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musica di dio, giubilo del cuore

BLOG SULLA MUSICA SACRA

ALESSIO E “IL SUO BACH”. Intervista di Umberto Nardi

Umberto Nardi (UN), appassionato di musicologia e di letteratura organistica, nonché fedele lettore del Blog, ha recensito su Mondadoristore la nuova edizione del primo lavoro di Alessio Cervelli (AC) su Bach (per leggere la recensione, cliccare sul link a fine articolo). In sede di corrispondenza privata, ha posto all’autore delle domande che, alla fine, su suo suggerimento e di comune accordo con Alessio, sono confluite in questo articolo-intervista che può offrire spunti di riflessione non solo musicologici, ma anche di testimonianza cristiana.

 

UN: Alessio, penso che la prima cosa che chi frequenta il blog vorrebbe chiederle è: come mai Bach?

AC: Bach è un artista che ha creato musiche talmente cariche e dense di energia da saper attaccare il cuore di chi ascolta e di chi lo suona. Quando si è adolescenti, si cercano sempre emozioni forti. Io trovai Bach, e in particolare il Bach della Fantasia e Fuga in Sol minore.

 

UN: Come mai lei è rimasto così legato proprio alla Fantasia e Fuga?

AC: Credo che capiti a molti di legare una musica a un ricordo, a un momento particolare della vita. Ecco, la Fantasia e Fuga per me è legata ad un momento particolare di quella che amo chiamare la “mia storia sacra”, ovvero il momento in cui è avvenuta la mia conversione del cuore.

 

UN: In che senso?

AC: Fin da piccolo sono andato in chiesa, sono stato a contatto con parroci in gamba, sono cresciuto all’ombra del campanile. Ma viene il momento – almeno per me è accaduto così – che dalla semplice abitudine presa da bambino occorre “scegliere Dio”, scegliere di stare con Lui, scegliere di amarLo e, se scegli di amarLo, allora scegli anche di servirLo, perché ti si accende dentro il desiderio di far scoprire anche agli altri quel tesoro nascosto, quella perla preziosa di cui parla il Vangelo.

 

UN: Come è avvenuta la sua conversione del cuore? Se posso chiederlo.

AC: Certo che può chiederlo. Prima di tutto è giusto che io ammetta un fatto. Dall’età di circa 15 anni fino ai 18, io non ho mai saltato una messa festiva, per cantarla e suonarla. Questo però lo facevo non per amore di Dio né per servizio al popolo, ma per pura superbia: avevo cioè trovato nella chiesa un palcoscenico sul quale esibirmi. Conoscevo già Bach, e lo studiavo per ore e ore… soltanto per avere “roba tosta” da sbandierare. Ma un giorno, verso i 18 anni, ricevetti una critica feroce e netta al mio comportamento superbo, per nulla cristallino in spontaneità e semplicità: questa critica mi colpì moltissimo, perché fu un ragazzo di 14 anni a ringhiarmela contro, a ragione. Fu un mescolarsi di eventi. Proprio di lì a poco, mentre ero rimasto turbato da quello che mi era stato detto e da quella cruda realtà che quel giovane mi aveva gettato in faccia, iniziai a scoprire l’umanità di Bach e venni a contatto con quella storia drammatica, dolorosa e assieme densa di un’immensa energia, che faceva da sfondo alla Fantasia e Fuga. Un grido di dolore frammisto a dolcezza celeste: la fantasia. Una ricerca, un rileggere la propria arta, un trasformare un motivetto olandese prima in un sospiro d’amore, poi in preghiera che elabora un grave lutto: la fuga. Non solo un grande artigiano, ma anche un uomo complesso nella sua storia, ed un marito premuroso, un padre affettuoso, un credente ferreo: Bach. Le parole di quella critica dolorosa ma sincera si miscelavano alle note di quel brano, al suo dolore, al suo gridare, al suo sperare, al suo credere. E da quella critica, da quella musica che infrangevano la chiusura della superbia, il mio sguardo si volse finalmente al tabernacolo, all’Eucaristia, al Signore Crocifisso, Immolato e Risorto, con quella spontaneità, con quella libertà, con quella gioia con cui l’avevo guardato da bambino quando facevo il chierichetto e sentivo nitidamente che lì, nella Messa, avveniva qualcosa di grande, di immenso. E non ho più smesso di guardare il tabernacolo, e di desiderare ardentemente che Colui che lì si trova, venga a trovarsi ogni giorno al centro della mia vita.

 

UN: In questa prospettiva, chiaramente, cambia anche il senso della musica…

AC: Certamente! Da palcoscenico per attirare gli sguardi diviene strumento di servizio al popolo e mezzo di lode al Signore nel culto. Del resto è quanto ci hanno insegnato sia la Sacrosanctum Concilium sia Papa Benedetto XVI: nel rito latino non c’è arte che faccia così integralmente parte della liturgia quanto la musica. La messa solenne è in canto. La musica d’organo non è un ornamento più o meno fastoso, bensì un’ardente orazione che eleva potentemente gli animi a contemplare le realtà celesti, al punto che quando si benedice l’organo, la preghiera di benedizione chiede che esso e l’esecutore che lo suona diventino capaci di unire la liturgia della terra a quella del cielo tramite la musica che vi si suona.

 

UN: Vorrei citarla dal suo libro: “L’organista liturgico ha un grande e gravoso compito, ben più oneroso del cercare consensi, bramare applausi e palcosce­nici che neppure competono al suo strumento. Deve afferrare una piccola porzione di Cielo e portarla quaggiù, a conforto di chi si trova ancora – lui compreso – nella fatica del pellegrinaggio terreno. Abbandoni dunque, senza timore, il suo povero cuore e la “carne” della propria anima tra le sante mani del Suo Eucaristico Signore e si lasci spezzare come il pane, perché quei piccoli, magari pure mediocri ed imperfetti frammenti di umanità, infiam­mati dalla Grazia, servano ad alimentare la preghiera di coloro che insieme a lui stanno rivolti all’altare” (Bach: un grido di dolore, un sospiro d’amore, un palpito di fede, pp. 162 – 163). Personalmente è la parte che sento come vero e proprio apice di questo suo primo libro su Bach… e forse in nessun altro suo lavoro mi sono sentito tanto emozionato: si avverte un cuore vibrante e partecipe. Mi chiedo: cosa può spingere un musicista a desiderare di sintonizzare la sua arte su questa lunghezza d’onda?

AC: E’ sicuramente la comprensione…ma più ancora che la comprensione, direi l’accettazione del dono che Dio ci fa della Sua Vita divina nel sacrificio della Croce di Cristo. E’ quello che ci dice la IV preghiera eucaristica: “perché non viviamo più per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi”, che poi è lo stesso immenso dono di cui ci parla San Paolo nella lettera ai Romani (14, 7-9). Cioè, non sono più io la priorità, ma quel rapporto di amore tra me e Colui che si è fatto uomo per offrire Se stesso anche per me, perché per Lui io sono una priorità, anche quando Lui non lo è per me, a causa della mia debolezza, della mia fragilità, del mio peccato. Sperimentare questo non può non cambiare completamente la vita… un passettino per volta, oppure tutto insieme, non importa: se è un’esperienza autentica, la vita cambia, non può non cambiare.

 

UN: Forse è una cosa banale o scontata da chiedere ad un abitante di Poggibonsi: si può dire che è un po’ l’esperienza vissuta dal vostro patrono, il beato Lucchese?

AC: Non mi sento assolutamente nella condizione di poter minimamente paragonare la mia piccola storia personale a quella di questo beato tanto caro alla gente delle mie terre. Però quel che posso dire è che sicuramente la vicenda della conversione di Lucchese mi è stata preziosissima per rileggere me stesso, specialmente negli anni della “mia” conversione. È bellissimo il racconto del mutamento di vita di Lucchese così come lo riferisce N. Benson, nel suo bel libretto “Due sposi santi: Lucchese e Bonadonna”.

Giunto al culmine della sua attività commerciale, Lucchese adocchiò un’altra opportunità. Nelle frequenti e disastrose guerre, in Italia, il grano generalmente scarseggiava, i raccolti erano depredati da soldati saccheggiatori o da nemici in ritirata. Colpì Lucchese il pensiero che un mercante che avesse la preveggenza di comprare tutte le riserve disponibili a buon mercato in tempo di abbondanza, potrebbe metter fuori gli altri venditori, e far pagare il prezzo che voleva in tempo di carestia. A Lucchese, arroccato nella ferrea torre del suo fatuo arricchirsi ad ogni costo, parve un’idea meravigliosa; e certo i futuri sviluppi, così familiari ai mestatori nazionali e internazionali, gli saltarono alla mente. Sì, tutto quel sistema disonesto di agire gli era almeno in parte visibile, mentre a passo deciso si avvicinava verso l’abisso. Fu a questo punto che Dio utilizzò mezzi umani per accaparrarsi una delle coppie più sante che la Chiesa abbia conosciuto (Lucchese e la moglie Bonadonna sono stati beatificati insieme) e – assai strano – una delle poche. La speculazione di Lucchese sui cereali con le conseguenti difficoltà per i poveri e danno per i mercanti locali, cominciò presto ad essere chiacchierata; prima in privato perché la vittima non può permettersi di offendere lo sfruttatore, poi con crescente risentimento e paura. Finché, una delle vittime la cui famiglia era alla fame, vide il mercante prosperoso venir giù per la strada, dopo Messa. Pieno di rabbia incontrollata e non avendo nulla da perdere, gli sbarrò la strada e gli ringhiò in faccia: “Tu credi di essere un uomo perbene, vero? Tu puoi inginocchiarti pieno di fiducia davanti al buon Dio, ma sei un assassino, perché mi hai messo alla fame!”. Il pover’uomo fece dietro-front e battendo i piedi prese la via di casa. Lucchese rimase come folgorato a seguirlo con lo sguardo. Questo impatto colla realtà gli mostrò in una bruciante illuminazione il sentiero lungo il quale mammona, cioè il denaro, lo stava menando. Ora, o mai, egli doveva tornare sui suoi passi. Per la prima volta in vita sua, Lucchese si accorse che servire Dio voleva dire di più che inginocchiarsi in chiesa ogni domenica per la Messa. Il minimo voleva dire essere giusti con le persone: anche per loro Gesù è morto. Voleva dire di più che baciare Cristo crocifisso il Venerdì Santo. Voleva dire riconoscere il Crocifisso in quella povera gente affamata, a causa dell’avidità di lui, Lucchese! Tutti sappiamo come ci si affolla ad una nuova pratica di devozione, com’è facile iscriversi per un pellegrinaggio parrocchiale, ed anche praticare qualche privazione in più durante la Quaresima; ma in che misura ripariamo le ingiustizie del passato, delle quali siamo pentiti, le parole offensive, le azioni volgari, i cattivi esempi dati? Eppure, a meno che le nostre pratiche di pietà ci spingano a ciò (in effetti esse sono appunto una preparazione dello spirito e della volontà), esse rimangono soltanto proiezioni sentimentali del nostro io, le quali difficilmente potranno realizzare qualcosa per l’eternità.

E Lucchese lo fa. Quasi fosse un novello Zaccheo, restituisce il maltolto, a cominciare proprio da colui che era stato lo strumento umano che Dio aveva usato per richiamarlo a Sé. Lucchese cambia perché quell’incontro terreno è stato l’incontro con quel “Dio nascosto” che pure ha cura e provvidenza di noi e che, attraverso la nostra storia, gli eventi, le persone che ci circondano, le musiche e gli artisti che le hanno composte, ci parla, ci interpella, addirittura ci provoca.

UN: Possiamo dire che, la sua, è una rilettura di Bach alla luce della sua esperienza? Possiamo dire che è “il suo Bach”, Alessio?

AC: In un certo senso, sì. Perché non ho voluto replicare l’asetticità di un manuale scolastico o la freddezza di un saggio scientifico, che pure sono mezzi utili, nulla da dire. Ciò non significa che io non abbia tenuto conto delle fonti, dei documenti, dei fatti riportati da cronisti e da storici contemporanei, degli studi dei grandi bachisti del nostro tempo… Soltanto ho scelto di non limitarmi ad un mero lavoro compilativo. Ho scelto di partire dal concreto ed oggettivo per poter andare al di là di esso ed entrare in un piano che non è meno reale, meno concreto: soltanto non è condiviso da tutti, ossia la dinamica della fede in relazione alle proprie vicende umane e alle proprie scelte. Quindi, sì: questo è “il mio Bach”, ma non per questo non è un Bach credibile o storico; è la proposta di una visuale che, come giustamente lei ha intuito nella sua recensione, non è così comune reperire. Secondo me era qualcosa che mancava nell’offerta formativa dei musicisti e ho voluto fare un tentativo per mettere in mano a studenti e appassionati un strumento agile e comodo da affiancare al materiale che già leggono e studiano. Un qualcosa in più, diciamo, ma un qualcosa che, se manca, non permette a mio avviso una conoscenza piena del grande maestro tedesco, che invece ha tanto da insegnare, anche sotto il profilo umano, ai giovani di oggi.

UN: Volendo concludere, che cosa si sentirebbe di dire agli organisti e ai musicologi di oggi, giovani e adulti?

AC: Prima di tutto sappiate relazionarvi alla musica che ascoltate, studiate, suonate. Lasciatevi emozionare. Non siate “mentalmente chiusi” dentro una sola stanza (tecnica, filologia, esegesi storica, organaria): la musica è un evento troppo più vasto, troppo più vivo di così. In questo mi trovo molto in sintonia con la cantante jazz Clizia Miglianti, che ha scritto la prefazione al libro: se la si intende come mero oggetto di studio, come mera materia d’esame o mezzo di lavoro professionale, la musica, specialmente quella antica, inevitabilmente muore, perché non trova più ragioni per toccare gli ascoltatori di oggi, così distratti dal caos del mondo, per potersi soffermare a spaccare il capello in quattro su cavilli accademici. Guardate sempre all’umanità del compositore, alla sua storia, a ciò che sappiamo del suo carattere. Non accontentatevi dei manuali scolastici quasi fossero la verità infusa…perché spesso non lo sono, oppure sono terribilmente asettici, al punto di non trasmettere nulla di autentico della complessa vicenda umana che sta dietro al nome di un compositore. Siate curiosi e siate aperti anche alla novità, alla riscoperta, all’adattabilità, alla sperimentazione che ringiovanisce il linguaggio antico per renderlo nuovo e godibile per le nostre attuali generazioni!

PER LEGGERE LA RECENSIONE DI U. NARDI:

http://www.mondadoristore.it/Bach-grido-dolore-sospiro-Alessio-Cervelli/eai978882286368/

BACH: UN GRIDO DI DOLORE, UN SOSPIRO D’AMORE, UN PALPITO DI FEDE! (Commento di Clizia Miglianti)

E’ questa la Seconda Edizione riveduta, corretta e restituita all’originale del precedente “Bach: tra amore e fede”. Perché una seconda edizione di questo saggio divulgativo sulla figura di Bach letta attraverso il prisma della Grande Fantasia e Fuga in Sol minore? Lo spiega direttamente l’Autore: “Dopo che i miei allievi, avendo prima letto le mie dispense, ebbero fatta una lettura della precedente edizione, mi dissero che il materiale originario si vedeva che era il mio, ma la forma era diventata pesante, quasi non sembrassi affatto il loro insegnante. Quella diversità era il risultato sia di pennellate (non mie) aggiunte qua e là in fase di correzione della bozza, sia della richiesta esplicita di rendere il tono più alto/scientifico e meno divulgativo. Rientrato in possesso dell’opera, ho proceduto a rivederla, correggerla e soprattutto restituirla a quello stile piano e divulgativo che mi è congeniale” (A. Cervelli). Con una corposa ed energica prefazione della cantante jazz Clizia Miglianti sulla vera e viva musica sacra nei tempi odierni, ripercorriamo questo cammino pensato per i giovani musicisti, al fine di far loro scoprire “il Bach” uomo, marito, padre e credente, per poterlo integrare a quanto già studiano sui manuali scolastici, che forse però trascurano questi aspetti tutt’altro che secondari della vita del grande compositore.

Prefazione di Clizia Migliani, cantante jazz

Molte volte non ci rendiamo conto di quanto la musica sia presente nella nostra vita: ne siamo completamente immersi, in modo più o meno consapevole. Ci accompagna nei momenti più significativi, ci spinge a riflettere, a svuotare la mente, ci aiuta a ricordare, a divertirci, è usata come mezzo di propaganda, ci spinge a comprare, consumare, proprio a causa del grande potere che esercita sulle nostre emozioni e sui nostri stati d’animo.

            Ma nessuna musica è potente come quella sacra. Essa, in qualsiasi contesto religioso, è ciò che ci porta ad avere un contatto profondo con noi stessi e con il divino. Di certo nel mondo cristiano pochi sono riusciti ad eguagliare la profondità dei lavori di Bach.

      https://www.goethe.de/resources/files/jpg329/z_musik_bach.jpg      In questo saggio, Alessio ci descrive “un Bach” e “una Fantasia e Fuga” non solo dal punto di vista meramente scientifico/musicale: ci parla del Bach uomo, marito, ci parla di come nei suoi lavori abbia perfettamente in testa l’obiettivo sacro – liturgico per il quale quella data opera è stata realizzata e sviscera in ogni sua parte quel lavoro. In ogni pausa, in ogni respiro troviamo l’uomo che prega, che si dispera, che dubita e che poi si mette nelle mani di Dio con estrema fiducia.

            Nella musica che ascoltiamo abitualmente nella liturgia, quanto c’è di questa consapevolezza? Quanto, ciò che sentiamo cantare e suonare in chiesa oggi, è minimamente vicino all’intimità e allo spessore delle opere di Bach o alla spensieratezza di Zipoli? Perché di certo la musica sacra non è solo “roba seria”. Quanto invece la musica antica è diventata lontana dal popolo di Dio, bella certo, ma percepita come fredda e distante, come qualcosa da ascoltare solo ai concerti e non nella vita di fede vera?

            Da musicista di certo non apprezzo molto le “schitarrate selvagge” che vengono proposte alla Messa; allo stesso tempo non posso accettare che la musica nata per la fede sia soffocata da musicisti e musicologi in nome di una filologia che sicuramente ha un’ottima e importantissima funzione storica, ma che rende questi capolavori sempre meno vivi e sempre più inaccessibili.

            Posso proporvi un esempio di cui ho diretta esperienza, dato che si tratta di una parrocchia di campagna (S. Bartolomeo ad Ulignano) dove con Alessio ho prestato molte volte servizio alla Messa. Scorrendo queste pagine, ci si imbatte in nomi come Schweitzer, Richter, Germani: “signori musicisti” di una volta, grandi studiosi ma soprattutto artisti che hanno saputo e voluto stare a contatto con la gente, sviluppando una profonda empatia con le persone. Ma se chiediamo ai “signori filologi”, la maggioranza ci dirà che sono superati, inadatti agli studi odierni: a loro dire, c’è Schweitzer che costringe ad uno sforzo di immaginazione per seguire il tempo esecutivo; c’è Richter che non aggiunge nulla alla partitura barocca, che quindi risulterebbe sterile esercizio di lettura, sia pure una lettura sanguigna ed energica; c’è Germani che, poverino, appassionato com’è di organi moderni a trasmissione elettrica, propone “un Bach” superatissimo, a volte disomogeneo come metronomo, con un tocco antiquato su strumenti inadatti.rosa musica.jpg

            Se leggiamo quello che scrive Alessio, invece, che pure ha familiarità con gli studi di filologia sia letteraria che musicale, non ci sfugge la sua preferenza per questa “vecchia” scuola, al punto di accettare di sentirsi dire da buoni interpreti filologici di non andare troppo a tempo quando suona la “sua” amata fuga BWV 542, così come di aver scelto per le sue incisioni strumenti inadeguati o imperfetti, quando avrebbe potuto cercare di meglio. Le ragioni delle sue scelte, Alessio ce le spiega nelle pagine che seguono, dunque non anticiperò nulla. Quello che mi preme dire, invece, è come questa scelta abbia funzionato e funzioni con la gente delle parrocchie, con gli adulti e soprattutto coi ragazzi. Se vi capita di trovare on line la sua interpretazione della BWV 542 o di qualsiasi altro pezzo di Bach realizzato col piccolo organo di questa piccola chiesa di Ulignano, può darsi che vi lasci sconcertati per un poco, se siete abituati agli interpreti attuali; d’altronde i giovani che studiano musica antica nelle accademie, hanno ormai un ascolto assuefatto ai soli, onnipotenti criteri filologici e al solo repertorio di studio: forse sono troppo impegnati a scervellarsi su come realizzare una fioritura, per poter andare in qualche locale o teatro dove si ascolta musica jazz, musica improvvisata, contemporanea, dove la contaminazione fra ciò che è suono, movimento ed immagine è pura magia. Addirittura sono così presi da studiare pagine e pagine di musica classica per il prossimo esame che si scordano di andarla a sentire suonata dal vero: quanti colleghi studiano solo sullo spartito senza considerare minimamente i dischi, i concerti…! Se si guardassero appena un poco attorno, si accorgerebbero che il mondo della musica viva, oggi, forse potrebbe essere un altro, un mondo che non perde certo tempo ad aspettarli; un mondo che pure è capace di ascoltare volentieri la musica antica, ma solo se essa si mostra viva, attuale, non una “cosa” sezionata fino a spaccare il capello in quattro per ottenere un arido risultato storicistico/archeologico che ha qualcosa da dire solo ad una sparuta élite di specialisti.

            Dunque, i “signori filologi” diranno che l’organo è piccolo, i bassi parlano poco, ci sono difetti di intonazione, lo sforzo è apprezzabile, ma forse per prestigio personale non ne sarebbe valsa la pena perché al massimo si tratta di un lavoretto che tuttalpiù ha valore divulgativo. Invece posso dirvi che in musica ne vale sempre la pena, e parecchio! Quelle esecuzioni sono musica viva, non corretta da alcun tecnico del suono, coi rumori meccanici tipici dello strumento, e con tutta la schiettezza propria di un episodio musicale vissuto. Ho visto tanti adulti e non pochi ragazzi avvicinarsi così a “questo” Bach e, con Bach, a Dio. Com’è capitato? Semplice! Chi ascoltava trovava un evento vivo, una musica viva, se vogliamo pure rivisitata per scelte pastorali e catechetiche, adattata alle necessità della comunità. E questo ha funzionato perfettamente.

            Non credo sia un peccato capitale suonare Bach su un harmonium o su un piccolo organo di campagna, come non credo sia terribile semplificare le parti per proporle ai giovani musicisti delle parrocchie.

            Ma qual è il vero problema?Bach 2 statua.png

            Eccolo: è proprio la mancanza di figure professionalmente valide che guidino i nostri ragazzi e il popolo di Dio a un equilibrio fra ciò che ora è vissuto nelle parrocchie e ciò che dovrebbe essere suonato veramente. Il problema è che i sacerdoti, molte volte, non sono preparati nemmeno alla liturgia e i musicisti, se ci sono, non conoscono in maniera adeguata il contesto liturgico nel quale il pezzo viene suonato. Non ha senso eseguire musica festosa durante la Quaresima, perché non è il momento giusto: possiamo discuterne quanto vogliamo, ma la cosa non cambia e non cambierà mai nonostante tutto. Se in chiesa ridiamo e giochiamo sempre, come possiamo capire il Sacrificio che si compie ogni domenica durante la Messa?

            Ecco, leggendo le pagine di Alessio, ho pensato che Bach era sì, un uomo, un musicista ma anche un abile artigiano, ed ora nel nostro mondo mancano proprio gli artigiani della fede, che si sporcano le mani, studiano, riflettono e suonano.

            Il mio augurio è che questo lavorBach occhi.pngo possa non solo essere un ottimo strumento di studio ma anche un mezzo di riflessione e cambiamento, per cui i nostri giovani “chitarristi” (e non solo) potranno apprezzare e pure suonare musica barocca, mentre i giovani organisti, magari, suoneranno anche canti più popolari ma con professionalità e coscienza, perché l’obiettivo più profondo della musica sacra è questo, a mio avviso: farci avvicinare a noi stessi, farci avvicinare e affidare a Dio, e non darci un modo più o meno divertente di passare il tempo, come neppure celebrare la nostra conoscenza e la nostra bravura.

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“NARDO ED ALABASTRO”: USCITA LA SECONDA EDIZIONE!

 

 

Sono molto grato a tanta gente, a tanti amici, a tante persone per questa seconda edizione di Nardo ed Alabastro: un’edizione che vede la luce proprio per l’incoraggiamento e l’esortazione a mantenere ancora disponibile questo piccolo, semplice lavoro che, a quanto pare, ha suscitato interesse verso la musica sacra e verso alcune delle sue sfaccettature pastorali. E’ un lavoro senza ambizione alcuna se non quella, divulgativa, di una riflessione spicciola su quel che vediamo accadere sotto i nostri occhi nelle chiese parrocchiali, su quali atteggiamenti sia opportuno assumere in proposito e su quale potrebbe essere un percorso sensato per un sereno cammino di risanamento.

Riconoscente al mio grande amico e mentore Don Nicola Bux per i consigli e per la prefazione che volle donarmi per la prima edizione (e che lascio intatta in questa seconda), desidero altresì esprimere tutta la mia più sincera gratitudine per il Prof. Antonio Lalli, editore delle mie terre, che per primo credette in questo lavoro, lo accolse di buon grado e lo distribuì sotto l’egida della sua casa editrice, la quale è giunta di recente, a testa alta, al suo nobile tramonto per concedere al suo fondatore il meritato riposo di una serena anzianità da vivere circondato dalle persone che ama, dopo aver donato al mondo dei libri tanti lavori di grande qualità.

“Caro Alessio” – mi ha detto il Prof. Lalli in uno dei nostri ultimi incontri – “spero che il tuo lavoro veda presto una seconda edizione, perché è un lavoro in cui credo e che ha ancora tante cose belle e interessanti da dire”.

Caro Antonio, non solo il tuo auspicio viene qui esaudito ma, come vedi, questa seconda edizione, di cui auspicavi l’uscita, vede la luce congiunta al grato ricordo della tua fiducia e della tua competenza, di cui desidero resti memoria assieme alla nostra sincera amicizia.

Alessio Cervelli

NOTA DI RINGRAZIAMENTO – Ringrazio di cuore il regista Elia Mori per la sua amichevole consulenza.

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Edizione Cartacea:

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Edizione E-book:

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“SCUSA, SIGNORE…”

Fermiamoci tutti un momento.
Per un attimo i giovani ascoltino, gli adulti si fermino…
…e gli acculturati di musica e di arte accettino di scendere per qualche istante ad un livello un po’ più terra terra rispetto alle pur benedette vette della loro dignità artistica.

Facciamo silenzio.

E parliamo il linguaggio che parlano oggi i giovani delle nostre parrocchie.

Tra i canti che i nostri giovani canticchiano la domenica, ogni tanto c’è anche “Scusa, Signore” di Biagioli e Aliscioni.

Senza entrare nel merito del giudizio estetico di questo pezzo, c’è l’ultima strofa che dice:

“Scusa, Signore, quando usciamo
dalla strada del tuo amore: siamo noi.
Scusa, Signore, se ci vedi
solo all’ora del perdono
ritornare da Te…”

Di fronte alla dura prova del terremoto, della distruzione, della morte, che ci ricorda come tutto sia precario, provvisorio, fragile… chiediamoci tutti: “Forse anche io sono uscito dalla strada del Tuo amore?”.
Ognuno si dia una risposta sincera.
“Forse questa è l’ora del perdono, l’ora in cui Tu vuoi vedermi ritornare da Te?”.
Il cuore di ognuno di noi lo sa.

Diamoci una risposta sincera, per trovare le energie e il coraggio, ciascuno a suo modo, di essere accanto a chi sta vivendo questi drammi di dolore e distruzione, e dire di cuore:

“Scusa, Signore, se ci vedi
solo all’ora del perdono,
siamo noi e siamo qui
per ritornare da Te.
Ascolta, Signore!
Guarda a queste terre,
ascolta, perdona
e consola! Amen”.

FESTA DI “HALLOWEEN”? MEGLIO: FESTA DI “TUTTI I SANTI”… MA COS’E’ LA SANTITA’? CE LO SPIEGA LA PICCOLA TERESA.

Spesso ci capita di pensare che i santi siano veri e propri eroi, che abbiano fatto cose grandiose, enormi, inarrivabili, eccezionali.
Che siano degli esseri eletti dotati di poteri impensabili. Che abbiano fatto cose talmente gigantesche da meritare di essere ricordati sui calendari.

E’ sbagliato.
Non è così.

La santità altro non è che la piccola via del quotidiano. E’ la mamma che, tornando a casa, accarezza il suo bimbo. E’ il padre che, nonostante i tremila impegni di lavoro, rincasando stanco morto, eppure si mette ad ascoltare il figlio in lacrime e lo consola. E’ il fratello maggiore che sa posare il joystick della playstation e aiuta il fratellino minore che torna dagli allenamenti a pulirsi e a rimettere in ordine il borsone, e mentre lo aiuta sa ridere con lui, scherzare con lui, oppure soffrire con lui se le cose sono andate maluccio in campo. E’ l’artigiano che in un pezzo di legno, di metallo, di pietra sa mettere la passione che serve a dare qualcosa di buono, di bello ai clienti. E’ il negoziante di alimentari che non imbroglia sulla qualità del cibo e che chiede un prezzo giusto. E’ il musicista anonimo che suona in un locale e che con le sue mani sa dare una gioia a chi si trova lì per caso e sta passando una brutta giornata.

Cosa c’è di straordinario in ognuna di queste cose?
Ce lo spiega la piccola Teresa di Lisieux.
Nel suo quadernino di autobiografia intitolato “Storia di un’anima”, Teresa, giovanissima suora carmelitana, racconta di aver sperimentato un periodo di grave crisi di fede. Teresa sentiva il desiderio di rimanere raccolta nella pace del convento, ma desiderava anche andare per le strade ad annunciare il vangelo; sentiva l’ardente bisogno di diventare sacerdote per poter toccare Cristo con le sue mani, e allo stesso tempo voleva imitare San Francesco d’Assisi, il quale rifiutò la sublime dignità del sacerdozio e restò diacono; infine Teresa spasimava di dare la sua vita per Dio nell’atto eroico del martirio, della morte per la fede in Cristo. Si dilaniava e si dimenava in questi tormenti… finché non lesse le parole di Paolo nella lettera ai Corinzi: “Aspirate ai carismi più grandi. E io vi mostrerò una via migliore di tutte” (1 Cor 12). L’apostolo dice infatti che questa via migliore è la carità, è l’amore. Senza amore, il religioso non offre con sincerità la propria vita a Dio nel nascondimento del convento per la salvezza del mondo. Senza amore, non si testimonia il vangelo alla gente. Senza amore il sacerdote può anche avere Cristo tra le sue mani nell’Ostia, ma il suo cuore è lontano da quel Dio che egli può toccare. Senza amore il diacono non sa chinarsi a lavare i piedi al prossimo, se non per fare scenate mitomani o egocentriche di ipocrisia. Senza amore, il martire è incapace di morire per Dio, perché non ha in sé la forza di perdonare chi lo sta uccidendo.

Qual è dunque la piccola via, comune a qualsiasi vita, verso la santità? E’ l’amore.
Così Teresa esclama: “La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore é tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore é eterno. Allora con somma gioia ed estasi dell’animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione é l’amore. Si, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore”.

Ecco la via da indicare a chiunque domandi cos’è la santità.
La santità è l’amore di Dio e del prossimo. Vivere la santità è mettere questo amore in ogni piccola, semplice, normalissima azione quotidiana.

Sei studente? Porta pazienza nelle tue fatiche e, se ti viene un commento cattivo o un insulto verso un professore che non ti piace… non dire nulla, anzi, digli “Buon giorno” e fagli un sorriso.

Sei insegnante? Ricordati ogni giorno che tu non sei in aula per compiacere il tuo ego, la tua superbia: sei lì perché il centro del tuo mondo sono quei ragazzi che ti sono stati messi davanti.

Sei meccanico? Quando costruisci, quando ripari, quando ungi, quando pulisci, quando monti e quando smonti, … fa’ tutto con ordine e con serenità, pensando al dono che hai ricevuto nel saper usare in quel modo le tue mani e impegnati nel rendere felice col tuo lavoro l’impiegato che ha bisogno dell’auto per andare a lavorare, il ragazzo che vuole uno scooter buono per andare coi suoi amici, un anziano che ha bisogno di una bici che lo aiuti a sentire meno la fatica della strada.

Sei artista? Da’ gioia con la tua arte.

Sei padre? Sei madre? Oltre al cibo, a un tetto, ai vestiti, ai beni materiali… da’ ai tuoi figli un pochino del tuo tempo per ascoltarli, accarezzarli, abbracciarli, e parlarci.

E quando comparirai davanti a Dio, e vedrai che ti accoglierà con un sorriso e ti indicherà la via del paradiso insieme a quegli eroi enormi che hanno i nomi sui calendari, tu Gli chiederai: “Signore, che ho fatto per stare con loro?”
E Lui ti risponderà: “Hai amato. Dunque hai fatto tutto”.

BACH: “DAVANTI AL TUO TRONO MI PRESENTO, O DIO”.

Johann Sebastian, ormai ridotto alla cecità da due interventi chirurgici pessimamente eseguiti dall’oculista ciarlatano John Taylor, sente le forze che gli vengono meno, sente di essere ormai vicino ad addormentarsi per sempre.
Vita dura e difficile, la sua: orfano di entrambi i genitori fin dalla più tenera età, maltrattato dal fratello maggiore, ingiustamente carcerato, vedovo “improvviso” della prima amata moglie Maria Barbara, seppellitore della gran parte dei suoi molti figli.
Lui, che siglava le sue opere con S.D.G., “Soli Deo Gloria”; lui, che durante il carcere a Weimar investe quel tempo per lavorare al suo libro di corali per organo, dedicati al Dio Altissimo per lodarLo e al prossimo perché possa imparare; lui che, pur di carattere orso e schivo, era tuttavia uomo col quale si stava volentieri insieme, e che aveva saputo essere un padre tenerissimo per i figli, un marito affettuoso per le mogli, un precettore di gran calibro, artistico ed umano, per molti “figli degli altri”.
Ora è allo stremo delle forze, steso sul suo letto, cieco.
Può lasciarsi andare alla disperazione, può gridare la sua rabbia, può urlare il suo odio verso il Cielo.
E invece che fa?
Chiama un suo allievo, marito di una delle sue figlie, e inizia a dettargli delle sue idee musicali per un corale per organo: “Davanti al Tuo trono mi presento, o Dio”.
Bach sceglie di fare questo, negli ultimi momenti che gli restano. La melodia procede serena, quieta, dolce, senza orpelli e pesantezze; l’amonia infonde una pace che davvero ha poco di “umano”, se si pensa alla circostanza in cui essa vede la luce.
A Johann Sebastian non resta abbastanza tempo per terminarlo: lo farà quel suo caro allievo.
La sera del 28 luglio 1750, all’età di 65 anni, Bach compare davanti a quel Trono di cui aveva dettato le sue meditazioni nei suoi ultimi giorni terreni.
Questo è Bach: un uomo che ha saputo essere grande e semplice anche davanti alla morte, dopo una vita difficile e dura, rischarata dalla scelta della fede.
Nel giorno della commemorazione di tutti i defunti, concediamoci qualche minuto di serena meditazione, con le note di questo corale semplice e splendido.

“Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò” – Considerazioni sulla Missa Requiem

(Di Alessio Cervelli)

Erano già in preparazione, queste riflessioni, prima che la terra si scuotesse nei giorni scorsi: mi sembra opportuno condividerle oggi, quando l’Italia si ferma, in raccoglimento e in lacrime, con un grande senso di umiltà, di fronte all’immensa potenza della natura che, assieme a Giobbe, ci fa sussurrare: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!», ricordando altresì, contro ogni fatalismo e misticismo di bassalega, quel che aggiunge il versetto seguente: In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto. (Giobbe 1,21-22).

Di fronte alla morte, certamente l’uomo non rimane indifferente: si spaventa, si terrorizza, piange, tace, urla, si dispera… prega, e si abbandona con fiducia al suo Signore.

La struttura della Missa Requiem gregoriana è un meraviglioso amalgama del fremere umano con una sincera, sicura speranza nella misericordia infinita di Dio: in altre parole, il giusto equilibri tra il non presumere della salvezza, e il non disperare di essa. E’ sicuramente uno dei motivi che ha spinto molti grandi della musica (uno tra tutti, Lorenzo Perosi) a domandarne l’esecuzione per il giorno delle proprie esequie.

La grande poeticità di questa messa inizia già “in sacrestia”, cioè nei paramenti. Il paramento nero, in uso fino a prima della riforma liturgica che ha condotto al Novus Ordo, non veniva utilizzato per incutere terrore, oppure per sottolineare il dolore del lutto. Sicuramente il nero e in generale i colori scuri sono quei colori che nell’area mediterranea presso molte culture indicano una circostanza seria, di fronte alla quale è bene non essere frivoli né superficiali: si pensi, ad esempio, che il nero è il colore del tempo di Quaresima presso varie chiese di rito orientale. Nel rito latino, il nero per le esequie è un nero particolare: di norma non solo è un bel nero (cioè di un bel tessuto), ma è inoltre fregiato da disegni e galloni dai colori chiari, di solito in oro o in argento.

Il paramento nero con galloni e decorazioni lucenti intende trasmettere né più né meno che l’immagine dipinta dal prologo del vangelo secondo San Giovanni: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta” (Et lux in tenebris lucet et tenebrae eam non conprehenderunt). Siamo fin dai colori liturgici proiettati in questa profonda dinamica di equilibrio: il grano e la zizzania lasciati crescere insieme fino al momento della mietitura, le tenebre del peccato e la luce della grazia e della salvezza; il tutto posto di fronte all’uomo e alla sua libertà di scelta per la propria eternità, nel tempo del pellegrinaggio terreno, fino a comparire davanti al suo Dio, per ricevere il frutto eterno di tale scelta.

Veniamo alla messa gregoriana.

L’introitus è sereno, quieto, trasmette da subito il senso delle parole della liturgia: “requiem aeternam”, l’eterno riposo. Così come il Kyrie, semplice e solenne, senza slanci se non nell’ultima invocazione, ad indicare le mani che si levano verso il cielo con insistenza e fiducia.

Requiem aeternam: https://youtu.be/5D86N1yrzck

Kyrie: https://youtu.be/pzM7MGxHK6o

Il graduale, che segue la lettura dell’epistola, è struggente e sobrio ad un tempo, per lasciare il cuore libero di sciogliersi di getto nel tratto “Absolve”.

Graduale: https://youtu.be/-zpHs8bf4k4

Tratto: https://youtu.be/np_slIOn5Jk

Degno di sottolineatura è il lungo melisma finale del tratto, sull’ultima i delle parole “beatitudinem perfrui” (abbiano la gioia eterna): indica sia l’insistenza della preghiera al Signore perché i nostri cari defunti ottengano tale gioia (“la beatitudine, la luce e e la pace”, come dice il Canone Romano), sia la luminosa speranza nella misericordia divina nel volerla concedere. E da questa luce tenerissima e serena che volge lo sguardo alla misericordia celeste, si passa a contemplare l’immagine di Dio giudice giusto: è il momento della sequenza Dies Irae.

Su di essa già in passato ci siamo soffermati in abbondanza, rammentando come essa sia confluita nella missa requiem dalla sua originaria destinazione, la messa della prima domenica di Avvento. Di per sé, questo meraviglioso accostamento tra misericordia infinita e giustizia perfetta di Dio, che permea tutta la missa requiem, nella sequenza è perfettamente riassunto e compendiato: il Signore è giudice giusto, sì, che fa strage del peccato ma che dà speranza a tutti, perché ha assolto la peccatrice e il ladrone pentito.

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Per un approfondimento più specifico, invitiamo a consultare i due articoli in merito, del mese di dicembre us:

Parte Prima:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/09/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae/

Parte Seconda:

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/14/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-2/

Parte Terza

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/17/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-3/

Parte Quarta (in quest’ultimo articolo, c’è il video con la sequenza:)

https://musicadidiogiubilodelcuore.wordpress.com/2015/12/21/la-stupenda-teologia-di-ombra-e-luce-nella-sequenza-dies-irae-parte-4-ultima/

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Giungiamo così alla liturgia eucaristica. L’antifona d’offertorio è una nitida esplicazione dei motivi per i quali si offre il sacrificio eucaristico per i defunti:

Domine Jesu Christe! Rex gloriae!

Libera animas omnium fidelium defunctorum

de poenis inferni et de profundo lacu!

Libera eas de ore leonis,

ne absorbeat eas Tartarus,

ne cadant in obscurum:

sed signifer sanctus Michael

repraesentet eas in lucem sanctam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Hostias et preces tibi, Domine,

laudis offerimus.

Tu suscipe pro animabus illis,

quarum hodie memoriam facimus:

fac eas, Domine, de morte transire ad vitam,

quam olim Abrahae promisisti,

et semini ejus.

Signore Gesù Cristo! Re di gloria!

Libera le anime di tutti i fedeli defunti

dalle pene dell’inferno e dalla fossa profonda!

Liberale dalla bocca del leone

affinché non vengano inghiottite dal Tartaro,

affinché non cadano nell’oscurità:

ma il difensore san Michele

le porti nella luce santa,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

A te, o Signore, sacrifici e preghiere

offriamo con lodi.

Tu ricevile in favore di quelle anime,

delle quali oggi facciamo memoria:

falle, o Signore, passare dalla morte alla vita,

che un tempo hai promesso ad Abramo

e alla sua stirpe.

https://youtu.be/8SjzLy26xPA

Nel testo dell’offertorio troviamo contenuto tutto il senso del sacrificio eucaristico e la preziosità di tale offerta. Proprio oggi, 27 agosto, nell’ufficio di Santa Monica, la madre di Sant’Agostino, troviamo l’invito di questa santa ai due figli: “Non m’importa dove seppellirete il mio corpo. Ma ricordatevi di me all’altare del Signore”. L’intensità di questo testo eucologico è altissima: il canto gregoriano non poteva che trattarlo energicamente, un’energia che si moltiplica nella ripetizione responsoriale della sezione “quam olim Abrahae promisisti…”: non c’è bisogno di ricordare nulla al buon Dio, siamo noi che dobbiamo restare presenti a noi stessi, nella nostra preghiera, perché è la nostra natura incarnata nel tempo e nello spazio a richiederlo. Ci viene alla mente l’episodio del cieco al quale il Signore Gesù chiede: “Che vuoi che io faccia per te?” e lui: “Signore, che io riabbia la vista” (Luca 18,35-43). Così a noi, nella preghiera per i defunti, il Signore domanda: “Cosa volete che io vi faccia?”, e noi con fiduciosa insistenza Gli diciamo: “Signore, che i nostri cari abbiano la Tua pace, così come un tempo hai promesso ad Abramo e alla sua stirpe!”.

Il Sanctus e l’Agnus Dei confluiscono nella missa requiem da tempi immemori, in quanto esempi di canto gregoriano tra i più antichi.

L’antifona di comunione “Lux aeterna”, si riallaccia egregiamente sia al tratto che all’offertorio, riprendendo il tema della luce eterna dell’introito:

Lux aeterna luceat eis, Domine,

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Requiem aeternam dona eis, Domine,

et lux perpetua luceat eis

cum sanctis tuis in aeternum, quia pius es.

Splenda ad essi la luce perpetua, Signore,

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

L’eterno riposo dona loro, Signore,

e splenda ad essi la luce perpetua

con i tuoi santi in eterno, poiché tu sei colmo di compassione.

https://youtu.be/n0flKCY9ipA

Ampie e cariche di luce, le frasi gregoriane che la pongono in musica, ed è giusto che sia così specialmente nel momento di ricevere l’Eucaristia, di comunicarsi al Corpo e Sangue di Cristo, entrando nell’intimità di quel Dio che giustamente il beato papa Paolo VI chiamò “Dio della vita e della morte”, perché, per dirla con Sant’Angostino, “non perderà nessuno dei propri cari, solo chi i propri cari li ama in Colui che non si può perdere: Te” (Confess. 4, 9, 14).

_____________________

Per tutti i defunti del terremoto:

Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.
Requiescat in pace. Amen.

L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen.

L'immagine può contenere: una o più persone

I GRANDI FUNZIONANO SEMPRE! (Parte Seconda: i Corali di Bach)

(di Alessio Cervelli)

“Ah, se tutti quei soldi che avete buttato nell’organo fossero stati spesi per i poveri…!!! Questo è essere davvero cristiani!!!”

Questa fu l’uscita di una persona, per di più laureata, che si sentì in dovere di apostrofare il parroco di Ulignano, Don Luigi Miggiano, appena due settimane dopo che l’organo era stato istallato nella chiesa e si era tenuta la celebrazione della benedizione con la partecipazione dell’organista del Duomo di Colle Val d’Elsa, Mario Spinelli.

Non occorreva rispondere per le rime a questa persona (anche perché chiunque è libero di avere l’opinione che vuole, per giusta o sbagliata che sia).

E’ sufficiente saper attendere, cominciare a lavorare con semplicità e stare a vedere cosa succede.

Già Zipoli destava tutte le simpatie possibili, così come canti popolati alternati a pezzi semplici di gregoriano funzionavano benissimo, con giovani e adulti; basti pensare che lo Jesu dulcis memoria lasciava i bambini del catechismo immobili e completamente assorbiti nell’ascolto di un latino di cui – a rigor di logica – non capivano nulla: eppure rimanevano lì, senza muovere un muscolo (si può forse dire che la stessa cosa accada con canti ben più chiassosi e burrascosi?).

Ragazzi di dieci, undici e dodici anni non tardarono ad avvicinarsi all’organo, incuriositi, affascinati,e alla fine desiderosi di voler provare ad imparare qualcosa da suonare alla Messa.

L’unico cruccio era non poter proporre in modo più adeguato delle pagine che avrebbero funzionato altrettanto bene (specialmente con adolescenti e adulti), ma che richiedevano almeno un pedale più robusto della semplice unione alla tastiera manuale: stiamo parlando di Bach.

Quanto è vero che la Provvidenza provvede!

Passano pochi anni e l’organaro che si era occupato dell’arrivo e rimontaggio dell’organo, oramai divenuto amico della parrocchia e manutentore di fiducia dello strumento, ci contatta e ci dice che in una chiesa del Sud Italia dove si trova a ripulire un grande organo degli anni ’60 giacciono inutilizzate in attesa di essere portate alla discarica per sgombero locali (!!!) le canne lignee di un registro di Basso dell’organaro Morettini (il resto dell’organo originario era stato svenduto negli anni per restauri ed ampliamenti). L’organaro ci chiede: “Per caso lo vorreste? Con poca spesa si potrebbe applicarlo al vostro organo”.

Non ce lo facemmo ripetere due volte!

organo ulignano 002.jpg

La spesa fu davvero minima per un lavoro realizzato veramente bene, con un pedale che finalmente era divenuto davvero una presenza sonora significativa nello strumento. Il “nuovo” registro venne istallato sul retro dello strumento, naturalmente con trasmissione meccanica, come per tutti gli altri registri (nella foto: l’organo della Chiesa di S. Bartolomeo ad Ulignano, così come si presenta attualmente).

Ricordo ancora il primo “Liebster Jesu” eseguito durante la distribuzione della Santa Comunione.

Ce ne fu almeno una decina di persone che vennero a chiedere cosa era successo all’organo: lo sentivano “diverso”, più profondo, più robusto, … più penetrante, specialmente con una musica come quella.

Così con “Ich ruft zu dirr”: silenzio assoluto durante la celebrazione, e commenti commossi dopo di essa, incontri ed occasioni per crescere, cristianamente e culturalmente.

Tutto questo per dire cosa? Che i grandi funzionano! Niente di più, niente di meno che questo!

Ed è la maniera con cui i nostri giovanissimi riscopriranno il nostro passato, con una sensibilità pastorale e non accademica, che potrà creare gli elementi per il proseguimento di un cammino di rinnovamento nella continuità della vita ecclesiale, nella musica sacra, nella liturgia così come anche nella testimonianza cristiana.

Per questo quella persona che brandiva tanto impropriamente “i poveri” si sbagliava, con sua buona pace: esistono poveri e poveri, nel nostro occidente. Ci sono i poveri di cibo e di beni di prima necessità… ma ci sono anche coloro che non hanno da lottare con la fame del corpo, bensì con quella della mente e dell’anima, e molti di questi poveri sono proprio i genitori e soprattutto i loro giovanissimi figli, letteralmente bisognosi di cose autentiche, spezzate con la semplicità dell’accoglienza e di un calore che nelle nostre parrocchie deve assolutamente rinascere.

(Per approfondire, ecco la quinta puntata del Documentario “Questo è Bach, ragazzi!”, di Elia Mori)

QUANDO UN SEMPLICE HARMONIUM RISORGE, IN RICORDO DI UN VECCHIO, GRANDE PARROCO E DI UNA COMUNITA’ ORANTE…

(di Alessio Cervelli)

Non nascondiamocelo: viviamo giorni intensi e delicati, tra crisi politiche, golpi, uscite dall’Euro, paura di attentati terroristi e così via.

Capiterà a ciascuno di noi di pensare: “Ci vorrebbe un telegiornale delle cose belle”.

Il problema è che non fa notizia un giovane che dice di no alla droga, una coppia di fidanzati che giunge alle nozze dopo un cammino di reciproca santificazione, giovani che offrono a Dio la propria vita per diventare strumenti dell’amore del Padre per gli uomini, adolescenti che si lasciano sedurre dalla bellezza di qualcosa di semplice ma autentico e per la prima volta dicono sottovoce un “sì”.

Questo perché le buone notizie non fanno rumore, e spesso la santità quotidiana è altrettanto silenziosa, fatta di piccoli segni, che non suonano trombe davanti a sé, anzi, tante e tante volte restano nascosti.

Ciò non vuol dire però che le buone notizie, i semi del bene, i segni del cielo non ci siano.

Anzi, voglio presentarvene uno.

Senz’altro è, non semplice, ma semplicissimo, quasi banale, a prima vista. Eppure rientra in quella che Santa Teresa del Bambin Gesù chiamava la piccola via, la strada che, attraverso i piccoli segni, le piccole fatiche, le piccole scelte del quotidiano, edifica pazientemente in terra il Regno dei Cieli e passo dopo passo può condurci al Paradiso.

Negli adolescenti d’oggi, si sa, ben pochi ripongono speranza e fiducia: “generazione irrimediabilmente bruciata”, dicono tanti, “per via di internet, sballi, mancanza di educazione, famiglie devastate” e chi più ne ha più ne metta.

In verità sono proprio gli adolescenti che possono sorprenderci, quando, nelle mattinate di un grest estivo in una parrocchia, alcuni di loro si lasciano affascinare da qualcosa che di elettronico, di tecnologico non ha proprio nulla: un vecchio harmonium, sgangherato e abbandonato a polvere e oblio in un cantuccio, in un localetto fuori dalla navata della chiesa.

Chiesa Parrocchiale di San Giuseppe, consacrata e dedicata nei primi anni ’60 del secolo appena trascorso: ad appena quarant’anni ne diviene parroco l’ulignanese Don Aldo Ceccherini (foto seguente). Anima gioviale, freschissima e gioconda specialmente con bambini e giovani, Don Aldo è un grande musicista, lui, allievo negli anni di seminario (vissuto a Firenze) del grande compositore Francesco Bagnoli e di un compagno del seminario che sarebbe divenuto compositore altrettanto grande, Domenico Bartolucci.

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Appena fatto parroco di San Giuseppe, Don Aldo non esita a dotare la chiesa di un grazioso e funzionale harmonium Bozzetta, uno strumento degli anni ’50, dunque più anziano della chiesa stessa. E da quel momento fino ai primi anni ’90, quello strumento accompagna trent’anni di preghiere, canti e celebrazioni della comunità parrocchiale, con addirittura un piccolo coro che esegue messe di Picchi, di Oltrasi e qualche volta anche di Perosi.

Quando poi viene acquistato un grande elettrofono, che all’epoca veniva propugnato come il non plus ultra che avrebbe reso superati gli obsoleti organi a canne e i più piccoli harmonium, lo strumento viene trasferito prima nel teatro sottostante la chiesa per avere a disposizione uno strumento per accompagnare canti e spettacoli dei giovani della parrocchia. Poi viene spostato in una delle aule del catechismo, dove un ragazzino di undici anni, affascinato come non mai dal parroco Don Aldo che suonava alle messe della parrocchia, proprio da quel suo parroco riceve su quell’harmonium le prime lezioni di musica. Quel ragazzino ero io (nella foto, quando ero quattordicenne, insieme al mio primo, grande maestro).

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Dai miei 13 anni in poi, lo strumento cade nel completo disuso, non tanto per mio abbandono, quanto per una vera e propria “vandalizzazione” subita ad opera (inconsapevole ed innocente, certo) di vari giovincelli del catechismo parrocchiale, i quali si divertono a pedalare sui mantici e a picchiare letteralmente la tastiera per fare più baccano possibile (questo, va detto – ahimé – senza che catechisti e adulti della parrocchia li diffidassero da un simile, irriguardoso comportamento). Fatto sta che lo strumento smette di funzionare: il regime dell’aria non supporta più adeguatamente il somiere. L’harmonium resta muto nella sacrestia.

Tre anni fa, un incendio distrugge l’ufficio parrocchiale e affumica l’intera chiesa. In quel 2013, le pareti annerite della Chiesa di San Giuseppe accolgono per l’ultimo saluto il feretro di Don Aldo Ceccherini, Monsignore Canonico Onorario del Duomo di Siena e Parroco emerito di quella parrocchia.

La vecchia sacrestia viene ristrutturata e adibita a cappella del Santissimo Sacramento, e l’harmonium trasferito nella “stanza per le confessioni” realizzata in chiesa.

Lì resta fino a poche settimane fa, quando un gruppuscolo di giovanissimi, con l’appoggio dell’attuale parroco Don Giorgio Medda, decide di impiegare le proprie mattinate del grest estivo “Vacanze in Città” nel tentativo di recuperare il vecchio strumento liturgico della parrocchia (dato che l’elettrofono, allora non plus ultra dell’avanguardia elettronica, è già defunto da un pezzo).

“Cos’è?”. “Come funziona?”. “Che suono ha?”, mi chiedono questi ragazzi, sapendo che il sottoscritto è organista.

Si comincia!

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Viene smontato il mobile esterno, ripulita la tiranteria dei registri, ripristinati meccanismi bloccati o danneggiati, e soprattutto estratte e ripulite una ad una le oltre 120 ance in ottone dello strumento.

I ragazzi si danno da fare alacremente con pennelli, pennellini, cera da legno, olio da restauro, reidratante per il cuoio e le pelli conciate dei mantici.

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Tutto lentamente si risveglia, tutto lentamente torna in vita.

Tutto…tranne il danno causato ai pedali d’insufflazione dalla “vandalizzazione” della pargolanza a suo tempo mal custodita.

Ma non è questo che impedisce allo strumento di far comunque udire di nuovo la sua voce in quella chiesa dove aveva prestato per tanti anni il suo onorato servizio. Attraverso il foro di sfiato del mantice principale viene applicata una ventola in aspirazione e… eccolo!

Finalmente suona! Eccome, se suona! Ma non suona soltanto: suona di nuovo in quella chiesa.

Confesso che per me è stata un’emozione enorme poter suonare le prime note restaurate di uno strumento sul quale avevo vissuto le prime esperienze musicali, e suonarlo per la prima volta in vita mia in quella chiesa dalla quale era “uscito” ed ora nuovamente vi è rientrato. Quella chiesa di cui il mio primo, grande maestro Don Aldo era stato parroco; quell’harmonium che lui stesso aveva suonato tante volte in quella sua chiesa, la stessa chiesa in cui dalle mani di questo parroco ricevetti la Prima Comunione e venni accompagnato di fronte al Vescovo Gaetano Bonicelli per la Confermazione.

I ragazzini restano lì, tra la soddisfazione del risultato ottenuto e la meraviglia si sentir suonare un marchingegno che, a dirla proprio tutta, pareva talmente malmesso da dubitare di poterlo davvero recuperare: è un continuo chiedermi: “Ce lo suoni ancora?”.

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Ecco il ricordo che questi adolescenti si porteranno dietro.

Un ricordo che, in realtà, permette il riemergere ad una ben più grande memoria storica della vita di questa comunità parrocchiale.

Un semino di bene gettato nel terreno… sperando che a riceverlo sia terreno buono, non sassi indifferenti o spine irriconoscenti.

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