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musica di dio, giubilo del cuore

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RICOSTRUITA L’ESECUZIONE DEL “GLORIA” DI VIVALDI IN SANTA MARIA DELLA PIETA’- UN OTTIMO LAVORO A FIRMA BBC

Un video meraviglioso, che sulle note del bellissimo Gloria di D. Antonio Vivaldi ci mostra il mondo della Venezia e delle giovani educande che furono l’ambiente e i mezzi con cui l’esecuzione di questo celebre brano vide la luce. Tutto da gustare! Un ottimo lavoro della BBC.

Certo che ci viene da fare una considerazione: se ci svegliassimo un attimo, in Italia avremmo un patrimonio storico e artistico immenso da diffondere, anche attraverso questi nuovi mezzi., che sono oggi gli strumenti con cui arrivare dovunque, soprattutto nei “luoghi virtuali” dei giovani. E invece no: ci lasciamo pure “fregare” Vivaldi! Ma indubbiamente, se il risultato è questo ne vale anche la pena.

Buona visione e buon ascolto!

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I GRANDI FUNZIONANO SEMPRE! (Parte Prima: La “Messa d’organo” di Zipoli)

I mesi estivi sono solitamente il tempo per tirare le somme di annate accademiche, scolastiche ed anche pastorali, considerare ciò che è andato bene e ciò che va corretto, preparare buoni piani e qualche strategia, raccogliere idee nuove e prepararsi per le attività dell’anno venturo.

Quel che voglio condividere è semplicemente una riflessione che scaturisce dalle esperienze fatte in un cammino che è iniziato nel 2009 con la mia nomina ad organista di una semplice, bella chiesetta di campagna nel paese di Ulignano, a pochi chilometri dalla ben più celebre città di San Gimignano.

Quando arrivai presso questa comunità l’11 febbraio, per la memoria della Beata Vergine de Lourdes, la chiesa non disponeva più di uno strumento. Durante i decenni dell’ “adeguamento liturgico”, la chiesa era stata oggetto di radicali mutamenti, tra cui la demolizione della cantoria lignea che, a quanto mi è stato possibile ricostruire interrogando gli anziani, conteneva un harmonium artistico di notevole pregio col quale il coro degli Allievi Cantori della parrocchia eseguiva addirittura le messe del Perosi (dove sia finito questo strumento, non è dato sapere).

Col sopraggiungere del 2010, la Chiesa Parrocchiale si preparava a celebrare i cento anni dalla sua consacrazione e dedicazione a S. Bartolomeo Apostolo. Fu il parroco, Don Luigi Miggiano, a buttar lì un’idea: “E se come segno dei festeggiamenti per il Centenario della Chiesa proponessimo ai parrocchiani l’acquisto di un organo?”.

L’idea era chiaramente ottima e – com’è ovvio – di mio estremo gradimento. Era però la piega che rischiava di prendere sull’onda di certi pareri dei parrocchiani, che mi preoccupava. Cominciava a circolare il proposito di procurarsi un elettrofono di ultima generazione a suoni campionati.

Senza voler minimamente male a chi lavora in questo settore producendo risultati che posso spingermi a definire interessanti ed utili specialmente per lo studio, tuttavia come musicista e musicologo sacro sono e sarò sempre contrario agli elettrofoni, per due semplici ragioni: 1) la celebrazione della Sacra Liturgia è, come dice la Sacrosanctum Concilium, la fonte e il culmine della vita cristiana… di una vita autentica, però, non di una finzione digitale/computerizzata che, per quanto ben realizzata, resta comunque artefatta: l’organo è sostanzialmente metallo, legno, pelle d’agnello, aria, colla, chiodi, e ingegno e calcolo squisitamente umani; 2) ciò che manca ad un elettrofono è la perennità; se infatti ancora oggi noi possiamo manutenere, restaurare e custodire strumenti che hanno secoli di esistenza, ciò non è possibile per il mondo dell’elettronica, dove non è la memoria storica fondante il patrimonio di una comunità ciò che conta, bensì l’avanguardia scientifico/tecnica. Un elettrofono può sopravvivere un paio di decenni circa, per poi necessariamente “morire” per impossibilità di procedere alle necessarie riparazioni, un’impossibilità dettata dalla irreperibilità di componenti elettroniche e di software ormai tramontati.

Fu una provvidenziale occasione presentatasi in Germania a porre fine alla diatriba: una chiesa luterana non vendeva, ma “svendeva” un piccolo organo Buerkle del 1965, trasmissione meccanica, ventilazione motorizzata, quattro registri (Holtzgedack 8’, Rorhflote 4’, Prinzipal 2’, Rauschzimebl di due file). Viste le dimensioni della chiesa, era quanto di meglio non si potesse sperare ad un prezzo veramente conveniente.

Dopo aver presentato l’occasione al parroco, quest’ultimo aprì la colletta per la raccolta di fondi: tra parrocchiani, amici e prossimi della parrocchia, in tre settimane avvenne il piccolo miracolo di avere in mano la cifra per acquistare lo strumento, predisporre il trasporto, il rimontaggio e l’accordatura.

Lo strumento venne ufficialmente inaugurato al culto nella Messa Prefestiva del Corpus Domini del 2010, e la domenica sera seguente, venne celebrata la benedizione solenne con la partecipazione dell’organista della Con-Cattedrale di Colle Val d’Elsa, Mario Spinelli.

Dire che il nuovo arrivato abbia trovato il consenso di tutti, sarebbe mentire: gli ideologici del “cabaret liturgico” non mancarono di esprimere tutto il loro disappunto e di accusare il parroco di aver gettato dalla finestra soldi che – cito il solito, mellifluo, stomachevole ritornello – “potevano essere utilizzati per i poveri”.

Ciò che ha finito col dar ragione a Don Luigi, invece, sono stati i fatti, semplici e genuini: adulti e giovani che hanno iniziato a frequentare le liturgie della parrocchia perché considerate “belle liturgie”, bambini ed adolescenti che hanno vissuto delle belle e spontanee esperienze di vita cristiana e di approccio musicale perché attratti dall’organo che udivano alla messa domenicale (un esempio tra tutti è costituito dai i bambini che si vedono suonare proprio questo strumento nella quinta puntata del documentario “Questo è Bach, ragazzi!” di Elia Mori, Qui: https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2016/03/11/questo-e-bach-ragazzi-quinta-ed-ultima-parte/ ).

Ma qual è stata la strategia vincente nell’accattivare il popolo di Dio di tutte le età per iniziarlo ai tesori della musica organistica? E’ stato un piano strutturato su due cardini:

  • Offrire l’ascolto di grandi uomini dell’organo, grandi per musica e possibilmente anche per fede vissuta.
  • Non rifiutarsi di proporre pagine che per loro natura ovviamente richiederebbero strumenti di altro genere e dimensioni, ma che comunque potevano venir adattate ad un piccolo organo come questo ed egualmente attrarre per via della grandezza musicale e spirituale di quel linguaggio e di quei compositori.

Così i due autori che hanno risuonato fin da subito sotto le piccole volte della Chiesa di San Bartolomeo sono stati Zipoli e Bach.

Perché Zipoli? Perché Domenico è davvero “l’amico che invita all’organo”, per l’immediatezza, la freschezza e il brio delle sue musiche. Quante volte, a celebrazione terminata, mi è stato rivolto un apprezzamento perché il PostCommunio aveva fatto conquiste, l’Elevazione aveva fatto pregare bene, l’Offertorio aveva messo in cuore una gioia autentica!

E poi c’è Bach, “colui che attacca il cuore”, come lo chiamo io. Con Bach non si scherza, non si può restare indifferenti: o si ama o si odia. In questa chiesa lo si è amato, specialmente nei suoi corali per organo.

E’ chiaro che non tutto il repertorio bachiano può essere proposto con efficacia su un strumento modesto come questo. Sulle prime mi rincresceva di non poter proporre convenientemente gioielli come “Liebster Jesu” e struggenti poesie dello spirito come “Ich ruft zu dirr”… finché non ho fatto un azzardo: eseguire la melodia del soprano all’ottava superiore per farla spiccare rispetto alle altre voci, cercando di ottenere una sorta di effetto “a due tastiere”.

I risultati non si sono fatti attendere: c’è chi dice che il popolo di Dio è un ignorante branco di capre. Io non sono d’accordo: ho visto gente struggersi in lacrime mentre le note di “Ich ruft zu dirr” si diffondevano per la chiesa; ho visto persone raccogliersi in preghiera col sorriso sulle labbra mentre ascoltavano “Liebster Jesu”. E ho visto fedeli restare in chiesa assorti in profondi pensieri mentre una fantasia, una toccata, una fuga concludevano la celebrazione. E quando sono bambini ed adolescenti a venire lì da te organista a chiederti di risuonare ancora e ancora quella pagina di Zipoli o di Bach, tu puoi vedere quanta ragione avesse il Signore a dirci che è dalla bocca dei bimbi che Egli ha tratto la Sua lode.

E’ ciò che voglio condividere con chi abbia un pochino di tempo da perdere qui, cominciando dalla Messa d’organo di Zipoli dalle Sonate d’Intavolatura, pagine che hanno aiutato a pregare la gente di questa chiesa:

Al punto che mi sento in cuore di dire ai fratelli organisti (ben più abili, professionali e capaci di me): “Non temete di adattare! Non pensate neppure per un momento che una pagina eseguita su uno strumento modesto, o non filologico, sia sacrificata! Quando questa musica è riuscita a far pregare qualcuno, lo scopo dell’arte organistica è raggiunto e state tranquilli che porterà frutto, ma solo nella misura in cui saprete di nuovo rendere vivi questi tesori in mezzo al popolo di Dio, sapendovi spogliare della rigidità accademica e scientifica che, se nello studio è cosa buona, rischia di diventare una trappola che tarpa le ali del servizio che abbiamo da rendere ai nostri fratelli di fede, attorno all’altare”.

Alessio Cervelli

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Quarta Parte)

Commento di Marco Tognaccini

IN QUESTA QUARTA PARTE

  • La Fantasia in Sol minore: l’urlo di un uomo e di un credente (Elia Mori e Alessio Cervelli, Chiesa di San Bartolomeo Apostolo ad Ulignano)

È difficile riuscire anche solo a commentare gli eventi della vita di Bach, perché a stento se ne può non restare coinvolti: orfano ben presto, con un fratello non gentile, sposato e prematuramente vedovo, padre addolorato per la perdita di numerosi figli; sfido chiunque a non rimanere almeno colpito da una vicenda dolorosa come questa! Chissà lo strazio, chissà quanti «perché…?» nella testa di Johann Sebastian, chissà quanti momenti di sconforto… Eppure, una cosa colpisce: Bach non perde la fede; anzi, sembra che tutti questi nefasti eventi vengano incorporati nel suo cammino di cristiano.

Con tutta probabilità, a indirizzarlo è l’uso assiduo della Bibbia, da buon luterano qual era (e che del resto la sua stessa copia della Bibbia di Kalov ci dimostra, sia per l’usura che soprattutto per le centinaia di appunti autografi a lato): Johann Sebastian può infatti ritrovare situazioni simili alle sue all’interno dei libri della Scrittura.
Ecco che il fratello non troppo gentile lo incontra all’interno del libro della Genesi, in Giuseppe venduto dai fratelli per gelosia (Gen 37,2-28); il dramma della morte di Maria Barbara nella vicenda del profeta Ezechiele, cui il Signore toglie la moglie, perché possa essere segno efficace del volere di Dio (Ez 24,15-27): Bach può infatti vedervi la propria realtà di vedovo; in Giona e in Elia, profeti insoddisfatti che non desiderano altro che morire perché il progetto di Dio ha preso una piega diversa da come avrebbero desiderato loro (Gn 4 e 1Re 19,4-8), Bach può incontrare dei modelli di persone che, nelle avversità, nello sconforto, non esitano ad interrogare Dio.
Infine in Maria, figura a lui cara, può scorgere un modello di costanza speranzosa: ella, infatti, è sì ai piedi della croce (Gv 19,25), ma è anche nel cenacolo dopo la resurrezione, addirittura il giorno di Pentecoste (At 1,14 e 2,1).
Sicuramente poi Bach conosceva i salmi (che sono la risposta dell’uomo in forma di preghiera all’agire di Dio); uno fra tutti mi colpisce sempre, quando la Chiesa ci fa pregare attraverso di esso: si tratta del salmo 88/87, parte della Compieta del venerdì; tutto sembra andare male all’uomo: alla fine della settimana, magari stanchi, lamentandoci, con tutti i problemi ancora non risolti… la Chiesa ci fa mettere davanti a Dio, alla fine della giornata, con il peso dei giorni passati, le nostre paure, le nostre fatiche, i nostri problemi, le nostre insoddisfazioni, le nostre rimostranzeil salmo sembra concludersi senza una risposta del Signore, potrebbe sembrare quasi troncoproprio come la vita di Bach: apparentemente non c’è più un motivo per vivere.
Senonché il Signore, nella lettura breve di Compieta, ci risponde per bocca di Geremia: «Eppure tu sei in mezzo a noi Signore, […] non abbandonarci!» (Ger 14,9); e questo vale anche per Johann Sebastian: se infatti si fosse lasciato prendere dallo sconforto, dal peso dei propri lutti, sarebbe caduto probabilmente in depressione, avrebbe perso il senso della vita; invece è stato capace di prendere la propria croce (cfr.: Mt 16,24) e, attraverso la musica, fare della propria vita un salmo vivente, un costante e pungente interrogativo rivolto a Dio da un uomo la cui fede non si accontenta, ma che, anzi, innalza al cielo, attraverso le note pronunciate dall’organo, le domande che lo attanagliano. Bach riesce a mettere nelle sue composizioni tutta la propria vicenda, mescolando tratti burrascosi – quelli dei suoi «perché…?» – a frasi di una serena calma (il silenzio leggero di 1Re 19,12!), quasi fossero le risposte di Dio, come ad indicare che Lui sa esattamente quello che fa. Il risultato è una composizione umana, che “puzza” di uomo vero ma che guarda anche oltre, grazie agli occhi della fede, sempre interrogata dagli eventi.

Mi direte: questa è una lettura forzata! Boh, forse sì o forse no… Però resta il fatto che l’uomo e il musicista ferito dagli eventi della vita, ha sempre preferito marcare le sue opere non tanto col suo nome, ma con le lettere S.D.G.: Soli Deo Gloria, Gloria all’Unico Dio. E questo poteva farlo solo una persona che ha dato tutta se stessa al Signore, gettando in Lui i propri problemi, consapevole che «chi ha Dio nulla gli manca» (Nada te turbe, santa Teresa d’Avila) o, come dice il salmo 23/22, se faccio del Signore il mio pastore «non manco di nulla»: perché infatti quello che Gli hai voluto offrire ti ritorna centuplicato in bene.
E Bach questo ha fatto: ha costantemente presentato tutta la sua travagliata esistenza deponendola con fiducia nelle mani del Signore, mettendosi poi in ricettivo ascolto della Parola di Dio.
A noi, oggi, non resta che ascoltare il suo travaglio e la serena risposta che in Dio lui ha trovato e a noi ci viene trasmessa attraverso la sua musica; di qui il mio augurio, quello di ascoltare con la mente, certo…, ma soprattutto con il cuore:

Šema‘ Yiśrā’ēl ! Ascolta, Israele! (Dt 6,4)

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Terza Parte)

IN QUESTA TERZA PARTE:

  • Organo o chitarre? Una questione di linguaggio (colloquio tra Elia Mori, regista, ed Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro).
  • R. Fabbri, Preludio in La minore per chitarra (Filippo Marri, chitarrista classico).

Quando si tratta dell’annoso scontro organo/chitarre, molti – preti compresi – forse pensano che un organista non sia l’elemento migliore a cui chiedere un parere. E in parte, magari, hanno ragione. Chi ha scoperto le dolcezze del re degli strumenti, chi si è lasciato sconvolgere da Frescobaldi, rallegrare da Zipoli, travolgere da Bach, chi ha sentito il cuore fremergli per una pagina di Widor, di Vierne, di Boellman, è praticamente impossibile che faccia una scelta che “scenda di livello”.

Ho detto scendere di livello, ma non in senso dispregiativo.

Come ho spiegato con la mia stessa voce nell’esperienza di questo documentario, è una questione di linguaggio. E non c’è dubbio che il linguaggio dell’organo sia tremendamente “più immenso” di quello della musica che va per la maggiore nelle nostre liturgie domenicali: il paragone è quello di un pesciolino di laguna che si viene a trovare nell’oceano di cui non è neppure in grado di comprenderne l’immensità. Così scappa e decide di non volerne sapere nulla e torna alla sua piccola laguna. E’ una scelta libera e legittima, ci mancherebbe.

Come la mettiamo, però, nel caso in cui sia proprio un organista ad affermare che uno strumento antico come la chitarra, se ben suonato, è capace di immensità pari all’organo stesso? Quante sfumature di suono, quanta sublime polifonia, quanti timbri che variano, quanti umori che mutano come una stoffa dalla trama cangiante che riflette la luce che la irraggia…

Qual è dunque il problema? Il linguaggio, appunto. Il linguaggio di una musica vera, un ABC che i più che suonano nelle nostre parrocchie ignorano.

E non per colpa loro, che invece, spesso con generosità e buona volontà, offrono quel che sono in grado di offrire per la vita liturgica della comunità parrocchiale. Sono figli del loro tempo, il tempo del caos educativo, il tempo della nuova barbarie culturale, il tempo in cui si corre freneticamente, si ingurgitano nozioni usa e getta e non ci si sofferma mai ad approfondire ed assaporare realmente nulla.

“La buona volontà non basta!”, mi incalza Elia Mori, in questo colloquio; “non occorre forse far capire che c’è bisogno di ben più che della buona volontà?”. Certo che c’è bisogno di più: chi andrebbe a farsi curare da qualcuno che non ha studiato medicina? Chi si farebbe assistere in un processo da qualcuno che non ha studiato legge? Nessuno!
Così funziona – o meglio, dovrebbe funzionare – per la liturgia, il culmine e fonte della vita cristiana, un tesoro talmente prezioso da non meritarsi menomazioni dovute a pressapochismi alla buona!

Come uscirne, dunque?
Con la pazienza nel porsi accanto ai ragazzi da parte dell’organista, sforzandosi di capirli con umiltà, di mostrare prima di tutto un cuore fraterno che vuol loro bene e non li giudica né li biasima, per poterli quindi introdurre in quel linguaggio che essi non conoscono.
E da parte dei giovani, per contro, occorre la disponibilità all’ascolto e l’umiltà di sapersi mettere in discussione e di fare come il tralcio buono: perché porti frutto, è opportuno che accetti qualche sforbiciata di potatura.

Questa è la strada, una strada che non può prescindere dalla conoscenza e comprensione del passato musicale e liturgico che ci precede. Senza quel passato, siamo tralci recisi, destinati a seccarci. Ma con quel passato, potremmo pure essere dei nani, però che stanno sulle spalle di autentici giganti e dunque sono capaci di vedere un pochino più distante dei grandi maestri di un tempo.

Più di una volta l’ho affermato, e anche qui torno a ripeterlo: può benissimo darsi che la musica liturgica di domani presenti un linguaggio diverso da quello dell’organo barocco, ottocentesco e contemporaneo. Non sarebbe una novità nella storia della Chiesa. Accadrebbe quanto è già successo, dalla cantillazione arcaica al gregoriano melismatico ed evoluto, dalla polifonia dell’organum a Da Victoria e Palestrina, dal canto solo vocale all’adozione dell’organo liturgico e, gradualmente, di altri strumenti dell’orchestra. Chissà cosa può riservarci il domani, nella musica sacra.

Una cosa è certa: per essere davvero musica sacra, potrà e dovrà sviluppare certamente un linguaggio nuovo, ma in cui il senso del sacro, del raccoglimento, dell’intimità col Signore e della lode innalzata al Suo santo Nome sia lo stesso che si trasmette nell’innovazione della tradizione, non in uno pseudo-festival dell’emotività, della svenevolezza, del vuoto sentimentalismo che nulla ha a che vedere con il vero spirito della Liturgia.

Buona visione (e, magari, pure buon divertimento) a tutti voi!

Alessio Cervelli

QUESTO E’ BACH, RAGAZZI! (Prima e Seconda Parte)

UN DOCUMENTARIO DIRETTO E REALIZZATO DA ELIA MORI

IN QUESTE DUE PARTI:

  • Chi è Bach per me (Alessio Cervelli, organista e musicologo sacro)
  • La musica di Bach, una musica che fa bene al cuore (Claudia Rappuoli, psicologa psicoterapeuta)
  • Il corale per organo: “Nun komm” dai Corali di Lipsia

“Questo è Bach, ragazzi!”… cosa significa per me questo video-documentario?
In effetti può sembrare una scelta pas à la mode che un giovane studioso di cinema, musica e spettacolo dedichi i suoi primi sforzi e le sue prime energie a qualcosa di superato, di antico, di “vecchio”, come sono sicuro alcuni penseranno. Le ragioni della mia scelta sono invece semplici, eppure belle.

Il cinema e la musica sono state, fin dagli anni dell’adolescenza, due arti che hanno esercitato su di me un fascino indiscusso, utili per rilassarmi, ma anche per pensare. Con gli anni del liceo, poi, questo iniziale fascino si è trasformato in passione, tale che oggi non saprei proprio come fare senza queste arti e senza i grandi nomi dei registi, montatori e fotografi con i quali mi confronto quotidianamente.

E poi c’è la musica.

Quanto sia importante la musica nel mondo del cinema e dello spettacolo, il cielo solo lo sa!
Questa è come il sale: non ci fai mai caso, ma se non c’è, ne senti subito la mancanza. La musica collega, amalgama, sostiene con incredibile leggerezza tutta la struttura del film e, non di rado, è lo strumento che più di tutti contribuisce alla catarsi dello spettatore. Avete mai provato a recitare le battute finali di un film che vi ha particolarmente colpito? Senza la colonna sonora di sottofondo, vi è sembrata la stessa cosa? Beh, io credo proprio di no.
Tutta la nostra vita ha una colonna sonora, oggi molto più che in passato: è difficile trovare un giovane o un ragazzo che cammina per strada senza le cuffie del lettore mp3 o del cellulare nelle orecchie. E’ una colonna sonora continua! Al bar, in discoteca, sul pullman, a scuola… e, naturalmente, in chiesa.
Ecco, quest’ultimo è uno dei luoghi più antichi ad aver compreso l’importanza della musica nella propria opera di relazione con la gente. E forse, oggi, questo luogo così antico, rischia un po’ di dimenticare l’indiscutibile ricchezza del proprio passato musicale.

Dal punto di vista della fede, dico di me stesso di essere un uomo in ricerca ed in ascolto. Una ricerca che qualche anno fa è nata proprio dall’ascolto della musica per organo di Bach che ha trovato il proprio tramite nelle mani di un organista liturgico, nelle chiese della mia terra natale, la Val d’Elsa senese.
Non so dove mi condurrà questa ricerca intima.
So solo che non le opporrò resistenze ideologiche né dogmatismi filosofici. La lascerò camminare libera, là dove vorrà condurmi.
Ciò che mi sta a cuore, invece, è tentare di riproporvi una parte dell’esperienza che ho vissuto, andando ad avvicinare quelle musiche grazie ad un musicista liturgico, e tornando ad ascoltarle proprio in quei luoghi dove io stesso le ho udite e ne è scaturito un cammino di serena riflessione.

Impagabili, le scene in cui si vedono giovani di dodici, tredici e quattordici anni che così, dal nulla, senza mai aver fatto studi appositi in precedenza, si avvicinano al mondo dell’organo unicamente perché lo hanno incontrato nella quotidianità delle loro domeniche: segno, questo, che ci interroga, ci provoca e ci invita a non trascurare mai i bambini e gli adolescenti bollandoli con le etichette della maleducazione e dell’insensibilità proprie della nostra società.
Anzi, sono forse i bambini di questo video, coloro che più di tutti ci invitano a riflettere su come vanno le cose nel mondo, e su come invece potrebbero e dovrebbero andare.

Buona visione a tutti!

Elia Mori

 

Anonimo (sec. XVII) – Ricercare & Ave Maris Stella

Tante, troppe volte nelle soffitte, nelle cantine e nelle sacrestie delle parrocchie gli harmonium sono stati lasciati in pasto a tarli e topi. L’harmonium è sempre stato considerato il fratellino povero dell’organo a canne. Questo giudizio inclemente deriva paradossalmente da un atto splendido del magistero della Chiesa: designare l’harmonium come valido sostituto per quei luoghi e quelle circostanze dove la mole e i costi dell’organo a canne fossero proibitivi. Il sostituire l’organo, però, non è segno di una scelta di qualità inferiore, anzi. Indubbiamente, a paragone di raffinatissimi Alexandre, corposi Mustel o possenti Lindholm, i nostri strumenti italiani chinano il capo ossequiosi: eppure anche gli harmonium della nostra terra sono stati una ricchezza preziosa per la musica, lo studio e la liturgia, …e possono esserlo ancora! La ditta Galvan, ad esempio, realizzava harmonium con una tale cura e una tale passione che i suoi strumenti venivano definiti “gli Stradivari degli harmonium” italiani. Tra le millenarie pietre di un’antichissima pieve romanica della Montagnola Senese, con questo Ricercare e questi versetti per l’Ave Maris Stella, risuona di nuovo un piccolo harmonium Galvan dopo decenni di silenzio.

“NUN KOMM”: L’AVVENTO SECONDO BACH

 

Come preludio per la Messa nelle Domeniche di Avvento, possiamo scegliere il Corale Nun komm, der Heiden Heiland BWV 659, dai Corali del Manoscritto di Lipsia:

“Vieni, Salvatore delle genti, mostrati qual frutto del parto della Vergine! Sbalordisca tutto il creato: una nascita così spettava solo a Dio!”.

Con questo splendido inno d’Avvento (in origine composto da Sant’Ambrogio vescovo), Bach ci introduce subito in un mondo tutto mistico, il suo mondo preferito quando si raccoglie in se stesso. Si basa su una melodia ornata, cantata al soprano nel registro di solo, circondata dalle serene parti del contralto e del tenore, mentre il pedale si muove in lente e solenni scale. Se la melodia del corale e le voci mediane raffigurano la coralità umana che invoca la venuta del Salvatore, i bassi del pedale, che si muovono col ritmo cullante che fa addormentare il Bambin Gesù, indicano proprio i passi del Redentore che viene incontro all’umanità in attesa.
Bach qui si rende cantore dell’umanità sofferente e invoca con la forza della sua fede e di un bruciante amore quel Dio la cui Incarnazione avrebbe un giorno salvato le genti e la cui manifestazione gloriosa nella Parusia porterà il tempo dei nuovi cieli e della nuova terra. È una musica scritta da un poeta e da un credente, che mette tutta la sua arte al servizio della fede. È questa una delle pagine più profonde ed emotive della letteratura organistica mondiale (Cfr. E. DALLA LIBERA, G. S. Bach. Corali a commento dell’anno liturgico, Ed. S. A. T., Verona 1955).

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