturgia spagnola, il Natale era chiamato “Pequeña Pascua”: Piccola Pasqua.

Ora, se prendiamo l’Ufficio delle Letture del Venerdì Santo, troveremo che il primo salmo che la Liturgia ci fa pregare è il Salmo 2, il cosiddetto salmo del “Dominus dixit ad me: filius meus es tu”, “Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio”, parole prese da uno stichio interno al salmo stesso. Ed è normale che il Venerdì di Passione inizi con questo salmo, dove si medita l’insorgere dei cospiratori e dei potenti della terra contro il Signore e contro il suo Messiah, cioè il suo Cristo: conosciamo come va a finire questa storia. Benissimo.

Ma quanti sanno che il Salmo 2 è lo stesso salmo con cui inizia la Messa della Notte di Natale? Infatti è il salmo che il messale vi pone come Antifona d’Ingresso: “Il Signore mi ha detto: tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato”.

Aggiungiamo qualche altro elemento. Il nome della cittadella dove nasce il Figlio di Dio, Betlemme, ha un signficato particolare: “Casa del Pane”. Questo perché Betlemme era il capoluogo locale della lavorazione dei cereali per realizzare le farine atte alla preparazione dei cibi panificati.

E dove viene deposto questo bambino, appena nato? In una greppia, una magiatoia. E la Liturgia dove fa deporre al sacerdote il Corpo del Signore Gesù (l’Ostia Consacrata)? Su un piattello rotondo, di norma di colore dorato, chiamato patena. Cosa significa la parola “patena”? Guardacaso, significa “mangiatoia”. Nella Liturgia Latina, la patena è a tutti gli effetti sia il simbolo della mangiatoia del Cristo Bambino sia il simbolo della Croce sulla quale è posto il Salvatore immolato (infatti, la frazione del Pane Consacrato si fa sulla patena, o comunque è sulla patena che si depongono le due parti in cui è stata divisa l’Ostia Grande, segno dell’immolazione sacrificale del Signore Gesù in favore nostro).

Intorno al Natale, dunque, la Liturgia fa aleggiare un’ombra, e quest’ombra è l’ombra della croce: un’ombra che da troppo tempo manca nella mente dei fedeli durante la celebrazione dei divini misteri. Questo bambino nasce per essere “mangiato” come pane ed essere “immolato” come agnello. Per questo, le composizioni musicali barocche note col nome di “Pastorali”, che in effetti vogliono imitare le zufolate dei pastori che si recano a vedere questo bambino su invito dell’angelo (Lc 2, 10 e ss), sempre venano la loro allegrezza con dei tratti austeri, come se su questa candida neve venissero asperse vive gocce di rosso sangue (si provi ad andare su youtube e si cerchi la Pastorale di Domenico Zipoli: si capirà subito ciò che intendo).

Dunque, come pregare il Natale che anche quest’anno il Signore ci dona di vivere? Esattamente come ci propone S. Alfonso Maria De’ Liguori nel finale della sua celebre pastorella “Tu scendi dalle stelle”, in particolar modo nell’originaria versione dialettale, che qui riverso in italiano corrente. Di fronte al Bambino Gesù, il santo vescovo chiede: “A che pensi, o mio buon Dio?”, e il Divin Bambino risponde: “Penso a morire per te”.

Ecco come vivere, pregare e contemplare il Natale: volgiamo la mente e il cuore al Figlio di Dio che si fa bambino per essere il nostro Crocifisso Salvatore e farsi per noi Cibo di Vita Eterna.

(Articolo originariamente scritto per il Giornalino Parrocchiale della Chiesa di S. Marziale – Colle Val D’Elsa, Natale 2017)

COSI’ E’ ED E’ TUTTO: QUESTO E’ IL “MIO” BACH! INTERVISTA AD ALESSIO CERVELLI SUL SUO NUOVO LIBRO “CON LO SGUARDO NEL CIELO”.

A cura di Carlo Cerratini (CC), Antonella Menicucci (AM) e Umberto Nardi (UN)

UN – Dottor Cervelli, un nuovo libro su Bach che tuttavia non è nuovo, giusto?

Assolutamente, al punto che ho voluto che questa precisazione fosse messa anche nella quarta di copertina, per trasparenza verso i lettori. Si tratta di una riversione in unico volume dei miei due precedenti libretti, “Bach: un grido di dolore, un sospiro d’amore, un palpito di fede” e “Bach ieri, Bach oggi”. Certo, il materiale è stato riveduto e corretto, un poco ampliato e ovviamente disposto in maniera armonica e reciprocamente integrata nelle parti e nei capitoli.

UN – Come mai questa operazione editoriale?

Mah, in realtà per un motivo molto semplice e pratico. Alcuni docenti di istituti religiosi e teologici e alcuni studenti del settore mi hanno contattato facendomi notare che, per uno studio coerente secondo il contributo che mi proponevo di offrire sul Bach organista, era necessario approcciare entrambi i testi: il primo, perché dà le basi sulla persona di Johann Sebastian ed offre uno spaccato del suo tessuto umano attraverso la grande Fantasia e Fuga BWV 542, il secondo perché contestualizza storicamente e liturgicamente l’apporto bachiano alla musica sacra, dei suoi tempi e dei nostri, anche in casa cattolica.

CC – Certo che, Alessio, diciamocelo: specialmente nella parte su Lutero, non si può dire che tu sia stato a la pàge coi tempi che corrono, o mi sbaglio?

Sai, Carlo… In realtà quelle pagine le avevo pensate, ponderate e scritte già nel 2013, in quanto avrebbero dovuto essere un contributo, anzi, un’appendice conclusiva ad un volume di filologia bachiana di un giovane autore del Nord Italia, lavoro che per varie vicende purtroppo a quanto ne so non ha mai visto la luce (dico purtroppo perché, a mio avviso, è un lavoro splendido, che darebbe un notevole contributo allo studio della prassi organistica di Bach, specialmente per i giovani musicisti). Fu Mons. Nicola Bux, in un secondo momento, a spronarmi alla pubblicazione di quelle pagine realizzando un lavoro a se stante: talmente lo aveva apprezzato da volerne scrivere la prefazione. Ciò detto, in vista di una nuova revisione editoriale, avrei certo potuto smussare o epurare: non l’ho fatto. A me non interessa la moda delle correnti di pensiero del momento, intra o extra ecclesiali che siano; mi interessa essere coerente con le fonti e con la storia, quella autentica, quella che mostra i suoi lati luminosi e i suoi lati oscuri, e che per questo giunge a farci comprendere che la “Riforma”, al di là delle colpe distribuibili su ambo le parti (lassismo, neo scolastica deteriore, ambiguità circa le indulgenze, snaturamento dei sacramenti, profanazione del sacerdozio, volontà omicida contro il Sommo Pontefice), è tuttavia ben lungi dall’essere addirittura un dono dello Spirito Santo, in quanto è stata la più grande catastrofe che si sia mai abbattuta sulla Chiesa d’Occidente (cfr. Joseph Lortz, Storia della Chiesa e Angela Pellicciari, Martin Lutero: il lato oscuro di un rivoluzionario); e Lutero è stato ben altra cosa rispetto ai santi, quelli veri. La reale Riforma della Chiesa d’Occidente, è stata quella sancita dal Concilio di Trento: su questo non ci piove ed è inutile e capzioso discutere ed affermare altrimenti.

CC – Dunque, niente francobolli commemorativi della Riforma, a parer tuo…

A parer mio, assolutamente no! Casomai avremmo dovuto emettere un francobollo dell’Assise Tridentina, se avessimo voluto commemorare qualcosa di veramente grande e determinante per la vita della Chiesa di cinque secoli fa.

AM – Tu cosa ne pensi di chi sostiene che, senza Lutero, non avremmo avuto Bach?

Non lo avremmo avuto – forse – nei grandi corali per il culto luterano, ma lo avremmo avuto comunque, specialmente nelle grandi pagine libere e chissà in cos’altro: no, non sono affatto convinto della necessità di avere Lutero per avere Bach. Tant’è che Bach stesso, nella sua fede pietista, si distanzia parecchio dalle idee della riforma. Basti pensare all’attenzione enorme che Bach riserva alla Vergine Maria nei suoi lavori e soprattutto nel suo splendido “Magnificat”, che sott’intende una comprensione teologica della Madre di Dio molto più vicina alla fede espressa in seguito dalla Costituzione Lumen Gentium che non alla predicazione di Lutero e dei suoi successori.

AM – Eppure, in precedenza, tu stesso hai detto che non è opportuno restare ancorati e statici sul passato… diciamo “tradizionalista”…

E ne sono tutt’ora fermamente convinto! La vita della Chiesa è e dev’essere salda e immutabile nella trasmissione della Rivelazione (Tradizione) con fedeltà alla Parola della Scrittura che è l’elemento costituente la Sacra Liturgia, come ben ci spiega anche S. Agostino: “Aggiungi la Parola all’elemento e hai fatto il Sacramento” (Discorsi sul Vangelo di Giovanni). Ma che l’aspetto esteriore, diciamo “accidentale”, del culto e del linguaggio con cui si trasmette la fede vadano soggetti a mutazioni così come muta la sensibilità e la recettività dell’umanità, è altrettanto vero. Pensiamo, ad esempio, che è verissimo che l’antica celebrazione eucaristica nelle Basiliche Romane si svolgesse su un altare attorno al quale si potesse girare e che fosse rivolta verso la porta perché l’oriente era all’entrata, e non nell’abside. Ed è altrettanto vero che la costruzione istituzionalizzata dei dossali sia stato il rimedio plastico per impedire in modo definitivo che a qualcuno venisse in mente di celebrare la Messa “versus populum”, un’espressione coniata per la prima volta da Lutero (perché la Santa Messa, al di là della posizione del celebrante rispetto all’altare, si celebra sempre “versus Deum”: ecco il perché della necessità urgente del recupero della centralità della Croce nel Novus Ordo – cf. Joseph Ratzinger, Davanti al protagonista). Torno a ribadirlo: ermeneutica della continuità, nell’innovazione nella tradizione, conformemente allo scriba divenuto discepolo del Regno dei Cieli e che estrae dal suo tesoro cose antiche e cose nuove (cf. Mt 13, 52).

UN – E’ in questa accezione, Dottore, che lei ha inteso analizzare la musica di Bach in relazione alla possibilità reale del suo impiego nella Liturgia Cattolica?

E non è di certo una conquista conciliare! Si era già giunti a questo sotto i pontificati di Papa Pio XI e del venerabile Papa Pio XII, secondo un percorso inaugurato dal Motu proprio Inter Sollicitudines di Papa San Pio X. Il mio primo maestro, già tornato alla Casa del Padre, Mons. Aldo Ceccherini, ordinato sacerdote negli anni ’40 del secolo u.s., già da giovane seminarista del Seminario Fiorentino studiava sulle antologie d’organo e harmonium realizzate da quell’eccelso didatta che fu Luigi Picchi; vi sono stati poi negli anni ’50 Ernesto e Sandro Dalla Libera, seguiti a ruota da Alessandro Esposito e da Fernando Germani. Com’è illuminante, in questo senso, l’affermazione dell’Aquinate: Omne Verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est (Tutto ciò che è vero – leggi: vero/buono/bello ndr – da chiunque sia detto, proviene dallo Spirito Santo). La bellezza di Bach è tale da trascendere i secoli e le confessioni. Ed anche la sua vita, così impregnata dal buon combattimento della fede, è davvero qualcosa di profondamente edificante. Certo – e l’ho scritto! – non possiamo prenderlo a modello in toto per la fede, dato che Johann Sebastian è e resta un cristiano riformato pietista; ma sicuramente possiamo prenderlo d’esempio per la caparbietà della fede in Cristo al di là delle batoste inflitte dalla vita.

UN – Dunque, un Bach che va bene per tutti…

Certamente sì! E’ ovvio e comprensibile che, di fronte alle ferite ed incongruenze di questo nostro caotico e pazzo mondo, venga da chiederci: che ce ne facciamo di duecento pagine su Bach? A che ci serve la memoria di un parruccone grassoccio e pure un po’ scorbutico, morto duecentosessantasette anni fa, se la gente non sa più neppure a che santo votarsi per tirare avanti e non cedere alla disperazione? Per me, la riposta è chiarissima: Bach serve, e parecchio, tanto ai bambini di un campo-scuola quanto all’adolescente che studia musica, all’adulto educatore in parrocchia e al genitore in cerca di una storia davvero edificante! Serve come modello di marito e di padre; serve come figura di enorme spessore artistico; serve come esempio di testarda e irriducibile fede.

CC – Hai rilasciato di recente un’intervista per Libersfera. Vorremmo riprendere da lì due domande. La prima è questa: cosa vuoi raccontarci con il tuo libro?

Spesso conosciamo i grandi della musica solo superficialmente. Quanto è prezioso, invece, andare in profondità nel loro vissuto! Possiamo trovarvi dei tesori senza pari! E’ il caso di Bach, purtroppo diviso tra la superficialità dei libri di scuola da un lato e l’alto accademismo elitario delle istituzioni dall’altro. Il mio desiderio è quello di offrire uno spunto di riflessione che ci restituisca per un attimo il volto del Bach organista, del Bach marito premuroso e padre affettuoso, del Bach uomo un po’ burbero e dal gran cuore, del Bach artista di profonda fede.

AM – La seconda ed ultima domanda è questa, Alessio: come nasce la tua vena scrittoria e soprattutto cosa significa per te scrivere?

Nasco come appassionato d’organo e letteratura organistica, intesa, oltre che nel senso culturale/estetico del termine, come autentico “servizio” per cercare di donare profonda bellezza alla gente, in questo mondo che, a mio avviso, ha una fame intensa e drammatica di bellezza. E l’organo meccanico occidentale è uno strumento privilegiato, in tal senso, proprio perché compare e si sviluppa con un linguaggio intensamente spirituale, capace di andare a toccare le corde più intime del nostro essere. Anche lo scrivere è “fare un servizio”, prima a se stessi, poi agli altri. A se stessi, perché costringe l’autore a fare chiarezza dentro di sé, a misurarsi sul piano dell’onestà intellettuale, a capire cosa realmente vuol comunicare. E poi è servizio agli altri nella misura in cui si ritiene di avere qualcosa di bello e di buono da dare per cercare di rendere questa vita più ricca in umanità e in verità: per questo non mi definisco mai né musicologo né organista, bensì semplicemente testimone e catechista.

 

 

DIES IRAE: NELL’ATTESA DELLA SUA VENUTA. Prima Catechesi Musicale (Chiesa di S. Cristoforo, Siena, 24/11/17)

Si è svolta a Siena, presso la Rettoria Arcivescovile di S. Cristoforo, la prima delle Catechesi Musicali in programma per l’anno pastorale organizzate dalla Pastorale Universitaria.

L’incontro, tenuto da Alessio Cervelli ed avente come argomento la meditazione del testo della sequeza Dies Irae in preparazione all’Avvento, è stato accolto e partecipato da un nutrito gruppo uditori, in particolare giovani studenti ed appassionati.

Di seguito riportiamo il pdf del testo della catechesi.

Ringraziamo Don Roberto Bianchini, parroco di San Martino e incaricato della Pastorale Universitaria, per l’intuizione avuta e concretizzata nel commentare alcuni temi dell’Anno Liturgico attraverso la grande musica sacra.

DIES IRAE_NELL_ATTESA_DELLA_SUA_VENUTA – A Cervelli – Prima Catechesi Musicale – Rettoria arcivescovile di San Cristoforo – Siena

BACH, GRANDE ARTIGIANO DELLA MUSICA? ANCHE UN GRANDE MUSICISTA TEOLOGO!

Che le scelte numerologiche e gematriche di Bach non fossero casi, ma operazioni oculatamente ponderate, è ormai certo. Johann Sebastian ha un’autentica predilezione per questo linguaggio, erede dell’amore medievale per l’harmonia mundi chiaramente espressa nell’armonia della matematica e quindi delle forme geometriche e musicali. E’, insomma, il modo con cui il suo intimo di uomo e di credente innalza la sua accorata orazione all’Altissimo, nel mentre il suo genio musicale si dispiega e crea, non di getto, bensì con accuratezza artigianale tale da curare ogni minimo dettaglio con correzioni, revisioni, trascrizioni, ulteriori e preziosi colpi di lima.


Uno dei capolavori assoluti in tal senso è il Magnificat BWV 243. C’è voluto tempo e oculati osservatori per capire, tra le tante altre cose (che qui non dico) che in quel fugato dell’Omnes Generationes che entra a gamba tesa quasi ad interrompere il soprano solista c’era molto, molto di più. E’ quanto definitivamente consegna alla storia musicologica Zoltán Göncz, col suo saggio “Bach’s Testament. On the Philosophical and Theological Background of the Art of Fugue” (Scarecrow Press, 2013, pp. 63-65), dimostrando che il numero di entrate tematiche dell’Omnes Generationes corrisponde esattamente alle generazioni della Genealogia di Cristo così come la espone Mt 1, 1 – 16: 41 generazioni. E la pausa di settima cade proprio tra la quart’ultima e la terz’ultima generazione, ossia quando viene generato Giacobbe che genera Giuseppe, lo sposo di Maria. Quella pausa di tensione, è una messa in musica dell’avversativa greca “dè” presente nel testo evangelico.

E’ il modo con cui Bach vuole raccontare la storia della salvezza, dai patriarchi fino a quando non si arriva allo iato della pienezza dei tempi: nasce Giuseppe, lo sposo di Maria, il custode della Sacra Famiglia in seno alla quale, nel grembo della Vergine, la Nuova Eva, s’incarna e s’inumana il Verbo del Padre Altissimo.

Quello che noi in teologia facciamo fatica a riassumere in saggi e libri e fiumi d’inchiostro, Bach con semplicità assoluta lo esprime in due minuti di musica con un risultato musicale e teologico semplicemente sublime.

“QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! ENERGIA MUSICALE ALLO STATO PURO!” (Commento del M° Cesare Mancini al documentario musicologico di Elia Mori)

Inutile nasconderlo: il vertice delle visualizzazioni, condivisioni e commenti da noi ottenute è e resta il documentario realizzato nell’estate del 2015 ed uscito in vari episodi su questo nostro blog per la regia di Elia Mori: “Questo è Bach, ragazzi!“. In un anno e poco più le puntate di questo piccolo lavoro “fatto in casa” con produzione very low cost hanno concretizzato qualche migliaio di visualizzazioni. Ma quel che soprattutto conta, è che si è pian piano diffuso negli ambienti per i quali era stato pensato: le aule di catechismo e di oratorio nelle parrocchie, oltre che gli schermi dei pc di una buona fascia di adolescenti e giovani musicisti, ottenendo risultati e riscontri piuttosto interessanti. Con i preziosi consigli di alcuni fedelissimi del blog, le puntate sono state rimontate, l’audio rimasterizzato ed il risultato definitivo è già disponibile on line da qualche mese, al posto delle precedenti. Abbiamo quindi avuto l’onore di un commento di presentazione d’eccellenza: si tratta del M° Cesare Mancini (qui sotto nella foto), organista titolare della Cattedrale di Siena ed alto membro della direzione artistica dell’Accademia Chigiana. A lui il nostro più sincero “Grazie!”, a voi la lettura e, per chi non avesse ancora avuto l’occasione oppure per chi volesse fare un bis, eccovi tutte e sei le puntate nella nuova e definitiva edizione. 

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Chi è Bach “per te”? Ecco la domanda che domina questo lavoro curato dal giovane regista Elia Mori. La prima risposta, articolata e competente, la offre fin da subito l’organista liturgico Alessio Cervelli: energia musicale allo stato puro. E via con altre motivate e riflettute considerazioni, che danno il tono (il Chorton, verrebbe da dire vivendo con pienezza di pensiero gli usi e costumi vigenti nell’epoca del Cantor di Lipsia) all’intera opera.

            Andando oltre, sorge l’ulteriore domanda: si possono applicare opinioni personali a categorie e idee di carattere generale? In definitiva, com’è possibile, ogni volta che si parla di Bach, andare dal particolare al generale, o meglio dal relativo all’assoluto? La risposta è molto semplice: Bach stesso è l’assoluto in musica. Una realtà, questa, che sintetizza la perenne attualità delle sue composizioni, e che da sola spiega in maniera più che esauriente come mai il suo esempio non passi mai di moda. Certo, ‘assoluto’ in musica significa molte cose: tutte, però, fanno comprendere al meglio se Bach sia adatto o no alle giovani generazioni, come si chiedono i realizzatori di questo documentario. Anzi, è proprio il fatto di incarnare l’assoluto che rende la sua musica non solo adatta, ma quanto di meglio si possa offrire oggi (e sempre) a un mondo in continuo mutamento ma al tempo stesso all’incessante (e spesso vana, perché condotta sopra basi fragili e portate al veloce deperimento) ricerca di un punto di riferimento.

            La musica di Bach è l’assoluto in musica, e di conseguenza vero punto di approdo alla primaria esigenza dei giovani (e non solo) di questo punto di riferimento, perché è totalizzante e pervasiva, perché il suo ascolto è appagante, perché ha strutture talmente solide che non sentono e non sentiranno mai l’azione del tempo, perché proprio per questo motivo (soprattutto i monumenti e le opere speculative del tardo periodo) non ha epoca, non rappresenta nessuna epoca e non passa mai di moda, perché grazie alla sua straordinaria ricchezza di idee ogni nuovo ascolto di uno stesso brano è un’esperienza sempre diversa e propone sempre qualche dettaglio e qualche spunto aggiuntivo, come se guardassimo dall’alto una medesima scena riuscendo ad ogni momento a scorgerla con prospettive e sfumature differenti (ne è un esempio l’esegesi che in questa sede questi giovani danno della Fantasia e Fuga BWV 542).Elia.jpg

            Ascoltare e suonare Bach è dunque stimolare di continuo l’interesse, è entrare in tutte le pieghe dell’animo umano, è avere la sensazione di essere capace di dare risposte a tutte le domande che ci si pone, è salire a un grado superiore di comprensione del mondo in un senso universale e totalizzante di serena compenetrazione reciproca. Ecco il senso più profondo della risposta di Alessio all’interrogativo postogli da Elia (foto): energia musicale allo stato puro. Energia pura, musica pura. Purezza è assolutezza.

            Ma assolutezza è soprattutto tendere verso l’Assoluto. Qualsiasi parola su Bach e l’ascolto anche di una sola nota della sua musica sarebbero un esercizio vano se si passasse stoltamente un rigo sopra alla sigla che lui pone in buona parte delle sue composizioni: S.D.G., Soli Deo Gloria. E questo suo continuo rendere grazie a Dio e donare a Dio le sue fatiche non richiede altri commenti su quanto sia opportuno oggigiorno procedere dalla sua musica e condurre alla sua musica in quel campo purtroppo troppe volte trascurato e infestato da banali e malintesi richiami alla ‘moda’ che è il servizio liturgico.

            Già, procedere e condurre: anche questa è assolutezza, se solo si pensa alla profonda riflessione di Albert Schweitzer «Bach è una fine. Tutto conduce a lui. Nulla procede da lui».

Cesare Mancini

Domenica 28 Maggio 2017 – Ascensione del Signore

 

 

 

 

 

 

 

UN PRETE PUO’ OBBLIGARE L’ORGANISTA A NON ESEGUIRE PAGINE PER ORGANO SOLO?

Scrivo per sottoporvi quanto accadutomi in parrocchia.

Messa domenicale: il parroco, dopo l’Alleluia, stava armeggiando con l’incenso e ancora non si era mosso per raggiungere l’altare e poi l’ambone; ho quindi messo il ripieno e ho improvvisato una cadenza sopra l’alleluia appena cantata, cosa che ho fatto tante volte in altre chiese, basiliche, perfino nella mia cattedrale. Dopo la Messa il Don mi ha chiamato in sacrestia e mi ha detto: “Mi hai fatto venire in mente oggi, durante l’Alleluia, che ti volevo dire una cosa da molto tempo: questi pezzi che suoni da solo dopo i canti sono aboliti; ne riparleremo per vedere se farli o no”. Io ho detto “va bene” ma ero veramente allibito.

Potreste darmi qualche spiegazione, per avere materiale da riferire a lui, certamente, ma anche e soprattutto per sapere io stesso cosa mi compete e cosa no?

Vi ringrazio

(Lettera Firmata)

Carissimo,

che l’organo sia strumento che nella Liturgia svolge anche pratica solistica, è la storia e l’evoluzione stessa dello strumento a dimostrarlo e a renderne testimonianza certa ed incontrovertibile, oltre ai brani stessi della sua letteratura, composti appositamente per l’uso in assolo (cfr. M. RUGGERI, L’organo nella storia della Chiesa e nella Liturgia; F. JACOKB, L’organo; P. WILLIAMS, A new history of the organ, ecc.)

Se sfogliamo le composizioni organistiche della Liturgia Latina dal Concilio di Trento in poi, troveremo senza problemi una quantità infinita di Versetti, Toccate avanti la Messa, Ricercari, Offertori, Comunioni, Postcommunio, Toccate dopo l’Ite missa est, Toccate per l’Elevazione, Elevazioni, Interludi, Preghiere, Canzon dopo l’Epistola e chi più ne ha più ne metta.

Ma mentre nella liturgia dell’Europa del Sud, principalmente cattolica, l’organo si adopera per rendere gloriosa e fruttuosa la celebrazione, ornandola convenientemente, nei paesi nordici, anche per l’influsso del protestantesimo, l’organo si specializza principalmente nel commentare le letture della Sacra Scrittura e nell’introdurre convenientemente i corali, oltre a sviluppare robuste e magistrali meditazioni organistiche per preludiare e postludiare convenientemente il culto: stiamo parlando dei preludi, fantasie, toccate e fughe dei grandi compositori tedeschi.

Prima del Concilio Vaticano II, degno di nota è il documento Annus qui nunc (1749) di Papa Benedetto XIV, dove si vieta l’utilizzo di musica dai tratti profani e mondanizzanti in Chiesa e specialmente nell’uso dell’organo, ma si ribadisce l’importanza del suo utilizzo sia nel sostegno del canto che in alternanza ad esso (la “botta e risposta” di quella pratica detta alternatim) o in sostituzione di esso.

Su questa scia si muovono i pontefici Pio X (Inter sollicitudines, 1903), Pio XI (Divini cultu sanctitatatem, 1928) e Pio XII (Musicae sacrae disciplina, 1955), sottolineando che:

  1. L’organo è lo strumento tradizionale della liturgia latina.
  2. Compito dell’organo è sia accompagnare il canto sia diffondere le sue soavi armonie durante i silenzi del coro.
  3. L’organista non deve eseguire preludi, interludi e postludi di una lunghezza tale che dilatino eccessivamente i tempi e disturbino il sereno svolgimento della celebrazione: l’organo suoni quanto deve e quanto basta.

A tal proposito, sull’ufficio solistico dell’organista, la Sacra Congregazione dei Riti, col documento Istruzione sulla Musica Sacra e la Santa Liturgia (1958) precisa che “all’organista è richiesta abilità tecnica, capacità di accompagnare il canto o altri strumenti, raffinatezza come solista e capacità di improvvisare”: quest’ultima dote è finalizzata appunto all’introduzione delle parti cantate e all’adempimento dei doveri dell’organista nel suono solista del suo strumento, di norma da svolgersi: 1) prima che i ministri raggiungano l’altare e dunque prima del canto d’ingresso e dopo di esso se il coro avesse terminato e si dovesse tenere ancora l’incensazione; 2) per accompagnare la processione dei ministri che si recano all’ambone per la proclamazione del vangelo qualora l’alleluia non fosse di durata sufficiente; 3) al canone della Consacrazione; 4) per prolungare il canto d’offertorio, specie durante le incensazioni; 5) per introdurre e prolungare il canto al momento della distribuzione della Santa Comunione; 6) per sottolineare con solennità il termine della celebrazione, dopo l’antifona mariana (o canto conclusivo).

Il Concilio Ec. Vaticano II nulla muta di tali disposizioni; le assume in sé tutte, naturalmente da adeguarsi poi alla successiva riforma liturgica. Tali adattamenti sono espressi nell’Istruzione Musicam Sacram (1967), nell’Ordinamento Generale del Messale Romano, nel Magistero Ordinario dei Sommi Pontefici e nei documenti della Congregazione del Culto Divino.

Le norme di adattamento delle consuetudini disciplinari precedenti circa l’uso dell’organo sono le seguenti:

  • al momento della Consacrazione, come del resto ogni qualvolta che un ministro abbia da cantare o proclamare una parte sua propria a voce alta per essere udito, è indicato che gli strumenti tacciano (cap. VIII, n° 64 Musicam Sacram);
  • si sottolinea che nelle messe lette (ossia non celebrate in canto dai sacri ministri e dalla schola) l’organo (anche insieme ad altri strumenti legittimamente ammessi) è libero di suonare prima che il sacerdote raggiunga l’altare, all’offertorio, alla comunione e al termine della Messa (cap. VIII, n° 65 Musicam Sacram);
  • il canto d’offertorio può essere integralmente sostituito dal suono dell’organo anche se non ci troviamo nella messa letta ma in un forma di celebrazione più solenne (cfr. Ordinamento Generale, n° 142).

Salvo quanto indicato, dunque, l’organista conserva il suo compito di preludiare, interludiare e postludiare per prolungare il canto e sopperire al silenzio del coro secondo la consuetudine propria di questo strumento e consolidata nei secoli del suo utilizzo.

Al tuo parroco, con garbo e creanza, puoi dire né più né meno di quanto ti ho indicato in questa paginetta, spiegandogli che, salvo fatte le limitazioni previste per l’Avvento, la Quaresima e la Settimana Santa, sei nel pieno esercizio del tuo ufficio, quando suoni l’organo in assolo e che, anzi, oltre ad obbedire alle norme liturgiche, stai anche ottemperando a quando comanda il Concilio Vaticano II: custodire ed incrementare il tesoro della tradizione musicale.

Se lui poi non vuole ascoltare né te né le norme liturgiche né il buon senso, ti do un consiglio: digli che allora può fare a meno di te e che si cerchi un altro organista, perché tu, che studi e ti applichi con serietà, e che per di più gli rendi anche gratuitamente il tuo servizio, non hai certo tempo da perdere con gente ottenebrata da simili tare mentali, che siano preti e non.

Alessio Cervelli

UN LIBRO DI FIABE PER ORGANO? SEMPLICEMENTE SPLENDIDO!

In un occidente come il nostro, che pare abbia perso qualsiasi interesse non solo per l’arte, ma anche per la grande gioia di sognare ed imparare sognando, compare con grande coraggio un tentativo di frenata e un sano suggerimento di sterzata, che vuole invitarci invece a tornare ad usare il fantastico mondo della nostra mente per restituire un po’ di vitalità ed elasticità al nostro intimo più profondo.

Sto parlando de La leggenda di Mastro Simplicius e altre fiabe per organo, coi bellissimi testi di Lina Maria Ugolini, le splendide immagini di Tiziana Longo e la cura di Giosuè Berbenni.

Un libro.

Un libro di fiabe.

“Tutto qui?” diranno in molti. “E chi li legge più i libri di fiabe!”.

E’ vero: chi li legge più?

Ve lo dico io, da insegnante che ha avuto a che fare con bambini e adulti di varie estrazioni: legge i libri di fiabe e li fa leggere ai propri bambini chiunque voglia regalare a se stesso e ai piccoli un’esperienza sana e salutare.

Non voglio stare a fare un attacco ideologico alla virtualizzazione (pericolosissima!) della vita delle giovani generazioni, ultimamente fin dalla più tenera età, perché non lo ritengo nemmeno giusto.

Non vedo niente di male nel fatto che un bimbo possa guardarsi un Inside out, un Ratatuille, un qualsiasi altro dei film d’animazione recenti ben fatti e trarne quegli stimoli che lo portino a sognare e ad imparare, per esempio, come possiamo funzionare noi dentro o quanto sia importante la cucina nella vita di ogni giorno perché vera e autentica arte.

Ci vedo molto di male quando un bambino o un adolescente non si stacca mai dallo schermo di un pc, dalle chat on line, da whatsapp, tralasciando completamente la vita vera, le relazioni reali coi coetanei e le persone.

Perciò – ma sarà perché sono un tipo alla vecchia maniera… – penso proprio che faccia davvero bene per un attimo spegnere il mondo virtuale e aprire un bel libro di fiabe, magari col sottofondo di una bella musica che ci aiuti ancor di più a godere di ciò che stiamo leggendo.

E’ l’esperienza che io stesso ho fatto, con questo bel libro.

Sono storie, semplici e avvincenti. Di gran gusto e che davvero sono capaci di introdurre nel bellissimo e ricchissimo mondo dell’organo a canne.

Ed è anche l’esperienza che ho fatto fare a qualche giovanissimo di parrocchia: leggere una fiaba di questo libro, guardare le fantastiche immagini che impreziosiscono queste pagine ed ascoltare qualche minuto della musica del vero protagonista di questi racconti. Il risultato è stato magnifico: nient’affatto retrò, bensì profondamente moderno, perché bambini di oggi, non di ieri, hanno fatto questa esperienza, portando tutte le domande, le curiosità, gli stimoli che alla loro età noi trentenni e quarantenni, ignari del mondo digitale e con una società molto diversa attorno a noi, non avremmo mai neppure pensato.

Imparare sognando.

Questa, la sfida che ci propongono i realizzatori di questo bel libro: una sfida sacrosanta e benedetta che auspico accoglieranno in tanti!

Alessio Cervelli

Per visionare il prodotto:

http://www.mondadoristore.it/leggenda-Mastro-Simplicius-Lina-M-Ugolini/eai978889895861/

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